Io vorrei… non vorrei… ma se vuoi

Da qualche giorno è Lucio Battisti a darmi la sveglia.

Come può uno scoglio arginare il mare,

anche se non voglio

torno già a volare…

– Alexa, stop!

Alexa si è fissata su questa canzone, anzi no, solo su quel verso. Me lo propina da una settimana!

– É ora, carissima. – Scivolo pigra fuori dal letto.

Che ci faccio alzata? Mi attende una giornata vuota e interminabile… Perché continuo a puntare la sveglia alle sei e mezza?

So che non uscirò di casa neppure oggi: prima non potevo, ora non voglio farlo.

Ancora intontita dagli effetti del sonnifero strascico le ciabattine rosa piumate, raggiungo la porta finestra e la spalanco. L’aria fresca del mattino penetra la seta leggera del mio pigiama e rabbrividisco. Respiro a pieni polmoni e finalmente mi sveglio davvero.

Noooooooo! Piange ancora!

A una folata di aria più fredda, mi si rizzano i peli sulla schiena come a una vecchia gatta rabbiosa, richiudo in fretta la finestra.

Mi affaccio alla porta del soggiorno come una furia. In preda allo sconforto urlo:

– Paola, il bambino del vicino piange ancora!

Mia figlia, con la giacca indosso e la mascherina FFP2, è impaziente di uscire:

– Mamma, basta con questa storia! Tutti i bambini piangono, strillano, qualcuno ulula persino. Non stupirti, eh? Lo hai sempre detto di me neonata.

Indugia un attimo e depone il sarcasmo:

– Senti, la mia sarà una giornata infernale. Hai idea di quanti malati abbiamo in terapia intensiva in questo periodo? Non caricarmi d’ansia anche tu, ti prego.

Le volto le spalle senza fiatare e mi chiudo in camera mia… tanto resterò lì per l’intera giornata, nell’ozio più assoluto.

Discosto un poco la veneziana della finestra nell’illusione di scoprire ciò che accade nella casa al di là della strada.

Ma perché quel bimbo non smette di piangere? È un lamento che striscia tra le sbarre arrugginite dell’inferriata alla finestra, poi si fionda fin qui a ferirmi il cervello.

– Insomma, un bimbo che piange giorno e notte da un anno non può essere ignorato!

La mia voce inciampa in gola, esce acuta e fastidiosa come non vorrei. Paola mi raggiunge in camera.

– Mamma, facciamo che tu oggi pensi una soluzione e stasera me la racconti.

Paola sbatte la porta e se ne va. Mi lascia in preda ai miei fantasmi, alle mie “convinzioni bislacche”. Certo, per lei è facile invitarmi a trovare una soluzione…

Che sia un bimbo abusato?

Il solo pensiero mi fa inorridire.

Perché questo bimbo è tanto disperato? Perché nessuno lo accudisce e lo consola?

Sprimaccio il cuscino, scuoto le lenzuola e rifaccio il letto.

Per Paola sono una visionaria. Di certo lei non ha mai sentito piangere il bambino… è sempre in ospedale! Sono io a sentirlo e a soffrire …

Dobbiamo fare una segnalazione ai Servizi Sociali, ecco cosa faremo.

Non c’è altra soluzione… Indosso la vestaglia ed esco sul balcone. Appoggiata alla ringhiera mi sporgo verso la finestra di fronte, come non ho mai fatto. La tenda si muove nella brezza del mattino. Tra le pieghe del tessuto scorgo una piccola figura, indossa un indumento rosa.

Nessun pianto, nessun lamento, solo un:

– Pss, pss, pss…

È lei, che da dietro la tendina, vuole attirare la mia attenzione.

Accidenti, è più grande di quanto pensassi!

L’evidenza mi lascia impietrita.

Già, la sento da un anno, non poteva essere ancora neonata.

– Finalmente! Ci ho messo un anno per farmi ascoltare… Non sei proprio una tipa sveglia!

– Ma senti che vocina impertinente! Io ti ascoltavo eccome, piccolina! Ero e sono molto preoccupata per te. Com’è che parli così bene?

– Beh, sai, io cresco in fretta in questi tempi bui.

– Come ti chiami? Dimmi, che cosa posso fare per te? Il tuo pianto mi strazia. Non voglio più sentirti piangere.

– Allora esci! Vestiti, come facevi prima. Indossa un bell’abito, truccati, fatti bella e porta in giro la donna brillante che ancora sei… Siediti sulla panchina e goditi il fiume che scorre placido al sole… Leggi quel libro che aspetta da mesi la tua attenzione… Assapora la leggerezza di questi momenti strani e mai provati, che mai torneranno…

Non gettare via i tuoi giorni… Supera questo scoglio e torna a volare!

– Ma tu chi sei?

– Se vuoi, puoi chiamarmi Nostalgia…

Il Tram della Felicità

Luigi è sulla cinquantina, elegante e disinvolto, capelli leggermente brizzolati, sicuro di sé. Porta una elegante borsa di cuoio del tipo “avvocato” e sta fumando una sigaretta. L’abito che indossa è di buona fattura e la piega dei pantaloni è perfetta, si può pensare che una mano femminile si prenda cura di lui.

Si guarda intorno, in attesa di qualcuno. Nella sua mente si rincorrono le parole di sua moglie Anna, “Sei un cretino e sono arcistufa di te”.
Rabbia, rabbia, rabbia. “Sono io che non ne posso più. Le tue manie di grandezza, volere essere sempre la prima, avere sempre ragione, mai ascoltare gli altri, quella tua aria di superiorità. Basta mi hai rovinato l’esistenza. Vado fuori di casa se no t’ammazzo”.
Cammina in strada furente e disperato, ma irrazionalmente, spera che lei lo rincorra.
“No, sono uno stupido, è proprio finita”.

Ha bisogno di scaricare l’insopportabile tensione che lo attanaglia, entra in un bar. Comincia a bere. È attorniato da varia umanità: uomini d’affari, qualche perditempo e parecchie signore cicalanti di tutto e di niente.

Non sa come, di mattina si ritrova ubriaco, seduto su una tomba al cimitero.

