Delitto irrisolto: ovidio

Tutti noi abbiamo sentito parlare dell’alta poesia di Ovidio e dell’importanza delle sue parole. Non tutti ricordiamo che l’eccelso poeta latino è il protagonista di uno dei primi delitti irrisolti della Storia. Anzi, a dire il vero non sappiamo neanche se sia stato realmente colpevole o meno e non conosciamo nemmeno il reato che avrebbe commesso.

Andiamo con ordine. Ovidio è un personaggio che precorso i tempi con quasi 1800 anni d’anticipo rispetto agli altri; non male. La sua cultura è il risultato di lunghi viaggi di formazione nelle città simbolo della cultura, una sorta di Gran Tour. Nacque a Sulmona il 20 marzo 43 a.C. e a soli 12 anni lo troviamo già a Roma per completare i suoi studi, che verranno ulteriormente perfezionati viaggiando ad Atene, in Egitto e in Sicilia (dove rimarrà per un anno). Tradotto con termini attuali è come se avesse completato un percorso di studi con tanto di master e dottorato.

Un uomo dalla cultura così completa e complessa (non è un banale gioco di parole) non poteva sfuggire all’attento occhio di Mecenate; uno dei più influenti consiglieri e alleati dell’imperatore Augusto, nato ad Arezzo dove ancora oggi è possibile visitare la villa insieme ad un interessante museo nella zona archeologica della città etrusca.

Grazie al ricco Mecenate, la sua figura di protettore di artisti e studiosi ha lasciato così tanto il segno che oggi chiamiamo con il suo nome chi è impegnato nella stessa missione, Ovidio entra in contatto e conosce le più importanti personalità artistiche del suo tempo come Orazio, Properzio e per un breve periodo anche il mitico Virgilio. Questo momento della vita di Ovidio è molto felice e aspetto ancor più importante non si sente ingabbiato dalla politica, che anche in quest’epoca tentava in tutti i modi di piegare l’Arte a proprio interesse. Sarà proprio in questo momento estremamente positivo che la sua carriera prenderà il volo, portandolo a diventare uno dei poeti più importanti dell’Impero.

Forse ai più, oggi, può sembrare strano o esagerato ma Ovidio è stato un rivoluzionario. Di tutti i poeti elegiaci (l’elegia è un canto di lamento, non proprio una cosa piacevole) egli è il più giovane e come tutti i ragazzi teneva a bada a fatica la sua forza creatrice prorompente.

Pax augustea

Viene dato questo nome a quel periodo della Storia dell’Impero Romano in cui abbiamo avuto un vero e proprio rilassamento morale della società. In quest’epoca, e forse proprio a grazie a questo rilassamento dei costumi, le influenze ellenistiche hanno iniziato a circolare facilmente nella società romana.

È in quest’epoca così particolare dell’Impero Romano che Ovidio si impone sulla scena culturale. Egli rifiuta completamente la cosiddetta mors maior, in parole moderne potremmo renderla come tradizione degli avi. In poche parole, Ovidio fa esattamente ciò che tutti i grandi artisti hanno sempre fatto e sempre faranno: rompere con la tradizione.

La poesia di Ovidio si è aperta alle mode dell’epoca e ad un aspetto che fino ad allora era completamente ignorato: il gusto volubile del pubblico. Immaginate che “scandalo” in un’epoca in cui si parlava ancora di valore morale dell’Arte (valore che l’Arte non dovrebbe mai e poi mai avere in sé).

In amore è stato un po’ indeciso. Si è sposato ben 3 volte; i primi due matrimoni sono finiti in brevissimo tempo culminando con due bei divorzi. Delle due prime mogli conosciamo qualcosa di una certa Ovidia che oltre a dividere con lui il nome era anche una collega, essendo scrittrice. L’ultimo matrimonio invece durò a lungo e si celebrò con una certa Fabia che era vedova e con una figlia al seguito. La fedeltà di Ovidio per la donna fu encomiabile e in più opere ne parla e tesse le sue lodi.

Ma arriviamo al momento cruciale: l’8 dopo Cristo. È in questa data funesta che Ovidio cade in disgrazia. L’imperatore Augusto lo relega a Tomis (oggi si chiama Costanza e si trova sul Mar Nero) allontanandolo per sempre dai fasti della corte. Quello che nessuno sa è perché. Abbiamo un indizio da parte di Ovidio stesso ma non ci dice molto a dire il vero: carmen et error. Il motivo ha a che vedere con un carme e un errore… lanciamo nell’investigazione.

