Inferno: gli ignavi (canto III)

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William Blake – La porta dell’Inferno

Varcata la porta con la celeberrima scritta:

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

Dante e Virgilio si trovano nel vestibolo dell’Inferno; non si può non ricordare l’esperienza di Odisseo che riesce ad arrivare sino alla porta dell’Ade e a chiamare a sé gli spiriti dei morti senza superare la soglia. Dante lo fa e le parole che descrivono la porta sono di una bellezza senza eguali:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Dante viene subito assalito da grida di lamento e di dolore, come è giusto che sia, trattandosi di un luogo di sofferenza eterna. A dire il vero non siamo ancora entrati nell’Inferno vero e proprio, siamo in quella zona chiamata vestibolo. Qui le anime entrano e si dirigeranno verso la sponda del fiume Acheronte per essere traghettati sull’altra sponda e non veder mai più le stelle tanto amate da Dante.

In questo vestibolo si trova il peggio del peggio. La loro sorte è addirittura più infima rispetto a quella di coloro che sono condannati a scontare la loro pena nel punto più stretto dell’Inferno; sono persone così insulse e prive di ogni decenza da non meritare non solo di andare in Paradiso o in Purgatorio ma neanche nell’Inferno, quindi vengono lasciati fuori, alla Porta.

Si tratta degli ignavi. Una gran brutta categoria, dal momento che sono tutte quelle persone e non (vengono puniti qui anche degli angeli, come vedremo) che non hanno mai preso una posizione e non si sono mai schierati né con il bene né con il male. Siccome nell’Inferno dantesco vige la regola del contrappasso, ovvero la colpa che ti viene assegnata è direttamente collegata e contraria al peccato che ti viene imputato, queste anime sono costrette a fare quello che non hanno mai fatto in vita loro.

Dante vede uno stendardo (una bandiera) che corre in questo enorme spazio e una moltitudine di gente è costretta a corriere dietro a questo vessillo. Non hanno mai preso posizione nella vita (la decisione è simboleggiata dalla bandiera), ora sono costretti a correre dietro ad una bandiera per sempre. Nel frattempo, giusto per farli penare maggiormente, vengono punti da vespe e da mosconi; dalle ferite che si procurano esce sangue che cola sino a terra dove viene mangiato dai vermi. Il sangue, la forza vitale di ognuno di noi, che esce dai corpi degli ignavi diventa cibo per i vermi; come se la loro vita non fosse altro che cibo per i lombrichi.

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Priamo della Quercia – Dante nel vestibolo dell’inferno (1403-1483 circa)

Dante è davvero duro con queste anime, tanto da non citare nessuno per nome, come se non meritassero neanche questo onore. Fra la moltitudine vede una serie di angeli, colpevoli di non aver preso una decisione da che parte stare durante la rivolta di Lucifero. Meglio sarebbe stato per loro prendere la decisione di far parte dei cattivi, sarebbero stati meno colpevoli, forse.

Viene indicata una persona, che Dante crede di intravvedere, e la descrive come colui che

fece per viltade il gran rifiuto

Essendo un’anima così vile, non viene neanche nominata e ciò dà adito a diverse interpretazioni.

Per alcuni l’anima vista da Dante è quella di Celestino V (al secolo: Pietro da Morrone), un eremita che venne eletto Papa nel 1294. La sua colpa (vedremo poi perché Dante non riesce a perdonarlo) è quella di non essersi sentito all’altezza del compito che gli veniva chiesto di assumere e decise di rinunciare all’investitura papale. A causa di questo suo rifiuto rivennero fatte le votazioni e fu eletto Papa Bonifacio VIII (la persona che meno di tutti Dante riusciva a sopportare).

Altri, invece, vedono in quest’anima quella di Esaù che barattò la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. Essere primogeniti, per molto tempo, non voleva dire semplicemente essere nato per primo ma era un dovere di assumersi la responsabilità della famiglia ed Esaù ha preferito rinunciare per delle sane e buone lenticchie.

