Mia nonna, la Notte

La nostra cultura è decisamente affascinante anche se a volte è un po’ articolata. La sua complessità si stempera se rivolgiamo la nostra attenzione alle origini di quasi tutti gli elementi che la compongono. Abbiamo un’enorme fortuna, possiamo sognare grazie alle parole, ai modi di dire e ai nomi; possibilità che ci viene offerta dal Mito, che è la base del nostro sapere.

Abbiamo avuto modo di scandagliare il passato della parola Fantasia attraverso l’etimologia della parola e i suoi significati latenti (per chi avesse perso la puntata precedente può trovarla qui: la Fantasia è mostruosa). Abbandoniamo la visione scientifica ora per addentrarci in un ambito molto più divertente: la Mitologia.

A questo punto del nostro racconto una domanda potrebbe sorgere e nel caso ciò non sia capitato, rimane comunque importante chiedersi se

Alla prima domanda abbiamo già avuto modo di rispondere nel primo articolo di questa serie. Le varie religioni che si sono susseguite nel corso della Storia dell’Umanità non hanno mai sentito la necessità di presentare una divinità, probabilmente esiste una spiegazione per questa mancanza però è ancora troppo presto per tentare di darne una; nei prossimi articoli potremmo azzardare un’intuizione.

Statua di Ovidio a Sulmona
Ettore Ferrari (1925)

Mentre la religione si è disinteressata della Fantasia, la Mitologia ha tentato un più timido approccio.

Tra le opere più importanti per conoscere la cultura del passato troviamo le Metamorfosi di Ovidio, grazie al quale il suo autore è riuscito a trasmettere ai posteri (noi compresi!) una grande quantità di racconti mitologici appartenenti alla cultura greco-romana.

È proprio tra queste storie che incontriamo un certo Fantaso, un personaggio curioso che alle spalle ha una famiglia decisamente numerosa.

Ora, prima di addentrarci alla scoperta dell’albero genealogico di Fantaso, dovremmo appuntarci un

Con questo spirito, addentriamoci nel Mito.

Fantaso ha due fratelli, il celeberrimo Morfeo e il quasi sconosciuto Fobetore; i tre sono dèi minori chiamati Òneiroi (in alcuni testi italiani vengono chiamati anche Oniri o Sogni). Ognuno di loro ha un compito ben preciso da svolgere mentre gli esseri umani dormono:

  • Morfeo, il significato del suo nome è “forma” (dal greco μορφή), non a caso prendeva la forma e le caratteristiche dei sogni;
  • Fobetore, il suo nome vuole dire “spaventoso”, Ovidio lo descrive come la personificazione degli incubi; una curiosità su questo personaggio: gli dèi lo chiamavano Icelo (che vuol dire “somigliante”), è uno spunto per riflettere…
  • Fantaso, il suo nome vuole dire “apparizione” ed è colui che generato ogni oggetto inanimato che appaia in un sogno.

Chi erano i genitori di questo trio così incredibile?

John William Waterhouse Sonno e il fratello Morte (1874) Collezione privata
John William Waterhouse Sonno e il fratello Morte (1874) Collezione privata

Il padre è il famoso Hypno (il Sonno), ovviamente; la cui madre -quindi, la nonna dei tre fratelli- è niente meno che Nyx, la Notte. Hypno aveva un fratello gemello, che possiamo vedere nel quadro di John William Waterhous, la Morte. In effetti, nell’immaginario comune, Sonno e Notte sono molto simili tanto che la seconda è anche detta il Sonno eterno.

Veniamo ora ad un punto fondamentale per la nostra ricerca.

Una riflessione è obbligatoria ora.

Quando ci dedichiamo alla Fantasia, ci scolleghiamo dalla realtà, entriamo in un mondo parallelo dove ciò che viene detto e creato spesso non corrisponde al vero.

Uno dei giochi più affascinanti che possiamo fare mentre fantastichiamo è quello di attribuire agli oggetti inanimati la capacità di parlare, muoversi e vivere un’esistenza (spesso segreta) che non ha nulla da invidiare alla nostra, anzi a volte è anche più avventurosa. Il richiamo alla relazione tra Fantaso, i sogni e gli esseri inanimati è molto forte.

La Fantasia non nasce con la necessità di spiegare la verità o la realtà, anche se spesso è stata essenziale per capire il mondo in cui viviamo; sarebbe interessante poter porre delle domande ad Einstein in merito. Nella Fantasia possiamo permetterci di enunciare leggi e regole che vanno in totale disaccordo con la realtà senza avere l’obbligo di giustificarle. La Fantasia non ha bisogno di alcuna verità e a quanto pare Fantaso lo sapeva molto bene.

Come abbiamo visto, sarebbe totalmente sbagliato pensare che Fantaso sia il dio minore della Fantasia, lui aveva ben altri compiti. Le assonanze sono molto forti e, come abbiamo avuto modo di vedere, non si riferiscono solo al nome.

Un ultimo pensiero. Ricercando queste informazioni nella Mitologia, viene spontanea una considerazione. L’immaginazione, la capacità di estraniarsi, il riflettere e il fantasticare sono attività che godono del favore della notte (o anche solo della sera). Sarà forse perché i ritmi della giornata diminuiscono e quindi abbiamo più tempo per pensare e riflettere. Non a caso però, Fantaso e i suoi fratelli erano imparentati con la Notte, che come abbiamo visto era la loro nonna. Non sarà che questa parentela abbia la sua importanza?

La Fantasia è mostruosa

Il nostro viaggio verso la Fantasia ci presenta una tappa obbligata e forse un po’ troppo nozionistica, mi appello alla clemenza di chi sta leggendo ma non posso esimermi dall’approfondire l’origine etimologica di questa parola e di prenderne in considerazione altre che sono strettamente imparentate tra loro.

È buona norma, prima di iniziare a capire e studiare un argomento o anche solo discuterne, sapere di cosa si stia parlando. Nel nostro caso partiamo dal concetto più semplice e basilare: cosa significa la parola

Fantasia (parola)

Davanti ad una domanda così semplice (e spesso non banale) abbiamo due strade da poter percorrere: conoscerne il significato e ricercarne l’etimologia. Nel primo caso possiamo sapere quale sia il concetto generale che sta dietro ad una parola e con quali sfumature di significato venga usato in una determinata lingua. Nel secondo, invece, possiamo arrivare a capire come sia nata e intuire quale immagine o gioco di significati siano dietro alla sua formazione.

