Il mestiere e il male di vivere

Il 27 agosto di settant’anni fa, nella camera di un albergo di Torino moriva suicida Cesare Pavese. Sul tavolino lasciò una copia del suo Dialoghi con Leucò, sulla prima pagina aveva scritto:

perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Qualche giorno prima, sul diario, che  diverrà Il Mestiere di Vivere, aveva scritto:

questo è il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò. La cosa più segretamente temuta accade sempre ci vuole umiltà non orgoglio. Un gesto. Non scriverò più.

Aveva scritto in maniera febbrile per tutta la vita e dalla vita prendeva commiato congedandosi dalla scrittura. C’era un biglietto tra le pagine dei Dialoghi con Leucò:

L’uomo mortale, Leucò non ha che questo di immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso la pena di molti, ho cercato me stesso.

Il suo essere scrittore aveva superato la vita e quando la scrittura non è bastata più, la vita, che per lui era diventata un labirinto di disperazione, prese il sopravvento.

Kierkegaard è stato il sottile maestro nella vita di Pavese, una vita che era consapevolezza che vivere è nostalgia di aver vissuto senza vita vera e premonizione di una morte sulle macerie della memoria. Un realismo che diviene metafisico, le macerie di una memoria di vita che divengono esse stesse metafore metafisiche. Come cultura greca e mito, nel momento in cui la logica incontra la ragione, divengono dissolvenza degli dei, il suicidio non è decadenza ma convivenza con le rovine di una civiltà rappresentata dal diavolo che scappa sulle colline per cercare una casa che non trova, trova invece quella luna che illumina i falò. Poderosa allegoria della ragione cui fa da scenario costante la memoria che si annulla nella morte che verrà e avrà i tuoi occhi. Tutto si perde e si disperde e si consegna alla morte coi suoi dialoghi, solo il Leucò trovò il suo mestiere di vivere che è stato mestiere di scrivere.

Questo era lo struggente Pavese metafisico, scrittore e intellettuale di sinistra, scomodo e anticonformista, mai supini a prefissati schemi ideologici, che si oppose sempre alle ideologie delle sinistre ponendo al centro della sua letteratura l’uomo, lasciando un messaggio anche a nome dei tanti vinti che reclamano dignità.

Non tutti capirono e Pavese restò il sospetto e scomodo, incostante e talvolta disorganico uomo di cultura che rifiutava il precodificato. Un Intellettuale scontroso, solitario, antifascista, iscritto al Partito Comunista ma che, nella egemonia culturale della sinistra, rimase sempre avulso dallo storicismo marxista. Portò la colpa di aver fatto pubblicare autori proibiti, ne ricavò critiche e censure, come quando decise di far stampare il reazionario rumeno Mircea Eliade, uno dei più grandi studiosi di religiosità antiche e di antropologie comparate. Quando il Partito intervenne ne fu molto contrariato, perché per lui ogni tipo di censura era da condannare. Scrisse a Ernesto De Martino:

Che Eliade abbia fama di fascista che paura può fare?

Che paura poteva fare, si chiedeva Pavese, senza capacitarsi del fatto che il suo orizzonte divergeva dall’intellettualismo collettivo, stava più con Vico che con Marx, era attratto dal mistero del sacro più che dallo storicismo hegeliano, più dalle langhe che dalle fabbriche, sempre cercando, nella magia degli anni dell’infanzia, quella fede che gli era mancata.

I dissidi con la sinistra ne  avvilivano il morale lo criticarono per aver scritto ne’ La Casa in Collina pagine di troppa umana pietà per i morti dell’altra parte, quella sbagliata:

Ogni guerra è guerra civile, ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.

Pubblicò l’Antologia Einaudi e l’Unità la stroncò senza tanti riguardi: troppa America, troppo irrazionalismo. Lucio Lombardo Radice su Rinascita lo paragonò a Moravia e rimproverò entrambi di decadentismo. Mario Licata recensendo La luna e i falò ne denunciò l’ambiguità, Rinascita se la prese col suo saggio sul mito e  anche La bella estate venne giudicata troppo intimista. Cesare Pavese nell’ovattato silenzio delle segreterie era stato scomunicato.