Altri ancora in questa figura ci vedono Ponzio Pilato, colui che non ha preso una decisione molte importante lavandosene le mani, facendo ricadere la colpa sugli altri.

Chiunque sia questa persona, la sua compagnia è fatta di anime di persone

che mai non fur vivi

e come tali non sono mai “esisti”, quindi continuano ad essere “ignoti” nell’aldilà.

L’unica città a cui si fa riferimento in questo terzo canto è Roma, capitale del potere papale.

Superata questa orda di esseri costretti a correre per l’eternità si arriva al fiume Acheronte e qui si avvicina Caronte sulla sua barca. Il traghettatore delle anime non è stato descritto per la prima volta da Dante, è una delle figure descritte da Virgilio nell’Eneide:

Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato.

Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno.

Eneide VI

Una piccola curiosità: in epoca romana il Caronte era una vera e propria professione, era uno schiavo che aveva il compito di controllare che il gladiatore non graziato fosse effettivamente morto e se così non era, doveva infliggergli il colpo mortale.

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Gustave Doré – Caronte

Dante descrive con minuzia di particolari questa figura che è entrata ormai nell’immaginario collettivo. I versi dedicati alla descrizione di Caronte sono tra i più evocativi di questo canto.

Caronte ci viene presentato come un vecchio canuto:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!

Inferno III, 82-84

Come un nocchiere con la barba e gli occhi di fuoco:

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Inferno III, 97-99

I tre versi che lo rappresentano come un demonio dal carattere severo e sistematico sono forse i più belli da un punto di vista artistico:

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia

Inferno III, 109-111


Pubblicato su Latelier 91 il 15 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/15/inferno-gli-ignavi-canto-iii/)

Inferno: la selva (canto II)

Il secondo canto dell’Inferno ci mostra un Dante così umano da far quasi tenerezza. Dopo essersi reso conto di non poter proseguire verso il monte che lo avrebbe fatto uscire da quel luogo poco confortevole si aggiunge a passare la notte nella selva e al calar della notte viene assalito dai dubbi.

Molto intensa è di per sé la scena descritta da Dante. Siamo al buio, momento in cui tutti gli animali interrompono le loro attività per andare a dormire, ed è il momento in cui le persone che pensano troppo e riflettono vengono assalite dalla nostalgia e dai dubbi. A volte si ha anche l’impressione che il crepuscolo e il buio ingigantiscano paure e incertezze che si ridimensionano con il sorgere del sole.

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Gustave Doré – Dante e Virgilio all’imbrunire

Qui Dante paga un tributo a tutti coloro che hanno fatto questo viaggio prima di lui, citando i nomi e facendo atto di umiltà dicendo che la sua paura è dovuto al fatto di non essere all’altezza dei nomi che l’hanno preceduto. A onor del vero, Dante cita solo i nomi che gli interessano, nella storia della Letteratura sono stati molti coloro che hanno svolto questo viaggio ultraterreno; ovviamente Dante non poteva avere la situazione così sotto controllo e poi non era di suo interesse e non era neanche utile ai fini della sua opera.

Ciò che è veramente molto importante, in questo momento della Commedia è proprio questo dubitare. Non siamo di fronti ad un eroe né tanto meno si sta per iniziare una pura e semplice avventura. Dante ci fa capire, attraverso il racconto di quella che vuol sembrare una cronaca, di essere in procinto di iniziare un viaggio che va al di là della possibilità umana, che è un viaggio interiore. Chi fa meditazione sa (e chi non la pratica ha di sicuro sentito dire) che scendere in sé stessi non è così facile e anche lì si corre il rischio di perdersi.

Dante chiederà conforto a Virgilio ma sarà l’apparizione della tanto amata Beatrice a infondere nel nostro poeta il coraggio sufficiente per far cadere ogni dubbio e iniziare questo viaggio. Tre sono le donne che compaiono in questo canto, tre Grazie cristiane che lo proteggeranno e gli permetteranno di vedere e lo guideranno con il loro amore: la Vergine Maria (Grazia preveniente), Santa Lucia (Grazia illuminante) e Beatrice (Grazia operante.