Andiamo per gradi e scopriamoli entrambi.

Significato

1.
a. Facoltà della mente umana di creare immagini, di rappresentarsi cose e fatti corrispondenti o no a una realtà;
b. L’attività del fantasticare;

2.

a. Con riferimento concreto alle cose volta per volta immaginate o create con la fantasia;

b. Falsa invenzione, bugia;

c. Fenomeno naturale straordinario;

3.

Bizzarria, capriccio, voglia

4.

Presso alcune popolazioni primitive dell’Africa settentrionale e dell’Etiopia, celebrazione di qualche fausto avvenimento della vita familiare o tribale, mediante danze e canti o parate a cavallo, durante le quali i cavalieri spingono il destriero a un furioso galoppo, urlando e sparando in aria con i loro fucili.

da Dizionario Treccani

Detto tra noi pochi intimi, solitamente questo tipo di lettura non è molto avvincente e a volte si corre anche il rischio che le idee già confuse di loro si confondano ancor di più.

Dedichiamoci ora all’

Etimologia

L’etimologia della parola fantasia si ricollega al latino phantasia, dal greco φαντασία (phantasia) = apparizione, manifestazione  che deriva, a sua volta, da ϕαίνω (phaino) = mostrare.

Pertanto, la parola fantasia indica la facoltà della mente di rappresentarsi, di mostrare, di far apparire a sé stessa, in piena libertà, immagini, scene, fatti, storie, a prescindere se siano reali o credibili. 

http://www.etimoitaliano.it

A mio avviso, decisamente più interessante e ricca di informazioni; non mi riferisco alla seconda parte della citazione dove si offre una sorta di quadro generale ma il mio interesse si focalizza sulle parole latine e greche da cui ha origine la nostra Fantasia.

Mostrare e manifestazione. Per assonanza di suoni e di sensi non possiamo scartare la povera e bistratta parola

Prima che si creino fraintendimenti (e lo ammetto, l’immagine aiuta a depistare ma mi è piaciuta troppo!) è bene far chiarezza sul significato reale di questa parola.

Non troviamo da nessuna parte una legge universale che imponga ad un mostro di essere brutto e di vivere la sua esistenza con l’unico intento di far spaventare gli altri. Quella del mostro nell’armadio o sotto al letto è solo una delle tante sfaccettature di questa parola, la cui origine va ricercata nel latino “monstrum“, che significa prodigio o portento. Non a caso possiamo riferirci ad una persona bellissima chiamandola “mostro di bellezza” o ad una persona assai intelligente diventa un “mostro d’intelligenza”.

Una piccola divagazione, interessante. Il mostro, dall’opera di Omero in poi, è visto anche come un segno inviato dagli dèi che permetteva ai comuni mortali di intuire il futuro e di seguire una determinata via (non a caso si dice “mostrare la via” o “mostrami quello che sarà il mio futuro”).

In termini molto più generali e semplificati possiamo dire che il mostro sia a tutti gli effetti un’apparizione che riesce a dare sembianze e consistenza a quelle paure o situazioni che sono troppo difficili da spiegare e da “mostrare” chiaramente (perché troppo belle o troppo brutte). Ecco perché ricorriamo alla creazione (fantastica) di un essere dalle caratteristiche inusuali ed estranee alla natura; è l’unico modo che abbiamo di descrivere ciò che sfugge alle possibilità descrittive e comunicative della nostra lingua.

La Fantasia non è da vedersi quindi solo come una semplice e banale azione del creare ciò che non esiste. Ha radici profonde nel nostro essere e molto spesso mette in luce necessità o sensazioni che sono troppo difficili da gestire e descrivere, a volte perché sfugge alla nostra logica e alla nostra capacità di analisi. Tutto ciò che viene creato dalla Fantasia potrebbe essere visto come una proiezione dei nostri pensieri più profondi e insondabili. Non sono un semplice sognare “altro” dal reale ma sono un mettere in mostra ciò che altrimenti non si riuscirebbe neanche a descrivere sommariamente.

Un’ultima suggestione, prima di salutarvi. Parlando di FANTASIA, MOSTRI, LOGICA e PENSIERO ho avuto un flash mentale. Ho visto questa immagine:

Le parole spagnole vogliono dire “Il sonno della ragione genera mostri”

Universalmente, e correttamente, si interpreta quest’opera spiegando che quando la nostra ragione si addormenta si perde il controllo e l’essere umano è capace di atti ignobili.

E se si iniziasse a pensare anche un po’ fuori dal seminato e dalle idee degli altri?

Quando la ragione si addormenta (e con essa il nostro senso del dovere e la considerazione dell’immagine di noi che abbiamo nella società) siamo in grado di creare manifestazioni così profonde e veritiere del nostro io più profondo, senza la copertura delle strutture culturali e sociali. Quando la nostra ragione si addormenta, si aprono i cancelli della prigione e la fantasia può uscire iniziando a creare manifestazioni e apparizioni, in una sola parola: “mostri”.

La Fantasia e noi

Non possiamo negarlo, con la Fantasia abbia un rapporto molto conflittuale. Ci rivolgiamo a lei nei momenti di maggiore difficoltà e di grande noia (che non è molto diversa dalle difficoltà, a dire il vero) e allo stesso tempo ci sforziamo di contenerla e di prenderne le distanze quando ci sentiamo seri e troppo adulti. Non averla ci fa sentire impoveriti e averne troppa corre il rischio di farci considerare persone non troppo serie e inaffidabili.

Citando una pubblicità, cosa che in sé non denota grande fantasia, mi sento di esclamare con una certa sicurezza:

Che mondo sarebbe senza Fantasia!