“Cosa ci faccio qui?”
È confuso ma ricorda la ragione per cui ha bevuto fino all’incoscienza. Due signore anziane si avvicinano e gli chiedono:
“Si sente bene, ha bisogno di qualche cosa?”
“Si, ho bisogno di liberarmi da un peso insopportabile. Dopo tanti anni di matrimonio, di gioie, soddisfazioni, delusioni, dolori, in un impeto d’ira ho abbandonato mia moglie”.

Le due anziane, dopo averlo ascoltato e avere annuito con grande empatia, cercano di consolarlo: “Nella vita succedono eventi che possono sconvolgere l’esistenza, ma il tempo, la pazienza e l’umiltà, riescono a riconciliare situazioni che sembrano disperate.”
Quella più alta, curvata dal peso del tempo, gli dà una consolatoria pacca sulla spalla e un augurio: “Buona Fortuna, caro.”
Entrambe si allontanano lasciandolo solo con la sua miseria.

Luigi arriva alla fermata del tram e aspetta, non sa neppure lui cosa, forse un’occasione migliore, forse di salire sul Tram della Felicità Perduta.
Anna ripensa alla lite avuta con il marito.
Luigi è stato più aggressivo del solito e lei non è riuscita a tenergli testa.
La miccia? Una discussione banale che però ha sollevato polveri pericolose, ha fatto esplodere vecchi rancori dimenticati scatenando una furia distruttiva.
Che peccato, che delusione, che fallimento quando Luigi ha detto: “non ne posso più, è finita.”

Luigi è stanco di aspettare, il Tram non arriva, si incammina verso il bar come fosse la zattera di una barca ormai affondata.
Comincia a piovere, lei è lì fuori che lo aspetta, fuori dal bar, con l’ombrello in mano e le scarpe bagnate, chissà da quanto tempo era lì, come lo conosce bene Anna. Lui la guarda con gli occhi un po’ annebbiati e un po’ pentiti. Lei accenna un sorriso, lui allaccia il braccio al suo e insieme tornano a casa.

Bangadlesh

Sono nato nel 1999 a Dacca in Bangladesh. A scuola ho imparato l’inglese.

Nel mio paese ci sono 160 milioni di abitanti in un territorio di 147 mila kmq. (quasi 1.100 abitanti * kmq.) Come ci muoviamo, ci calpestiamo. Nel 1947 la nostra terra venne divisa tra due etnie religiose, indiani induisti a occidente e mussulmani a oriente. In mezzo il fiume. Fu l’inizio di un enorme esodo. Milioni di indù migrarono a ovest e milioni di mussulmani andarono a est. Si innescò una emergenza abitativa e sociale che generò guerre intestine infinite. Provocarono la fuga di dieci milioni di indiani e massacri di milioni di vittime.

 Il Bangladesh raggiunse la sua indipendenza nel 1971 con problemi immani che ancora oggi non sono risolti.

Cosa ci faccio io in un paese dove piove da giugno a ottobre con inondazioni disastrose, zone paludose lungo le coste, foreste con animali feroci tra cui la tigre del Bengala. La popolazione ha un tasso di analfabetismo del 50%, la povertà è dilagante, la sicurezza inesistente.
Un giorno mio padre mi ha preso da parte:
“In questo posto si sta sempre peggio, devi andartene. Io e tua madre siamo troppo vecchi per viaggiare, ma tu sei ancora giovane, ecco tutti i soldi che posso darti.”
Mia madre mi ha abbracciato e con le lacrime agli occhi mi ha detto:
“Ti avremo sempre nel cuore.”
Così sono partito, in aereo.
Dacca – Ankara, in Turchia.
Fine dei soldi, inizio delle difficoltà. Faccio lavori di facchinaggio in aeroporto, come posso, quando capita. Finalmente, un giorno, un passeggero mi promette tanti soldi, devo solo seguirlo.
Mi trovo così, senza quasi accorgermene, arruolato nel PKK. Mesi di addestramento militare, molta fatica, molta paura, ma almeno mangio tutti i giorni.
Una mattina, inaspettato, abbiamo uno scontro con i militari governativi. Siamo stati traditi! Spari e sangue, uomini cadono intorno a me.
Mi sono finto morto sotto un mucchio di guerriglieri uccisi. È notte, i soldati sono andati via. Il deserto mi sta di fronte. Prendo dai morti tutto quello che posso. Acqua in bottiglie di plastica, scatolette di cibo, denaro. Parto col favore della luna. Il cammino è faticoso con la sabbia che sfugge sotto le scarpe. Devo allontanarmi più che posso, i soldati ritorneranno. Le ore passano, il sole sorge e presto il calore diventa infernale, bevo continuamente, non ho più forze. Finalmente una pista ben visibile sulla sabbia. Forse incontrerò qualcuno. Avanzo senza più energia. Il sole mi è ormai insopportabile. Mi fermo, getto un ultimo sguardo all’orizzonte. Nulla, sabbia, solo sabbia.
È la fine. Cado e mi abbandono. Vedo come in un sogno le immagini di un paese che ho sperato di raggiungere, l’Italia, Roma, Venezia, un paradiso che ormai non vedrò più. Apro gli occhi, sono sul dorso di un cammello. Mi hanno trovato dei beduini che ancora oggi attraversano il deserto. Sono trafficanti d’armi. Non so perché mi hanno salvato. Ho perso il conto di quanto tempo sono stato con loro. Nei pressi di Istanbul mi hanno scaricato. Solo e senza soldi raggiungo il porto. Mangio i pochi datteri che mi ritrovo nella borsa. Non so come potrò cavarmela. Non conosco la lingua araba, non so comunicare.
Mi viene un’idea. Prendo un grosso cartone, trovo un mozzicone di matita e scrivo “I speak English – I’m louking for a job”. Cammino lungo le panchine per tutta la giornata. Finalmente un uomo mi avvicina. Con un inglese stentato mi dice che mi può dare lavoro. Non qui, ma in Libia.
E come ci arrivo?
Nessun problema, ci pensa lui.
Ed eccomi in Libia. Finalmente il mio sogno si fa speranza. Il mio datore di lavoro dice cosa dovrò fare per lui: lo scafista.
“Se sarai bravo e riporterai la barca, ti darò tanti soldi”.
Dopo pochi giorni sono a bordo di uno di quei gommoni pieni di disperati che anelano di arrivare in una terra di accoglienza. Tengo il timone del fuoribordo solo per poche miglia quando si avvicina una nave destinata al salvataggio di gente in mare. Mi butto in acqua assieme a tanti. Ci soccorrono. Eccomi confuso con gli altri, finalmente al sicuro su una nave che mi sbarca a Vibo Valentia, in Calabria.
Al controllo dei documenti parlo in Inglese. Mi dicono subito di stare a disposizione. Mangio e bevo a sazietà. La gente è euforica. Siamo salvi. È la fine di un incubo. Molti hanno su per giù la mia età. Qualcuno parla il bengali. Le autorità portuali mi mettono a capo di un gruppo. Questi non vedono l’ora di capire qualche cosa. Chiedono a me. Un mattino, all’alba, il mio gruppo sale su un pulmino carico di sacchi di vestiario, coperte, materassi, vettovaglie. Attraversiamo tutta l’Italia in autostrada fino a Piacenza. I miei occhi si riempiono di panorami meravigliosi, sempre nuovi.
Ci fanno scendere a Monte Santo. Poche case immerse in un verde smeraldo. I quaranta residenti del posto ci guardano con sospetto, molti con rabbia. Turbiamo la loro atmosfera ovattata di tranquillità, portiamo lo scompiglio con la nostra presenza di persone venute da lontano e con la pretesa di vivere una vita migliore. È un’invasione che non vogliono, che non capiscono. Sono anziani e vorrebbero continuare la loro esistenza senza imprevisti. Ma forse non sanno che noi ci sentiamo in paradiso, che lasciamo alle spalle le nostre sofferenze, le nostre angosce, che siamo pronti a cominciare una nuova vita con loro, che siamo loro grati se ci regalano un sorriso. Ho amato l’Italia fin da quando l’ho scoperta sui libri di scuola. Ho affrontato sofferenze e pericoli pur di raggiungerla. Oggi sono appagato e pronto a dare il mio contributo con buona volontà, nella speranza di non deludere e di non essere a mia volta deluso.

