Lezione americana no. 5: la molteplicità

Quanno me chiammeno!…Già. Si me chiammano a me…può sta ssicure ch’è nu guaio

Un maledetto imbroglio
Locandina del film

così parla, tra dialetto napoletano e molisano, il commissario Ingravallo, don Ciccio, de Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda, da questo il film Un maledetto imbroglio magistralmente diretto e interpretato da Pietro Germi.

… la decorosa quiete di un grigio palazzo, er palazzo d’oro, in Via Merulana scossa come se una vampa, calda, vorace, avventatasi fuori dall’inferno l’avesse d’improvviso investita – una vampa di cupidigia e brutale passione.

È il ritratto di una città e di una nazione, siamo nel 1927, degradate, dove si riversa a ondate tumultuose una realtà pertubata e molteplice.

Per il commissario le “inopitate” disgrazie

non sono mai la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo […] ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali divergenti, un groviglio, un garbuglio o gnommero, gomitolo.

Il viaggio di Calvino  alla ricerca di esempi di molteplicità parte da Carlo Emilio Gadda,  ingegnere, con la passione per la scrittura: il suo romanzo è la rappresentazione di un mondo inteso come “sistema dei sistemi”, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato.

Ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete di relazioni di cui si moltiplicano i dettagli in modo che le descrizioni e divagazioni diventano infinite.

Un esempio nel capitolo 9: il ritrovamento dei gioielli:

relazioni di ogni pietra preziosa con la storia geologica, con la sua composizione chimica, con  i riferimenti storici e con tutte le destinazioni possibili, e con le associazioni di immagini che esse suscitano.

Molto prima di internet, Gadda aveva imparato a guardare al mondo come ad una rete, infinita e incontrollabile, che può arrivare a comprendere tutti gli aspetti della realtà stabilendo tra essi connessioni sottili ma fortissime.

Il più assoluto giallo che sia mai stato scritto, un giallo senza soluzione, un pasticciaccio.

Leonardo Sciascia

Un altro ingegnere Robert Musil, autore de L’uomo senza qualità, esprime la sua tensione tra esattezza matematica e approssimazione degli eventi umani attraverso una scrittura scorrevole, ironica e controllata. “Una matematica delle soluzioni” questo era il sogno di Musil.

La conoscenza per Musil è coscienza dell’inconciliabilità tra due polarità opposte, “esattezza e irrazionalità”, entrambe presenti nel suo romanzo che sembra disfarglisi tra le mani per il continuo cambiamento.

Gadda e Musil, scrittori e ingegneri

61nPvDKSxcLL’uno per cui comprendere era lasciarsi travolgere nella rete delle relazioni, l’altro che dà l’impressione di capire tutto nella molteplicità dei codici e dei livelli senza lasciarsi mai coinvolgere, hanno un dato in comune: l’incapacità a concludere.

Neanche Marcel Proust

riesce a vedere finito il suo romanzo-enciclopedia La recherce, non per mancanza di disegno […] ma perché l’opera va infoltendosi e dilatandosi dal di dentro in forza del suo stesso sistema vitale. […] Il mondo si dilata fino a diventare inafferrabile e per Proust la conoscenza passa attraverso la sofferenza di questa inafferrabilità.

In questo senso la gelosia per Albertine è una tipica esperienza di conoscenza:

[…] E comprendevo l’impossibilità contro la quale urta l’amore […]

e il procedere a tentoni alla ricerca dei punti spazio temporali provoca

la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni.

Marcel Proust – La prisonniere

E ancora sul dilagare della modernità: i telefoni, gli aeroplani, la sostituzione delle carrozze con le automobili modificano il rapporto dello spazio con il tempo.

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L’opera di Proust: “A la recherche du temps perdu”

L’art en est aussi modifié” e così l’avvento della modernità non fa solo parte del “colore del tempo” ma della forma stessa dell’opera, “della sua ansia di dar fondo alla molteplicità dello scrivibile nella brevità della vita che si consuma”.

 La montagna incantata, capolavoro di Thomas Mann, è la summa dei temi che caratterizzeranno la cultura del nostro secolo:

Dal mondo chiuso di un sanatorio si dipartono tutti i fili che saranno svolti dai maitres à penser del secolo.

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Aveva consumato, si può dire, la settimana aspettando per sette giorni il ritorno di quella stessa ora, e aspettare significa precorrere, significa considerare il tempo non come dono, ma soltanto come un ostacolo, negarne il valore, annullarlo e scavalcarlo con la mente. Aspettare, si dice, è noioso, anzi propriamente , il contrario in quanto inghiotte periodi di tempo senza che siano vissuti e sfruttati per se stessi.

Thomas Mann – La montagna incantata

Calvino, a conclusione della sua ultima lezione, tira le fila del  suo pensiero, collegando Paul Valery a Jorge Louis Borges l’uno che

d’una letteratura ha fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia

l’altro di cui

ogni testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico […]

Il saggio sul tempo El jardìn de los senderos que se bifurcan

si presenta come racconto di spionaggio, che include un racconto logico metafisico, che  include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine.

Calvino Nel castello dei destini incrociati tende a moltiplicare le narrazioni

partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come un mazzo di tarocchi

e il risultato è

unire la concentrazione nell’invenzione e nell’espressione con il senso delle potenzialità infinite.

 

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni?

 

 Ogni vita è un’enceclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Siamo nel nuovo millennio… ardua è la sentenza.