In suo onore Walt Disney nel 1940 ha smosso un esercito di compositori, musicisti, uomini dello spettacolo, disegnatori e animatori grafici per creare un lungometraggio che ha segnato un’epoca. Fantasia doveva essere un appuntamento annuale con il pubblico ma questo ambizioso progetto è rimasto un sogno irrealizzato. Oltre mezzo secolo dopo, per inaugurare l’inizio del nuovo millennio, la Walt Disney (divenuta ormai l’azienda mondiale dei sogni che tutti noi conosciamo) crea Fantasia 2000, un gran bell’augurio per tutti noi e un segnale forte di speranza.

L’augurio è quello che la Fantasia possa prolificare e accompagnarci anche in questo nuovo millennio che stava per iniziare e che ci ha riservato tanti momenti strani (almeno così è stato nei suoi primi vent’anni). Il messaggio che ci manda è quello di non rassegnarsi mai, i sogni non scadono e prima o poi si possono sempre avverare anche a distanza di decenni.

Il mitico Walt (Disney) non è stato l’unico grande a rendere omaggio alla Fantasia. Molti di noi avranno sicuramente letto La Storia Infinita (1979, pubblicato in Italia nel 1981) di Michael Ende o ne avranno visto la trasposizione cinematografica del 1984. Un manipolo di strani eroi deve salvare il regno di Fantàsia dall’avanzata del Nulla che svuota qualsiasi cosa e la sgretola.

Per ovvie ragioni di spazio (e per non abusare della tua pazienza, caro lettore) tralascio ora di elencare altri lavori cinematografici e di animazione, sinfonie, poesie e opere letterarie dedicati alla fantasia ma è giusto ricordare che ce ne sono moltissimi.

Nonostante tutto, però, il nostro rapporto con la Fantasia è decisamente molto complicato. Solitamente tendiamo ad incoraggiarne l’uso e lo sviluppo nei bambini, raccontando loro favole, storie in cui la magia è normalità e avventure in luoghi fantastici. Se questo sforzo dovesse portare dei frutti e il bambino iniziasse a giocare con la fantasia, ci sentiamo appagati e compiaciuti. Purché non si esageri, ovviamente. La Fantasia va bene fino ad una certa età e in dosi non eccessive, superate le quali si inizia a considerarla dannosa e mette a rischio l’equilibrio di un essere vivente, che potrebbe sviluppare percezioni non corrispondenti alla realtà. Ora rimane da chiederci, perché. Perché incentiviamo la fantasia e poi la distruggiamo con assurde verità? Perché ammiriamo artisti e registi che riesco a creare mondi che non esistono per il nostro intrattenimento e critichiamo chi si diverte a far rivivere questi universi fantastici nel suo quotidiano?

Perché abbiamo così paura della fantasia? Finché è controllata e misurata la tolleriamo, oltre certi limiti però ci spaventa e la soffochiamo. Mi prendo la libertà di un’ultima domanda;

perché la fantasia non ha un dio?

Giulio Romano – La Battaglia sull’Olimpo (1532-1535)
Palazzo Te – Mantova

Nel breve periodo della Storia dell’Umanità (effettivamente 300 milioni di anni non sono poi così tanti in confronto ai 14,5 miliardi di anni dell’Universo) gli esseri umani hanno creato una divinità per qualsiasi necessità, pronta a spiegare qualsiasi evento e situazione.

Statuetta del dio Anubi
Epoca Tolemaica (332–30 a.C.)

Prendiamo in considerazione l’affascinante mondo dell’Antica Grecia, dove le persone avevano la fortuna di sapere quasi sempre a chi rivolgersi o chi incolpare.

Nel caso ci si fosse svegliati di cattivo umore e con una spiccata tendenza all’aggressività, si poteva dare tranquillamente la colpa ad Ares, il poco mite dio della guerra. Trovandosi a dover gestire delle passioni abbastanza forti che ci avrebbero portato a comportamenti eccessivamente languidi, nel caso di rimostranze da parte di qualcuno si poteva invocare l’incapacità di intendere e volere dal momento che si era sotto l’influsso dell’avvenente Afrodite. Colto con le mani nel sacco? Nessun problema, l’atteggiamento da imbroglione era imputabile alla manipolazione in atto da parte di Ermes. Mare in burrasca? Di sicuro qualcuno aveva fatto un torto a Poseidone, la cui ira non tardava molto ad arrivare sotto forma di alte onde.

Questo andazzo è continuato anche nell’Antica Roma, la cui cultura ha un enorme debito nei confronti dei greci, basti pensare che il suo pantheon altro non è che una traduzione latinizzata di quello greco. Uscendo dalle terme ci si trovava sotto una bella pioggia torrenziale? All’epoca non si inveiva contro la forte tendenza cleptomane endemica dei governi ma ci si rivolgeva più o meno amabilmente a Giove pluvio.

Per la fantasia, a chi ci si poteva rivolgere? Ha dell’incredibile ma nessuno ha mai pensato di cercare un dio della fantasia. La stessa sorte è toccata anche alla sua prima cugina: l’immaginazione.

Avremo modo di approfondire questo tema, mi permetto solo di anticipare che neanche il dio del sonno, il tanto benvoluto Morfeo aveva potere sull’immaginazione, infatti quando era nel pieno delle sue funzioni era attorniato da una miriade di folletti che avevano il potere di manipolare l’immaginazione.

Senza alcun dubbio la Fantasia ci aiuta a vivere meglio e arricchisce le nostre esistenze. Andrebbe chiarito e ricerco il motivo per cui oltre a contrastarla a volte non abbiamo mai sentito la necessità di darle un’importanza divina. Il viaggio verso la Fantasia (o Fantàsia, tanto per citare il libro di Ende) è appena iniziato e ci riserverà molte piacevoli tappe.

Rinascita

Questi ultimi anni sembra di vivere sulle montagne russe in un limbo non ben definito. Chiusure, aperture, soluzioni, problemi che si ripresentano, distanze e speranze di riavvicinarsi.

Sentiamo una grande nostalgia per le libertà che potevamo vivere e stiamo dando loro un valore diverso, capendo quante cose davamo per scontante e quante piacevoli possibilità ci erano ormai venute a noia. D’altronde lo sappiamo tutti, gli esseri umani sembrano programmati per desiderare e disperarsi per quello che non hanno e appena lo ottengono devono trovare subito qualcos’altro da volere e ottenere.