Vediamo insieme chi sono tutti i personaggi che svolgono un ruolo o anche solo vengono citati in questo canto:

  • le Muse: figlie di Zeus e Mnemosine (la Memoria), sono divinità in Grecia e hanno una guida d’eccezione, il radioso Apollo. Esse rappresentano la forma pura d’ispirazione dell’Arte e di per sé sono “l’eterna magnificenza del divino” (come dice Walter Friedrich Otto nella sua opera Theophania). In tutto sono nove:
    • Clio (colei che rende celebre): è la musa della Storia, ovvero del canto epico; viene rappresentata solitamente con una pergamena in mano, spesso srotolata;
    • Euterpe (colei che rallegra): è la musa della Poesia lirica, viene rappresentata con un flauto o le tibie (uno strumento musicale greco);
    • Thalia (colei che è festiva): musa della Commedia, la possiamo riconoscere dalla maschera comica, dalla ghirlanda d’edera e dal bastone;
    • Melpomene (colei che canta): è la musa della Tragedia, i suoi attribuiti sono la maschera tragica, la spada e il bastone di Eracle;
    • Tersicore (colei che si diletta nella danza): musa della Lirica corale e poi la Danza, è rappresentata sempre con una lira;
    • Erato (colei che provoca desiderio): è la musa della Poesiaamorosa, successivamente diventerà la musa anche della Geometria e della Mimica, i simboli che la contraddistinguono sono il rotolo e la cetra;
    • Polimnia (colei che ha molti inni): musa della Danza rituale e del Canto sacro, ovvero il Mimo, è l’unica delle Muse ad essere rappresentata senza oggetti;
    • Urania (colei che è celeste): è la musa dell’Astronomia e dell’Epica didascalica, la possiamo riconoscere perché viene rappresentata con un globo celeste o un bastone (a volte anche solo il suo indice) puntato verso il cielo;
    • Calliope (colei che ha una bella voce): musa della Poesia Epica, è caratterizzata da una tavoletta ricoperta di cera e stilo, oppure da un rotolo nella mano sinistra.
  • Enea: personaggio che abbiamo già incontrato citato nel primo canto;
  • Silvio: è un figlio di Enea, nato dopo la morte del padre. La madre Lavinia, lo nascose in un fitto bosco (selve: da cui deriva il nome Silvio) per paura della reazione del fratello maggiore Ascanio, dopo la morte del quale lo succederà al trono;
  • San Paolo: tutti noi conosciamo la storia di questo santo e della sua conversione; per Dante era molto importante essendo stato un teologo cristiano e soprattutto uno scrittore;
  • 488px-Gustave_Doré_-_Dante_Alighieri_-_Inferno_-_Plate_7_(Beatrice)
    Gustave Doré – Dante e Betrice nella Selva Oscura

    Beatrice: la storia d’amore platonico tra Dante e Beatrice è diventata mito. Quello che sappiamo è che dopo la morte della ragazza (aveva soli 24 anni) Dante vivrà un momento di grande difficoltà emotiva e psicologica. Beatrice Portinari (per gli amici semplicemente Bice) è la musa ispiratrice della maggior parte dei lavori di Dante;

  • Madonna: la Madre per eccellenza, è colei a cui Dante si rivolge per avere protezione in questo viaggio che lo porterà a cambiare e a trovare la Pace di cui tanto ha bisogno sia il nostro poeta sia l’intera umanità;
  • Santa Lucia: questa Santa è patrona di molte città e categorie, soprattutto dei ciechi e degli oculisti (anche degli elettricisti); il ruolo di “grazia illuminante” è di vitale importanza per il nostro Dante che deve compiere un viaggio nell’oscuro Aldilà degli Inferi e deve raggiungere l’illuminazione della Verità salendo sino al Paradiso;
  • Rachele: è una delle figure che ritornano in tutte e tre le cantiche; per la Chiesa Cattolica è Santa Patrona delle madri che hanno perso un figlio, Dante l’ha lasciata nel Limbo sino alla venuta di Cristo che la porterà in Paradiso insieme alle anime dei giusti che l’hanno preceduto.

