Tutti parliamo dante

Quante volte ci siamo sentiti dire che la Commedia è il libro più importante della nostra Letteratura? Non so voi ma io ho perso il conto. A dire il vero credo che questa importanza non sia data dalle dotte disquisizioni dei letterati ma dalle reale influenza che l’opera di Dante ha avuto e ha sul nostro quotidiano.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Potremmo rimanere davvero stupiti da quante siano le espressioni presenti per la prima volta nei versi danteschi e rimaste nella nostra lingua, in questo breve articolo prendiamo in esame le dieci più comuni e la sorpresa è assicurata!

Fa tremar le vene e i polsi

Una delle prime espressioni di uso quotidiano ancora oggi presenti nella nostra lingua la possiamo trovare al verso 90 del Canto I dell’Inferno: ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Dante si trova di fronte alla lupa. La sua paura è tangibile. Non a caso questa espressione oggi la usiamo per descrivere qualcosa che causa molta paura, quasi terrore.

Non mi tange

“Non m’importa” o “non m’interessa”. Queste sono solo dei tanti modi che abbiamo per esprimere la mancanza d’interesse per qualcosa o qualcuno.

Qui siamo di fronte ad una parola dall’eco latina e dal vago sapore evangelico (Noli me tangere) ma non dobbiamo pensare che possa essere in qualche modo una citazione, si tratta solo di un normale uso di una parola d’origine latina.

Ci troviamo al verso 92 del Canto II dell’Inferno: che la vostra miseria non mi tange. Queste parole sono pronunciate da Beatrice, quando incontra Virgilio per comunicargli che dovrà accompagnare Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, e l’anima della donna tanto amata da Dante spiega come possa essere scesa negli Inferi per parlare con Virgilio seconda essere colpita dalla sofferenza che lì regna.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Questa celeberrima espressione compare al verso 9 del Canto III dell’Inferno. È l’iscrizione che le anime dei dannati possono leggere sulla porta del luogo della punizione e sofferenza eterna. Oggi, prevalentemente, questa espressione viene usata con toni scherzosi e spesso si riferisce a situazioni ostiche o ambienti disagiati.

Senza infamia e senza lode

Una lingua è un’entità viva, che cambia e si evolve. Questa frase oggi sta acquisendo la nuova versione: “Bene, ma non benissimo”. Si tratta della frase neutra per eccellenza per delineare qualcosa che non è degno di nota.

Possiamo trovare questa espressione nel verso 36 del Canto III dell’Inferno dantesco: che visser sanza infamia e sanza lodo. Qui incontriamo gli ignavi, quella folla di peccatori che non hanno mai preso una posizione chiara in vita.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa

Il girone degli ignavi è stato uno dei più prolifici per quanto riguarda le espressioni che sono rimaste vive nella nostra lingua. Come abbiamo visto parlando dell’espressione precedente, la condizione non degna di nota delle anime dei peccatori qui confinate, porta lo stesso Virgilio a pronunciare le seguenti parole nel verso 51: Non ragioniamo di loro, ma guarda e passa.

Inutile ricordarci, che sempre con una nota di ironia, nel caso si stia ragionando di una situazione, di persone o di cose per cui non vale la pena perder tempo, siamo portati a citare questo famoso verso dantesco.

Galeotto fu…

Questa frase non ha bisogno di presentazioni, come non ne hanno bisogno i due protagonisti di questa storia: Paolo e Francesca.

Dante ci racconta questa storia d’amore dannata nel Canto V dell’Inferno e il verso più famoso è senza dubbio il 37: Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Oggi tendiamo ad adattare questa frase in base alla necessità ma il suo significato originario non cambia, che sia un libro o qualsiasi altro oggetto (o situazione) per sottolinearne il ruolo di causa scatenante.

Una piccola precisazione: è Galeotto e non galeotto. Nel secondo caso stiamo parlando di un delinquente mentre nel primo caso ci riferiamo a Galehaut (tradotto in italiano come Galeotto), colui che è stato un intermediario tra l’amore di Lancillotto e Ginevra.

Fatti non foste a viver come bruti

Quando vogliamo incitare qualcuno a elevare la propria condizione di essere più umano e di essere meno bestia, in effetti usiamo ancora questa celebre espressione.

Siamo al canto XXVI ai versi il 119 e 120: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A pronunciarla è il mitico Ulisse che esorta i suoi colleghi a seguirlo nell’ultimo folle viaggio della loro vita.

Cosa fatta capo ha

Questo detto è il risultato di un’inversione, nel verso 107 del Canto XXVIII dell’Inferno possiamo leggere: Capo ha cosa fatta. In effetti suona meglio grazie all’inversione.

In questo punto dell’Inferno viene citato Mosca dei Lamberti che secondo una diceria dell’epoca di Dante (quasi una leggenda) era stato lui ad incitare la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonto, creando così quella spaccatura che non verrà più sana tra Guelfi e Ghibellini.

Che l’impegno per la vendetta di Mosca dei Lamberti fosse completamente disinteressato non è certo. Non a cosa ancora oggi per significare che un’azione ha sempre un fine o uno scopo, utilizziamo questo verso dantesco.

Stai fresco

Il significato che oggi attribuiamo a questa espressione è duplice: “Andrà a finire male” o in modo ironico “Siamo a posto!”. Questa espressione proviene dal verso 117 del Canto XXXII dell’Inferno: là dove i peccatori stanno freschi.

Ci troviamo insieme a Dante e Virgilio sul lago di Cocito, dove le anime dei peccatori che qui sono punite sono costrette a rimanere conficcate nel ghiaccio, che si è creato a causa del movimento delle enormi ali di Lucifero che spostano un gran quantità d’aria gelata.