Adesso a settant’anni dalla sua morte è il tempo di restituirlo alla verità e al mito.

Golda Meir, la pioniera dello Stato d’Israele

I capelli sono grigi e ricciuti, il viso stanco e grinzoso, le gambe gonfie di una massaia che ha la saggezza di chi ha sgobbato tanto nella vita

Oriana Fallaci descriveva così Golda Meir. Sembrava davvero una nonna ingrigita con gli occhi tristi e il naso importante, che per l’occasione si è messa l’abito migliore ma non vede l’ora di toglierselo per rimettersi il grembiule e tornare alla sue faccende.

Ma l’accostamento è fuorviante, porta fuori strada, perché dietro quella maschera si celava una tempra di diamante, “Lady di ferro” la chiamavano e di lei David Ben Gurrion diceva: “è l’unico uomo al governo”.

Quella signora dall’apparenza dimessa ha tenuto nelle sue mani i destini di una nazione e la rinascita di un popolo che si era calato in una terra difficile, dura, a volte spietata. Proprio questa apparente contraddizione tra ciò che è e ciò che appare è l’esatta cifra del personaggio e della sua complessità, perché a  ben guardare, Golda Meir più che di una nonna aveva l’aspetto e lo spirito di una matriarca uscita dall’Antico Testamento.

Per le cancellerie del mondo era “la leonessa”, conoscevano bene la sua tenacia e la sua determinazione, sapevano che era stata lei, dopo i tragici fatti di Monaco del 1972 ad ordinare l’eliminazione sistematica dei terroristi responsabili di quell’eccidio, “Collera di Dio” fu chiamata quella operazione di cui si assunse l’intera responsabilità.

Era nata in Ucraina a Kiev il 3 Maggio 1898, il suo nome era Golda Mabovič, sarà David ben Gurrion, il padre del moderno Stato di Israele, nel 1955 a darle un cognome più tipico: Meir, che in ebraico significa  illuminato. Una infanzia dura la sua, miseria, fame e persecuzioni, l’Ucraina era parte dell’impero russo ed essere una famiglia ebrea dove per giunta si professavano idee socialisteggianti non aiutava. Per i Mabovič non restava altra via  che emigrare  in America per tentare un futuro migliore. Si stabilirono a Milwaukee nel Wisconsin e per Golda, bambina di otto anni, fu davvero la scoperta dell’America: quel mondo nuovo, così diverso dall’abbandonata Europa, terra di libertà ancora intrisa di pionierismo le rimarrà per sempre nel cuore. Golda cresceva e faceva tutto in fretta: la scuola, l’università, la passione per  il socialismo e la dedizione al sionismo, poi l’ incontro con Morris Meyerson che sposa a diciannove anni il 24 dicembre 1917. Nel 1921 i Meyerson emigrarono in Palestina, allora protettorato inglese, per andare a vivere il Sionismo in un Kibbutz; lei ricorderà sempre quel periodo come il più felice della sua vita. Per anni il loro fu un matrimonio felice, poi diverrà un tasto dolente: la famiglia trascurata per troppo lavoro e troppa politica e quando Morris morì  d’infarto nel 1950, lei con amarezza disse: “con una donna diversa da me avrebbe potuto essere felice”.