Una domenica insolita

Steso sul divano, dopo una scorpacciata di polenta e gorgonzola annaffiata da un buon Merlot veneto, seguo con lo sguardo mio padre che entra in bagno lasciando la porta socchiusa. 

«Ti ricordi che voglio essere cremato, sì?!»

Ci risiamo, i soliti discorsi della domenica.

«Sì, ma…»

«Nessun ma, polvere alla polvere; sotto casa hanno aperto da poco un’Agenzia delle pompe funebri, ci vado io e…»

«… ti fai cremare, addirittura?»

«Va che te se propi stupit!» tira lo sciacquone. «Fenti Matteo, dammi un paffaggio fino al centro anziani, oggi l’Edoardo non viene, fai, la proftata gli dà di quei faftidi: oggi fi balla!» urla mentre spalma la pasta adesiva sulle protesi.

«Fi papà» lo canzono.

Zoppica e lo accompagno all’interno del locale. Gli siedo accanto nell’attesa che gli passi il fiatone.

«Oggi questa artrosi non mi dà tregua.» mi bofonchia all’orecchio.

Sul palco, in fondo alla sala, un musicista suona alla tastiera e intona una canzone anni sessanta.

«Papà, son quasi tutte donne, ma gli uomini…?»

«Vai, vai a vedere al cimitero dove sono gli uomini… hai visto che ci sono parcheggiate solo biciclette da donna?

Qualche rara coppia si avventura sulla pista. Le donne ballano fra loro. Le osservo, c’è quella tutta ingioiellata, quella con gonna di pizzo e spacco, una con scialle di lamé, un’altra appisolata sulla sedia. C’è il tipo affetto da calvizie con uno striminzito codino trattenuto da un elastico; un altro basso e tarchiato che balla con una donnona guardandosi intorno alla ricerca di consensi alle sue evoluzioni. Si abbassano le luci, una tattica affinché non si vedano troppo gli inesorabili segni del tempo sul viso. Una tipa si dirige verso di me con sguardo ammiccante, si avvicina dimenandosi. Si differenzia dalle altre che si somigliano un po’ tutte: grassocce, informi, con scarpe ortopediche. È molto, troppo magra, ha gambe rinsecchite, dita dei piedi a martello forzate dentro un paio di sandaletti rossi dai tacchi alti. Mi si piazza di fronte con le mani sui fianchi, arriccia la bocca a culo di gallina.

«Questo bel giovinotto non balla?» cinguetta vezzosa.

«Sì che balla!» risponde mio padre per me dandomi una spintarella sulla spalla. Riluttante mi trovo a ballare un valzer, ma sono un ballerino tanto improbabile quanto imbranato. È lei che guida con una certa energia. Dopo quel primo ballo ne segue un altro e un altro ancora. Ci prendo gusto. Mi butto nella mischia e faccio lo scemo. Sfilo il pullover e lo butto in alto, lo prende al volo la tipa mezza addormentata e se lo appoggia sulle ginocchia. Mi cimento in un assolo passando rasente alle donne sedute strappando loro gridolini entusiasti. Battono le mani in quel modo scoordinato come fanno i vecchi. Strappo un festone che pende miseramente lungo il muro, lo metto al collo, poi lo passo fra le gambe sentendomi protagonista di Full Monty. Rido, mi diverto come non mi succedeva da tempo. Il clou lo raggiungo dopo uno sfrenato Boogie Woogie con la donzella dai tacchi alti.

«Signore e signori, il pomeriggio danzante è terminato, grazie e arrivederci a domenica prossima.» annuncia il musicista dal microfono.

«Speriamo… di rivederci.» Si augurano i vecchietti fra baci e abbracci. Come se fosse l’ultima volta che si vedono.

L’arzilla ballerina mi abbraccia e per sbaglio mi infila una mano nella tasca della giacca.

Prendo sottobraccio mio padre:

«Dai, che ti accompagno a casa.»

«No, tu vai pure, che mi riporta l’Antonio.» L’Antonio annuisce complice.