Non è strano? Nell’immaginario comune l’Inferno è un luogo avvolto nelle fiamme, per Dante invece è caratterizzato dal freddo e dal ghiaccio.

Il bel Paese

La nostra epoca, con questa espressione, ha creato un vero e proprio capolavoro, facendo diventare queste parole addirittura il nome di un prodotto caseario oggi passato di moda.

Tolto il nome proprio del formaggio, dobbiamo ricordarci che il mondo intero riconosce la nostra cara Italia con questo bel nome, che compare nel penultimo canto infernale (XXXIII) al verso 89: del bel paese là dove ‘l sì suona. Espressione usata anche da Petrarca nel suo Canzoniere, oltretutto.

Comunicare con il corpo

Gli esseri viventi, come ben sappiamo, possono permettersi il lusso di comunicare senza usare le parole. Ciò può avvenire grazie all’uso del nostro corpo che può dire molto di più di quanto possiamo controllare con la nostra volontà; e questo potrebbe essere un problema a volte.

Verso la metà del 1900 viene ufficializzato il nome della scienza che studia il linguaggio del corpo: cinesica. Il primo ad usare questa parola è stato lo studioso di antropologia americano Ray Birdwhistell. Il fatto che questa nuova scienza trovi le sue radici nell’antropologia ci deve far suonare un campanello di allarme: senza alcun dubbio ci saranno messaggi del corpo naturali e di più semplice interpretazione e ne incontreremo anche altri legati allo sviluppo delle culture, qui l’interpretazione si farà di sicuro più complicata. Uno dei più importanti studiosi di questo campo oggi è lo psicologo americano James Russell che ha dedicato gran parte della sua ricerca all’interpretazione di questi aspetti comunicativi e la loro relativa interpretazione (giusto per avere un’idea, gli esiti e le considerazione di Russell sono tra le più citate in questo campo tra gli studiosi).

In uno dei sui articoli, pubblicato nel 1994, Russell mette in evidenza quali siano le maggiori difficoltà dovute all’interpretazione della comunicazione non verbale attraverso il corpo: ovviamente il sistema culturale e sociale influisce in modo predominante, tanto che nello studio risulta che le difficoltà maggiori di “capirsi” sono tra le persone occidentali e quelle orientali, il tutto aggravato dal livello culturale.

La cinesica ci racconta che l’essere umano comunica anche attraverso il proprio corpo (in particolare con le mani, le braccia e le gambe) e il viso (occhi, sorriso e microespressioni). Conoscere ogni singolo aspetto richiederebbe uno studio di molte ore, insieme ne scopriremo solo alcuni.

Per quanto riguarda il viso, indubbiamente uno dei canali principi della comunicazione non verbale è dato dagli occhi. Tutti noi sappiamo che il contatto visivo può trasmettere una grande varietà di segnali e messaggi che possono andare dall’estremo interesse alla più feroce sfida, nella lunga serie di sfumature di sentimenti e messaggi non dobbiamo dimenticare l’innamoramento, lo stupore, la noia… Purtroppo, dobbiamo ricordare che il messaggio “oculare” può essere influenzato anche dall’aspetto sociale e dal contesto in cui ci troviamo: un esempio su tutti, abbassare lo sguardo può comunicare un forte senso di disagio ma anche di paura e “guardare il pavimento” può essere un modo per cercare rifugio o una via di fuga.

Un aspetto molto affascinante è senza dubbio rappresentato dalla mimica facciale; forse qualcuno di voi ricorderà la serie TV “Lie to me” andata in onda dal 2009 al 2011, in cui il protagonista Cal Lightman (interpretato dall’attore Tim Roth) ha messo a servizio della giustizia le sue infallibili capacità di esperto della comunicazione non verbale, grazie alle quali era in grado di smascherare anche il più abile delinquente.

La mimica facciale può avvalersi delle microespressioni (quasi sempre involontarie) ma anche di eventi “macro” espressivi, alcuni di essi volontari e altri che possono sfuggire al nostro controllo (l’arrossire o l’impallidire). Il volto è una miniera d’oro di espressioni non verbali, tanto che i due studiosi Paul Ekman e Wallace Freiesen hanno individuato la bellezza di oltre 40 possibili movimenti del viso umano. Uno degli aspetti più complicati delle espressioni facciali è che sono adattabili, in base alla situazione e al contesto possono essere interpretate in modo diverso e quindi si devono mettere in gioco varie abilità, che solitamente acquisiamo nel corso della nostra vita. Un esempio concreto potrebbe essere rappresentato dall’arrossire: segno di imbarazzo, rabbia, vergogna o eccitamento? Ovviamente, dipende…

La postura è un altro canale di comunicazione attraverso il quale possiamo comunicare aspetti fondamentali nella vita sociale e nelle varie situazioni. È facile pensare alla postura di un soldato sull’attenti o di un alunno seduto in modo corretto sulla sedia, nel primo caso si vuole rappresentare il rispetto davanti ad un superiore e nel secondo oltre al rispetto anche la partecipazione. Al contrario, una persona seduta in modo scomposto sulla sedia comunica scarsa attenzione e rispetto. Non è un caso che la postura rientri nell’ambito della buona educazione, se riflettiamo.

L’ultimo aspetto che prendiamo in considerazione, anche se ce ne sarebbero molti altri, è quello dei gesti, in modo particolare quello delle mani e della testa. Gesticolare durante un discorso serve prevalentemente a due scopi, sottolineare il significato e il peso delle parole che stiamo usando, rafforzandone quindi la presenza (e su questo, noi italiani siamo veri e propri maestri) o anche indicare la necessità di applicare una chiave di lettura diversa alle parole che stiamo utilizzando (quando viene proposto il classico segno delle virgolette ad altezza della testa). La gestualità può interessare anche la testa, pensiamo a quando rispondiamo con enfasi in modo affermativo o negativo e accompagniamo la risposta con un movimento di assenso o diniego della testa.