Il suo impegno politico e sociale non venne mai meno e durante gli anni della Seconda guerra mondiale si dedicò anima e corpo all’immigrazione illegale dei profughi che giungevano dall’Europa. Finito il conflitto iniziò a lavorare al progetto di istituzionalizzazione dello Stato d’Israele, e in tale veste tornò negli Stati Uniti alla ricerca di fondi e di appoggi alla causa.  Il 14 maggio 1948 nacque finalmente lo Stato cui tanto agognava e lei fu tra i ventiquattro firmatari della dichiarazione d’indipendenza e divenne anche membro del Consiglio provvisorio dello Stato.  Quello spirito pionieristico che tanto l’aveva affascinata negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, l’aveva portata ad essere una pioniera della indipendenza d’Israele. Sarà la prima ambasciatrice israeliana a Mosca, poi ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale e quindi Ministro degli Esteri e in tale veste nel 1956 si trovò a gestire la crisi di Suez, ossia il conflitto derivante dalla occupazione della più importante via di collegamento al mondo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele.  L’Egitto, sostenuto dalla Unione Sovietica si oppose con forza e quando, preoccupati dal possibile allargamento del conflitto, intervennero gli Stati Uniti, costrinsero gli inglesi e i loro  alleati a retrocedere. Dopo un momentaneo ritiro, per motivi di salute, dagli incarichi istituzionali, il 17 marzo 1969 venne nominata Primo Ministro. La curiosità che la sua nomina suscitò fu notevole e lei sin da subito diede prova del suo temperamento stringendo ancora di più i rapporti con gli Stati Uniti di Nixon e con la potente ed influente comunità ebraica americana. Poi arrivarono i giorni drammatici di Monaco 1972 e quelli della guerra dello Yom Kippur. Il 6 Ottobre 1973, durante la solenne festività ebraica dell’Espiazione, Israele fu attaccato simultaneamente su due fronti: gli Egiziani dal Sinai e i Siriani dal Golan. I giorni che seguirono furono drammatici, il giovane stato rischiava l’annientamento, poi, grazie alla forza e alla determinazione dei comandanti sul campo, l’attacco venne respinto. La guerra terminò il 26 ottobre grazie all’intervento diplomatico di Stati Uniti e Unione Sovietica, in Israele però il contraccolpo psicologico dell’attacco, che aveva colto impreparati politici e alti gradi dell’esercito, fu pesante: Golda Meir, Moshe Dayan ministro della difesa e il capo di Stato maggiore David Elazar furono costretti a dimettersi.

Rimase, però, ancora nella politica attiva fino a che nel 1974, affaticata e malata,  si ritirò definitivamente dalla scena pubblica per dedicarsi alla sua biografia, “My Life” pubblicata in Italia da Mondadori. L’8 dicembre 1978 la vita di una delle donne più coraggiose del ‘900 si spense, di lei restò il ricordo ed una delle sue più celebri frasi: “Essere o non essere non è la questione, o sei o non sei”.

Lei certamente è stata, ed è ancora.

La bellezza delle statue antiche è anche sofferenza

A metà del ‘700 Johann Joachim Winckelmann, archeologo e storico dell’arte tedesco, scriveva a proposito del fascino dell’arte della Grecia classica:

come la profondità del mare resta immobile per quanto agitata sia la superficie, tal è la bellezza delle statue antiche.

L’immaginario occidentale nei riguardi della classicità greca culla da sempre il mito di un mondo fatto di armonia, ordine e serenità, capace di attraversare indenne i secoli.

È facile quindi immaginare l’irritazione che nel 1872 produsse la pubblicazione del libro La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche che all’epoca era ancora un oscuro professore di filosofia all’università di Basilea. Il filosofo tedesco sosteneva che se guardiamo a quello che si nasconde dietro quella grecità tanto celebrata:

troviamo la notte […] non possiamo che contemplare se non i prodotti di una fantasia abituata a cose orrende […] Ciò che è così tanto bello in superficie, nasconde terribili profondità.

In sintesi, per Nietzsche era sbagliato guardare e giudicare il mondo classico greco pensando unicamente al dio Apollo e al suo concetto ideale di armonia e bellezza; bisognava invece guardare a Dioniso la divinità dell’estasi, dell’ebrezza, della pazzia e del dolore.

Nasce qui l’intuizione dell’opposizione fra apollineo e dionisiaco, una delle asserzioni più famose del filosofo ed anche una delle più fraintese.

Laocoonte e i suoi figli

Distinguere tra apollineodionisiaco non è celebrazione del caos; è piuttosto una profonda riflessione sull’arte, sulla sua importanza e sul suo significato. La leggerezza, la grazia, la forma e la bellezza non sono doni piovuti dal cielo, sono faticosa conquista che può maturare solo in chi sa guardare dietro il velo delle cose, perché solo così si può scoprire la realtà per quella che è nel cieco disordine, privo di senso, del continuo alternarsi di creazione e distruzione. 

La realtà è “desiderio di essere”, c’è una sorta di primordiale ebrezza nello sperimentare l’istinto di essere e di sentirsi parte di un insieme più grande in cui è possibile perdersi, come trascinati da una musica travolgente. 