Troppe parole e troppi pensieri vengono impiegati per lamentarsi, dopotutto il passato (per quanto difficile sia stato) ci risulta sempre più accettabile e piacevole del presente. Spetta a noi, per il nostro bene, interrompere la catena di malessere e malcontento che viene sovralimentata dai mezzi di comunicazione e dal pensiero comune.

Qualsiasi momento della nostra vita presenta difficoltà, alle quali bisogna dare il giusto spazio e peso per evitare che soffochino tutto il resto.

Da questa necessità di rinascita, che tutti noi stiamo sperimentando, si è sviluppata l’idea di rinnovare la grafica di Clio, che negli ultimi mesi ha raggiunto una visibilità e un apprezzamento che non potevamo in alcun modo immaginare. La concezione classica della rivista andava troppo stretta alla nostra realtà, che è diventata un vero e proprio luogo di sperimentazioni, scoperte sull’attualità e nuove visioni sul passato. Una nuova facciata era doverosa per essere più fedeli alla vera natura di questo strumento così ricco e utile.

Davanti ad un momento di grande difficoltà, tendenzialmente, si reagisce in due modi: o ci si blocca nella speranza che si debba cambiare il meno possibile e si demanda ad altri la soluzione del problema per paura di dover affrontare i cambiamenti del nostro mondo oppure si coglie l’occasione di fermarsi, considerare e valutare quanto fatto finora, archiviare i successi e tenerli sempre a portata di mano come fonte importante di conferme e risposte mentre gli insuccessi e le situazioni di difficoltà devono considerati per quello che realmente sono: materia da poter (ri)plasmare a nostro piacimento per trovare nuove possibilità e potenzialità.

Abbiamo deciso di non contrastare il bisogno di rinnovarsi, lo abbiamo assecondato ed ecco a voi il risultato, che molto probabilmente non sarà definitivo, perché lo sappiamo molto bene: cambiare è una fatica però non annoia quanto il sedersi a piangere su ciò che è stato.

Buone letture a tutti e che ogni di voi possa trovare tra le pagine di Clio uno spazio piacevole di conoscenza e scoperta.

Il Cinquecento #3: Perugino e Raffaello

La terza puntata dedicata ai grandi geni dell’Arte del Cinquencento è dedicata a Raffaello Sanzio. La sua Arte e la sua celeberrima personalità vengono messe a confronto con un altro grande uomo del Cinquecento: Michelangelo Buonarroti.

Il Cinquecento #1: Verrocchio/Leonardo

Si inaugura una breve serie di tre video dedicato alle più importanti figure del Cinquecento. La prima puntata è dedicata al mitico Leonardo da Vinci e al suo maestro, il Verrocchio.

Comunicare nello spazio

Abbiamo avuto modo di vedere che la scienza della comunicazione è molto più articolato e complesso di quello che si potrebbe credere ad una prima considerazione superficiale.

Tra le diverse discipline interessate in questo ambito troviamo la prossemica. Non è una disciplina facile da descrivere dal momento che ha un raggio d’azione molto ampio. Prima di tutto dobbiamo considerare il fatto che si tratta di una disciplina semiologia, ovvero che studia i segni.

Una breve parentesi è d’obbligo a questo punto. Cosa sono i segni? Molto semplicemente possono essere considerati oggetti o azioni che rimandano a qualcos’altro un esempio molto pratico: una luce rossa smette di essere una manifestazione luminosa di un determinato colore ma può diventare il segno di stop se la troviamo in un semaforo o di pericoli se è abbinata ad una sirena.

La prossemica studia il significato del segno in ambiti ben specifici: i gesti, i comportamenti, lo spazio e le distanze che si vengono a creare durante un possibile evento comunicativo. Arrivati a questo punto della nostra ricerca, sappiamo già che la comunicazione può essere sia verbale sia non verbale.

Uno dei padri della prossemica è indubbiamente Edward T. Hall che nel 1963 ha coniato questo nome prendendo in prestito dal latino la parola proximitas (che significa prossimità) mentre dall’inglese ha preso il suffisso emics che esprime il concetto di tutto ciò che è legato a qualcosa e che coinvolge un’analisi di fenomeni culturali. Proxemics (la parola inglese per prossemica) studia le relazioni di prossimità (o vicinanza) nella comunicazione.

L’antropologo statunitense Edward T. Hall ha individuato quattro zone ben specifiche che vengono solitamente occupate in modo diverso a secondo di condizioni ben specifiche che si hanno quando comunichiamo. Gli studi di Hall hanno permesso anche di misurare queste zone.

Vediamo nel concreto quali sono e cosa rappresentano:

  • la zona intima
    le persone che interagiscono in queste zona si trovano ad una distanza tra i 0 e i 45 cm.
  • la zona personale
    interessa coloro che hanno un’interazione amichevole e si possono considerare, scusando la ripetizione, amici; la distanza che si crea in questo caso varia tra i 45 e 120 cm.
  • la zona sociale
    questa terza zona è quella tipica durante la comunicazione tra conoscenti e che possiamo trovare in una situazione simile a quella della scuola in cui si viene a creare una conversazione tra insegnante e studente; la zona può avere una misura che varia da 1 metro sino a 5 metri.
  • la zona pubblica
    in questo caso abbiamo a che fare con relazioni pubbliche dove qualsiasi aspetto personale è quasi annullato, è la zona delle comunicazioni di circostanza e rappresentanza; questa zona ha una misura che non è inferiore ai 3 metri e può superare i 5.

Edward Hall ha presentato la sua teoria nel libro La dimensione nascosta del 1966, che in Italia è uscito con un’interessante prefazione di Umberto Eco. Oggi è un libro introvabile, presente solo su internet con prezzi decisamente importanti.

Nel libro si chiarisce molto bene che la prossemica non è da considerarsi solo una scienza ma è essa stessa un linguaggio, e come tale è soggetta a variazioni in base ai luoghi e alle rispettive culture. Queste ultime, infatti, hanno una forte influenza sull’essere umano (ovviamente) e sulla sua percezione della zona di conforto.