Anche per quanto riguarda i gesti dobbiamo fare molta attenzione, infatti, la loro interpretazione è soggetta non solo al contesto ma anche alla cultura di riferimento. Il gesto diventa un modo talmente naturale di esprimersi da poter essere considerato come una vera e propria parola, con tanto di definizione e significato. Così come capita per il linguaggio verbale, anche i segni possono avere un significato diverso nelle varie culture sparse per il mondo. Visitando la Bulgaria, per esempio, dobbiamo ricordarci che dicono “no” con la testa per dire “sì”. Nel Regno Unito, invece, dobbiamo prestare attenzione a non insultare nessuno pensando di dire che abbiamo vinto; il segno a V con le dita in questa nazione deve essere sempre fatto con il palmo della mano verso l’osservatore, perché al contrario (con il dorso verso l’osservatore) è un insulto.

Fate scorrere la linea centrale…

Parlare senza le parole

Comunicare è una delle attività più complesse che accomunano gli esseri viventi; se pensiamo che solo gli esseri umani o al limite qualche specie animale più “evoluta” abbiano sviluppato dei canali di comunicazione, purtroppo ci sbagliamo alla grande. Anche i vegetali comunicano e tutti gli altri esseri viventi, quello che varia da caso a caso è la complessità dell’attività comunicativa.

La comunicazione non coinvolge solo ed esclusivamente i canali verbali (linguaggio parlato e scrittura) ma anche una serie di linguaggi chiamati non verbali. Questo articolo prende in considerazione il sistema paralinguistico, che è formato da tutti quei suoni che vengono emessi durante l’atto comunicativo indipendentemente dal significato delle parole e da quello che si sta dicendo. Il sistema linguistico (preso in esame dalla linguistica, appunto) è formato, invece, dall’insieme delle parole con significato e senso proprio che normalmente usiamo quando parliamo.

Il sistema paralinguistico è composto principalmente da quattro aspetti: il tono, la frequenza, il ritmo e il silenzio. Aspetti apparentemente semplici ma, come avremo modo di vedere, decisamente complicati dal punto di vista dell’interpretazione del loro significato.

Tono

Il tono è direttamente collegato dalla frequenza, altro aspetto che avremo modo di analizzare successivamente. Questo aspetto può subire diverse influenze, la prima non ha alcuna valenza nell’ambito della comunicazione essendo legata a fattori fisiologici come l’età e la costituzione fisica. Il contesto, invece, rappresenta un campo di influenza importante per la comunicazione. Un tono grave (erroneamente considerato basso a volte) ci racconta qualcosa di ben specifico sul pensiero di chi sta parlando: è il classico caso in cui una persona che occupa una posizione superiore nella società vuole sottolineare la sua condizione nei confronti di chi lo sta ascoltando e si trova in una posizione subordinata. Al contrario il tono più acuto (erroneamente detto alto) esprime un senso di disagio.

Frequenza

Come detto nel capitolo precedente la frequenza è direttamente collegata al tono e spesso possono anche essere confusi. Più alta è la frequenza più acuto è il suo della voce e solitamente è caratteristica del disagio. Così come capita per il tono, quando la frequenza è più bassa (e quindi il tono più grave) rappresenta sicurezza (reale o ostentata) ed è tipica di chi in qualche modo vuole imporre la sua posizione di comando o superiorità.

Ritmo

Questo aspetto della comunicazione non verbale prende in esame la velocità. Un ritmo maggiore o minore può facilmente conferire (o sottrarre) autorevolezza alle parole pronunciate. Un ritmo più lento accompagnato anche da alcune pause carica di grande solennità ciò che viene detto, al contrario una maggiore velocità nel parlare stempera l’importanza e il tono solenne.

Bisogna, però, chiarire cosa si intenda per pausa nel discorso; ovviamente non ci possiamo riferire solo ed esclusivamente alle pause vuote (ovvero, il silenzio totale) ma anche a quelle piene, cioè quando si usano intercalari (uhmmm, beh, cioè…). Entrambi questi tipi di pausa rappresentano una vera e propria comunicazione non verbale ma non possiamo assolutamente dire che non abbiamo significato.

Silenzio

Il silenzio dice molto, non è un luogo comune. Può avere significati molto diversi in base alla situazione in cui si manifesta e va decodificato con attenzione (non preoccupiamoci, però, acquisiamo una capacità ben allenata nel riconoscere il silenzio anche grazie a molti altri fattori concomitanti e spesso impieghiamo pochi secondi per decodificarlo… salvo errori). Pensiamo a due casi emblematici: il silenzio che si crea in uno spazio ristretto tra due estranei e il silenzio tra due innamorati che si guardano negli occhi; apparentemente è sempre silenzio ma il significato è ben diverso.

Il silenzio può essere anche segno di grande rispetto, come quando ascoltiamo in silenzio qualcuno di importante che parla o quando le reclute non emettono il seppur minimo suono mentre parla un loro superiore.

Può risultare quasi banale dirlo ma il silenzio esprime anche dissenso o assenso. È sinonimo di grande concentrazione o disattenzione e si manifesta in caso di un’ottima relazione tra le persone (che si capiscono anche senza parlarsi) o di una relazione difficoltosa se non pessima (pensiamo al silenzio tra due persone arrabbiate).

Indubbiamente il silenzio può significare tutto e nulla, spetta a noi usarlo nel modo giusto per non essere fraintesi.


Controindicazioni

Fino ad ora non abbiamo preso in considerazione una grande controindicazione in questo ambito, legata alla quantità.