L’arte non nasce, per Nietzsche, da un mondo perfetto e armonico, bensì dal tentativo, che è l’unico possibile, di mettere ordine e confrontarsi con la vita in tutta la sua selvaggia e caotica prepotenza. Se invece si preferisce lasciarsi incantare dal mito di un mondo ideale, si finisce per perdere la capacità di comprendere l’arte in quanto non può esserci conoscenza senza sofferenza e solo conoscendo si può giungere a gioire della bellezza.

In tanti pensarono allora, e la cosa non è poi tanto diversa oggi, che fossero vagheggiamenti di un invasato, ma un pregio questa teoria ce l’ha ed è quella di essere riuscita a cogliere, dietro quel falso ideale di sereno distacco, il “mistero greco” che è il risultato di una saggezza di vivere conquistata faticosamente.

L’inganno della tragedia

Non facciamoci illusioni: la vita è irrazionale e qui sta l’inganno. Se la filosofia occidentale da sempre pretende di definire il bene e il male, la tragedia greca da sempre ne sbriciola l’ambizione. 

Oreste (nell’Agamennone prima delle tragedie che compongono l’Orestea di Eschilo) disperato e con la spada in mano chiede all’amico Pilade:“cosa debbo fare ?” e questo grido risuona in tante altre tragedie della Grecia classica che sono sempre in bilico tra estreme passioni e gesti disperati.

Platone, seppure fosse affascinato dalla rappresentazione della tragedia, arrivò però ad affermare che nel suo ideale di polis ben governata simili opere non potevano trovare posto, in quanto producevano una distorta visione di quel che siamo.

È chiaro che tra filosofia e tragedia c’è un antico conflitto, ne era consapevole anche Nietzsche allorché pubblicò, nel 1872, La nascita della tragedia greca ove introduceva i concetti di “apollineo” e “dionisiaco” per tentare di tratteggiare il fondo oscuro dell’esistenza umana.

In un mondo caotico la filosofia ha l’ambizione di cercare di ricomporre l’armonia che sta dietro il caos. La realtà ha una sua intima struttura razionale (“Logos”) che è il senso di ordine comprensibile alla ragione. C’è un rapporto certo tra l’uomo e la realtà e solo ragionando correttamente e non per sole teorie si può arrivare a comprendere dove sta il bene e il male. È questa anche la premessa della religione: Dio è arbitro del bene e del male prima che creatore di tutte le cose. A pensarci bene tutti speriamo che possa essere così: ci deve essere un senso in quello che accade, ci deve essere un distinguo tra bene e male.

È su questo punto che la tragedia scombussola tutto e ci mette davanti ad un’altra realtà: non c’è alcun senso in ciò che avviene, siamo immersi in un universo che non possiamo comprendere se non in minima parte e che non è di per sé maligno ma è indifferente, un universo che non è fatto a nostra misura e noi ci siamo dentro per caso. È la condizione dell’Edipo Re di Sofocle che crede di poter tutto grazie alla sua intelligenza, ma poi si trova a brancolare nel buio senza poter far nulla. Alla fine però gli dei, lontani e silenti, lo salveranno (Edipo a Colono ancora di Sofocle). Perché?

Come si può trovare ordine in mezzo al caos? Forse con le parole? In fondo usando bene le parole si può dare senso a quello che ci circonda. Ma le parole sono ambigue e si prestano alla manipolazione e lo vediamo nell’Orestea di Eschilo: tutti parlano pensando e pretendendo di aver ragione e l’unico risultato cui si arriva è che Clitennestra, per vendicare Efigenia, ammazza il marito Agamennone e Oreste, per vendicare il padre, ammazza Clitennestra la madre, salvo poi impazzire per il peso di quello che ha fatto. Ma gli dei (Apollo e Atena) lo salvano. Perché?

E poi, basta un buon ragionamento per prevalere? Nelle Troiane di Euripide, Menelao riconosce la validità di quanto dice Ecuba ma, alla fine, ad essere salvata è Elena, perché in fondo il mondo è selvaggio e il potere della ragione è limitato e il confine tra male e bene è così sottile che spesso non si riesce a distinguerli.