Ipotesi 1

Ovidio ha intrattenuto una relazione illecita con Giulia Maggiore. Costei era figlia di Augusto e moglie del futuro imperatore Tiberio. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe il fatto che la Corinna negli Amores sarebbe proprio Giulia Maggiore.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione con la figlia dell’Imperatore già promessa ad un altro, quindi esilio.

Ipotesi 2

Ovidio intralcia la successione al trono imperiale. Tiberio è stato il successore di Augusto, secondo questa seconda ipotesi ad Ovidio non piaceva tanto questo nuovo imperatore e fece di tutto per intaccarne l’immagine pubblica.

Conseguenza: non si interferisce nella carriera del figlio dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 3

Questa ipotesi è un po’ più a luci rosse, attenzione. L’ipotesi sarebbe che il nostro Ovidio sia stato un complice di Decimo Giunio Silano, entrambi sarebbero stati gli amanti di Giulia Minore. La ragazza era la figlia di Giulia Maggiore, quindi nipote di Augusto e moglie di Lucio Emilio Paolo.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione affollata con la nipote sposata dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 4

La quarta ipotesi sul campo propone un quadretto abbastanza comico: Ovidio sarebbe stato un guardone informato sui fatti. Sarebbe stato a conoscenza di alcuni rapporti illeciti di Augusto e anche delle abitudini libertine di Livia Drusilla (moglie di Augusto e mamma di TIberio). Una famiglia alquanto “aperta” a quanto pare.

Conseguenza: non si fa la spia e soprattutto non si deve sapere nulla della vita privata della coppia imperiale, quindi esilio.

Ipotesi 5

Qui entriamo nel campo della congiura. Ovidio avrebbe partecipato alla congiura di Agrippa Postumo contro Tiberio.

Conseguenza: non si congiura contro l’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 6

L’ultima ipotesi è la pià affascinante. Il reato senza perdono di Ovidio potrebbe riguardare il nome segreto di Roma, che sarebbe stato Maia (una delle Pleiadi, madre di Mercurio). Per questo reato si incorreva nella pena capitale ma essendo il preferito di Augusto la pena è stata commutata in un più leggero esilio. Tiberio, seguendo le orme paterne, confermerà la commutazione di pena quando salì al trono. Questa rivelazione sarebbe avvenuta in una delle sue poesie (carme).

Merope abbandona le Pleiadi
Adolphe Bouguereau (1884)

I nomi delle città romane

Tutte le città romane aveva tre nomi; il primo era quello sacrale, il secondo quello pubblico e il terzo era quello segreto (che non poteva essere rivelato per nessuna ragione al mondo).

I tre nomi di Roma:
pubblico: Roma (ovviamente)
sacrale: Flora
segreto: meglio non rivelarlo a quanto pare

Ipotesi negazionista

Ebbene sì, anche in questo ambito ci sono i negazionisti. Secondo Fitton Brown la relegatio di Ovidio è un falso storico. L’unica fonte sarebbero le parole dello stesso Ovidio e non ci sarebbero altri documenti che riporterebbero questo fatto storico.

Quello che è certo è che il povero Ovidio morirà in esilio tra il 17 e il 18 dopo Cristo.

L’epopea di Celestino V

Nel Canto III dell’Inferno, Dante ci racconta il suo incontro con gli ignavi, persone così spregevoli da non meritare neanche di essere nominate. Infatti, caso molto raro nella Commedia, non viene nominato nessuno tra le anime di questi dannati che sono costretti a correre dietro ad uno stendardo per l’eternità punti da mosconi e calabroni. È la dura legge del contrappasso: in vita non avete preso un’idea chiara (simboleggiata dalla bandiera) e ora vi aspetta la pena eterna che vi costringe a correre dietro ad uno stendardo qualsiasi.

Tra le anime delle persone

che visser sanza ’nfamia e sanza lodo

Inferno III, 36

Dante ne intravede una che lo colpisce particolarmente ma non la nomina apertamente e semplicemente dice:

vidi e conobbi l’ombra di colui 
che fece per viltade il gran rifiuto.

Inferno III, 59-60

Sappiamo tutti che la curiosità da gossip è sempre esistita, non è una prerogativa dei nostri tempi. Sono bastate questa parole poco chiare per scatenare una vera e propria caccia all’identità di questo signore. La critica pensa con una buona certezza che possa trattarsi di Celestino V. Mi sono reso conto che in effetti di questo papa, in generale, sappiamo ben poco e che si è limitato a rinunciare al suo incarico.