Forzare verso il basso il tono e la frequenza per sembrare più sicuri di sé, corre il rischio di far sembrare quasi ridicoli. Mentre alterare il ritmo che sentiamo naturalmente più consono per il nostro discorso, sforzandoci oltremisura per rallentare (magari inserendo pause a volte esasperate) non fa sembrare più intelligente quello che stiamo dicendo ma può addirittura dare l’impressione che siamo troppo impegnati a mettere insieme frasi e qualcosa da dire da sembrare degli impreparati e inesperti che si stanno inventando qualcosa da dire. Silenzio lunghi e non ben gestiti corrono il rischio di comunicare il semplice fatto di sentirsi (o essere) inadatti e prendersi però troppo sul serio per accettarlo.

Tutte queste espressioni non verbali vanno dosate e gestite con cura, allo stesso modo di quelle verbali, ovviamente.

L’ascesa di Ulisse — Latelier 91

Il problema delle opere d’Arte è che offrono molteplici chiavi di lettura e più sono profonde maggiore è il numero di livelli che si possono raggiungere. La conseguenza è quella che un’opera d’Arte ne può contenere migliaia al suo interno e non tutte sono nate dal genio dell’artista ma sono il risultato della nostra interpretazione. […]

Continua a leggere l’articolo cliccando qui di seguito L’ascesa di Ulisse — Latelier 91

Ahinoi, il linguaggio

La comunicazione è una delle attività che più ci impegnano nell’arco della nostra vita, tanto che potremmo quasi dire che passiamo la gran parte della nostra esistenza a ricevere e inviare messaggi di qualsiasi tipo: email, SMS, segnali, sentimenti, emozioni, considerazioni, immagini… e la lista potrebbe essere inutilmente molto lunga.

La comunicazione è un’attività apparentemente semplice: un messaggio si sposta da un punto A (la persona che vuole comunicare qualcosa) ad un punto B (la persona che riceve il messaggio). Purtroppo però, non è così semplice. Il processo può completarsi con successo solo in condizioni ottimali. Vediamo quali sono:

  • il punto A deve avere qualcosa da dire e deve saperlo esprimere in modo giusto: non sempre chi vuole comunicare ha qualcosa da dire e non sempre chi sta comunicando riesce a farlo con successo;
  • non ci devono essere interruzioni: oggi abbiamo la possibilità di scegliere moltissimi canali di comunicazione (telefono, messaggi, televisione, radio, video online, blog, messaggi audio,…) questi canali però non devono subire interruzioni nel loro servizio altrimenti il messaggio da comunicare corre il rischio di perdersi e molto spesso è sufficiente un semplice black-out
  • il punto B deve essere sveglio: se la persona che deve ricevere il messaggio non è presente, non è attenta o molto più semplicemente non capisce il linguaggio usato per comunicare, tutti gli sforzi sono vani.

La comunicazione non può prescindere dal linguaggio e dalla sua interpretazione. Questi temi sono così complessi e articolati da aver impegnato a lungo gli studiosi e da aver riempito interi scaffali delle biblioteche più fornite. Avremo modo di approfondire i vari linguaggi che la nostra società utilizza e ha creato a tempo debito.

Prima di avventurarci in questo mondo così complesso e ancor più affascinante, è necessario chiarire un aspetto fondamentale sul linguaggio: non è solamente la lingua che usiamo per comunicare, anche se siamo portati a pensare così di solito. Esistono dei linguaggi che vengono definiti “non verbali” e possono essere riportati a questi quattro gruppi:

  1. l’aptica,
  2. l’aspetto prossemico,
  3. il sistema cinesico,
  4. il sistema paralinguistico.

Anche se superficialmente, è importante conoscerli per poterci avventurare nel livello successivo che è quella dell’interpretazione del messaggio.

L’aspetto paralinguistico è l’unico ad essere direttamente legato alla lingua, anche se esso è assolutamente indipendente dal significato delle parole eventualmente pronunciate. Riguarda tutta una serie di aspetti che prendono in considerazione il tono (che può essere influenzato da fattori filologici come l’età ma anche dalla situazione) e la frequenza, il ritmo e anche il silenzio (che come sappiamo può comunicare tanto quanto un discorso).

L’aptica è formata da tutti i messaggi che vengono espressi attraverso il contatto fisico, dalla stretta di mano più o meno formale all’abbraccio tra amici, arrivando sino alle diverse forme di bacio. Questa forma di comunicazione soffre particolarmente a causa delle differenze culturali, ciò che tra i popoli più espansivi può essere considerato normale potrebbe essere quasi una mancanza di rispetto o addirittura una violenza tra i popoli con indole più riservata (un esempio potrebbero essere i diversi modi di fare tra il nord e il sud della nostra vecchia Europa).

Per quanto riguarda l’aspetto prossemico dobbiamo prendere in considerazione invece lo spazio che viene occupato durante la comunicazione. Questo aspetto è così articolato da essere diventato oggetto di studio della scienza chiamata, non a caso, prossemica. Lo spazio, in base alla distanza fisica che si viene a creare tra le persone coinvolte nella comunicazione permette di distinguere le seguenti zone: intima, personale, sociale e pubblica.

Il sistema cinesico (studiato dalla cinesica) riguarda i movimenti del corpo. Prende in considerazione la comunicazione che ha luogo attraverso il contatto visivo, la mimica facciale, la postura del corpo e la gestualità (soprattutto delle mani). L’interpretazione, in questi casi, può essere soggetta a grandi intoppi perché solo in parte può basarsi su uno schema universalmente condiviso (in gran parte si basa su schemi molto personali) e oltretutto richiede un dominio non indifferente della mimica.

Nei prossimi articoli avremo modo di conoscere più approfonditamente questi vari livelli della comunicazione non verbale, prima di addentrarci nell’affascinante mondo dell’interpretazione.