Ma allora aveva ragione Platone: quelle della tragedia sono storie estreme che non danno una rappresentazione corretta della nostra situazione. Per il filosofo è facile dirlo perché lui conosce il bene, si sforza di perseguirlo ed allora il problema quasi non si pone. Non così nella tragedia, dove in un mondo opaco eroi incerti non sanno dove andare e cosa fare: “Che debbo fare?” è il grido che risuona. Fragili e vulnerabili gli eroi tragici alla fine agiscono, anche sbagliando, perché solo così possono dare un senso a quello che sono e rivendicare la loro umana dignità.

Polemizzando col pensiero classico, Nietzsche aveva capito questo dualismo anche se, in definitiva, in cuor suo sognava una Grecia ideale, capace di sublimare il senso dell’ esistenza in una forma d’arte: proprio la tragedia in cui il dolore (il dionisiaco) e la compostezza (l’apollineo) trovano un equilibrio. Gli sfugge, però, il senso della grandezza di Euripide, che lui ritiene responsabile della fine della tragedia greca, perché nella sua opera dava troppa importanza alla ragione illudendosi di poter così spiegare tutto. In questo modo però trascurava che Euripide, con le sue trame contorte, è forse quello che meglio di tutti ha saputo mostrarci l’assurdità della condizione umana. 

Davvero le storie di Euripide finiscono sempre in situazioni di stallo e sono necessari interventi mirabolanti ed inverosimili per trarre d’impaccio i personaggi; basti pensare a Medea che ammazza i figli e poi se ne va sul carro del sole. Non è detto però che Euripide non sapesse quello che stava facendo: quegli effetti speciali dimostrano quanto sia per lui infondato il desiderio di una ricomposizione delle umane vicende. Euripide non credeva agli dei, men che meno al loro possibile intervento nelle vicende umane; secondo lui le cose accadono perché debbono accadere e per gli uomini son del tutto incomprensibili. 

Non è che Sofocle o Eschilo siano meno enigmatici. In Eschilo Oreste verrà assolto dalla sua città, ma rimarrà per sempre l’assassino della madre e il traditore della memoria di Ifigenia. È questo il trionfo del bene? E davvero Antigone, così colma di rancoroso odio verso le leggi della sua città (Tebe) rappresenta la migliore delle coscienze civiche?

I poeti greci non raccontano, né vogliono raccontare, storie edificanti ma questa è la grandezza della tragedia classica: guardare in faccia alla realtà in tutta la sua sfuggente complessità. La tragedia è un inganno, ci mostra storie esagerate ed inverosimili ma è un inganno che è capace di liberarci dalle nostre illusioni moraleggianti, rivelandoci tutte le nostre miserie. È un inganno in cui chi inganna è più giusto dell’ingannato.

Nel tempo degli Dei scomparsi

Nel tempo degli dei scomparsi si addice la nostalgia. Non è la nostalgia dell’Olimpo; è la nostalgia del divino, dell’intramontabile mentre noi tramontiamo, dell’eterno e dell’origine mentre noi siamo mortali e senza origine.

Gli dei pagani se ne sono andati e anche Dio se ne è andato, ne sentiamo la mancanza,  non lo si trova più nella vita della gente; da un po’ si fatica a trovarlo anche in chiesa, lascia un vuoto gigantesco e tutta la nostra vita ruota attorno a quel vuoto. 

Quando si dice “tutti gli dei furono immortali” si commette un errore perché declinare al passato l’immortalità è un non senso. Si dovrebbe dire “tutti gli dei furono creduti immortali”, ma oggi questa frase vale al contrario: “tutti gli dei sono creduti inesistenti”. In questo modo la questione però non riguarda più gli dei ma noi, le nostre convinzioni e le nostre esistenze. Nulla ci dice della loro esistenza o inesistenza, perché a morire non sono stati gli dei bensì la nostra percezione in loro.

Per Nietzsche Dio morì il 27 luglio 1849, quando nella canonica di Röcken morì il padre, pastore protestante e lui dovette lasciare la casa e il luogo della sua infanzia. Quando in età matura annunciò la morte di Dio vi traspose la morte del padre e la sua cacciata dalla casa del Signore.