Geograficamente, Hall ha notato che i popoli del Nord America e dell’Europa settentrionale sono soliti aumentare le distanze rispetto alle culture mediterranee e meridionali. Lo stesso lo possiamo notare facilmente anche tra le persone del Nord e Sud Italia. Chi è del Nord (in generale, non solo quello italiano) non tollerano facilmente una minor distanza e il contatto fisico tra conoscenti come avviene più facilmente, invece, nelle aree del Sud. Anche il trovarsi in zona di campagna piuttosto che montana influisce sulla distanza tra interlocutori; in queste zone si tende a tenere distanze maggiori rispetto a quanto avviene in città; questa differenza non si deve alla geografia ma alle condizioni, in città se si rimane troppo distanti si corre il rischio di non potersi sentire e di essere divisi dal passare frenetico delle persone. Hall riporta anche l’esempio delle discoteche, dove le distanze si devono accorciare in modo molto evidente se si vuol riuscire a comunicare.

Anche la luce ha una certa influenza sulla variazione delle distanze. Lo studioso americano, nel suo libro, ci spiega come al buio si è soliti ridurre le distanze mentre con la luce piena queste aumentano sensibilmente.

Un luogo molto interessante per studiare le reazioni e i comportamenti umani è l’ascensore. Edward Hall ha studiato il caso e nel suo libro descrive gli atteggiamenti diversi in questo luogo ristretto tra europei e americani. I primi tendono, spazio permettendo, a mettersi in cerchio con la schiena appoggiata alle pareti mentre gli americani sono soliti mettersi in fila con la faccia rivolta alla porta. Lo studio si è rivolto anche ad un luogo ben più ampio: l’India. La società di questa nazione si basa sulle diverse caste sociali; i paria, coloro che si trovano al livello più basso della società, nel caso incontrino un rappresentante della casta più alta (un bramino) devono tenersi ad una distanza di almeno 39 metri.

La prossemica ha individuato anche comportamenti diversi tra donne e uomini. Tendenzialmente, una donna occupa lo spazio di fronte all’altra persona, mentre gli uomini si posizionano più di lato.

Interessante è la reazione che si registra quando qualcuno vìola lo spazio che in base alla zona geografia o culturale viene considerato “adatto”: senza distinzione di cultura e genere chiunque tende ad allontanarsi, dirige il proprio corpo da un’altra parte o tende a mettere una barriera (come se fosse una protezione), sia essa una semplice borsa, un giornale o le braccia conserte.

Delitto irrisolto: ovidio

Tutti noi abbiamo sentito parlare dell’alta poesia di Ovidio e dell’importanza delle sue parole. Non tutti ricordiamo che l’eccelso poeta latino è il protagonista di uno dei primi delitti irrisolti della Storia. Anzi, a dire il vero non sappiamo neanche se sia stato realmente colpevole o meno e non conosciamo nemmeno il reato che avrebbe commesso.

Andiamo con ordine. Ovidio è un personaggio che precorso i tempi con quasi 1800 anni d’anticipo rispetto agli altri; non male. La sua cultura è il risultato di lunghi viaggi di formazione nelle città simbolo della cultura, una sorta di Gran Tour. Nacque a Sulmona il 20 marzo 43 a.C. e a soli 12 anni lo troviamo già a Roma per completare i suoi studi, che verranno ulteriormente perfezionati viaggiando ad Atene, in Egitto e in Sicilia (dove rimarrà per un anno). Tradotto con termini attuali è come se avesse completato un percorso di studi con tanto di master e dottorato.

Un uomo dalla cultura così completa e complessa (non è un banale gioco di parole) non poteva sfuggire all’attento occhio di Mecenate; uno dei più influenti consiglieri e alleati dell’imperatore Augusto, nato ad Arezzo dove ancora oggi è possibile visitare la villa insieme ad un interessante museo nella zona archeologica della città etrusca.

Grazie al ricco Mecenate, la sua figura di protettore di artisti e studiosi ha lasciato così tanto il segno che oggi chiamiamo con il suo nome chi è impegnato nella stessa missione, Ovidio entra in contatto e conosce le più importanti personalità artistiche del suo tempo come Orazio, Properzio e per un breve periodo anche il mitico Virgilio. Questo momento della vita di Ovidio è molto felice e aspetto ancor più importante non si sente ingabbiato dalla politica, che anche in quest’epoca tentava in tutti i modi di piegare l’Arte a proprio interesse. Sarà proprio in questo momento estremamente positivo che la sua carriera prenderà il volo, portandolo a diventare uno dei poeti più importanti dell’Impero.

Forse ai più, oggi, può sembrare strano o esagerato ma Ovidio è stato un rivoluzionario. Di tutti i poeti elegiaci (l’elegia è un canto di lamento, non proprio una cosa piacevole) egli è il più giovane e come tutti i ragazzi teneva a bada a fatica la sua forza creatrice prorompente.

Pax augustea

Viene dato questo nome a quel periodo della Storia dell’Impero Romano in cui abbiamo avuto un vero e proprio rilassamento morale della società. In quest’epoca, e forse proprio a grazie a questo rilassamento dei costumi, le influenze ellenistiche hanno iniziato a circolare facilmente nella società romana.

È in quest’epoca così particolare dell’Impero Romano che Ovidio si impone sulla scena culturale. Egli rifiuta completamente la cosiddetta mors maior, in parole moderne potremmo renderla come tradizione degli avi. In poche parole, Ovidio fa esattamente ciò che tutti i grandi artisti hanno sempre fatto e sempre faranno: rompere con la tradizione.

La poesia di Ovidio si è aperta alle mode dell’epoca e ad un aspetto che fino ad allora era completamente ignorato: il gusto volubile del pubblico. Immaginate che “scandalo” in un’epoca in cui si parlava ancora di valore morale dell’Arte (valore che l’Arte non dovrebbe mai e poi mai avere in sé).

In amore è stato un po’ indeciso. Si è sposato ben 3 volte; i primi due matrimoni sono finiti in brevissimo tempo culminando con due bei divorzi. Delle due prime mogli conosciamo qualcosa di una certa Ovidia che oltre a dividere con lui il nome era anche una collega, essendo scrittrice. L’ultimo matrimonio invece durò a lungo e si celebrò con una certa Fabia che era vedova e con una figlia al seguito. La fedeltà di Ovidio per la donna fu encomiabile e in più opere ne parla e tesse le sue lodi.