Scommetto che questi due si fermeranno alla Casa del Popoloa farsi un cordialino.

Li saluto, prendo le chiavi della macchina dalla tasca e trovo un biglietto: un numero di cellulare.

Hai capito la vecchietta? Finché c’è vita, la speranza non demorde mai!Lo appallottolo e lo butto dal finestrino.

Tamaz

Si erano ritrovati tutti lì, non sapevano come. Sapevano solo dove erano prima e il giorno: 4 maggio 2020. 

Tomàs, Tommaso, Tom, Thomas, Tom, Tamaz, Toma, provenivano da Paesi diversi; non si conoscevano, non erano mai stati in contatto, nemmeno su Facebook.

Ed eccoli lì, ognuno con il proprio bagaglio di rimpianti, di desideri irrealizzati.

Alcuni avevano fatto carriera nella vita, invidiati, amati dalle donne. Altri si erano ritrovati “grandi” senza accorgersene.

Ma, dove si trovavano ora? Come ci erano arrivati e perché?

Qualcuno aveva un vago ricordo di dove si trovava prima di… prima di cosa?

Storditi e parecchio sorpresi, decisero di presentarsi. Io mi chiamo Thomas, arrivo dalla Gran Bretagna. Io sono Tamaz e sono sloveno e via via si presentarono tutti.

Lo stupore fu notevole nel constatare che avevano tutti lo stesso nome.

Si raccontarono come mai avevano fatto in vita. Che bella sensazione!

Rimpiansero di non essersi conosciuti prima; quante cose avrebbero potuto fare insieme e forse le loro vite avrebbero preso percorsi diversi. Peccato. Adesso volevano recuperare il tempo perduto, stare insieme, come vecchi amici. Dopo la lunga chiacchierata ritornarono al presente: dove si trovavano?

Ed ecco che si presentò una giovane ragazza. «Benvenuti» disse.

Avrete capito che vi trovate in un posto sospeso tra vita reale e l’aldilà. Avete ancora una chance di percorrere l’ultima parte della vostra vita come avreste voluto, arricchiti dalla conoscenza reciproca. Attraverso quella porta davanti a voi, riprenderete il vostro cammino. Tutti tranne tu, Tamaz.

La tua vita è stata lunga e piena. Hai visto i luoghi della tua infanzia sconvolti dal conflitto armato, hai sperimentato sulla tua pelle l’odio razziale che porta alle violenze più efferate. Hai fatto del bene aiutando, con la tua professione di medico, tante persone. È ora che riposi. Dammi la mano ti condurrò in un luogo di luce dove non dovrai più combattere e non avrai più paura.”

Tamaz guardò i suoi omonimi, era il più vecchio. Era giusto così. Con un lieve sorriso seguì la ragazza. No, non aveva paura.

Specchio dell’anima

Da quando sei morto mi addormento tardi e mi sveglio all’alba con il cuore che vorrebbe correre da te. Mi manchi di più la notte, quando non ho cancelli a chiudere fuori le urla di dolore che non sei riuscito a tacere, che non volevi farmi sentire. Il sollievo del silenzio alla tua fine si è intrecciato alla frustrazione per il tempo sprecato, per quello che non siamo riusciti a vivere insieme.

Sono davanti al forno crematorio dalle sei, è tutto grigio, nuvole, asfalto, edificio. Finalmente apre. Ho messo il vestito rosso, quello con la fascia che si incrocia sul seno, il tuo preferito.

Mr. Becchino mi mette in mano una scatola con quel suo sguardo stampato da: sono molto dispiaciuto. Ma so che appena si libererà le mani tornerà a chattare sui social. Mi irrita la dissonanza di quello che proviamo.

Ha una voce bassa da oltretomba che mi dice:

– Ha tempo un mese per spargere le ceneri.

– Grazie – rispondo, ma solo per cortesia, perché io non sono d’accordo, un mese è troppo poco.
Arrivo a casa in tempo record, ho anche passato qualche semaforo rosso.

Abbraccio la scatola, è liscia com’era la tua pelle, ma fredda e dura; come vorrebbe essere il mio cuore adesso. La porto dentro con la stessa smania di quando siamo entrati qui la prima volta, ci eravamo spogliati, allacciati, e siamo finiti sul tappeto persiano regalato da tua madre. Sento ancora il tuo odore di lievito inacidito, le labbra calde che toccano tutta la mia pelle e le emozioni che vagano ai confini di un mondo dove, quando raggiungi la vetta, puoi solo scendere e chiederti perché non puoi rimanere lì per sempre.

Ti metto sul tavolo. Tolgo il sigillo con la fretta con cui ti slacciavo i pantaloni, metto le mani dentro. Tocco la cenere che si sfoglia, sporca le mie mani. Chiudo gli occhi, i ricordi riaffiorano, accarezzano la tua pelle liscia, calda, profumata e umida di doccia appena fatta, ti sento, sei vicino a me: è l’inganno di un desiderio, uno specchio dell’anima.

Il sollievo c’è, anche se è solo per un attimo.

Come quando il medico mi aveva proibito di fumare i miei soliti due pacchetti di sigarette e io avevo obbedito.

Se volevo vivere dovevo smettere.

Ogni tanto raccoglievo da terra i mozziconi arrivati ormai alla fine. Tenere in mano il riverbero di quella che era stata la mia dipendenza mi ha ricollegata alla soddisfazione di qualcosa che avevo perso.

Come adesso.

Le mani sono grigie di cenere, ma non mi basta. Frugo la stanza con gli occhi e trovo una foto di noi due; la prendo e la infilo nella scatola, accarezzo l’immagine con la polvere di quello che sei stato fino a pochi giorni prima. Lacrime raggrumano la cenere. Lascio dentro la scatola noi due davanti al mare, la chiudo, e mi viene un’idea. Forse posso raggiungerti presto, forse non siamo così lontani. Esco e vado comperare un pacchetto di sigarette.