Dante?… Quello della Divina Commedia?… Sì, lo conosco! — Latelier 91

Ero impegnato a pensare di procurarmi, per uscire dagli schemi troppo frequentati, argomenti inusuali e frivoli su Dante Alighieri, ad esempio, quali erano i suoi cibi preferiti o come si vestiva d’inverno, quando ricevetti una telefonata di monsieur de Troisville, gentiluomo francese che il lettore attento ricorderà essere intervenuto su queste pagine con un resoconto […]

Dante?… Quello della Divina Commedia?… Sì, lo conosco! — Latelier 91

Lezione americana no. 4: la visibilità

V0047947 A cone-shaped mountain rises out of the sea, crowned by a trPoi piovve dentro all’alta fantasia

Dante Alighieri – Purgatorio XVII, 25

Siamo nel girone degli iracondi e Dante sta contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente, e che rappresentano esempi classici e biblici di ira punita; Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è Dio che gliele manda.

La visione di queste immagini è una visione interiore e si impone all’intelletto, e anche il cammino verso il Paradiso diventa, dunque, occasione per ragionare sulla fantasia, quella generata dalle parole e dalle immagini, in un movimento uguale e contrario.

Un “cinema mentale” che non cessa mai di proiettare immagini alla nostra visione interiore.

È significativa l’importanza che l’immaginazione visiva” riveste negli Esercizi spirituali di  Ignacio de Loyola che all’inizio del suo manuale prescrive la “composizione visiva” del luogo in cui contemplare Cristo, un luogo in cui perdersi ma entro una cornice disegnata, ben delimitata, mai mistica.

Visualizzare per giungere alla vicinanza di Dio, come se rivendicasse

per ogni cristiano la grandiosa dote visionaria di Dante e di Michelangelo.

       Dipingere il divino nella mente per raggiungerlo in senso quasi fisico

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il primo punto è vedere le persone, ossia vedere Nostra Signora e Giuseppe e l’ancella e il bambino Gesù appena nato, facendo di me stesso un poveretto, un infimo indegno schiavo, guardandoli, contemplandoli e servendoli nelle loro necessità, come mi trovassi lì presente, con tutta la devozione e riverenza possibile; e poi riflettere su me stesso per ricavarne qualche profitto.

Da Esercizi spirituali Ignacio de Loyola

Da questa idea scenografica del rapporto con il divino nasce la grandiosità dell’iconografia della controriforma, ma, dice Calvino

si trattava sempre di partire da un’immagine data, proposta dalla Chiesa stessa, non immaginata dal fedele.

Da dove viene l’immaginazione?”. Nel nuovo millennio ci saranno la “novità, l’originalità, l’invenzione”? Calvino parla e cita argomenti che riguardano le origini dell’immaginazione, come l’inconscio collettivo, concetto filosofico in cui ognuno può accedere a una conoscenza universale a tutta l’umanità, e l’anima del mondo, concetto neoplatonico in cui l’immaginazione viene vista come comunicazione con l’universo stesso.

C’è anche un altro tipo di immaginazione,

un repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.

Lo spiritus phantasticus di Giordano Bruno  ben definisce l’idea dell’immaginazione: un “mundus quidem et sinus inexplebilis formarum et specierum”, un mondo o un golfo, mai saturabile, di forme e d’immagini.

Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la civiltà dell’immagine? Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione.

La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.

Il suo è  un messaggio di avvertimento:

il pericolo sta nel perdere il potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi, di far scaturire i colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

E un ricordo dell’infanzia si affaccia alla sua memoria: la lettura del Corriere dei piccoli, in Italia si disegnavano senza senza balloons, sostituiti da due o quattro versi rimati sotto ogni cartoon.

Corrierino-dei-piccoliDa piccolo, non sapendo leggere, gli erano sufficienti le immagini, da grande preferiva fantasticare “dentro le figure e nella loro successione”.

Da questa operazione, di ricavare delle storie dalla successione delle immagini, nasce il Castello dei destini incrociati in cui Calvino, oltre a “giocare” con i tarocchi, “gioca” con i quadri della grande pittura: Carpaccio a San Giorgio degli Schiavoni a Venezia, e

seguendo i cicli di San Giorgio e di San Girolamo come fossero una storia unica, la vita di una sola persona e di identificare la mia vita con quella del Giorgio-Girolamo.

ci invita alla prossima e ultima lezione: La molteplicità.

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Dante non ha scritto solo la Divina Commedia — Latelier 91

Dante deve la sua fama universale alla Commedia ma, come intellettuale e politico, non tralasciò dall’intervenire in uno dei temi più caldi del suo tempo. Con il De monarchia (un trattato in tre libri) espresse la sua originale visione del rapporto tra stato, religione e fine spirituale della Chiesa. All’epoca, l’opera (scritta tra il 1308 e il 1318, pare […]

Dante non ha scritto solo la Divina Commedia — Latelier 91

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Lezione americana no. 3: L’esattezza

Maat
La dea Maat

Maat, la dea della bilancia nell’antico Egitto apre la terza lezione sull’esattezza: Maat è una piuma usata come peso sul piatto della bilancia su cui si pesano le anime.

Da questa immagine scaturisce il discorso di Calvino sull’esattezza; per lui esattezza è:

  • un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
  • l’evocazione d’immagini nitide, incisive, memorabili;
  • un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

L’esattezza è un valore necessario a fronte di un uso sempre più vago, approssimativo del linguaggio e la letteratura è l’unico ambito che può contrastare il livellamento del linguaggio, ovvero l’imbarbarimento dell’uso della parola come una pestilenza.