Col trascorrere degli anni la scomparsa di Dio prese dapprima forma di teofobia e più di recente di ateismo praticante, rimuovere Dio senza affrontarlo. La scomparsa di Dio ha fatto proliferare una miriade di surrogati, si è sbandierata l’assoluta libertà dell’Io come  l’Homo Deus di Yuval Noah Harani: al posto di Dio c’è l’etica, la legge, l’umanità. 

Ma non c’è niente da fare, ancora non riusciamo a liberarcene, ancora viviamo l’angoscia di  consegnarci definitivamente all’ “uno terreno” perché l’ “Uno” si addice al cielo, non alla terra. Sulla terra la verità ci è preclusa, possiamo coglierne solo vaghi frammenti; la verità ha tanti lati e ne riusciamo a cogliere solo alcuni e il nome che diamo a questa nostra mancanza, a quello che non siamo, a ciò che non possiamo è Dio. Questo è il nostro limite, il mistero dell’Essere che possiamo intuire e mai pensarlo per intero, proprio come la verità. 

L’uomo è dentro l’arcano di una intelligenza che non riesce a cogliere, pensa in Dio perché l’Essere precede il pensiero e lo costituisce. Possiamo dire con Heidegger che noi sopravveniamo   tardi per gli dei e troppo presto per l’Essere, e così, piantati lì nel mezzo, viviamo con angoscia la sua assenza.

Ma al Dio, inteso come Essere o Logos, manca l’umano calore del Dio cristiano, manca la figura Gesù e il lato umano della sua storia, manca sua madre e i santi, manca la sua vita e la famigliarità col divino, manca la grazia premurosa della Provvidenza e il conforto della sua misericordia. In Dio riviviamo il padre, nella figura di Maria di Nazareth la madre e la sua tenerezza.

Illusioni? Superstizioni? Meglio del nulla diceva Vico, perché in fondo la superstizione è quanto resta di verità perdute.

Torniamo al presente, anzi torniamo all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza non nega e non conferma Dio, sposta solo il là la linea di confine del “non cognito”. Ma la scienza non può illuminare l’infinito, ci spinge avanti ma ci lascia al buio e a noi tocca scommettere con Pascal su Dio o sul nulla. Dio è un rischio e la scommessa va oltre il pensare e oltre la scienza. Ci tocca scommettere sull’Essere anziché sul niente; per gli imputati c’è almeno la regola “in dubio pro reo”, nell’incertezza tra Essere e nulla non resta che “in dubio pro Deo”.

John Lennon e il ’68 perduto

Se non fosse stato assassinato una sera di inizio dicembre di quarant’anni fa, John Lennon avrebbe compiuto da poco ottant’anni. Già famosissimo in vita, la sua morte tragica e prematura lo ha scolpito nella storia, mito sempreverde  e icona permanente di quel “favoloso ‘68” di cui si parla ormai da mezzo secolo.

È risaputo che la sua carriera iniziò coi Beatles; infatti la maggior parte delle canzoni del gruppo risultano quasi tutte scritte da Lennon e McCartney, poi quest’ultimo non gli perdonò mai di essersi appropriato di “Let it be” che in effetti Lennon non scrisse. Forse fu per questo, o forse fu per altre motivazioni artistiche ed esistenziali, che nel 1970 piantò tutti per iniziare una nuova carriera di produttore e solista con la Plastic Ono Band assieme alla moglie Yoko Ono.

Paradossalmente la musica è solo un aspetto del mito di John Lennon: le sue lotte pacifiste, anticonformiste e provocatorie sono i tanti tasselli della sua leggenda. L’11 Ottobre 1971 uscì, da “grapefruit”,  una poesia della Ono che lui accostò ad una musica dolce ed accattivante, uno dei pezzi più famosi e controversi della storia della musica: Imagine.  Da subito il brano, che presentava un mondo ideale regno di fratellanza, amore e uguaglianza, divenne simbolo del pacifismo universale.

Sono state così tante le cover eseguite negli anni da cantanti e artisti che è quasi impossibile riportarle tutte: da Stevie Wonder a Neil Young, da Liza Minelli a Lady Gaga. Anche Madonna nel suo tour del 2004 cantò una cover di quest’inno alla pace e i Queen la eseguirono in concerto il 9 dicembre 1980, il giorno dopo il suo assassinio.