Ma arriviamo al momento cruciale: l’8 dopo Cristo. È in questa data funesta che Ovidio cade in disgrazia. L’imperatore Augusto lo relega a Tomis (oggi si chiama Costanza e si trova sul Mar Nero) allontanandolo per sempre dai fasti della corte. Quello che nessuno sa è perché. Abbiamo un indizio da parte di Ovidio stesso ma non ci dice molto a dire il vero: carmen et error. Il motivo ha a che vedere con un carme e un errore… lanciamo nell’investigazione.

Ipotesi 1

Ovidio ha intrattenuto una relazione illecita con Giulia Maggiore. Costei era figlia di Augusto e moglie del futuro imperatore Tiberio. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe il fatto che la Corinna negli Amores sarebbe proprio Giulia Maggiore.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione con la figlia dell’Imperatore già promessa ad un altro, quindi esilio.

Ipotesi 2

Ovidio intralcia la successione al trono imperiale. Tiberio è stato il successore di Augusto, secondo questa seconda ipotesi ad Ovidio non piaceva tanto questo nuovo imperatore e fece di tutto per intaccarne l’immagine pubblica.

Conseguenza: non si interferisce nella carriera del figlio dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 3

Questa ipotesi è un po’ più a luci rosse, attenzione. L’ipotesi sarebbe che il nostro Ovidio sia stato un complice di Decimo Giunio Silano, entrambi sarebbero stati gli amanti di Giulia Minore. La ragazza era la figlia di Giulia Maggiore, quindi nipote di Augusto e moglie di Lucio Emilio Paolo.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione affollata con la nipote sposata dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 4

La quarta ipotesi sul campo propone un quadretto abbastanza comico: Ovidio sarebbe stato un guardone informato sui fatti. Sarebbe stato a conoscenza di alcuni rapporti illeciti di Augusto e anche delle abitudini libertine di Livia Drusilla (moglie di Augusto e mamma di TIberio). Una famiglia alquanto “aperta” a quanto pare.

Conseguenza: non si fa la spia e soprattutto non si deve sapere nulla della vita privata della coppia imperiale, quindi esilio.

Ipotesi 5

Qui entriamo nel campo della congiura. Ovidio avrebbe partecipato alla congiura di Agrippa Postumo contro Tiberio.

Conseguenza: non si congiura contro l’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 6

L’ultima ipotesi è la pià affascinante. Il reato senza perdono di Ovidio potrebbe riguardare il nome segreto di Roma, che sarebbe stato Maia (una delle Pleiadi, madre di Mercurio). Per questo reato si incorreva nella pena capitale ma essendo il preferito di Augusto la pena è stata commutata in un più leggero esilio. Tiberio, seguendo le orme paterne, confermerà la commutazione di pena quando salì al trono. Questa rivelazione sarebbe avvenuta in una delle sue poesie (carme).

Merope abbandona le Pleiadi
Adolphe Bouguereau (1884)

I nomi delle città romane

Tutte le città romane aveva tre nomi; il primo era quello sacrale, il secondo quello pubblico e il terzo era quello segreto (che non poteva essere rivelato per nessuna ragione al mondo).

I tre nomi di Roma:
pubblico: Roma (ovviamente)
sacrale: Flora
segreto: meglio non rivelarlo a quanto pare

Ipotesi negazionista

Ebbene sì, anche in questo ambito ci sono i negazionisti. Secondo Fitton Brown la relegatio di Ovidio è un falso storico. L’unica fonte sarebbero le parole dello stesso Ovidio e non ci sarebbero altri documenti che riporterebbero questo fatto storico.

Quello che è certo è che il povero Ovidio morirà in esilio tra il 17 e il 18 dopo Cristo.

L’epopea di Celestino V

Nel Canto III dell’Inferno, Dante ci racconta il suo incontro con gli ignavi, persone così spregevoli da non meritare neanche di essere nominate. Infatti, caso molto raro nella Commedia, non viene nominato nessuno tra le anime di questi dannati che sono costretti a correre dietro ad uno stendardo per l’eternità punti da mosconi e calabroni. È la dura legge del contrappasso: in vita non avete preso un’idea chiara (simboleggiata dalla bandiera) e ora vi aspetta la pena eterna che vi costringe a correre dietro ad uno stendardo qualsiasi.

Tra le anime delle persone

che visser sanza ’nfamia e sanza lodo

Inferno III, 36

Dante ne intravede una che lo colpisce particolarmente ma non la nomina apertamente e semplicemente dice:

vidi e conobbi l’ombra di colui 
che fece per viltade il gran rifiuto.

Inferno III, 59-60

Sappiamo tutti che la curiosità da gossip è sempre esistita, non è una prerogativa dei nostri tempi. Sono bastate questa parole poco chiare per scatenare una vera e propria caccia all’identità di questo signore. La critica pensa con una buona certezza che possa trattarsi di Celestino V. Mi sono reso conto che in effetti di questo papa, in generale, sappiamo ben poco e che si è limitato a rinunciare al suo incarico.

Vorrei intraprendere un viaggio con voi che ci porti dal centro Italia sino a Lione, scendendo a Napoli e terminando in provincia di Frosinone. Tappe fondamentali della vita di questo papa così poco conosciuto e duramente castigato da Dante.

Il papa della confusione

La storia di Celestino V è caratterizzata dalla confusione, come avremo modo di vedere anche in merito al suo pontificato. Il caos inizia già dal nome, ne ha quattro (più una variazione!):

  • Pietro Angelerio, o anche Angeleri
  • Pietro da Morrone, chiamato così perché si era trasferito in questo luogo per dedicarsi alla sua attività di eremita
  • Petro Celestino, il nome con il quale viene venerato
  • Celestino V, il nome con il quale viene normalmente conosciuto nella Storia

Teniamo a mente questo fattore della confusione, per favore. Quando arriva il momento di parlare del suo pontificato ne vedremo delle belle.