Per rafforzare la sua teoria sull’esattezza, Calvino prende come esempio Giacomo Leopardi nonostante il poeta ritenga che il linguaggio poetico per essere tale deve essere vago, impreciso:

Le parole lontano, antico sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite…

Le parole notte e notturno “evocano” un’immagine vaga, indistinta, incompleta…

Giacomo Leopardi – Zibaldone

All’uomo, infatti, piace immaginarsi l’ignoto, l’indefinito ma per descriverlo occorre una grandissima precisione, meticolosità e minuziosità nei dettagli e Leopardi è quindi un testimone a favore dell’esattezza:

la ricerca dell’indeterminato diventa l’osservazione del molteplice, del formicolante, del pulviscolare…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi – L’infinito

Dal poeta del “vago” a Robert Musil autore de “L’uomo senza qualità”: Musil sostiene che esattezza e indeterminatezza sono i poli tra cui oscillano le congetture filosofiche e ironiche di Ulrich, protagonista del libro: l’uomo

possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la perfezione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito.

(vol.1, parte II,cap.61)

Ulrich è rassegnato di fronte alle sconfitte ma sostenuto dall’esattezza, Monsieur Teste, altro personaggio creato da Paul Valery è convinto che

lo spirito umano possa realizzarsi nella forma più esatta e rigorosa

e affronta il dolore fisico attraverso un esercizio di astrazione geometrica.

[…] Allora traggo dalla mia memoria una domanda, un problema qualsiasi… e mi concentro. Conto dei granelli di sabbia e finché li vedo… il dolore crescendo esige tutta la mia attenzione: Ci penso!-Attendo…

Calvino si chiede se non sono proprio le cose più precise ed esatte, i numeri, le forme geometriche, a dare la più grande vaghezza, i numeri e le rette sono infinite!

Il gusto della composizione geometrizzante ha sullo sfondo l’opposizione ordine-disordine: nell’universo, simbolo del caos, si possono individuare delle zone d’ordine: la letteratura è una di queste, l’esistente prende forma, si cristallizza.

george-batchvarov-firecrystal-160907Il cristallo, con la sua esatta sfaccettatura è il modello di perfezione, l’immagine di invarianza e regolarità delle strutture che si contrappone alla fiamma, immagine di costanza di una forma globale esteriore, malgrado l’incessante agitazione interna: queste due figure sono categorie per classificare fatti, idee, stili, sentimenti ed entrambe non vanno dimenticate.

Le città invisibili rappresentano il libro-esattezza di Calvino: la città simbolo in cui si concentra la razionalità geometrica e il “groviglio delle esistenze umane”.

Le città invisibili

Calvino, nello scrivere questo libro, si accorge che la ricerca dell’esattezza si biforca in due direzioni: da una parte

la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi dall’altra lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.

Calvino si rende conto che non raggiungerà mai questi obiettivi, per questi motivi da una parte il linguaggio rappresenta già di per sé una specie di filtro, che comunque modifica la realtà dall’altra il linguaggio dirà sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’inesprimibile.

Da queste riflessioni nasce il libro Palomar che riflette sui problemi di conoscenza minimale, per stabilire relazioni con il mondo.

Per la stesura di questo libro si è ispirato alla poesia L’anguilla di Eugenio Montale,

una poesia di una sola lunghissima frase che ha la forma dell’anguilla, segue tutta la vita dell’anguilla e fa dell’anguilla un simbolo morale

e a Le parti pris des choses di Francis Ponge, intenti a ricostruire la fisicità del mondo attraverso le parole, trasformando il semplice linguaggio in “linguaggio delle cose”.

La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.

Un esempio di lotta con la lingua per comunicare al meglio è data da Leonardo da Vinci “omo sanza lettere” come lui stesso si definiva, preferiva trasmettere i suoi pensieri con la pittura ma a volte sentiva il bisogno di scrivere,

di usare la scrittura per indagare il mondo nelle sue manifestazioni multiformi e nei suoi segreti e anche per dare forma alle sue fantasie, alle sue emozioni, ai suoi rancori.

Nel foglio 265 del Codice Atlantico Leonardo comincia ad annotare prove per dimostrare le tesi della crescita della terra, fa esempi di città sepolte, passa ai fossili marini, alle ossa di un dinosauro e lo immagina fluttuare tra le onde, a quel punto lo disegna e cerca le parole per descriverlo.

O quante volte fusti tu veduto in fra le onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento!

Poi cerca di movimentare l’andamento del mostro, introducendo il verbo volteggiare che, però, gli sembra attenui l’impressione di imponenza e di maestà che vuole evocare quindi sceglie il verbo solcare.

L’inseguimento di questa apparizione che si presenta quasi come simbolo della forza solenne della natura ci apre uno spiraglio su come funzionava l’immaginazione di Leonardo.

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Incontri con Alighieri Dante, professione Sommo Poeta — Latelier 91

Essere isolati tra quattro mura sollecita anche azioni prettamente materiali, come porre mano a quanto ci sta attorno con l’intenzione di mettere ordine, selezionare per mantenere o destinare alla discarica. Nel farlo mi è venuto tra le mani, rovistando tra libri e libretti ormai dismessi dal figlio da tempo adulto, un cartonato di una trentina […]

Incontri con Alighieri Dante, professione Sommo Poeta — Latelier 91

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Lezione americana no. 2: la rapidità

La rapidità: un viaggio nel rapporto tra letteratura e tempo, una ricchezza di cui lo scrittore dispone con agio e distacco e per spiegare la sua idea, Calvino cita una vecchia leggenda che ha come protagonista Carlo Magno.