Per quanto riguarda l’aspetto geografico, in questo canto Dante cita solo la Città Eterna: Roma.


Pubblicato su Latelier 91 il 13 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/13/inferno-la-selva-canto-ii/)

Inferno: la selva oscura (canto I)

In questa passeggiata insieme a Dante e Virgilio per l’Inferno, vedremo insieme la quantità impressionante di luoghi e personaggi citati dal poeta fiorentino durante il suo peregrinare nel sottosuolo. Nostri compagni di viaggio saranno anche Gustave Doré che ha tradotto nelle sue tavole il testo di Dante, in modo classico e William Blake che ha infuso un maggior spirito visionario ad un’opera che di per sé è già unica e visionaria nel suo genere.

Tutti noi consideriamo la Commedia il testo che ha unito la nostra Nazione nel linguaggio e nella cultura. Ma non solo, la Commedia è uno dei pochi testi nella nostra letteratura a citare la Storia del nostro Stato non ancora nato all’epoca e i suoi luoghi più belli. Una vera e propria apoteosi di italianità.

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Gustave Doré – Canto I dell’Inferno

Nella Commedia i primi passi della storia vengono mossi nella celeberrima selva oscura dove Dante si è perso. Nel canto I troviamo molti riferimenti alla cultura di Dante e alla forte influenza religiosa e filosofica della sua Commedia; non sempre è facile riuscire a decodificare tutti i simboli che ha voluto inserire e spesso si corre il rischio di vedere quello che magari Dante non ho neanche pensato.

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Su quel “nostra” si è scritto così tanto che spesso gli studi e le ricerche hanno sconfinato nel ridicolo. Secondo alcuni, Dante ha usato il plurale per farci capire che tutti noi siamo coinvolti in questo percorso mentre per altri rappresenta la volontà di Dante di inserire la maggior parte dei riferimenti culturali che ci appartengono come comunità. Un semplice uso generico per riferirsi alle aspettative di vita dell’epoca con un plurale neutro, no?

L’ispirazione filosofica di Platone nella Commedia è lampante, provate a leggere nella Repubblica il Mito di Er e ci troveremo davvero molto del viaggio di Dante. Il richiamo alla religione, sin dall’inizio è evidente. Se prendiamo i primi versi di Dante e i versetti di Isaia (38, 10) ne possiamo avere un’idea chiara:

Io pensavo: nel mezzo dei miei giorni me ne andrò, alle porte degli inferi sarò trattenuto per il resto dei miei anni, non vedrò più il Signore nella terra dei vivi.

I personaggi che popolano la selva oscura o che vengono citati da Dante nel suo racconto sono molti. Mi permetto di metterli in ordine in un elenco, raccontando qualcosa di loro:

  • la lonza: una sorta di lince che nella simbologia dell’Arte rappresenta la lussuria;
  • il leone: simbolo quasi abusato nella Storia e nell’Arte, in questo caso rappresenta la superbia e la violenza;
  • la lupa: curioso come Dante abbia deciso di usare il femminile e non il maschile. Secondo alcuni questo riferimento è esplicito nei confronti della città di Roma, che come insegna ha la lupa dei due gemelli celeberrimi. Nella Commedia dobbiamo interpretare la sua presenza come simbolo della frode.
  • Virgil_
    Virgilio
  • Virgilio: il suo nome completo è Publio Virgilio Marone, per tutti noi noto con la forma abbreviata, però. Nacque il 15 ottobre 70 a.C. ad Andes (oggi nota come Mantova) e morì il 21 settembre 19 a.C. a Brindisi.La sua influenza sui poeti e gli uomini di cultura che lo seguirono è stata enorme, tanto che lo stesso Dante lo prende come guida per il suo viaggio.
  • il veltro: un altro passo divertente è la cosiddetta Profezia del Veltro, alcuni la intendono come un atto di cambiamento che viene messo in atto da Dio nell’umanità, altri la intendono da un punto di vista politico altri ancora si sono inventati spiegazioni decisamente fantasiose. Questa parola, nella nostra lingua, è caduta ormai in disuso ma era molto usata in epoca medioevale, indicava il cane da caccia tipo levriero.
  • Cesare: colui che transitò Roma dalla Repubblica all’Impero. È, senza ombra di dubbio, il personaggio più importante e influente di tutta la Storia; nato a Roma il 13 luglio 101 a.C. (o forse il 12 luglio 100 a.C.) e morto nella Città Eterna il 15 marzo 44 a.C. è stato un militare, console, dittatore, pontefice massimo, oratore e scrittore romano.
  • Augusto: il primo imperatore romano, che regnò dal 27 a.C. al 14 a.C. Attuò dei cambiamenti all’interno dell’Amministrazione di Roma ridando le cariche al Senato che in cambio lo riconobbe capo dell’esercito e del Senato stesso.
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    Paolo Farinati – Incendio di Troia: Enea e Anchise (1590 circa)
  • Enea: uno dei grandi eroi della mitologia greca e romana, che Dante conosceva e amava. Fu uno dei guerrieri più valorosi durante la guerra di Troia (combattere dalla parte di Priamo e dei Troiani) e fu secondo solo al valoroso Ettore. Il padre di Enea è Anchise e la madre la dea della bellezza (Afrodite/Venere).
  • Anchise: da giovane era bellissimo, tanto che fece innamorare anche Venere. Tanta bellezza però non gli servì a nulla contro la punizione di Zeus che lo rese zoppo, da lì il significato del “curvo”, “storto” (si pensi all’uso odierno della parola anchilosato). Celebre è il racconto della fuga dall’incendio di Troia sulle spalle del figlio.
  • Camilla: è uno dei personaggi dell’Eneide di Virgilio. La sua storia si intreccia con quella di Enea, stesso. Anche lei fu salvata dalla fuga, dal padre quando la piccola era ancora in fasce. Una ragazza valorosa in guerra e nell’uso delle armi, che sembrava preferire a qualsiasi forma di amore, ovviamente morirà vergine e sarà un simbolo importante nelle Arti e nella Poesia.
  • Eruialo e Niso: sono due giovani guerrieri presenti nell’Eneide di Virgilio, fuggiti da Troia. Il loro rapporto di amicizia è fortissimo e vengono presi come esempio della manifestazione di amicizia fraterna e affettuosità omoerotica.
  • Turno: bellissimo semidio re dei Rutuli (popolo che abitò l’Italia prima dei romani nella zona dell’attuale Lazio); nell’Eneide di Virgilio è l’antagonista di Enea.

Le città citate in questo primo canto sono Mantova, Roma, Troia e in generale la nostra cara (e non molto vecchia) Italia.

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William Blake – Inferno, Canto I


Pubblicato su Latelier 91 il 6 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/06/inferno-la-selva-oscura-canto-i/)

Inferno: benvenuti!

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Auguste Rodin – Porta dell’Inferno (1880/1917)

Prima di tutto lasciate che vi dia il mio più caloroso benvenuto!

Stiamo per varcare la soglia degli inferi e vedremo cosa si cela dietro di essa; secondo la dettagliata guida di viaggio redatta da Dante. Non so se la porta sarà così bella come quella realizzata da Rodin ma c’è proprio da sperarlo!

L’idea dell’Inferno non è una prerogativa del mondo cristiano dal medioevo ai giorni nostri, ovviamente. Da sempre l’essere umano ha avuto la necessità di individuare degli spazi di residenza eterna per le anime, che in modo molto opportuno vengono divise tra buone e cattive per evitare disordini sociali ultraterreni.