Le elezioni sono una cosa difficile

L’epopea dell’elezione al soglio pontificio di Celestino V termina durante il conclave di Perugia il 5 luglio 1294. L’incoronazione (si chiama proprio così) avverrà a L’Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. A quanto pare la confusione continua.

Papa Celestino V (XVII secolo)
Giulio Cesare Bedeschini
Museo nazionale d’Abruzzo, L’Aquila.

Come si è arrivati a questa elezione e perché siamo a Perugia e non in Vaticano? Apriamo una breve parentesi storica.

Nel 1273 Pietro da Morrone (usiamo il suo nome da eremita) deve recarsi a Lione per perorare la causa del suo ordine durante il secondo concilio organizzato nella città francese. All’epoca ci si spostava in carrozza o a piedi. Pietro era un povero eremita con pochi mezzi economici, quindi: a piedi.

Siamo in inverno, il futuro Celestino V inizia il suo viaggio. La stagione non è delle migliori per viaggiare e una sera deve rifugiarsi in una chiesa (forse in stile cistercense) dedicata a Santa Maria dell’Assunzione. La notte è agitata per il povero Pietro da Morrone che sognerà niente meno che la dedicataria della basilica. Nel sogno parla con la Vergine e si mette d’accordo con lei per la costruzione di una nuova chiesa. Impegno che Pietro da Morrone manterrà e che lo legherà particolarmente alla chiesa (nella quale poi sarà anche incoronato papa).

Veniamo ora all’importanza della sua presenza al Concilio. L’ordine che Pietro da Morrone aveva fondato (si chiamavano Fratelli di Santo Spirito, dopo l’elezione del loro fondatore si facevano chiamare i celestini). Durante il Concilio si sarebbe deciso se sopprimere o meno questo ordine e il nostro Pietro doveva perorare la causa. Ovviamente, riuscendo nel suo intento.

Concilio di Lione II
A favor di Storia, vorrei ricordarvi che il secondo Concilio di Lione aveva all’ordine del giorno due punti molto importanti: il finanziamento per le crociate e per l’atto di unione con i greci (che andrà male perché i greci hanno dovuto accettare un atto scritto e rivisto solo dai cattolici romani). Cosa c’entrava il povero Pietro? Torniamo alla sua storia e vediamolo insieme.

Ora, permettetemi di tratteggiare una breve e superficiale panoramica riguardo gli eventi che portarono all’elezione di Celestino V.

Ovviamente, Nicolò IV era morto (4 aprile 1292) e i 12 porporati che all’epoca dovevano eleggere il nuovo pontefice non riuscivano a mettersi d’accordo. A questo aggiungiamoci una bella peste che blocca il conclave e ha causato la morte di un porporato elettore. Quando i lavori possono finalmente riprendere, ripartono anche le liti tra gli 11 superstiti per l’elezione del luogo del conclave (la Sistina verrà costruita solo il 1471 e il 1481 circa) e la scelta era tra Roma e Rieti. Alla fine riuscirono a mettersi tutto d’accordo il 18ottobre 1293: Perugia!

Vespri siciliani
I siciliani poco tolleravano la presenza dei Francesi (i d’Angiò) e li consideravano invasori.
Nel 1282 da Parlermo partì una ribellione che allontanò i francesi a favore degli Aragonesi.

I porporati forse non se ne resero conto ma stavano tergiversando un po’ troppo e stavano tirando la cosa troppo per le lunghe. Capirono di aver esagerato quando Carlo d’Angiò insieme al figlio (Carlo Martello) si presentò a Perugia nella sala conciliare per far sapere di aver bisogno di un papa, per una pratica che aveva in sospeso e serviva la firma del successore di San Pietro.

Carlo d’Angiò, in effetti, aveva bisogno della firma di un papa sulla stipula per la trattativa che gli avrebbe permesso di rientrare in possesso della Sicilia alla morte di Giacomo II d’Aragona.

Ora, non è così difficile immaginare la reazione dei porporati che non si aspettavano di essere disturbati mentre erano impegnati in uno dei loro compiti più importanti. Carlo d’Angiò fu fatto uscire rapidamente dalla sala grazie all’intervento poco ortodosso di uno dei presenti, un certo cardinal Benedetto Caetani (segnatevi questo nome… ci sarà un colpo di scena alla fine della storia). Nonostante il trambusto causato dal nostro amico d’Oltralpe, i cardinali capiscono che arrivato il momento di decidere o rischiavano grosso.

Nel frattempo il Cardinale Decano (il Presidente) del Collegio dei Cardinali, Latino Malabranca, riceve una lettere da Pietro da Morrone. Non una lettera qualsiasi ma una vera e propria profezia che annuncia “gravi castighi” se non si arriva prima possibile all’elezione del nuovo Papa.

Il collegio dei cardinali (forse spaventato dalla lettera) prende una decisione all’istante. Il Cardinale Decano Latino Malabranca riesce a fatica a far accettare ai suoi colleghi il fatto che Pietro da Morrone non sia un cardinale ma, senza ombra di dubbio è la persona giusta per diventare il nuovo Papa. Oggettivamente è rispetto e conosciuto in tutta Europa e può essere la scelta migliore.

Anche per il Cardinal Benedetto Caetani è la scelta giusta. In effetti Pietro da Morrone non è molto colto, è sufficientemente impreparato e soprattutto anziano. Tutte caratteristiche che gli garantiscono di poter gestire il Papa a suo piacimento.

Ritratto di Carlo I d’Angiò (1845)
Henry Decaisne
Pinacoteca della Reggia di Versailles

E così, dopo ben 27 mesi di sede vacante, il 5 luglio 1294 il trono di Pietro viene nuovamente occupato. Eletto il Papa a Perugia, bisogna andarlo a prendere, perché si trovava sul Monte Morrone e, oltretutto, bisognava informarlo. Tre messi ecclesiastici si presentano davanti all’eremita, gli comunicano la novità e si inginocchiano in segno di rispetto e lui si inginocchia davanti a loro in segno di rispetto nei loro confronti. Finita questa serie di convenevoli non rispettosi del protocollo, il Papa neo-eletto rifiuta l’incarico. Non se la sente. Qui entrano in atto le doti dialettiche dei tre delegati che riescono a fatica a convincere Pietro da Morrone (sarà l’ultima volta che lo chiamo così).