In questa leggenda

c’è una successione di avvenimenti che si incatenano l’uno all’altro: l’innamoramento d’un vecchio per una giovane, un’ossessione necrofila, una propensione omosessuale e alla fine tutto si placa in una contemplazione melanconica: il vecchio re assorto alla vista del lago.

Le vittime d’amore di Carlo Magno non sono amate in quanto tali bensì in quanto possessori di un anello magico che  pone il legame verbale, parola amore o passione, congiunto al legame narrativo espresso dall’anello magico.

L’anello magico è il vero protagonista della leggenda, sono i suoi spostamenti a determinare le scelte, i movimenti , gli stati d’animo : è l’anello che stabilisce i rapporti tra i personaggi.

Calvino preferisce la versione dello scrittore francese Barbey d’Aurevilly:

Il suo segreto sta nell’economia del racconto: gli avvenimenti, indipendentemente dalla loro durata, diventano puntiformi, collegati da segmenti rettilinei, in un disegno a zig zag che corrisponde a un movimento senza sosta.

Anche nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto sono gli oggetti, scudi, elmi, spade, cavalli a creare un rapporto tra i personaggi e a renderlo dunque vivo e funzionale alla storia narrata: storia di paladini, armi ed eroi, in fondo schiavi degli oggetti che detengono.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto

   …  …   …   …   …

Indosso la corazza, l’elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo

Orlando Furioso

La rapidità, per Calvino non va confusa con la velocità:

La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura, tutte qualità che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento ad un altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte.

Ogni racconto è un’operazione sulla durata nel senso che il tempo narrativo può essere ritardante, ciclico agendo sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo.

Mille e una notte

Prendiamo Le mille e una notte:

l’arte di Sheherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto: due operazioni sulla continuità e discontinuità del tempo.

E il disagio che si prova quando qualcuno pretende di raccontare una barzelletta, sbagliando gli effetti, soprattutto le concatenazioni e i ritmi.

Un esempio si trova in una novella del Decamerone di Boccaccio quando un giovane dell’allegra brigata sfuggita alla peste di Firenze si offre di raccontare una novella:

[…] egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola e tornando ora indietro e talvolta dicendo: “Io non dissi bene” e spesso nei nomi errando…”. Alla fine madonna Oretta, stremata e con un peso al cuore, gli si rivolge dicendo: “Messer, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè”.

Decamerone, Novella VI,1

Decameron

La novella è un cavallo: un mezzo di trasporto, con una sua andatura, trotto o galoppo, secondo il percorso che deve compiere ma la velocità di cui si parla è una velocità mentale. I difetti del narratore maldestro sono soprattutto offese al ritmo

e all’agilità d’espressione e del pensiero.

Leopardi che condusse una vita sedentaria nello Zibaldone scrive:

La velocità, per esempio, dei cavalli o veduta, o sperimentata (…) è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica…

21 ottobre 1821

Cavallo

La metafora del cavallo per la velocità della mente è forse stata usata da Galileo Galilei  che nel Saggiatore disserta sul discorrere, discorso come ragionamento e in particolare deduttivo. Il discorrere per lui è come correre:

la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono qualità del pensar bene.

Il discorrere è come il correre, e non come il portare, ed un caval berbero solo correrà più che cento frisoni.

Galileo, 45

Nel Dialogo dei massimi sistemi sono contrapposti Sagredo e Salviati, l’uno velocissimo nel discorso, portato verso l’immaginazione verso “voli pindarici”, l’altro ragionatore metodologicamente rigoroso, prudente e cauto.

Sarà Salviati a definire la scala di valori in cui Galileo situa la velocità mentale,

il ragionamento istantaneo, senza passaggi, è quello della mente di Dio…

ma l’intervento di Sagredo sull’invenzione dell’alfabeto porterà Galileo a dissertare sulla combinatoria alfabetica che è lo strumento insuperabile della comunicazione.

In epoca recente Jorge Luis Borges, in difficoltà all’età di 40 anni a passare dalla prosa saggistica a quella narrativa, finge che il suo libro sia scritto da un altro e tutti vi credono e in questa “nuova” fase Borges realizza

le sue aperture verso l’infinito senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti.

La concisione è un’arte: Borges e Bioy Casares hanno raccolto un’antologia di Racconti brevi e straordinari, composti anche di una sola riga, a parere di Calvino risulta straordinario lo scritto di Augusto Monterosso, guatemalteco:

Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì

(traduzione: Quanto si svegliò, il dinosauro era ancora lì)

Calvino appassionato di mitologia, ci riporta a Mercurio e a Vulcano, l’uno con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile, adattabile e disinvolto, l’altro dio che non spazia nei cieli ma vive rintanato nella sua fucina, l’Etna, a fabbricare armi di ogni tipo e contrappone al volo aereo di Mercurio l’andatura claudicante e il battere cadenzato del martello.

Da un testo “Histoire de notre image” di André Virel, Calvino scopre che Mercurio rappresenta la sintonia, cioè la partecipazione al mondo intorno a noi, Vulcano la focalità, cioè la concentrazione costruttiva. Entrambi quindi contribuiscono alla scrittura: il tempo di Mercurio, un messaggio di immediatezza, intuizione istantanea, il tempo di Vulcano, utile perché i sentimenti e i pensieri maturino e si allontanino dall’impazienza e dalla contingenza effimera.

