Non si può pianificare una visita a Hebron, dicevo. Non so di questi tempi, ma fino a qualche anno fa si doveva decidere al momento, leggendo, la mattina stessa, i giornali o, in tempi più recenti, dando un’occhiata alle informazioni on line o ai bollettini del Ministero degli Esteri italiano. 

Scoppiavano spesso disordini tra manifestanti palestinesi ed esercito israeliano, presente in uno specifico settore della città a protezione dei settecento ebrei israeliani residenti nel loro antico quartiere e soprattutto dei circa settemila, quasi tutti ultraortodossi, che vivono arroccati in un quartiere attiguo, Kiryat Arba. La loro presenza rappresenta un affronto per quei palestinesi, la quasi totalità, che ritengono gli ebrei degli intrusi.

Città vecchia – edifici ottomani

Non che temessi per la mia incolumità o per quella delle persone che talvolta erano con me. A farmi trattenere dal recarmi in quella città senza verificare se vi fosse o meno calma, era il ricordo di quella volta che, anni addietro, sulla via del ritorno verso Gerusalemme da Betlemme, il taxista arabo, fattosi improvvisamente attento alle notizie della radio, trasmesse nella sua lingua, mi comunicò che al posto di blocco alla periferia della città, da dove saremmo dovuti transitare per raggiungere la fermata dell’autobus, c’era stato un “incidente”. Mentre cercavo di capire da lui cosa potesse essere successo, giungemmo sul rettilineo, in fondo al quale quel posto di blocco si trovava e che i soldati israeliani stavano chiudendo, bloccandoci a Betlemme chissà per quanto tempo. Avevamo intanto saputo, sempre grazie alla traduzione del taxista arabo, che c’era stato un morto. La donna, al sesto mese di gravidanza, che faceva parte del nostro piccolo gruppo, scoppiò a piangere spaventata. Allora fissai negli occhi il taxista arabo e gli ingiunsi, scandendo le parole: “portaci – fuori – da – qui”! Non se lo fece ripetere. Non trattai sul prezzo della corsa… Non sarei in grado di ricordare quali percorsi fece. Iniziò una specie di raid tra le colline di Giudea. Andammo su alture, strade sterrate, attraversammo piccoli villaggi arabi, arrancammo su ripide salite, sbandammo su curve cieche, infilammo strade strette. Si fermò infine a lato di una stradina secondaria, nei pressi della statale 60 che congiungeva Betlemme a Gerusalemme. Ci indicò, poco lontano, una fermata di autobus. Il buon taxista arabo non se la sentiva di proseguire oltre; aveva già commesso un reato eludendo il posto di blocco e non voleva finire davvero nei guai. Gli diedi, senza obiettare, lo sproposito di denaro che mi chiese. Tornammo finalmente a Gerusalemme con un pullman delle autolinee palestinesi. Ci andò bene, poiché poco dopo avrebbero iniziato a installare la barriera di separazione che avrebbe diviso israeliani e palestinesi e il buon taxista arabo nulla avrebbe più potuto fare. Il giorno seguente, leggendo i giornali, capimmo cosa era successo al posto di blocco di Betlemme. Un ragazzo palestinese aveva fatto un movimento brusco, nervoso, forse di insofferenza, verso il soldato israeliano che stava controllando i suoi documenti. Un secondo soldato, posto a qualche metro di distanza a sorvegliare i movimenti, interpretò quel gesto di intemperanza come un’aggressione al suo commilitone. E fece fuoco. In conclusione: l’ennesima famiglia araba in lutto e un disperato ragazzo israeliano in un carcere militare.

Città vecchia – Edificio ottomano

Una volta mi chiesero: perché Hebron? Cosa significa Hebron? Niente… e tutto, dissi, senza immaginare che quella stessa risposta, anni dopo, sarebbe stata messa in bocca al Saladino da Ridley Scott nel suo magnifico film “Le Crociate”, quando il cristiano Baliano gli chiese: “cos’è per te Gerusalemme”? “Niente. E tutto”.

Date le circostanze, già il nome di quella città ha un che di amaramente ironico. La sua denominazione ebraica, Chevron, ha la stessa radice di “amico” Chaver. Anche il suo nome arabo, “Al Khalil” ha il medesimo significato. Pare quel nome derivi da un patto di amicizia, o quantomeno di alleanza, tra quattro piccole tribù cananee confinanti. La sua storia è davvero molto antica e si confonde con il mito e con la leggenda. Ad uno sguardo superficiale si fatica a comprendere le ragioni per le quali l’Unesco l’abbia inclusa tra i siti patrimonio dell’umanità. Ma con un po’ di attenzione si può infine cogliere come il suo centro storico, con i suoi vicoli e le sue botteghe, sia uno stupendo esempio di architettura ottomana, se solo fosse messo un po’ più in ordine con qualche restauro, qualche edificio ripulito, qualche cavo dell’elettricità in meno a penzolare da un muro all’altro. Il suo “pezzo” forte rimane però l’edificio che gli arabi chiamano con l’equivalente arabo di “Moschea di Abramo” e gli ebrei con quello ebraico di “Tombe, o grotte, dei Patriarchi”. 

L’edificio erodiano delle Tombe dei Patriarchi

Per ebrei, arabi e cristiani, Hebron è la culla delle loro religioni, poiché, secondo la tradizione, al di sotto di quell’edificio, che ricopre alcune grotte, si trovano non solo le tombe di Abramo, Sara, Isacco, Rebecca, Giacobbe e Leah, ovvero, con la sola eccezione di Rachele, sepolta più a nord presso Betlemme – Efrat, i patriarchi e le matriarche delle religioni abramitiche; ma, che ci si creda o meno, anche le stesse tombe di Adamo ed Eva che, secondo una tradizione islamica, vissero qui dopo la cacciata dal giardino dell’Eden e qui morirono e furono sepolti. Non si può non segnalare inoltre che per il carico di storia ebraica di cui è testimone, per gli ebrei la santità di Hebron è seconda solo a quella del “Muro Occidentale” (o “del Pianto”) di Gerusalemme. Quel sito di Hebron è ritenuto il più antico e continuativo luogo di preghiera al mondo.