Nel frattempo non dimentichiamoci di Carlo d’Angiò che aveva fretta di far firmare il documento. Si presenta lui in persona davanti al nuovo Papa e lo accompagna (forse con una cerca fretta) all’incoronazione. Il futuro Celestino V arriverà in dorso di mulo (aspetto importante per sottolineare la sua umiltà) a L’Aquila. Dove si trova la chiesa che era stata costruita per suo volere dopo il sogno e lì si farà incoronare.

Un pontificato breve ma intenso

Nei quattro mesi di reggenza, Celestino V firma un atto molto importante: la Bolla del Perdono. Si tratta niente meno che di un primo esempio di indulgenza plenaria, offerta a chi è pentito e confessato e visita la basilica di Santa Maria di Collemaggio (sempre lei) dai vespri del 28 al tramonto del 29 agosto. Siamo sei anni in anticipo rispetto al primo Giubileo (che si celebrerà nel 1300).

Celestino V si fida di Carlo d’Angiò e oltre ad eleggerlo “maresciallo” del futuro conclave, decide anche di affidarsi a lui e di considerarlo un vero e proprio consigliere. In questo modo il povero cardinale Caetani vedi cadere il castello delle sue macchinazioni.

Dopo la firma della famosa stipula, Carlo d’Angiò convince il Papa a trasferirsi a Napoli, dove gli è stata preparata una stanzetta arredata in modo sobrio a Castel Nuovo. Il Papa è contento e rilassato perché si sente protetto e al sicuro ma a dire il vero è più un ostaggio angioino che viene pesantemente influenzato nelle scelte da prendere.

Nei quattro mesi in cui ha ricoperto questo incarico, Celestino V deve aver meditato a lungo in merito alla possibilità di rinunciare e ritirarsi alla tanto amata vita da eremita. Queste sue riflessioni hanno trovato il sostegno di Caetani che, forte del suo essere un esperto di diritto canonico, lo rassicura in tutti i modi che è la scelta migliore. Non è il caso di dire, che nello stesso periodo, Carlo d’Angiò ha fatto di tutto per convincerlo che si trattava di una scelta sbagliata.

È difficile da dire ma Celestino V è stato un Papa decisamente ingenuo e anche un po’ ignorante. L’amministrazione pontificia non sapeva come comportarsi con lui e la burocrazia è caduta nella confusione più totale. Il primo fattore di destabilizzazione è stato l’incapacità del Papa di parlare latino, non conosceva la lingua ufficiale della Chiesa e con lui dovevano tutti parlare in volgare. Immaginatevi il disastro con i documenti che gli venivano sottoposti, tutti scritti in latino, che dovevano essergli tradotto e spiegati. La Chiesa, all’epoca, beneficiava di diversi monopoli e di posizioni importanti nell’economia e nella vita politica; molte persone richiedevano di poter essere assegnatari di alcuni di questi benefici e durante il breve pontificato di Celestino la Curia, nella confusione totale, ha assegnato uno stesso beneficio a più richiedenti.

Il 13 dicembre 1294 Celestino V rinuncia all’ufficio e si dimette. Alcuni hanno ipotizzato che la comunicazione si stata scritta direttamente da Caetani che fremeva per liberarsi di lui. Vera o no questa possibilità, un dato è certo: in 11 giorni di conclave viene eletto il nuovo Papa! Si tratta del cardinal Benedetto Caetani, che si farà chiamare Bonifacio VIII.

Celestino V spera di poter scappare da quel girone infernale e tornare ad una vita normale. Bonifacio VII lo fa mettere sotto stretto controllo (tecnicamente lo imprigiona) per paura che i cardinali filo-francesi, a cui non stava molto simpatico il nuovo Papa, prendessero Celestino V e lo rimettessero sul trono di Pietro.

Il povero Celestino V tenta la fuga ma viene ripescato da Bonifacio VIII che, per proteggerlo meglio, lo fa rinchiudere nella Rocca di Fumone (in provincia di Frosinone), proprietà di famiglia. Il Papa rinunciatario, prigioniero del nuovo Papa, morirà in questa Rocca a causa del deperimento fisico a seguito della prigionia.

Il mistero della morte

Non possiamo, ovviamente, credere che una vita così surreale potesse terminare con una morte semplice e lineare. Per molti anni si è ipotizzato che Celestino V fosse stato ucciso. Il suo cranio, in effetti, presenta un foro di una decina centimetri di diametro. A seguito di ben due perizie avvenute nel 1313 e 1888, si è deciso che ad ucciderlo fosse stato un chiodo conficcato nella testa. Nel 2013 sono stati presentati i risultati di un altro studio che ha dimostrato che il foro è stato realizzato dopo la morte dell’ex pontefice.

Ovviamente, Bonifacio VIII era visto con sospetto. Non possiamo sapere se sia stata una decisione presa politicamente, rimorso o reale bontà ma il nuovo Papa portò il lutto per il suo predecessore (fatto inaudito e mai avvenuto prima), celebrò una messa pubblica in suo suffragio e aprì subito il processo per la sua canonizzazione… (scusate ma i punti di sospensione sono d’obbligo e rappresentano un silenzioso dubbio).

In buona compagnia

Dante la mette giù dura con il povero Celestino V, tanto che spesso la percezione è quella che sia stato l’unico a salutare la Curia e a ritirarsi in modo così vile. Però, come si suol dire, Celestino non è stato né il primo né l’ultimo:

  • Clemente I (4° papa, 88-97)
  • Ponziano (18° papa, 21 luglio 230-28 settembre 235)
  • Silverio (58° papa, 1º giugno 536-8 giugno 536) – detiene il primato per il pontificato più breve!
  • Benedetto IX (145° papa, 21 ottobre 1032-13 gennaio 1045)
  • Gregorio VI (148° papa, 5 maggio 1045-20 dicembre 1046)
  • Gregorio XII (205° papa, 19 dicembre 1406-4 luglio 1415)
  • Benedetto XVI (265° papa, 24 aprile 2005-28 febbraio 2013)