E a conclusione della seconda lezione una storia singolare, cinese, che ha come protagonisti il re e il pittore Chuang-Tzu. Il re commissiona il disegno di un granchio al pittore che chiede tempo di 5 anni, una villa e 12 servitori. Allo scadere dei 5 anni il disegno non era ancora pronto, il pittore chiese altri 5 anni, allo scadere dei 10 anni il pittore

prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

Granchio Cinese

Inferno: il limbo (canto IV)

Attraversato il primo fiume infernale, l’Acheronte, Dante e Virgilio vengono sbarcati da Caronte insieme alle anime dei peccatori. Dante inizia il suo viaggio infernale vero e proprio entrando nel primo cerchio, dove ha sede il Limbo. Una condizione di sospensione vera e propria, in cui le anime dei defunti non possono considerarsi peccatori destinati all’Inferno ma non hanno neanche tutte le carte in regola per poter entrare in Paradiso.

William Balke – Il Limbo

L’importante è non scadere nell’errore più banale che si possa fare leggendo la Divina Commedia: non possiamo trovare tra i versi di Dante risposte teologiche ma possiamo solo attingere alla cultura e alla tradizione del tempo. Non possiamo pretendere di trovare una spiegazione della condizione di queste anime e se sia giusto che alcune siano confinate qui mentre altre sono state “scagionate”.

Dante ci racconta che le moltissime anime che risiedono qui sono quelle dei non battezzati. Persone vissute prima della venuta di Cristo e che non hanno ricevuto il battesimo. Qualche commento al testo di Dante fa presente che Gesù sia il primo battezzato della Storia, tecnicamente non è vero, prima di lui nel racconto evangelico San Giovanni aveva battezzato già delle persone; il primato che gli si può attribuire è quello di essere stato il primo ad aprire le porte del Paradiso.

Nel Limbo le anime non hanno colpe da espiare e di conseguenza non devono sottostare ad alcuna pena. Prepariamoci ad una visita davvero lunga, il Limbo pare essere davvero molto affollato, tra i molti che non riesce ad incontrare ci sono i Patriarchi che sono stati “graziati” da Gesù durante la sua breve visita e portati in Paradiso:

  • Abele: il secondogenito di Adamo ed Eva, ucciso dal fratello primogenito Caino; è molto interessante pensare che i due fratelli rappresentino l’agricoltura e la caccia, due attività dell’uomo che per molto tempo hanno rappresentato anche una divisione etnica fra popolazioni nomadi e sedentarie;
  • Noè: l’uomo retto che “cammina con Dio”, che insieme alla sua famiglia e ad una coppia di ciascun animale presente sulla terra si salvò dal Diluvio Universale costruendo l’Arca;
  • Mosè: la guida del popolo ebraico che lo condusse dall’Egitto attraverso il deserto sino alla Terra Promessa;
  • Abramo: uno dei patriarchi vissuto probabilmente verso il 2.000 a.C. (purtroppo, non ci sono prove documentali oltre ai Testi Sacri per comprovare la sua reale esistenza) che non ha avuto esitazioni ;
  • Re David: il re che uccise Golia e dal quale discenderebbe Giuseppe, il padre putativo di Gesù;
  • Giacobbe: un personaggio alquanto interessante che secondo la tradizione nacque tenendo per il calcagno il fratello gemello che lo precedette di poco, anticipando il “furto” di benedizione che avvenne qualche anno dopo, quando il padre cieco gli diede la sua benedizione perché si era fatto passare con l’inganno per il fratello; comunque è un personaggio di tutto rispetto perché lotto contro il Signore e vinse;
  • Rachele: abbiamo già incontrato Rachele nel secondo canto dell’Inferno;
  • Adamo: il primo uomo da cui tutto ebbe origine.

Gustave Doré

Gli spiriti che Dante riesce ad incontrare sono le colonne portanti della cultura europea e della Storia dell’Umanità; inutile ricordare che la maggior parte dei letterati incontrati qui da Dante sono i suoi punti di riferimento culturale:

  • Omero: il sommo poeta che ha regalato all’Umanità opere importantissime che sono alla base della nostra cultura come l’Odissea e l’Einede;
  • Orazio: uno dei più importanti poeti romani che ci regalò versi immortali nelle sue Odi:
    Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già fuggito:
    Assapora ogni istante, confidando il meno possibile nel domani.
  • Ovidio: il grande autore latino che ha il merito di aver firmato opere come le Metamorfosi e la Medea, che ancora oggi sono la base portante non solo della nostra istruzione ma anche del Teatro;
  • Lucano: il poeta latino della Pharsalia, che era entrato nella cerchia degli amici più intimi di Nerone, che partecipava alle Neronia (competizioni di poesia organizzate dall’imperatore) ma che poi ruppe l’amicizia con lui arrivando a congiurare addirittura contro l’ex ottimo amico;
  • Elettra: è un personaggio della mitologia greca, precursore delle vergini martiri; soffrì prima a a causa di Zeus che innamoratosi (anche) di lei fece di tutto per possederla, la donna scontò una colpa per questo fatto non imputabile a lei e dopo la sconfitta di Troia (suo figlio Dardano era il capostipite della dinastia) il suo dolore fu così grande da trasformarsi insieme alle sorelle nella costellazione che prende il loro nome: le Pleiadi;
  • Ettore: l’eroe di Troia, figlio primogenito del re Priamo, che si immola per poter salvare il suo popolo;
  • Enea: abbiamo già incontrato Enea nel secondo canto dell’Inferno;
  • Cesare: questo personaggio è già nominato nel primo canto dell’Inferno;
  • Camilla: Dante ci ha già parlato di lei nel primo canto dell’Inferno;
  • Pantasilea: la regina delle mitologiche Amazzoni, non esitò nel correre a Troia per aiutare la città sotto assedio, creando scompiglio e quasi risollevato le sorti della guerra a favore dei suoi alleati, prima di essere uccisa da Achille;
  • Re Latino: il re del popolo dei Latini, che sposò Amata, da cui nacque la bella Lavinia, sposa di Enea;
  • Lavinia: secondo la tradizione fu la seconda sposa di Enea, madre di Silvio che riuscì a salvare dalla ferocia del fratello maggiore, permettendogli di diventare il capostipite dei Latini;
  • Bruto: uno dei fondatori della Repubblica romana che si contrappose all’ultimo Re di Roma (Tarquinio il Superbo, il suo nome già dice tutto) che oltre ad essere lo zio era anche il mandante dell’omicidio del fratello di Bruto (d’altronde la salita al potere fa sempre scorrere un po’ di sangue);
  • Lucrezia: antesignana delle martiri morte per mantenere intatta la sua fedeltà al marito, morì per colpa di Settimo Tarquinio (figlio di Tarquinio il Superbo) per non aver ceduto alle sue avance;
  • Giulia: figlia di Giulio Cesare che morì dando alla luce un figlio (o una figlia, non si sa bene) che morì pochi giorni dopo di lei;
  • Marzia: moglie di Catone e simbolo di fedeltà coniugale, fu data in secondo nozze a fini procreativi (il primo marito era ancora vivo, si trattava di un’usanza dell’epoca), dopo la morte del secondo marito tornò da Catone per vivere insieme a lui;
  • Cornelia: la famosissima matrona romano, madre dei Gracchi;
Gustave Doré – Le anime dei non battezzati

  • Aristotele
    : uno dei padri fondatori della Filosofia e del pensiero scientifico;
  • Socrate: uno dei più importanti (forse anche il più importante) tra i pensatori e fondatori del pensiero occidentale;
  • Platone: allievo di Socrate e maestro di Aristotele;
  • Democrito: tra i filosofi presocratici è stato forse il più prolifico ed è il pensatore che ha fondato l’atomismo;
  • Anassagora: fu il primo filosofo ad importare la Filosofia nella penisola greca;
  • Talete: fu considerato uno dei sette savi dell’antica Grecia oltre ad essere il primo a cui fu attribuito il nome di “filosofo”;
  • Empedocle: grande filosofo vissuto nell’attuale Sicilia;
  • Eraclito: uno dei massimi pensatori della prima Filosofia greca che influenzò i pensatori successivi (fra tutti Platone e gli stoici);
  • Dioscoride: uno dei più importanti botanici e medici dell’antica Roma che visse sotto l’impero di Nerone;
  • Orfeo: la figura mitologica che incarna il vero valore dell’Arte eterna e che può incantare gli esseri umani, gli animali e la Natura tutta;
  • Cicerone: l’uomo di cultura per eccellenza, che con i suoi scritti toccò temi come la politica, la retorica e la filosofia;
  • Lino: nacque a seguito dell’unione tra il dio Apollo e la musa Urania, viene considerato l’inventore della melodia;
  • Seneca: il più importante esponente dello stoicismo, è stato un importante politico, drammaturgo e filosofo;
  • Euclide: fra i pensatori greci è quello che ha toccato forse il maggior numero di campi passando dall’astronomia all’ottica, dalla musica alla meccanica e, ovviamente, la matematica;
  • Tolomeo: uno dei più grandi pensatori del passato, per tutti noi è un po’ il padre della geografia;
  • Ippocrate: insigne uomo di cultura dell’antica Grecia, ha rivoluzionato il concetto di Medicina, facendola diventare una vera e propria professione, togliendola dalla sua condizione subordinata alla filosofia;
  • Avicenna: originario della Persia è stato un medico, filosofo, matematico, logico e fisico. Scrisse due importantissimi volumi: Il libro della guarigione e Il canone della medicina;
  • Galeno: medico dell’Antica Grecia che con le sue idee dominerà la medicina sino al Rinascimento;
  • Averroè: persona di grandissima cultura, è considerato il più importante filosofo musulmano del Medioevo;
  • Virgilio: Dante ci presenta la sua guida già nel primo canto dell’Inferno.

Non tutte le anime incontrate nel Limbo vengo presentate in modo così chiaro e distinguibile, si hanno in effetti alcuni dubbi riguardanti Diogene (essendo un nome che ricorre spesso tra i pensatori del passato) e un certo Zenone. Vediamo chi sono questi due Diogene sui quali si hanno delle incertezze:

  • Diogene il Cinico: è stato uno dei fondatori della scuola cinica, veniva soprannominato anche il Socratepazzo e secondo la leggenda morì lo stesso giorno di Alessandro Magno;
  • Diogene lo Stoico: è stato un filosofo greco appartenente alla Scuola degli stoici;

Sulla figura di Zenone si è incerti; potrebbe Zenone di Tarso dal momento che era una figura legata a Diogene lo Stoico, essendo stato suo maestro. I commentatori più antichi della Commedia di Dante hanno pensato che potesse essere o Zenone di Elea (fondatore della dialettica) o Zenone di Cizio (il fondatore dello stoicismo). Un bel dubbio a dire il vero che potrebbe anche essere un espediente, scrivendo semplicemente il nome Zenone Dante ci dà la possibilità di pensare a tutti e tre i principali Zenone della Filosofia.