Vorrei intraprendere un viaggio con voi che ci porti dal centro Italia sino a Lione, scendendo a Napoli e terminando in provincia di Frosinone. Tappe fondamentali della vita di questo papa così poco conosciuto e duramente castigato da Dante.

Il papa della confusione

La storia di Celestino V è caratterizzata dalla confusione, come avremo modo di vedere anche in merito al suo pontificato. Il caos inizia già dal nome, ne ha quattro (più una variazione!):

  • Pietro Angelerio, o anche Angeleri
  • Pietro da Morrone, chiamato così perché si era trasferito in questo luogo per dedicarsi alla sua attività di eremita
  • Petro Celestino, il nome con il quale viene venerato
  • Celestino V, il nome con il quale viene normalmente conosciuto nella Storia

Teniamo a mente questo fattore della confusione, per favore. Quando arriva il momento di parlare del suo pontificato ne vedremo delle belle.

Le elezioni sono una cosa difficile

L’epopea dell’elezione al soglio pontificio di Celestino V termina durante il conclave di Perugia il 5 luglio 1294. L’incoronazione (si chiama proprio così) avverrà a L’Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. A quanto pare la confusione continua.

Papa Celestino V (XVII secolo)
Giulio Cesare Bedeschini
Museo nazionale d’Abruzzo, L’Aquila.

Come si è arrivati a questa elezione e perché siamo a Perugia e non in Vaticano? Apriamo una breve parentesi storica.

Nel 1273 Pietro da Morrone (usiamo il suo nome da eremita) deve recarsi a Lione per perorare la causa del suo ordine durante il secondo concilio organizzato nella città francese. All’epoca ci si spostava in carrozza o a piedi. Pietro era un povero eremita con pochi mezzi economici, quindi: a piedi.

Siamo in inverno, il futuro Celestino V inizia il suo viaggio. La stagione non è delle migliori per viaggiare e una sera deve rifugiarsi in una chiesa (forse in stile cistercense) dedicata a Santa Maria dell’Assunzione. La notte è agitata per il povero Pietro da Morrone che sognerà niente meno che la dedicataria della basilica. Nel sogno parla con la Vergine e si mette d’accordo con lei per la costruzione di una nuova chiesa. Impegno che Pietro da Morrone manterrà e che lo legherà particolarmente alla chiesa (nella quale poi sarà anche incoronato papa).

Veniamo ora all’importanza della sua presenza al Concilio. L’ordine che Pietro da Morrone aveva fondato (si chiamavano Fratelli di Santo Spirito, dopo l’elezione del loro fondatore si facevano chiamare i celestini). Durante il Concilio si sarebbe deciso se sopprimere o meno questo ordine e il nostro Pietro doveva perorare la causa. Ovviamente, riuscendo nel suo intento.

Concilio di Lione II
A favor di Storia, vorrei ricordarvi che il secondo Concilio di Lione aveva all’ordine del giorno due punti molto importanti: il finanziamento per le crociate e per l’atto di unione con i greci (che andrà male perché i greci hanno dovuto accettare un atto scritto e rivisto solo dai cattolici romani). Cosa c’entrava il povero Pietro? Torniamo alla sua storia e vediamolo insieme.

Ora, permettetemi di tratteggiare una breve e superficiale panoramica riguardo gli eventi che portarono all’elezione di Celestino V.

Ovviamente, Nicolò IV era morto (4 aprile 1292) e i 12 porporati che all’epoca dovevano eleggere il nuovo pontefice non riuscivano a mettersi d’accordo. A questo aggiungiamoci una bella peste che blocca il conclave e ha causato la morte di un porporato elettore. Quando i lavori possono finalmente riprendere, ripartono anche le liti tra gli 11 superstiti per l’elezione del luogo del conclave (la Sistina verrà costruita solo il 1471 e il 1481 circa) e la scelta era tra Roma e Rieti. Alla fine riuscirono a mettersi tutto d’accordo il 18ottobre 1293: Perugia!

Vespri siciliani
I siciliani poco tolleravano la presenza dei Francesi (i d’Angiò) e li consideravano invasori.
Nel 1282 da Parlermo partì una ribellione che allontanò i francesi a favore degli Aragonesi.