Dante si prepara all’impresa

Dopo il momento di smarrimento nella Selva Oscura, il Sommo Poeta si riprende alla grande e decide di fare sul serio. La Storia ci ha raccontato che Dante non è stato solo ed esclusivamente un uomo di lettere ma è stato anche politico e valente soldato (non dimentichiamo la battaglia di Campaldino contro gli aretini). Nel secondo canto della Commedia, Dante sembra volerci ammonire: in questo suo viaggio egli è poeta, non più saggista né animatore politico.

Prima di buttarsi nell’impresa, si fa coraggio per intraprendere quello che sarà un altro grande viaggio per l’umanità invocando l’aiuto delle Muse, affinché le sue doti da letterato possano assolvere a pieno un compito che sarà tra i più ardui: raccontarci quello che vedrà e vivrà nel mondo delle anime. Un espediente decisamente classico per l’uomo medioevale che trovava queste invocazioni quasi quotidianamente nella letteratura greca, che era tornata in auge.

Esiodo e la Musa (1891)
Gustave Moreau
Museo d’Orsay

Questa invocazione iniziale fa riflettere. Se Dante avesse voluto offrirci un suo saggio come il De Monarchia, perché scomodare le Muse, che erano impegnate nella loro piacevole danza in compagnia di Apollo? Semplicemente perché il Sommo Poeta sta creando un’opera d’Arte. Dante non poteva saperlo ma le Muse lo ispireranno oltre ogni aspettativa, aiutandolo a creare una delle opere fondanti della cultura italiana. Non un saggio politico o teologico ma un’opera d’Arte, che come tale offre la possibilità di molteplici chiavi di lettura, senza escludere la possibilità di leggere l’opera anche con un’interpretazione morale o politica.

Il secondo canto dell’Inferno introduce anche le due grandi fonti di ispirazione di Dante, due persone che ha amato in modo diverso ma con eguale forza. L’angelica Beatrice e il marmoreo Virgilio.

Publio Virgilio Marone
Publio Virgilio Marone

Dante prova una vera e propria venerazione per il poeta mantovano e lo sceglie come sua guida personale per la maggior parte del suo viaggio ultraterreno. La scelta non è stata né casuale né dettata da un semplice trasporto momentaneo. Virgilio ha sempre goduto di alta considerazione nel mondo culturale e lo stesso Dante è rimasto più volte folgorato durante lo studio dei suoi testi.

L’aura quasi mistica di Virgilio ha radici già nel mondo classico, dal momento che il poeta godeva della considerazione di sapiente onnisciente oltre a quella di massimo autore latino; in poche parole l’uomo giusto per Dante che studiandone le opere ha potuto toccare con mano la sconfinata conoscenza del poeta mantovano, lasciandosi più volte ispirare da lui.

Principalmente sono tre i motivi che portarono Dante a scegliere Virgilio come guida nel suo viaggio iniziatico. La prima motivazione la troviamo nel Convivio, dove Dante lo definisce il modello poetico di “bello stile” ed eloquenza. Il secondo motivo è dato dal fatto che anche Virgilio ha scritto un’opera dedicata ad un viaggio, nella sua celeberrima Eneide Virgilio ci fa viaggiare insieme al fuggitivo Enea da Troia che terminerà il suo viaggio in Italia. Ultimo motivo e forse il più importante: Virgilio è stato il cantore dell’impero romano. Nel De Monarchia Dante spiega non solo il motivo per cui l’imperatore sia l’unico che possa garantire la miglior forma di governo ma spiega anche perché l’egemonia dell’Impero romano sul mondo conosciuto debba essere vista come una manifestazione del volere divino.

Dante ha eletto Virgilio a suo maestro nell’Arte; l’Arte è un viaggio iniziatico; Virgilio è l’unica persona che Dante ha voluto al fianco per iniziare questo viaggio iniziatico.

Vi è anche un altro aspetto molto interessante legato a Virgilio. Il poeta di Mantova si presenta nel primo canto dicendo di sé:

… Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

In Italia si iniziò a parlare della regione Lombardia nel 1948 e fu istituita solo nel 1970, Virgilio però si presenta come lombardo. Ovviamente nella Storia d’Italia si parla di Longobardia (o Langobardia, in latino) facendo riferimento al territorio settentrionale sotto il dominio dei germanici Longobardi.

Le parole di Virgilio riportate nella Commedia acquistano un significato tutto particolare. Possiamo qui toccare con mano come l’Italia e le sue regioni non siano solamente delle entità geografiche o giuridiche ma siano una forma di pensiero; esse infatti sono vive nelle menti degli italiani ben prima della loro creazione ufficiale. Una testimonianza ce la offre il poeta Cecco Angiolieri, che scrive questo sonetto scherzoso a Dante:

Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni,
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;

s’eo cimo ’l panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so discorso, e tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni;
s’eo so fatto romano, e tu lombardo.

Sì che, laudato Deo, rimproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.

E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;
ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.

___
Parafrasi: Dante Alighieri, se io sono un bel buffone, tu viene subito dopo di me; se io mi procuro il desinare a spese d'altri, tu a spese d'altri ti procuri la cena; se io mordo il grasso, tu ne succhi il lardo; se io ho trasceso, tu certo non ti moderi molto; se io m'atteggio a nobile, anche tu ti atteggi a messere; e se io ho soggiornato a Roma, tu fai il parassita in Lombardia. Sicché, sia lode al cielo, ciascuno di noi due ben poco può rimproverare all'altro: poca fortuna o poco giudizio ci inducono a questo. E se vuoi continuare a discutere di ciò, Dante Alighieri, io ti stancherò, poiché io sono il tafano e tu sei il bue.

Quando Cecco scrive questo sonetto Dante è in esilio, quindi è stato scritto dopo il 1303 e qui vediamo già come la Lombardia sia una presenza ben concreta nella mentalità dell’epoca.