La lettera

Il giorno in cui arrivò la prima lettera la portinaia mi corse incontro e me la porse sperando di scorgere sul mio volto chissà quale emozione. Presi l’ascensore e mi rinchiusi nel mio appartamento. Rigirai la lettera: l’indirizzo era scritto a mano, con una calligrafia d’altri tempi, ormai fuori moda. Fui colto da uno strano timore e decisi di leggerla più tardi. Alla fine presi il tagliacarte e quando l’infilai nella busta sentii una forte fitta al cuore, come se qualcosa me l’avesse trapassato, tanto che dovetti sedermi sulla poltrona.  Rinunciai ad aprirla.

Non pensai più alla lettera fino a quando, poche settimane dopo, ne ricevetti un’altra, identica. Cercai di aprirla ma mi ferii un dito con il tagliacarte. Uscì parecchio sangue, troppo per una ferita così lieve. E così non aprii nemmeno la seconda lettera.

Continuarono ad arrivare altre lettere, tutte uguali. La portinaia cominciava a fantasticare su queste missive, evidentemente voleva che io la mettessi al corrente di qualche relazione sentimentale e ci teneva a consegnarmele personalmente.

Nel giro di poche settimane ne avevo ricevute ventotto, le avevo accatastate sulla scrivania senza avere il coraggio di aprirle. Ogni volta che provavo a farlo mi succedeva qualche cosa di strano e di poco piacevole. 

La cosa che mi preoccupava di più è che avevo sempre più paura di aprirle, era come se una forza mi impedisse di farlo, come se una mano rallentasse i miei movimenti rendendomi maldestro e finendo poi per farmi del male, come il giorno che per prenderne una scivolai sul pavimento lussandomi una spalla.

Ero sempre stato un tipo di poche parole, ma gentile ed educato. Salutavo le persone, mi interessavo a loro. Ora invece, da quando erano arrivate le misteriose lettere, evitavo tutti, salutavo a testa bassa, non volevo incrociare i loro sguardi.

Cominciai a pensare che quelle missive contenessero una maledizione e alla quarantesima un odore nauseabondo si diffuse per la casa. 

Pensai di sotterrarle, ma dove? Nel giardinetto fuori dalla guardiola della portineria? A che ora? C’era sempre qualcuno in giro, anche di notte. 

Le lettere erano ormai più di cento, avrei avuto bisogno di una vanga per scavare: come giustificavo la cosa di fronte ai curiosi? Se le avessero trovate e lette potevano risalire a me. E dentro cosa c’era scritto? Cose compromettenti? No, non potevo correre il rischio.

Lo sguardo delle persone mi inquietava sempre di più; cercavo di stare in ufficio fino a tardi e uscivo per ultimo in modo da non incontrare nessuno.

Un giorno scoprii la mia segretaria con in mano una lettera simile a quelle che ricevevo. Come mi vide la mise subito in borsetta. Io persi la testa. Lo ammetto, sono stato vigliacco, non ho avuto il coraggio di affrontarla chiedendole spiegazioni. Feci una cosa abominevole: la feci licenziare accusandola di incapacità. Avevo ancora una buona reputazione e i miei capi si fidavano di me. Ma ahimè non ancora per molto.

Stavo perdendo la lucidità e la serenità. Pensai anche di cambiare casa, ma non volevo che le lettere non recapitate finissero nelle mani di chissà chi. In me c’era il desiderio di leggerle e prima o poi l’avrei fatto, ma ora dovevo solo riuscire a non farmi del male. 

Quando ricevetti la millesima lettera mi venne un’idea geniale: le avrei messe nella valigia più grande che possedevo e, di notte, da un ponte, le avrei buttate nel fiume. L’acqua cancella l’inchiostro e macera la carta. Era quello il posto sicuro.

Misi a punto il mio piano, ma un’ondata di maltempo come non se ne erano mai viste in passato colpì la città e costrinse gli abitanti a stare chiusi in casa. Una volta passato il pericolo, quando finalmente avrei potuto uscire, una febbre improvvisa mi costrinse a letto per parecchi giorni senza poter vedere nessuno.

Durante i giorni di malattia si era andato insinuando in me, in maniera sempre più insistente, la convinzione che l’autrice delle missive fosse la portinaia. Non sopportavo più quel suo sguardo indagatore, quella gentilezza falsa, mirata solo a cercare di carpirmi qualche segreto. Perché voleva introdursi nella mia vita? La dovevo eliminare e aspettai che bussasse alla mia porta. Comparve davanti all’uscio con l’ennesima lettera in mano, con il secchio e lo spazzolone per pulire il pianerottolo. La feci entrare e lessi sul suo viso lo stupore e la meraviglia. Per la prima volta metteva piede in casa mia. 

Mi comportai da vero attore: la invitai a sedersi e a bere un caffè.

 “No, no, non può rifiutare, la prego, mi faccia compagnia”. Si dovette sentire come una benefattrice e sul suo volto si leggeva l’orgoglio della conquista; quella di essere riuscita finalmente a entrare nella mia casa e conoscere la mia vita misteriosa,

Misi tanto sonnifero nel suo caffè e quando si alzò traballante per continuare i suoi lavori di 

pulizia l’accompagnai sul pianerottolo e le diedi un forte spintone. Cadde giù senza nemmeno un urlo, insieme al secchio e allo spazzolone. Il palazzo d’epoca aveva le scale che formavano un’elica per cui ruzzolò per qualche piano. La poveretta era anche di costituzione rotondetta, piuttosto piccola di statura, per cui ci mise un po’ prima di fermarsi. Rientrai subito in casa e aspettai che qualcuno scoprisse l’incidente.

 La polizia venne a interrogare anche me: voleva entrare nella stanza dove tenevo tutte le lettere, ormai non si contavano più e occupavano quasi tutto il locale; dissi che era un piccolo ripostiglio e che avevo perso le chiavi. Mi credettero, d’altronde non avevano motivo di dubitare di me.

Come per incanto le lettere smisero di arrivare. Mi sentivo soddisfatto, cominciavo a riacquistare un po’ di tranquillità e a uscire in mezzo alla gente. 

Che illusione! Ancora una ne ricevetti, identica alle altre, ma rossa. Mi assalì di nuovo la paura, ricominciai ad avere incubi e visioni notturne. Quando l’aprii, le mie mani si macchiarono di sangue, le lavai, le medicai, ma il sangue continuava ad uscire: ero tutto macchiato di rosso dalla testa ai piedi.