Per ora il nostro viaggio in compagnia di Dante e Virgilio farà tappa all’Inferno, il luogo più “divertente” di tutta quanta la Commedia. Un inciso, spero di non creare confusione mentre leggete ma non mi riesce di chiamarla “Divina Commedia”; preferisco riferirmi a quest’opera con il suo titolo Commedia. Il titolo con la quale conosciamo oggi quest’opera è di Giovanni Boccaccio (non di Dante!) che nel suo commento elevò la commedia (il genere più basso della letteratura di allora) ad un livello “divino” per due ragioni: i temi trattati (aldilà) e la lingua usata!

Ovviamente, l’inferno è legato da sempre con il sottosuolo. Il mondo “sotterraneo” è legato al nome stesso, infatti in latino infernu(m)inferus indica tutto ciò che è sotto la terra.

La prima immagine del mondo degli inferi ci arriva dalle antiche culture mediorientali. Su sette (numero molto interessante) tavolette è stata trovata una leggenda che racconta come all’inizio della Storia esistesse la dea Tiamtu (anche riportata come Tiamat – nome che significa “profondità, abisso”) che aveva le sembianze di un enorme serpente mostruoso, molto forte e ovviamente maligno. Con il suo enorme corpo spazza il mare e si mostra solo di notte. Tiamtu ha molti figli e sono tutte creature mostruoso.

Molto interessante è l’idea dell’aldilà degli Egizi. Un mondo complicato e molto popolato, come sappiamo. Uno dei primi casi in cui si deve sottostare a delle prove e ad un giudizio per ottenere il lasciapassare alla zona che ci spetta per l’eternità: o insieme ai buoni o insieme ai cattivi.

Anche l’aldilà degli Etruschi non era per niente noioso. Dopo il colpo di martello del dio Charun, che separava in questo modo l’anima dal corpo, si era giudicati per vedere se si poteva godere della gioia celeste o del tormento universale.

Nel suo Inferno, Dante ci presenta perfettamente la concezione medioevale della Chiesa e dei fedeli riguardo questo luogo di perdizione. Dante ha avuto questa opportunità rara di poter visitare l’Aldilà ed è così gentile da offrirci la sua testimonianza in modo che anche noi possiamo conoscere cosa ci attende se ci comportiamo male e rimetterci sul giusto cammino.

Ci tengo a sottolineare che sia un’opportunità rara quella offerta a Dante e non unica. Infatti, non è stato l’unico a poter visitare questi luoghi. Tra i vari viaggiatori dell’Aldilà possiamo ricordare: Ulisse, Enea, Scipione, Orfeo, Tundalo, San Brandano, Maometto e Er.

Questo luogo, per i cristiani, si è creato durante la caduta dell’Angelo ribello: Lucifero. Scaraventato giù dal cielo durante la ribellione e la conseguente litigata celeste, cadde di faccia verso la nostra Terra, che pur di non toccare l’Angelo cattivo si ritirò, spostandosi finché Lucifero rimase conficcato nella parte più stretta di questo imbuto che si venne a creare. Siccome, scientificamente, nulla si crea e nulla si distrugge nella nostra dimensione, la terra che si spostò creò una montagna dalla parte opposta del globo, meglio conosciuta come Purgatorio.

Bene, non ci resta che varcare questa soglia…

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Sandro Botticelli – “Inferno” dai disegni per la Commedia (1480-1495)


Pubblicato su Latelier 91 il 30 marzo 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/03/30/inferno-benvenuti/)

Dantedì: un omaggio al Divino Poeta

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi trovai per una selva oscura
ché la dritta via era smarrita

Inferno – Canto I

L’Inferno dantesco è la cantica, senza dubbio, più conosciuta tra le tre cantiche che compongono la Divina Commedia, e la più affascinante per i temi che affronta, attuali ed eterni, quali l’amore, la passione, l’invidia, i contrasti politici, il desiderio di conoscenza che va oltre lo scibile umano e che sfida Dio.