I porporati forse non se ne resero conto ma stavano tergiversando un po’ troppo e stavano tirando la cosa troppo per le lunghe. Capirono di aver esagerato quando Carlo d’Angiò insieme al figlio (Carlo Martello) si presentò a Perugia nella sala conciliare per far sapere di aver bisogno di un papa, per una pratica che aveva in sospeso e serviva la firma del successore di San Pietro.

Carlo d’Angiò, in effetti, aveva bisogno della firma di un papa sulla stipula per la trattativa che gli avrebbe permesso di rientrare in possesso della Sicilia alla morte di Giacomo II d’Aragona.

Ora, non è così difficile immaginare la reazione dei porporati che non si aspettavano di essere disturbati mentre erano impegnati in uno dei loro compiti più importanti. Carlo d’Angiò fu fatto uscire rapidamente dalla sala grazie all’intervento poco ortodosso di uno dei presenti, un certo cardinal Benedetto Caetani (segnatevi questo nome… ci sarà un colpo di scena alla fine della storia). Nonostante il trambusto causato dal nostro amico d’Oltralpe, i cardinali capiscono che arrivato il momento di decidere o rischiavano grosso.

Nel frattempo il Cardinale Decano (il Presidente) del Collegio dei Cardinali, Latino Malabranca, riceve una lettere da Pietro da Morrone. Non una lettera qualsiasi ma una vera e propria profezia che annuncia “gravi castighi” se non si arriva prima possibile all’elezione del nuovo Papa.

Il collegio dei cardinali (forse spaventato dalla lettera) prende una decisione all’istante. Il Cardinale Decano Latino Malabranca riesce a fatica a far accettare ai suoi colleghi il fatto che Pietro da Morrone non sia un cardinale ma, senza ombra di dubbio è la persona giusta per diventare il nuovo Papa. Oggettivamente è rispetto e conosciuto in tutta Europa e può essere la scelta migliore.

Anche per il Cardinal Benedetto Caetani è la scelta giusta. In effetti Pietro da Morrone non è molto colto, è sufficientemente impreparato e soprattutto anziano. Tutte caratteristiche che gli garantiscono di poter gestire il Papa a suo piacimento.

Ritratto di Carlo I d’Angiò (1845)
Henry Decaisne
Pinacoteca della Reggia di Versailles

E così, dopo ben 27 mesi di sede vacante, il 5 luglio 1294 il trono di Pietro viene nuovamente occupato. Eletto il Papa a Perugia, bisogna andarlo a prendere, perché si trovava sul Monte Morrone e, oltretutto, bisognava informarlo. Tre messi ecclesiastici si presentano davanti all’eremita, gli comunicano la novità e si inginocchiano in segno di rispetto e lui si inginocchia davanti a loro in segno di rispetto nei loro confronti. Finita questa serie di convenevoli non rispettosi del protocollo, il Papa neo-eletto rifiuta l’incarico. Non se la sente. Qui entrano in atto le doti dialettiche dei tre delegati che riescono a fatica a convincere Pietro da Morrone (sarà l’ultima volta che lo chiamo così).

Nel frattempo non dimentichiamoci di Carlo d’Angiò che aveva fretta di far firmare il documento. Si presenta lui in persona davanti al nuovo Papa e lo accompagna (forse con una cerca fretta) all’incoronazione. Il futuro Celestino V arriverà in dorso di mulo (aspetto importante per sottolineare la sua umiltà) a L’Aquila. Dove si trova la chiesa che era stata costruita per suo volere dopo il sogno e lì si farà incoronare.

Un pontificato breve ma intenso

Nei quattro mesi di reggenza, Celestino V firma un atto molto importante: la Bolla del Perdono. Si tratta niente meno che di un primo esempio di indulgenza plenaria, offerta a chi è pentito e confessato e visita la basilica di Santa Maria di Collemaggio (sempre lei) dai vespri del 28 al tramonto del 29 agosto. Siamo sei anni in anticipo rispetto al primo Giubileo (che si celebrerà nel 1300).

Celestino V si fida di Carlo d’Angiò e oltre ad eleggerlo “maresciallo” del futuro conclave, decide anche di affidarsi a lui e di considerarlo un vero e proprio consigliere. In questo modo il povero cardinale Caetani vedi cadere il castello delle sue macchinazioni.

Dopo la firma della famosa stipula, Carlo d’Angiò convince il Papa a trasferirsi a Napoli, dove gli è stata preparata una stanzetta arredata in modo sobrio a Castel Nuovo. Il Papa è contento e rilassato perché si sente protetto e al sicuro ma a dire il vero è più un ostaggio angioino che viene pesantemente influenzato nelle scelte da prendere.