L’Italia non è ancora stata creata ma esiste già.

L’Italia è una selva oscura

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Inferno – Dante Alighieri

L’incipit della Divina Commedia è forse uno dei più famosi in tutto il globo terrestre; come moltissimi altri versi di quest’opera è stato sottoposto ad attente analisi da un vero e proprio esercito di studiosi.

L’Arte, quanto è vera, ha un gran brutto vizio: è incomprensibile. Questa sua caratteristica può essere esternata attraverso un elemento criptico (e di solito ci chiediamo: ma vuol dire qualcosa?) oppure attraverso una profondità non banale che si apre a molte diverse interpretazioni (e qui ci chiediamo: qual è la chiave di lettura da seguire?). La Commedia rientra in questo secondo gruppo.

Le sue chiavi di lettura sono molteplici, tutte esatte e possibili, e a noi viene offerta una possibilità unica: godere dell’opera a nostro piacimento, leggendola e rileggendola decidendo di volta in volta quale percorso intraprendere.

Per questo viaggio in Italia in compagnia del Sommo Poeta tralascerei l’aspetto morale e teologico della Commedia, che mi sembra anche il più conosciuto e battuto. Forse siamo tentati di scegliere la chiave “morale-teologica” in riferimento al titolo: “Divina” Commedia. Va ricordato che questo non è il titolo scelto da Dante per la sua opera ma è stato usato circa 40 anni dopo la fine della stesura dell’opera da Giovanni Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante. Il titolo è cambiato “ufficialmente” solo nel 1555 quando l’editore veneziano Ludovico Dolce stampò la sua edizione usando il titolo alla Boccaccio… e da lì è diventata la Divina Commedia per tutti noi.

Ritorniamo alle origini: Commedia o Comedia. L’origine di questa parola è greca: κωμῳδία (kōmōdía). È una parola composta da κώμη, che in greco vuol dire villaggio, e da ᾠδή, canto.

Il canto del villaggio.

Forse è solo una suggestione ma già a partire dal titolo vengono suggerite almeno due chiavi di lettura possibile: una storia che inizia male ma finisce bene (dalla selva oscura al Paradiso) o un poema del villaggio (che per estensione e unità può intendersi l’Italia)? Inutile ribadirlo ma questa volta vorrei seguire la seconda chiave di lettura.

La Commedia diventa ancor più interessante se la leggiamo agli occhi della biografia dell’autore. Non è un obbligo, ben s’intenda, ma è un’ulteriore possibilità.

Alcuni dati sono arcinoti. Tutti noi sappiamo che la musa più importante per Dante è stata Beatrice, che ha quasi totalmente oscurato la memoria della povera consorte del Poeta (quanti di noi si ricordano il suo nome? Pochi… comunque era Gemma Donati). Altre coincidenze storiche invece sono meno conosciute ma ugualmente importanti. Vediamone qualcuna.

Secondo gli studi più accreditati Dante ha iniziato la stesura della Commedia tra il 1304 e il 1305, un momento molto significativo nella vita dell’autore. Qualche anno prima, nel 1302, Dante riceve ben due condanne di forte valore “politico”: la prima il 27 gennaio e la seconda il 10 marzo. Presso l’Archivio di Stato di Firenze è possibile leggere la seconda condanna riportata nel Libro del chiodo (non pensiate chissà a cosa, è un semplice registro chiamato così perché la rilegatura è a chiodi di ferro):

Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia

Un bell’esempio di ingiustizia a fine politici in cui si distrugge l’immagine sociale e pubblica di un avversario.

Gō Nagai – Inferno dalla Divina Commedia di Dante Alighieri (1994)

Ed ecco che agli occhi di questo fatto la selva oscura in cui Dante si trova a passeggiare può essere vista come un’Italia in cui la corruzione è arrivata ad un livello tale da oscurare la luce della giustizia.

Il suo cammino in questo luogo soffocante e privo di luce è sbarrato dalle famose tre fiere: una lonza, un leone e una lupa. Questi tre animali sono veri e propri impedimenti per l’uscita di Dante dalla foresta. Anche in questo caso siamo di fronte ad un bivio interpretativo. Sembra quasi che il Poeta fiorentino voglia offrirci la possibilità di confermare la nostra scelta precedente legata al nome Commedia o cambiare direzione. Questi tre impedimenti possono essere considerati degli impedimenta, parola latina usata in ambito teologico, o possono essere viste come la disposizione al male e al peccato. Cosa scegliamo: una chiave prettamente teologica o una più generale? Io confermo la mia scelta, per questa volta, di proseguire la lettura usando una chiave più generale e meno teologica.

La lince presente anche in Europa
è probabilmente la lonza dantesca

Pensando alla lonza, viene da ricordare un fatto nel 1285: Dante si spaventò vedendone una tenuta in gabbia presso Palazzo Vecchio. Questo animale è legato a doppio filo con il nostro Poeta perché anche il suo maestro di riferimento, Virgilio, ne parla nel primo libro dell’Eneide. Insomma, non poteva proprio mancare nella sua opera. La lonza è da sempre simbolo di lussuria. Uno dei peccati forse più in voga nella Firenze di Dante, un’attitudine peccaminosa che ha portato a commettere molti delitti e uccisioni. Un peccato imputabile un po’ a tutto lo Stivale, dove le pulsioni sessuali hanno rovinato (e continuano a rovinare) persone e società.

Con il leone è semplice. Il re della foresta è stato preso a simbolo della superbia. Un peccato di cui si sono macchiati gli avversari politici di Dante e che in generale si insidiava tra le persone che detenevano il potere. Se volete, potete rileggere l’ultima frase al presente e noterete come mantenga intatta la sua verità.