All’inizio del viaggio Dante incontra tre fiere, la lonza che rappresenta la lussuria, la lupa la cupidigia e l’avarizia e il leone la superbia.

Da lì inizia il suo viaggio attraverso l’inferno, tra peccatori e pene comminate secondo la legge del “contrappasso”, per Dante è la pena cui sono sottoposti i peccatori che riproduce i caratteri essenziali della colpa o alcuni di essi per analogia o per contrasto.

Pier delle Vigne, consigliere fidato di Federico II, suicida per essere stato condannato, pur innocente:

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Canto XIII

Ciacco, un fiorentino noto per la sua ingordigia:

Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:
per la dannosa colpa de la gola,
come tu vedi, a la pioggia mi fiacco…”

Canto VI

I custodi e i giudici dell’Inferno:

Cerbero, fiera crudele e diversa con tre gola caninamente latra

Caron dimonio dagli occhi di bragia…

Stavvi Minòs, orribilmente ringhia: essamina le colpe ne
l’intrata; giudica e manda secondo ch’avvinghia

Il Conte Ugolino, tradito e proditoriamente rinchiuso in una torre assieme ai suoi figli, li vede morire ad uno ad uno finchè

più del dolor potè il digiuno

Unknown
Paolo e Francesca


Paolo
e Francesca, i due amanti trascinati da una bufera infernale, allo stesso modo della passione che li ha travolti in vita, trafitti da una stessa lama. Dante, pur condannando il peccato da loro commesso, esalta l’amor cortese

Amor che a nullo amato amor perdona

significando che l’amore deve essere corrisposto, ma nell’ascolto della narrazione:

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese di costui piacer sì forte
che, come vedi, ancor non m’abbandona

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancilotto come amor lo strise;
soli eravamo e sanza alcun sospetto

Quando leggemmo il disiato riso
esser baciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso,
la bicca mi baciò tutto tremante.
Galeotto fu ‘libro e chi lo scrisse:
quel giorno più non vi leggemmo
avante

Canto V

Il mitico Ulisse, eroe greco della Guerra di Troia, per soddisfare la sete di conoscenza:

l’ardore, ch’i ebbi a divenir del mondo esperto e delli vizi umani e del valore

osa sfidare gli dei oltrepassando le colonne d’Ercole, limite oltre al quale l’uomo, secondounnamed la tradizione, non può andare, con pochi compagni intraprende il viaggio convincendoli con

questa  orazion picciola

Fatti non foste a viver come bruti , ma per seguir virtute e canoscenza

Un vortice simile a un gorgo come “altrui piacque” li inghiotte

infin che’l mar fu sovra noi richiuso

Canto XXVI

Ulisse-Atena-e-il-naso-di-Pinocchio

La follia in Dante : Ulisse e il Conte

Tanti sono gli autori che hanno trattato della follia: Ariosto e l’insensato inseguimento di Orlando ad Angelica; Konrad e la pazzia del nero cuore di Kurt; Pirandello e il consapevole esilio del suo Enrico IV; il dantesco folle volo di Ulisse al di là del confine di ciò che è noto e possibile.

Dante ci fornisce, proprio con Ulisse, il suo concetto di follia: all’uomo sfugge l’essenziale e si perde follemente in occupazioni vane che lo smarriscono nella selva del peccato. Egli ha sperimentato di persona la superbia intellettuale, l’avere, cioè, voluto cercare risposte ai troppi dubbi della mente, senza rassegnarsi al fatto che l’ultima verità la si attinge