Chiamai un medico che mi spedì diritto all’ospedale.

Deliravo e sentivo presenze misteriose, vedevo l’ombra della portinaia con il secchio e lo spazzolone. Mi imbottirono di medicinali e dormii per tre giorni.

Quando mi ripresi implorai che andassero a casa mia e mi portassero tutte le lettere, forse lì avrei e avrebbero trovato la spiegazione del mio delirio: mi sentivo pronto a confessare il mio delitto.

“Non abbiamo trovato nessuna lettera, mi dissero, solo bollettini di pagamento. La portinaia a cui ci siamo rivolti ha detto che lei riceveva pochissime lettere”.

Fu come se mi avessero buttato addosso un secchio d’acqua gelata, persi il controllo e cercai di scappare. Mi misero la camicia di forza e mi trasferirono in un altro reparto.

Non so da quanto tempo mi trovo qui, da solo con i miei fantasmi. Ogni tanto viene a trovarmi una donna rotonda, bassa di statura. Le chiedo se c’è posta per me e lei scuote la testa.

Io e Bobo

Secondo giorno

Non so come sia possibile, io e Bobo siamo ancora vivi.

Venticinquesimo giorno

Sole, mi manchi. La cenere ha preso il posto della pioggia e cade da giorni. Respiro grigiore da non so quanto tempo. Bobo mi guarda, sempre più insistente, vorrei dirgli: – Cosa vuoi da me?

So cosa vuole: qualcosa da mangiare. 

Anche io lo voglio, il mio stomaco è una voragine angosciosa che riesco sempre meno a ignorare. Vorrei che Bobo non mi guardasse così. Vorrei che fuggisse via, che fosse così tanto lontano da non poterlo raggiungere. 

Invece sta qui, davanti a me, non mi molla gli occhi, scodinzola, ha la lingua fuori, dove ogni tanto si appoggiano i coriandoli grigi, che cadono lenti, pazienti.

– Vattene via! – grido.

Niente, lui sta lì e mi guarda. Fiducioso. 

Senza sole non riesco a orientarmi. 

Avevano giurato che la navicella ci avrebbe aspettato, che saremmo potuti andare sul nuovo satellite. Penso che siano già andati via, ma non voglio smettere di cercare, di sperare.

Non so che fare.

Ventiseiesimo giorno

Mi ha svegliato Bobo con il suo latrare. Denti cariati di un uomo affondano nella sua carne. Per fortuna dormo con il coltello in mano, mi sono precipitato su di lui e l’ho colpito, non se l’era aspettata così tanta energia, ma l’idea di stare da solo, senza Bobo, è peggio della compagnia della fame, e mi ha dato la forza per reagire.

Chissà se ha fatto in tempo a riavvolgere la sua vita, prima di schiantarsi a terra; spero di no, per lui. Io non vorrei rivivere il momento dell’incidente che ci ha ridotti così.

Stupido di un cane, non lo ha guardato come se fosse un nemico, anzi.

Ventisettesimo giorno

Io e Bobo non avremo più fame, almeno per un po’.

Trentacinquesimo giorno

Gli occhi di Bobo sono cambiati, la fame fa brutti scherzi, e ogni tanto lo vedo che mi guarda come se fossi una bistecca succosa, dalla bocca comincia a colargli una bava biancastra, e mi abbaia, come dire: vattene prima che sia troppo tardi, non so quanto ancora riuscirò a resistere, ma io non me ne vado. Io resto.

Quarantesimo giorno

Siamo solo ombre di noi stessi, Bobo si avvicina, lo sento muoversi, mi giro di scatto, i nostri sguardi si incrociano, chiudo gli occhi perché mi sento un codardo, perché alla fine è l’istinto che ha preso il sopravvento, sono una belva schifosa, ma la fame è un subdolo compagno che non perde occasione per convincerti delle sue buone ragioni.

Riapro gli occhi, vedo i suoi denti, il suo è il ghigno di chi ha vinto, di chi è rimasto integro, di chi non ha cambiato idea, tra me e lui sceglie me, non lotta neanche, tifa per me. La mia mano affonda il coltello nella sua carne, ma prima la sua zampa mi tocca, scivola su di me come una carezza, solo lui poteva ancora amare ancora un mostro come me.

Quarantunesimo giorno

Non avrò fame, ancora per un po’.

Mariti allo sbaraglio

aprile 2020 ore 16
prima uscita per la spesa
al tempo del Coronavirus

Cerco di camuffarmi al meglio, già sono irriconoscibile, ho perso le mie sembianze umane. Capelli alla cocker, occhiali da sole diventati maculati dopo averli disinfettati con l’alcool, in più, meno male, “la Mascherina”.

Arrivo all’ingresso del Super, c’è un vigilante tutto scafandrato, in coda solo cinque o sei persone giovani, quasi tutti uomini.

Mi avvicino al vigilante e chiedo:

– Come dalle nuove disposizioni, ho la precedenza come persona anziana?

Questo mi guarda da capo a piedi e mi dice:

– Certo, se lei fosse una persona anziana, quindi, signora, si metta in coda come gli altri.

Voi non ci crederete, gli dico la mia età, e lui insiste:

– Signora, glielo già detto, faccia la fila!

Volevo abbracciarlo. Mi ha scambiato per una giovane donna. Ho deciso, d’ora in poi, per sempre, di adottare mascherina, magari griffata, con aggiunta di qualche lustrino, per gli occhiali montatura ancora più grande, così fa tutt’uno con la “Mascherina”, per i capelli posso andare al “Paradiso del cane”.

Finalmente entriamo nel mercato, ed osservo questi poveri uomini spaesati, con foglietto o cellulare con le liste della spesa, fatte dalle mogli malefiche.

Fanno comunella tra loro, uno sa dove sono le uova, l’altro il latte, ma davanti alle farine c’è lo sconforto generale: farina 0, farina 00, senza glutine, per torte, per pizza, per pasta fresca; vogliono consultare le mogli, ma non rispondono al telefono.

Chiededono a me, che ne so meno di loro, per non sbagliare gli consiglio la 00, è come lo zenzero, va bene con tutto.