Nei quattro mesi in cui ha ricoperto questo incarico, Celestino V deve aver meditato a lungo in merito alla possibilità di rinunciare e ritirarsi alla tanto amata vita da eremita. Queste sue riflessioni hanno trovato il sostegno di Caetani che, forte del suo essere un esperto di diritto canonico, lo rassicura in tutti i modi che è la scelta migliore. Non è il caso di dire, che nello stesso periodo, Carlo d’Angiò ha fatto di tutto per convincerlo che si trattava di una scelta sbagliata.

È difficile da dire ma Celestino V è stato un Papa decisamente ingenuo e anche un po’ ignorante. L’amministrazione pontificia non sapeva come comportarsi con lui e la burocrazia è caduta nella confusione più totale. Il primo fattore di destabilizzazione è stato l’incapacità del Papa di parlare latino, non conosceva la lingua ufficiale della Chiesa e con lui dovevano tutti parlare in volgare. Immaginatevi il disastro con i documenti che gli venivano sottoposti, tutti scritti in latino, che dovevano essergli tradotto e spiegati. La Chiesa, all’epoca, beneficiava di diversi monopoli e di posizioni importanti nell’economia e nella vita politica; molte persone richiedevano di poter essere assegnatari di alcuni di questi benefici e durante il breve pontificato di Celestino la Curia, nella confusione totale, ha assegnato uno stesso beneficio a più richiedenti.

Il 13 dicembre 1294 Celestino V rinuncia all’ufficio e si dimette. Alcuni hanno ipotizzato che la comunicazione si stata scritta direttamente da Caetani che fremeva per liberarsi di lui. Vera o no questa possibilità, un dato è certo: in 11 giorni di conclave viene eletto il nuovo Papa! Si tratta del cardinal Benedetto Caetani, che si farà chiamare Bonifacio VIII.

Celestino V spera di poter scappare da quel girone infernale e tornare ad una vita normale. Bonifacio VII lo fa mettere sotto stretto controllo (tecnicamente lo imprigiona) per paura che i cardinali filo-francesi, a cui non stava molto simpatico il nuovo Papa, prendessero Celestino V e lo rimettessero sul trono di Pietro.

Il povero Celestino V tenta la fuga ma viene ripescato da Bonifacio VIII che, per proteggerlo meglio, lo fa rinchiudere nella Rocca di Fumone (in provincia di Frosinone), proprietà di famiglia. Il Papa rinunciatario, prigioniero del nuovo Papa, morirà in questa Rocca a causa del deperimento fisico a seguito della prigionia.

Il mistero della morte

Non possiamo, ovviamente, credere che una vita così surreale potesse terminare con una morte semplice e lineare. Per molti anni si è ipotizzato che Celestino V fosse stato ucciso. Il suo cranio, in effetti, presenta un foro di una decina centimetri di diametro. A seguito di ben due perizie avvenute nel 1313 e 1888, si è deciso che ad ucciderlo fosse stato un chiodo conficcato nella testa. Nel 2013 sono stati presentati i risultati di un altro studio che ha dimostrato che il foro è stato realizzato dopo la morte dell’ex pontefice.

Ovviamente, Bonifacio VIII era visto con sospetto. Non possiamo sapere se sia stata una decisione presa politicamente, rimorso o reale bontà ma il nuovo Papa portò il lutto per il suo predecessore (fatto inaudito e mai avvenuto prima), celebrò una messa pubblica in suo suffragio e aprì subito il processo per la sua canonizzazione… (scusate ma i punti di sospensione sono d’obbligo e rappresentano un silenzioso dubbio).

In buona compagnia

Dante la mette giù dura con il povero Celestino V, tanto che spesso la percezione è quella che sia stato l’unico a salutare la Curia e a ritirarsi in modo così vile. Però, come si suol dire, Celestino non è stato né il primo né l’ultimo:

  • Clemente I (4° papa, 88-97)
  • Ponziano (18° papa, 21 luglio 230-28 settembre 235)
  • Silverio (58° papa, 1º giugno 536-8 giugno 536) – detiene il primato per il pontificato più breve!
  • Benedetto IX (145° papa, 21 ottobre 1032-13 gennaio 1045)
  • Gregorio VI (148° papa, 5 maggio 1045-20 dicembre 1046)
  • Gregorio XII (205° papa, 19 dicembre 1406-4 luglio 1415)
  • Benedetto XVI (265° papa, 24 aprile 2005-28 febbraio 2013)

Tutti parliamo dante

Quante volte ci siamo sentiti dire che la Commedia è il libro più importante della nostra Letteratura? Non so voi ma io ho perso il conto. A dire il vero credo che questa importanza non sia data dalle dotte disquisizioni dei letterati ma dalle reale influenza che l’opera di Dante ha avuto e ha sul nostro quotidiano.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Potremmo rimanere davvero stupiti da quante siano le espressioni presenti per la prima volta nei versi danteschi e rimaste nella nostra lingua, in questo breve articolo prendiamo in esame le dieci più comuni e la sorpresa è assicurata!