Per ultima, la più pericolosa: la lupa. Simbolo di cupidigia e avarizia, troppo spesso è messa in relazione solo con il denaro. Dovremmo ampliare la visuale e ricordarci che gli uomini possono bramare anche gli onori oltre ai beni terreni. Per Dante questa fiera è la più pericolosa di tutte perché da essa hanno origine tutti i mali che affliggono Firenze e l’Italia in generale. Il suo esilio affonda la sua radice in questo peccato, le sedie parlamentari hanno spesso negli anni sopportato questo peso. Quello che è peggio è che per Dante neanche la Chiesa è esente da questo atto peccaminoso e più volte durante il suo viaggio infernale ce lo ricorderà; d’altronde la Storia della Chiesa e quella dell’Italia si sono incrociate molto spesso e a volte sono state anche coincidenti.

Dopo questa idea generale sulla situazione italiana, con quella che possiamo considerare a tutti gli effetti un’invettiva contro il nostro Paese, ha inizio il nostro viaggio insieme a Dante Alighieri.

Per l’Italia con Dante

Sono già passati 700 anni da quel triste 13 settembre 1321, quando la malaria ci ha privati del nostro più importante poeta. Ne è passato di tempo ma non siamo ancora riusciti a superare questo incredibile lutto; ogni giorno alla chiusura del tempietto che custodisce i resti mortali di Dante una campana donata nel 1921 dai comuni d’Italia lancia 13 rintocchi per ricordare il giorno funesto della sua triste dipartita.

Tomba di Dante a Ravenna
(Camillo Morigia, 1780-1781)

È comprensibile. Il legame che abbiamo con lui è incredibilmente profondo. A volte lo dimentichiamo ma il suo vero nome è Durante e noi, ancora oggi, lo abbreviamo molto familiarmente in Dante, nonostante sia una delle personalità in assoluto più importanti per la nostra cultura essendo considerato il padre della lingua italiana.

Mi unisco al coro di coloro che riconoscono a Dante uno dei maggiori contributi alla creazione della nostra Nazione; in più parti della sua Commedia parla della nostra cara Italia in un’epoca molto lontana dalla proclamazione ufficiale della sua nascita. Mi spingerei anche oltre, ricordando che Dante rappresenta una delle basi della cultura europea dal momento che le sue opere sono state tradotte in molte lingue e hanno avuto risonanzanon trascurabile negli Stati membri dell’Unione. Ovviamente -permettetemi questa puntualizzazione- con Europa dobbiamo intendere l’Istituzione vera, che affonda le sue radici in una cultura comune e millenaria, non la brutta copia realizzata considerando prevalentemente aspettieconomici e politici.

Il Dante del maestro Gō Nagai

In questi giorni, ricorrendo l’anniversario dantesco, siamo letteralmente invasi da nuove pubblicazioni delle sue opere e da saggi sulla sua vita e sulla sua Letteratura; dopo aver letto una bellissima versione manga della Commedia realizzata dal maestro Gō Nagai (il padre di Mazinga e Ufo Robot) ed ispirata alle famose tavole di Gustave Doré,ho sentito il bisogno -e forse anche ildovere morale- di rileggere l’opera nella sua versione originale. Suggestione o meno, accentuata anche dalle considerazionidi Aldo Cazzullo nel suo A riveder le stelle– ho notato quanto siano attuali ancora oggi le parole di Dante nel descrivere la nostra Patria. 700 anni e sembra non essere cambiato molto nel modo di pensare e di agire nei nostri confini.

Con Dante condivido l’amore per l’Italia, che per me non è solo una Nazione ma è un vero e proprio stato della mente, condivido anche l’insofferenza nei confronti di chi rovina le nostre potenzialità per il puro interesse personale e per la mancanza di visione. In Italia si vive ancora troppo alla giornata sperando di superare il problema contingente e sembra essersi diffusa una incapacità di progettualità che possa riguardare il futuro.

Parole dure? Se a volte mi sentivo un millennial (noi nati tra gli anni ’80 e il 2000) in contrasto con i boomer (chi è nato tra il 1946 e il 1964) o la generazione X (ne fanno parte i nati tra il 1964 e il 1980), dopo aver letto Dante mi sono semplicemente sentito un Italiano che ha a cuore il suo Paese.

L’idea che sta alla base di questa rubrica è molto semplice: ripercorriamo insieme a Dante il suo viaggio attraverso l’Inferno e lasciamoci raccontare da lui la sua Italia.

Sarà incredibile, credetemi, vedere come alcuni modi di fare e mentalità sono sopravvissute alle varie epoche e al progresso.Non mi resta che augurarvi un buon viaggio e se per puro caso dovessimo essere attanagliati dallo sconforto ricordiamoci che non ci è dato di tollerare la mediocrità perché, citando Ulisse:

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

Il dono di Mercurio

Nulla è più pericoloso del rimanere troppo a lungo in casa. Dopo aver osservato le varie stanze con attenzione, scoprendo dettagli che non avevo mai avuto modo di notare per l’incalzante frenesia del quotidiano, dopo aver ordinato nell’armadio i libri scelti dal marasma di quelli acquistati e destinati ad essere letti per primi… mi sono detto che qualcosa me lo dovevo inventare per contrastare la noia.

Ramon Casas – Jove decadent (1899)

Ecco come è nato il progetto “Il dono di Mercurio”, che ci accompagnerà nel 2021. Durante una delle numerose chiacchierate con gli amici del Direttivo per il punto della situazione sulle attività che stiamo portando avanti con non poche innovazioni, nell’aria rimangono due parole: comunicazioneesprimersi

E se parlassimo della necessità che noi esseri umani sempre abbiamo di comunicare ed esprimerci? Non male come idea… Un simbolo della comunicazione? Mercurio era il dio della comunicazione… Chi coinvolgiamo? Ovviamente tutti, ma proprio tutti!