Priamo della Quercia – Gli spiriti magni (XV secolo)

Pubblicato su Latelier 91 il 21 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/?p=1794)

Lezione americana no. 1: la leggerezza

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

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Foglio autografo con le parole chiave per le lezioni

Alla data della sua morte avvenuta nel 1985, Calvino aveva terminato tutte le lezioni tranne la sesta,  preparate in vista di un ciclo di sei lezioni da tenere all’Università di Harvard, nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures”: Six memos for the next millennium (ovvero, Lezioni americane) e le parole-chiave ormai passate alla storia: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, quest’ultima non scritta.

Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Le lezioni americane offrono appunti utili per orientarsi nelle trasformazioni che apparivano davanti ai suoi occhi, ogni lezione prende spunto da un valore della letteratura che Calvino considerava importante e alla base della letteratura del nuovo millennio.

L’ordine delle lezioni non è casuale, segue infatti una gerarchia decrescente; si comincia dalla caratteristica più importante, la leggerezza, e si procede con la trattazione delle meno essenziali.

Calvino, percependo la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte del libro e della letteratura nell’era tecnologica, afferma:

La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici.

La leggerezza è un valore, non un difetto:

Nel momento in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica.

Elevare l’intelletto verso orizzonti più ampi: l’arte e la scrittura ambiti di astrazione ed è lo stile più dei temi a produrre quelle

invenzioni letterarie memorabili per la suggestione verbale più che per le parole, l’uso di metafore altamente elaborate.

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René Magritte – La corde sensible (1960)

La leggerezza per me si associa con la precisione  e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caos.

Paul Valery scrive: “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume.” (traduzione: bisogna essere leggere come un uccello, e non come la piuma)

Perseo, eroe con i sandali alati, per tagliare la testa alla Medusa e non rimaner pietrificato,

si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge  il suo sguardo…, su un’immagine catturata da uno specchio.

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Benvenuto Cellini – Particolare del Perseo con la testa di Medusa (1545-1554)

Perseo porterà con sé la testa mozzata chiusa in un sacco.

Ovidio nelle Metamorfosi ha dei versi straordinari per spiegare  la leggerezza di Perseo in un gesto di

rinfrescante gentilezza verso quell’essere mostruoso ma anche fragile.

Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinata, egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa della Medusa a faccia in giù.

Un miracolo ne segue: i ramoscelli si trasformano in coralli e le ninfe accorrono per adornarsi con ramoscelli e coralli.

Non è una meraviglia questa leggerezza? Non sembra davvero un antidoto alla pietrificazione del mondo e alla sua opacizzazione?

E come non ricordare L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera,

amara constatazione dell’ineluttabile pesantezza del vivere, e forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna.

In una novella di Boccaccio il poeta Guido Cavalcanti attorniato da una fastidiosa brigata si libera di loro scavalcando una balaustra di porfido appoggiandosi su una mano sola “come colui che leggerissimo era”.

In Shakespeare in Romeo e Giulietta quando Mercuzio entra in scena:

Tu sei innamorato: fatti prestare le ali da Cupido e levati più alto di un salto

contraddicendo Romeo che aveva appena detto

Io sprofondo sotto un peso d’amore.

Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna.

La sera del dì di festa

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La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava

a quindici anni aveva scritto una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai?
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.

Canto notturno di un pastore errante nell’Asia

Emily Dickinson è un esempio di cui il linguaggio sia alleggerito convogliandolo “su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta consistenza”:

Un sepalo ed un petalo e una spina
In un comune mattino d’estate,
Un fiasco di rugiada, un’ape o due
Una brezza,
Un frullo in mezzo agli alberi.
Ed io sono una rosa!

La letteratura quindi come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere: tutti i campi della conoscenza sono inclusi, dalla mitologia all’antropologia, all’etnologia, alla poesia ,al romanzo e al mondo delle fiabe. Nelle fiabe il volo in un altro mondo è una situazione che si ripete spesso: Propp nella Morfologia della fiaba parla di “trasferimento dell’eroe”:

L’eroe vola attraverso l’aria a dorso di cavallo o d’uccello, su una nave volante, su un tappeto volante, sulle spalle di un gigante…

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Oskar Herrfurth (1989)

E il barone di Munchausen che narrava di essere sfrecciato a volo d’uccello sul campo di battaglia su una palla di cannone, come da illustrazione di Gustavo Dorè o di aver salvato se stesso e il cavallo dalle sabbie mobili tirandosi su per la coda della parrucca o scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa?

Lo sciamano per sopperire alla precarietà della vita della tribù rispondeva annullando il peso del suo corpo, lievitando, trasportandosi in altro mondo alla ricerca di forze “per modificare la realtà”: e nei villaggi dove le donne sopportavano il peso delle privazioni “le streghe volavano di notte sui manici di scopa” e queste visioni facevano parte dell’immaginario popolare e anche del vissuto: così si crea un nesso tra “levitazione desiderata e privazione sofferta”.

Ne “Il cavaliere del secchio”, breve racconto di Franz Kafka del 1917 si narra di un cavaliere alla ricerca di carbone per la stufa. All’inizio il secchio fa da cavallo sollevandolo fino ai primi piani, arrivato alla bottega del carbonaio viene cacciato e il secchio è così leggero che vola via con il cavaliere oltre le Montagne di Ghiaccio: il secchio vuoto è l’immagine della privazione, dell’egoismo degli altri ma anche del poter volare altrove, lontano verso un mondo “altro”.

Così a cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi: la leggerezza.