Imagine venne concepito sin da subito come “un messaggio per il mondo”, un inno universale alla pace e all’eguaglianza ed il suo autore iniziò ad essere considerato il vero guru di quel mitizzato “68 perpetuo” di cui non si smette di parlare.

Non sfugge che storicamente il ’68 fu un fenomeno sopravvalutato; non si può non ammettere che la contestazione globale, gli incitamenti alla rivoluzione e alla liberazione dei santoni dell’epoca come Marcuse e altri siano falliti, dato che nessun assetto politico o economico venne rovesciato da quell’ondata di disordinato ribellismo.

Ci fu invece, quella sì, la rivoluzione dei costumi, del linguaggio, dei rapporti tra le generazioni e di questa rivoluzione ulteriore Lennon divenne il guru profetico. Il messaggio global-pacifista che filtrava dai suoi testi ed in particolare da Imagine era semplice e chiaro: ognuno viva come gli pare, liberazione sessuale, droga libera, basta con le religioni e le tradizioni che sono solo ristrettezze mentali, vietato vietare, sì ad anarchia e rivoluzione ma solo se gaudente e fumosa di marjuana.

In questo Lennon fu davvero profeta, perché proprio in quegli anni iniziava la lenta ma inesorabile trasformazione della sinistra da proletaria a radical-chic e della politica al politically correct: da Lenin a Lennon. La rivoluzione non più di massa ma declinata al singolare.

Rimane il fatto che Imagine, che il suo stesso autore definiva

antireligiosa, antinazionalista, anticonvenzionale, anticapitalista, ma poiché è rivestito di zucchero è accettata

è stata eccessivamente valutata e  sfruttata, è stato tirata in ballo da tutte le parti, su di essa si potrebbero scrivere interi trattati trattando di niente.

Conosciuta al mondo come canzone di pace e unità, Imagine sembra voler spingere verso un primitivo comunismo e la frase “imagine no possession” è stata quella che da sempre ha suscitato i maggiori clamori e accuse di ipocrisia al suo autore, baronetto e multimilionario che cantava “immaginare di non avere possedimenti”.

La verità è che, gratta gratta, il testo resta un manifesto allo zucchero: “immagina che non ci sia il paradiso… e nessun inferno. Immagina che non ci siano più poteri…nessun motivo per uccidere e morire… nessuna religione” e via così: vivere per l’oggi, senza più motivi per vivere o morire, senza un Dio o una Patria, senza radici né tradizioni. Un nichilismo discount, manifesto per una liberazione che libera solo bisogni e desideri.

Durante la scorsa estate, da noi, Imagine è tornata prepotentemente alla ribalta e si è perso un sacco di tempo a correre dietro al senso ideologico sottointeso alla canzone. Anche i politici nostrani non si sono sottratti al dovere di sprecare tempo a dissertare se il brano fosse di destra o di sinistra, non accorgendosi che Imagine nulla è di tutto ciò, anche se, a suo modo, rappresenta, con cinquant’anni d’anticipo, l’ideologia dell’oggi: negazione della tradizione e della religione, assoluto dominio del presente sul passato e sul futuro, apologia assoluta della individualità globale.

La poesia e il “magon” di Milano

“Milan l’è on gran Milan” dicono i versi di una canzone e allora vorrei  parlare proprio di quelle canzoni che sembrano un richiamo materno, come la fetta di panettone sotto Natale, come la “sciura” che per strada butta lì una bella frase in dialetto al momento giusto e fa gongolare le orecchie: le canzoni della tradizione milanese. Canzoni, che sono veri capolavori di poesia e di comicità e, anche quando sono sentimentali, lasciano emergere quello spirito della milanestà unico al mondo.

Ricordo quelle che da bambino mi cantava la nonna o quelle che ho poi sentito cantare da interpreti ed autori che le hanno rese immortali, gente di Milano come Walter Valdi, Maria Monti, Nanni Svampa, Enzo Jannacci, Giorgio Gaber, Dario Fo, Ornella Vanoni, i enzo-jannacci-giovaneGufi, e tanti tantissimi. Non si può stilare una classifica,  perché a differenza di Sanremo, le canzoni di Milano sono tutte belle!