Odysseus and Leukothea on the ocean

unicamente dalla Grazia che è premio della Fede e si è smarrito nella sua personalissima selva e quando viene soccorso da Virgilio,che gli propone il salvifico viaggio, dubita di esserne all’altezza e il maestro lo deve rassicurare, dicendogli che rinunciare per ignavia al viaggio sarebbe peccato simmetrico a quello di superbia.Allo stesso modo, per troppa fiducia nel proprio ingegno, pecca Ulisse che ormai “tardo” (vecchio), spera di potere arrivare all’ultima verità, al segreto “de li viziumani e delvalore”. Il “folle volo”è tale perché Ulissepresuntuosamentecrede di non avere bisogno di alcuno per intraprendere un viaggio verso una verità che non può essere toccata dalla superbia umana. Dante si ricorderà di Ulisse nel canto introduttivo del Purgatorio “mi dolsi e ancor mi dolgo”e ancora quando sta per giungere alla visione di Dio, dopo che San Pietro lo ha definitivamente investito del compito di raccontare quanto ha potuto vedere nel suo viaggio e si volge verso la terra e scorge “il varco folle”di Ulisse, il suo alter ego, l’eroe più grande che non ha saputo accontentarsi dei limiti posti alla mente umana e per questo sprofondato agli inferi.Per Dante, uomo del medio evo, follia non è altro che l’errare, ossia il vagare dell’uomo  lontano dalla via che salva.Non v’è dannato nella Commedia che sia salvo dalla follia, non solo Ulisse ma  Paolo e Francesca travolti dai lori folli sensi e Ugolino che nella pazzia della fame divora i figli, estrema metafora della bramosia che tutto distrugge e divora.

Ugolino della Gherardesca, contedi Donoratico, patrizio di Pisa, vicario di Sargegna, fu uno dei politici più in vista di Pisa, militava tra i guelfi ed il suo nemico acerrimo Ruggeridegli Ubaldini, Arcivescovo di Pisa,  era a capo della fazione ghibellina. Era l’epoca delle sanguinose lotte fratricide tra città e Ugolino, capo della flotta navale pisana, si trovò in guerra contro Genova che mirava ai possedimenti sardi di Pisa. La flotta pisana venne sconfitta a Capo Meloria e la colpa ricadde su di lui, che venne accusato di tradimento. Con le trattative di pace non andò meglio, Pisa si vide presentare un conto salato che comprendeva anche la cessione di Castel di Castro (oggi Cagliari) in cambio dei prigionieri di guerra pisani. Tra questi vi erano quasi tutti i capi della fazione Ghibellina e forse fu questa la circostanza che spinse il Contea rifiutare. Da quel momento cominciò ad esser visto dai suoi concittadini non solo come un traditore di guerra ma anche come un traditore politico. Quando venne accusato dell’assassinio di un nipote di Ruggeri, per lui fu la fine,l’Arcivescovolo feceimprigionare con figli e nipoti nella Torre della Munda e lì lasciati a morire di inedia.

Non è affatto provato che abbia davvero divorato i suoi figlioli, la triste fama gli è stata appiccicata da Dante che lo colloca nella Antenora, la seconda zona del nono cerchio dell’Inferno,ove sono puniti i traditori della Patria e dove egli appare come un folle vendicatore che brutalmente divora la testa di Ruggeri. Il Conte è posto tra i traditori eppure per tutto il canto Dante ce lo fa vedere come tradito, solo in una terzina lascia intendere che fosse stato un traditore per aver ceduto territori e possedimenti al nemico “…che se’l conte avea vocedi aver tradita te de le castella, non dovevi tu i figliuoliporre a tal croce..”. Ma per Dante, più che traditore politico egli è traditore della natura umana, incapace di perdono tradisce il comandamento di Dio e follemente distrugge se stesso mentre crede di poter godere della vendetta inflitta al suo aguzzino. Tenta, il Conte, giustificazioni al suo folle agire ma non suscita quella pietà che suscitano gli altri dannati: l’odio politico lo ha reso una fiera cieca e folle non meno crudele di quanto sia stato il suo carnefice.

A estrema damnatio memoriae l’abitazione pisana del Conte, sul lungarno, venne abbattuta e fu sparso sale sul terreno perché nulla vi crescesse. Ancora oggi ove si trovava è l’unico spazio verde sulla sponda meridionale del Lungarno Galilei di Pisa.

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