Arriviamo alla corsia dei detersivi, vedo sui loro volti la disperazione.

Liquido o in polvere? Ma come lo vuoi? Nel frattempo si connettono con le rispettive mogli: – Bio, tutto bio!

– Si è messa in mente tutto bio. 

Dice uno di loro. Anche l’altro annuisce, ormai amiconi, si chiamano già per nome. Ammorbidente, eh no eh, come lo vorrà…

– La mia odia il profumo dei fiori.

– La mia le spezie.

– Ho un’idea: scambiamoci i numeri di telefono, così quello che non va bene alla tua, magari piace alla mia.

Siamo alla cassa, mi spiace di aver finito la spesa, mi sono divertita tantissimo. Tornerò ancora venerdì prossimo. I due “Martiri” escono felici e si danno l’appuntamento per la prossima spesa.

Bolle da sballo

Urla. Insulti. Imprecazioni. Pianti. La noiosa consuetudine delle sere a casa mia.

Da tempo sopravvivo ai loro umori serali ballerini. Ormai non li stimo più, nè li giudico, li trovo semplicemente noiosi.

Mia madre, depressione eterna, singhiozza accasciata sul pavimento della cucina, dopo lo scontro con l’indomabile. Mio padre, intriso d’alcol, barcolla con la bottiglia tra le mani e cade sul divano.

Mi rannicchio appoggiata alla porta d’ingresso, infastidita. Questa sera vorrei scomparire. A loro non vorrei lasciare nulla di me, neppure il ricordo.

La porta cede alla pressione della mia schiena inarcata, mi abbraccia e mi inghiotte lentamente. La assecondo, ma lei con un singulto mi sputa verso l’esterno e io rotolo nel pieno di una giornata estiva.  Mi sollevo sulle ginocchia, accecata dalla luce del mezzogiorno. Nell’immobilità rovente, voglio convincermi di essere davanti a casa, ma è tutto così diverso…

Ma dove cavolo sono finita? Il sole mi griglia il cervello.

Qui non ci resto, magari rischio anche di ritrovarmi quei due tra i piedi. Mi guadagno il bosco: starò nascosta e al fresco. Al resto penserò più tardi.

“Punf!” Non ho ancora fatto un passo e già arriva qualcuno a rompere?

Il mio amico Pietro mi è rotolato accanto sollevando un gran polverone: anche la sua casa lo ha rigurgitato.

– Ciao, mi hai fatto prendere una strizza!

Pietro è incazzato nero. Lo capisco da come si arruffa i capelli già ricci grattandosi la testa. Mentre si alza scuotendosi la polvere di dosso inveisce:

– Basta, cazzo, mi hanno rotto! Mi hanno beccato un po’ di fumo in camera e hanno fatto un gran casino. Che palle!

– Scusa, che cosa ti aspettavi? ‘Sta storia del fumo deve finire, piantala, sembri  uno zombi rincoglionito.

– Ludo, non scassare anche tu! Altrimenti ti mollo qui…

I suoi occhi miopi, da dietro le lenti, sembrano scannerizzare l’ambiente circostante:

– Giusto per sapere, tu sai dove siamo finiti? Io speravo di far sparire quei due dementi, invece, a quel che sembra, sono sparito io.

Non riesco neppure a spiccicar parola, perché lui incalza:

– Ovunque siamo, sono contento di esserci con te. Dai che ci divertiamo, senza rotture di palle.

Non sono sicura che sarà così, ma battiamo un cinque e ci addentriamo nel bosco.

Il sentiero che si dirama di lì a poco ci costringe a una scelta.

– Destra o sinistra?

– Boh, leggi un po’ là…

– STATION  BALLS /  sballa nella tua bolla…!?!? Ma che cazzo di cartello è?

– È giallo, testone, dà indicazioni turistiche…      

I nostri sguardi fissano l’orizzonte alla ricerca di una spiegazione: un fitto sciame di grosse bolle iridescenti avanza fluttuando nell’aria, procede veloce e non accenna a rallentare, altro che STATION…

– Ludo, ecco le BALLS, dai, dai, dai, scegline una e saltaci dentro…

Ci prendiamo per mano e saltiamo dentro a due bolle che viaggiano appaiate nel cuore dello sciame.

– Pietro chi ti dice che queste siano le nostre?

Urlo mentre sfondo la parete della bollacon i piedi.

– Perché  sono inseparabili come noi!

Risponde Pietro sghignazzando come un deficiente, mentre si tuffa di testa nell’altra.

Atterro sul morbido, la bolla è elastica e accogliente. È sicuramente la mia, dubito che siano tutte così. È interamente tappezzata dai miei libri preferiti: gialli, racconti dell’orrore e di fantascienza. Pietro morirebbe se ne trovasse una come questa, il mio amico non è proprio un divoratore di libri.

Una vocina infantile risuona nell’ambiente ovattato della bolla:

– Ludovica, Ludovica…

– Chi sei? Dove sei?

– Terzo volume sulla prima mensola del secondo scaffale,  sono lì.

Seguo con frenesia le indicazioni e mi trovo tra le mani “Shinning”, capolavoro di Stephen King. Già toccandone la copertina rivivo le cupe atmosfere del grande albergo nel Colorato. Il terrore mi si riversa nelle vene. Gli incubi del protagonista irrompono spaventosi nei miei pensieri. Sono atterrita, il cuore va a mille. Quello è uno dei miei libri preferiti e l’ho riletto più volte, non ho dubbi su chi mi stia chiamando da quelle pagine.

– Danny, sei tu?

– Certo, Ludovica, toglimi di qui, ti prego.

– Che cosa dici? Perché mai?

– Ti prego, tirami fuori di qui. Ogni volta che qualcuno legge il romanzo, rivivo l’incubo… e succede tutti i giorni, anche più volte al giorno, non puoi neppure immaginare  quanta paura ho sempre. Mi piacerebbe che nessuno lo leggesse più, così la mia vita sarebbe finalmente serena.