Inferno: gli ignavi (canto III)

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William Blake – La porta dell’Inferno

Varcata la porta con la celeberrima scritta:

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

Dante e Virgilio si trovano nel vestibolo dell’Inferno; non si può non ricordare l’esperienza di Odisseo che riesce ad arrivare sino alla porta dell’Ade e a chiamare a sé gli spiriti dei morti senza superare la soglia. Dante lo fa e le parole che descrivono la porta sono di una bellezza senza eguali:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Dante viene subito assalito da grida di lamento e di dolore, come è giusto che sia, trattandosi di un luogo di sofferenza eterna. A dire il vero non siamo ancora entrati nell’Inferno vero e proprio, siamo in quella zona chiamata vestibolo. Qui le anime entrano e si dirigeranno verso la sponda del fiume Acheronte per essere traghettati sull’altra sponda e non veder mai più le stelle tanto amate da Dante.

In questo vestibolo si trova il peggio del peggio. La loro sorte è addirittura più infima rispetto a quella di coloro che sono condannati a scontare la loro pena nel punto più stretto dell’Inferno; sono persone così insulse e prive di ogni decenza da non meritare non solo di andare in Paradiso o in Purgatorio ma neanche nell’Inferno, quindi vengono lasciati fuori, alla Porta.

Si tratta degli ignavi. Una gran brutta categoria, dal momento che sono tutte quelle persone e non (vengono puniti qui anche degli angeli, come vedremo) che non hanno mai preso una posizione e non si sono mai schierati né con il bene né con il male. Siccome nell’Inferno dantesco vige la regola del contrappasso, ovvero la colpa che ti viene assegnata è direttamente collegata e contraria al peccato che ti viene imputato, queste anime sono costrette a fare quello che non hanno mai fatto in vita loro.

Dante vede uno stendardo (una bandiera) che corre in questo enorme spazio e una moltitudine di gente è costretta a corriere dietro a questo vessillo. Non hanno mai preso posizione nella vita (la decisione è simboleggiata dalla bandiera), ora sono costretti a correre dietro ad una bandiera per sempre. Nel frattempo, giusto per farli penare maggiormente, vengono punti da vespe e da mosconi; dalle ferite che si procurano esce sangue che cola sino a terra dove viene mangiato dai vermi. Il sangue, la forza vitale di ognuno di noi, che esce dai corpi degli ignavi diventa cibo per i vermi; come se la loro vita non fosse altro che cibo per i lombrichi.

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Priamo della Quercia – Dante nel vestibolo dell’inferno (1403-1483 circa)

Dante è davvero duro con queste anime, tanto da non citare nessuno per nome, come se non meritassero neanche questo onore. Fra la moltitudine vede una serie di angeli, colpevoli di non aver preso una decisione da che parte stare durante la rivolta di Lucifero. Meglio sarebbe stato per loro prendere la decisione di far parte dei cattivi, sarebbero stati meno colpevoli, forse.

Viene indicata una persona, che Dante crede di intravvedere, e la descrive come colui che

fece per viltade il gran rifiuto

Essendo un’anima così vile, non viene neanche nominata e ciò dà adito a diverse interpretazioni.

Per alcuni l’anima vista da Dante è quella di Celestino V (al secolo: Pietro da Morrone), un eremita che venne eletto Papa nel 1294. La sua colpa (vedremo poi perché Dante non riesce a perdonarlo) è quella di non essersi sentito all’altezza del compito che gli veniva chiesto di assumere e decise di rinunciare all’investitura papale. A causa di questo suo rifiuto rivennero fatte le votazioni e fu eletto Papa Bonifacio VIII (la persona che meno di tutti Dante riusciva a sopportare).

Altri, invece, vedono in quest’anima quella di Esaù che barattò la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. Essere primogeniti, per molto tempo, non voleva dire semplicemente essere nato per primo ma era un dovere di assumersi la responsabilità della famiglia ed Esaù ha preferito rinunciare per delle sane e buone lenticchie.

Altri ancora in questa figura ci vedono Ponzio Pilato, colui che non ha preso una decisione molte importante lavandosene le mani, facendo ricadere la colpa sugli altri.

Chiunque sia questa persona, la sua compagnia è fatta di anime di persone

che mai non fur vivi

e come tali non sono mai “esisti”, quindi continuano ad essere “ignoti” nell’aldilà.

L’unica città a cui si fa riferimento in questo terzo canto è Roma, capitale del potere papale.

Superata questa orda di esseri costretti a correre per l’eternità si arriva al fiume Acheronte e qui si avvicina Caronte sulla sua barca. Il traghettatore delle anime non è stato descritto per la prima volta da Dante, è una delle figure descritte da Virgilio nell’Eneide:

Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato.

Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno.

Eneide VI

Una piccola curiosità: in epoca romana il Caronte era una vera e propria professione, era uno schiavo che aveva il compito di controllare che il gladiatore non graziato fosse effettivamente morto e se così non era, doveva infliggergli il colpo mortale.

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Gustave Doré – Caronte

Dante descrive con minuzia di particolari questa figura che è entrata ormai nell’immaginario collettivo. I versi dedicati alla descrizione di Caronte sono tra i più evocativi di questo canto.

Caronte ci viene presentato come un vecchio canuto:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!

Inferno III, 82-84

Come un nocchiere con la barba e gli occhi di fuoco:

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Inferno III, 97-99

I tre versi che lo rappresentano come un demonio dal carattere severo e sistematico sono forse i più belli da un punto di vista artistico:

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia

Inferno III, 109-111


Pubblicato su Latelier 91 il 15 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/15/inferno-gli-ignavi-canto-iii/)