Ed ora siamo qui, con il progetto terminato e pronto per la sua presentazione.

Viviamo in quella che è stata definita l’era della comunicazione, non a caso. In questi ultimi mesi ci siamo resi conto di cosa siamo capaci pur di poter comunicare ed esprimerci. Internet nell’arco di meno di un anno è passato dall’essere il mezzo di comunicazione visto con maggior sospetto al canale preferito e più amato da tutti noi perché è la soluzione ai molti problemi legati alla realizzazione dei nostri corsi.

Le innovazioni tecnologiche applicate all’informatica ci hanno permesso di comunicare a migliaia di chilometri di distanza, arrivando a “sparare” messaggi nell’Universo nel caso qualcuno li raccolga, sperando che non siano degli extraterrestri con la discutibile voglia di distruggere il nostro pianeta (in effetti, pensandoci, è proprio il caso di mandare questi messaggi?!?).

I più grandi pensatori, artisti, uomini di Scienza e studiosi hanno dato il loro contributo allo sviluppo delle capacità comunicative dell’essere umano:gli artisti hanno creato le forme più raffinate di espressione grazie alle loro opere e gli studiosi approfondiscono i diversi sistemidi interrelazione e li rendono fruibili per strumenti e modalità sempre più sofisticati che usano testi, immagini, rappresentazioni, video.

Siamo di fronte ad un argomento complesso e affascinante. Ci sono tanti aspetti da conoscere, tante curiosità da scoprire e molte domande a cui rispondere. Abbiamo la fortuna di avere molti amici nella nostra Associazione, persone appassionate ai più diversi ambiti della conoscenza, tutti pronti a dare il proprio contributo.

È un progetto in divenire ed è solo all’inizio. Potete trovare sul nostro sito la presentazione dettagliata: ora tocca ad ognuno di noi mettere un tassello di questo appassionante puzzle.

Chiunque di voi voglia collaborare realizzando un intervento può inviare la propria proposta in Segreteria (info@unitresestocalende.it).

Un altro contributo molto importante sono le vostre domande e suggerimenti. Scriveteci tutti i vostri dubbi, domande e curiosità al nostro indirizzo di Segreteria, di sicuro qualcuno potrà aiutarci a trovare delle risposte.

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Per scaricare la presentazione del progetto vai sul nostro sito, cliccando qui.

Ritorniamo a Teatro… anche se è chiuso!

So che il titolo può sembrare un moto insurrezionalista ma vi posso garantire che non è così. Le regole vanno rispettate, anche se non sono facili da capire e da accettare.

In questo periodo di pandemia al mondo della cultura sono inflitte regole più rigide che ad altre realtà, però non possiamo perdere tempo in sterili lamentele. Teatri e musei sono chiusi ma ciò non vuol dire che non si possa rimanere in contatto con queste realtà fondamentali per il nostro benessere psicofisico. 

Non possiamo in questo periodo continuare ad andare a Teatro alla scoperta di questo mondo incredibile che è, senza dubbio, una delle più intense e antiche manifestazioni dell’espressione umana.

Siamo di fronte ad un bivio: lasciamo perdere o attiviamo alternative?

Per trovare una soluzione a questo dilemma, voglio fare mie le parole dello scrittore e drammaturgo scozzese Irvine Welsh (che molti di voi conosceranno per Trainspotting) tratte dal suo romanzo La vita sessuale delle gemelle siamesi pubblicato nel 2014 (e che vi invito a leggere!):

I perdenti trovano scuse, i vincenti trovano soluzioni.

Molte sono le Associazioni (come la nostra) e gli enti che hanno deciso di non arrendersi perché la cultura non è un bene sacrificabile e hanno lottato per mantenerla presente nelle vite di tutti.

È fuori discussione: dobbiamo uscirne vincenti.

Le nuove tecnologie e la cara vecchia televisione sono la via. Grazie all’aiuto prezioso di una delle più importanti istituzioni d’Europa, il Piccolo Teatro di Milano, possiamo non solo tornare a parlare di teatro ma anche poter vedere gli spettacoli comodamente dal divano di casa.

Il Piccolo inaugura proprio con noi una iniziativa straordinaria e vincente utilizzando collegamenti online per far entrare virtualmente i nostri associati nella visione guidata degli spettacoli attraverso incontri che percorrono la classicità e la contemporaneità delle rappresentazioni teatrali.

Il progetto a cui abbiamo lavorato insieme si sviluppa su due incontri (per ora) durante i quali saremo guidati da due cari amici della nostra Associazione: Marta e Andrea.

Sarà un modo per spalancare le porte del Teatro anche a chi ha paura di non essere in grado di capire un’opera o di non averne gli strumenti per farlo. Il Teatro per troppo tempo ha sofferto di un pregiudizio (alimentato da una sbagliata comunicazione, questo va detto!) che lo relegava a luogo per pochi dove si mettevano in scena spettacoli cervellotici e spesso incomprensibili per il grande pubblico.

Il Piccolo Teatro di Milano con questa iniziativa ci offre l’occasione per sfatare questo pregiudizio e capire che il Teatro è accessibile a tutti, basta solo avere le giuste guide che accompagnano a scoprire la Bellezza delle Arti e infondano nuovi stimoli di conoscenza alle nostre giornate.

Ci troviamo a Teatro! Non è una promessa ma un dato di fatto!

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Iscriviti al primo appuntamento esclusivo organizzato insieme a Il Piccolo Teatro di Milano!
La nuova Odissea
mercoledì, 20 gennaio – ore 17:00
Alla scoperta della chiave di lettura di questo grande classico che rivive nell’opera di Wilson. Un’opera che ha un valore umano incredibile…

Per iscrizioni: info@unitresestocalende.it

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