Mi viene in mente quella del Palo dell’Ortiga cantata da  Jannacci e da Svampa. Diverse per testo e ritmo, più scanzonata per Jannaci più lenta quella di Svampa, con quel quid drammatico che la fa ancora più ridicola. La storia è quella di un “palo” di una banda di ladri sfigati dell’Ortica, che ha il problema di vedere poco “ma l’era sguercc, el ghe vedeva quasi pü” e anche un po’ duro d’orecchi. Ovvio che quando sono arrivati i “pulee” lui “l’ha vist nagotta ma in compens l’ha sentuu nient”, e  la banda è restata lì impietrita “come quelli della Mascherpa”, espressione esilarante e geniale per indicare un gruppo sgangherato di ladri, una autentica armata Brancaleone,  presi con le mani nel sacco.

L’ Armando è completamente in italiano, ma già l’accoppiata Fo-Jannacci è ben più di una garanzia di milanesità. La storia è quella di un omicidio con il protagonista che tenta di scagionarsi per quello che a suo dire è solo un incidente: “si è aperta la portiera, è caduto giù l’Armando” e più si discolpa più si ingarbuglia e goffamente finisce per confessare. Il tutto condito con una serie incredibile di non sensi e di surreali trovate in un crescendo che non può non far emergere un sorriso ad ogni ascolto!

Non si ride con Ma Mi, qui ci leviamo il cappello davanti ad un testo di Giorgio Strehler, che in dialetto ci regala un’emozione da groppone alla gola. Si, una canzone contro la guerra ma che inneggia alla lealtà tra amici e tra milanesi. Un uomo catturato e portato a San Vittore viene tentato di tradire i suoi compagni di lotta e amici d’infanzia: “Se parlasse, ti firmo accà, il tuo condono: la libertà”. E la tentazione è forte “Sott a ‘sti mur, passen i tram, frecass e vita del me Milan” e poi “la libertà la val ‘na spiada!”. Ma nonostante tutto la lealtà e l’amicizia non sono valori cui si può rinunciare: “Ma mi, ma mi, ma mi, quaranta di’ quaranta nott, sbattuu de su, sbattuu de giò, mi sont de quei che parlen no!”.

Non si ride neanche con La povera Rosetta struggente ballata di vita e malavita ispirata ad un reale fatto di cronaca nera. Rappresentato è ancora il mondo degli ultimi e degli emarginati, la protagonista è una prostituta che esercita in Piazza Vetra e chi la canta è della “ligera”, ossia della malavita milanese, ultima romantica effige di un mondo fuori dalla Legge ma ancora legato a valori come amicizia, lealtà e senso dell’onore.

Piccolo gioiello di Giovanni D’Anzi e Alfredo Bracchi, Nostalgia de Milan è un testo nostalgico che riesce comunque a strappare un sorriso, perché il milanese è un dialetto che invita al sorriso anche quando si è tristi. Milano e la sua nostalgia sono i protagonisti assoluti: “La par ‘na stupidada se pensi ai mè bastion, e foo ‘na sifolada per cascià giò el magon”. È proprio vero che quando un milanese è fuori da Milano, non vede l’ora di tornare: “Tel giuri, piangiaria, pur de vess a Milan!”.

Ci sarebbero così tanti titoli che non è possibile citarli tutti, ognuno dei quali meriterebbe da solo un articolo: Porta Romana bella, Ho visto un re, Andava a Rogoredo, La bella la va al fosso (un grazie ad Aldo, Giovanni e Giacomo per la versione comica),  El purtava i scarp da tenis e troppi altri. Impossibile citarli tutti nel tirannico spazio di un articolo, ma già mi pare di sentire i mormorii di quelli che dicono: ma come, e O mia bela Madunina? Pensavate me la fossi dimenticata? È che questa canzone sta a Milano, come “O sole mio” sta a Napoli: super inflazionata, troppo cantata, talvolta anche massacrata, insomma quasi scontata. Però, quando si sentono i versi “Canten tucc lontan de Napoli se moeur, ma po’ i vegnen chi a Milan!”  e “Ma Milan l’è on gran Milan!” la magia si ripete ancora.

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