La vocina si spezza e Danny scoppia a piangere. A quel punto comincio a frugare nel libro, non pensavo fosse tanto profondo, immergo il braccio fino al gomito. Tocco l’albergo, gli alberi del parco, la siepe del labirinto, mi capita tra le mani anche la macchina per scrivere di quel pazzo di suo padre e il triciclo, ma di Danny neppure l’ombra.

– Sono qui, Ludovica, qualche pagina più avanti. Ti prego insisti.

Tocco qualcosa di morbido e umido: è il visino rigato di lacrime del piccolo…ecco un appiglio, lo afferro e tiro fuori di peso Danny dal libro.

– Scusa se ti ho preso per un orecchio, ma non sono riuscita a fare diversamente.

– Che importa, mi hai salvato! Te ne sarò grata per tutta la vita, non ne potevo più. Gli autori dei libri horror dovrebbero pensare all’angoscia dei loro personaggi. Non è giusto che ci facciano vivere così. Se poi il libro è di successo come il mio, sei rovinato per sempre. Ti assicuro che spesso vorrei morire alla fine del racconto, altro che salvarmi la pelle!

– Danny, “Shinning” è un capolavoro che senza di te non potrà sopravvivere.

– Poco importa – borbotta il  bimbo  mentre si accoccola sul divano sbadigliando.

– Sono stanco di avere paura. Io lì non ci torno. Fammi dormire.

Come non capirlo, povero piccolo! Di horror ce ne sono migliaia di migliaia, forse nessuno si accorgerà di ciò che è successo a “Shinning”. Mi accoccolo sul divano accanto a Danny, mentre lo sciame di bolle continua a volteggiare nello spazio.

Getto un’occhiata nella bolla di Pietro, lui non mi vede neppure preso com’è a giocare con la play station spaparanzato sul letto, fumando un gran “cannone”.

– Signorina, signorina, ho notato che con Danny è stata molto gentile e comprensiva. Le andrebbe di fare qualcosa anche per me?

– Scusi, ma lei chi è?

– Mi troverà sull’ultimo ripiano dell’ultimo scaffale, sono nell’ultimo libro. Grazie, cara, saprò come ringraziarla.

Ringraziare, ringraziare… che cavolo, io voglio solo dormire. Mi alzo comunque e raggiungo l’ultimo ripiano dell’ultimo scaffale e afferro l’ultimo libro. “I racconti del mistero” di Edgar Allan Poe. Lo sfoglio, anche se qualche idea su chi chiede aiuto già ce l’ho.

– Mi tolga di qui, per cortesia, sono ne “I delitti della Rue Morgue”, la prego, la prego, prima che qualcun altro decida di leggere questo racconto.

– Ma lei è Camille, la figlia di madame Espanaye?

Incalzo per avere la conferma.

– Sì, cara ragazza, per fortuna se ne intende di racconti polizieschi. Io, come Danny, non voglio più rivivere la mia storia. Le assicuro che essere uccisa e cacciata su per il camino di casa da un mostruoso orango è un’esperienza orribile. Non riesco a rilassarmi neppure quando mi trovo sul ripiano più alto della libreria. Ormai sono secoli che non dormo per l’angoscia. Mi tiri fuori di qui. Mi cerchi nelle prime pagine del racconto, altrimenti si ritroverebbe a recuperare il mio cadavere incastrato nel camino. Non sarebbe una bella esperienza neppure per lei. -Povera Camille! Voglio salvare anche lei e affondo le mani nel libro. Questa volta sono fortunata e la ragazza mi capita subito tra le dita. La sollevo con delicatezza e la adagio sul divano accanto a Danny che ormai dorme sereno.

– In un’ora ho danneggiato irrimediabilmente due capolavori. Lei sa che anche i racconti di Poe non saranno più la stessa cosa senza il suo cadavere incastrato nel camino?

Camille già sonnecchia e biascica qualcosa:

– Ha ragione, ma quel libro ha più di un secolo, non se ne accorgerà nessuno…

Che cavolo! Sballa nella tua bolla, diceva il cartello. Un vero sballo rovinare due dei libri che adoro e dormire su una poltrona. Spero che a Pietro vada meglio. Adocchio la sua bolla: il mio amico gioca imperterrito con la play. Per lui sì che è tutto uno sballo, gli basta divertirsi con quella.

Domani mollo tutto e tutti e me ne torno a casa. Qui metto a rischio l’intera letteratura mondiale, con i miei salvataggi compassionevoli

– Lu-do-vi-ca, Lu-do-vi-ca!

E no, ora basta! Non voglio ascoltare, copro le orecchie con il palmo delle mani. Ma questa volta a scandire il mio nome è un coro di voci: impossibile ignorarlo. Mi avvicino, senza entusiasmo agli scaffali. Un libro comincia a oscillare su una mensola senza che io lo tocchi. Intravedo appena il titolo: “Salviamo il mondo” e intuisco che è un libro di fantascienza. Si muove dondolando ritmicamente, avanza deciso facendosi spazio tra gli altri volumi. Sempre più concitate, le voci dall’interno farneticano che io dovrò salvare il mondo… Vorrei tanto rispondere che oggi sono la meno indicata  a salvare qualsiasi cosaespaventata mi allontano dallo scaffale.                                                                                                                         

Con quello che alle mie orecchie pare uno schianto, il libro cade a terra, già aperto. Questa volta non devo frugare tra le pagine: dal fondo del libro emergono tre uomini con lo scafandro blu. Si avvicinano a me con atteggiamento pacifico e sorriso benevolo, non parlano, ma mi suggeriscono con il pensiero: “Tocca a te salvare il mondo”.

Mi sento mancare… Appena mi riprendo, sfuggo alle cure dei miti uomini blu e  mi tuffo a capofitto fuori.  Mentre la bolla prosegue la sua danza insieme alle altre, io precipito in caduta libera. Comincio a urlare a dimenarmi quasi potessi frenare la velocità della discesa.

Mi sveglio fradicia di sudore nel mio letto. Con me c’è mio marito che mi ripete rassicurante:

– Ludovica è solo un sogno, svegliati!

Io realizzo che quel tuffo nella nostra adolescenza non è poi stato così male. Mi stringo a lui, al caldo sotto il piumone.

– In che strano sogno ci siamo cacciati stanotte, Pietro!

E comincio a raccontare…