Fa tremar le vene e i polsi

Una delle prime espressioni di uso quotidiano ancora oggi presenti nella nostra lingua la possiamo trovare al verso 90 del Canto I dell’Inferno: ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Dante si trova di fronte alla lupa. La sua paura è tangibile. Non a caso questa espressione oggi la usiamo per descrivere qualcosa che causa molta paura, quasi terrore.

Non mi tange

“Non m’importa” o “non m’interessa”. Queste sono solo dei tanti modi che abbiamo per esprimere la mancanza d’interesse per qualcosa o qualcuno.

Qui siamo di fronte ad una parola dall’eco latina e dal vago sapore evangelico (Noli me tangere) ma non dobbiamo pensare che possa essere in qualche modo una citazione, si tratta solo di un normale uso di una parola d’origine latina.

Ci troviamo al verso 92 del Canto II dell’Inferno: che la vostra miseria non mi tange. Queste parole sono pronunciate da Beatrice, quando incontra Virgilio per comunicargli che dovrà accompagnare Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, e l’anima della donna tanto amata da Dante spiega come possa essere scesa negli Inferi per parlare con Virgilio seconda essere colpita dalla sofferenza che lì regna.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Questa celeberrima espressione compare al verso 9 del Canto III dell’Inferno. È l’iscrizione che le anime dei dannati possono leggere sulla porta del luogo della punizione e sofferenza eterna. Oggi, prevalentemente, questa espressione viene usata con toni scherzosi e spesso si riferisce a situazioni ostiche o ambienti disagiati.

Senza infamia e senza lode

Una lingua è un’entità viva, che cambia e si evolve. Questa frase oggi sta acquisendo la nuova versione: “Bene, ma non benissimo”. Si tratta della frase neutra per eccellenza per delineare qualcosa che non è degno di nota.

Possiamo trovare questa espressione nel verso 36 del Canto III dell’Inferno dantesco: che visser sanza infamia e sanza lodo. Qui incontriamo gli ignavi, quella folla di peccatori che non hanno mai preso una posizione chiara in vita.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa

Il girone degli ignavi è stato uno dei più prolifici per quanto riguarda le espressioni che sono rimaste vive nella nostra lingua. Come abbiamo visto parlando dell’espressione precedente, la condizione non degna di nota delle anime dei peccatori qui confinate, porta lo stesso Virgilio a pronunciare le seguenti parole nel verso 51: Non ragioniamo di loro, ma guarda e passa.

Inutile ricordarci, che sempre con una nota di ironia, nel caso si stia ragionando di una situazione, di persone o di cose per cui non vale la pena perder tempo, siamo portati a citare questo famoso verso dantesco.

Galeotto fu…

Questa frase non ha bisogno di presentazioni, come non ne hanno bisogno i due protagonisti di questa storia: Paolo e Francesca.

Dante ci racconta questa storia d’amore dannata nel Canto V dell’Inferno e il verso più famoso è senza dubbio il 37: Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Oggi tendiamo ad adattare questa frase in base alla necessità ma il suo significato originario non cambia, che sia un libro o qualsiasi altro oggetto (o situazione) per sottolinearne il ruolo di causa scatenante.

Una piccola precisazione: è Galeotto e non galeotto. Nel secondo caso stiamo parlando di un delinquente mentre nel primo caso ci riferiamo a Galehaut (tradotto in italiano come Galeotto), colui che è stato un intermediario tra l’amore di Lancillotto e Ginevra.

Fatti non foste a viver come bruti

Quando vogliamo incitare qualcuno a elevare la propria condizione di essere più umano e di essere meno bestia, in effetti usiamo ancora questa celebre espressione.

Siamo al canto XXVI ai versi il 119 e 120: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A pronunciarla è il mitico Ulisse che esorta i suoi colleghi a seguirlo nell’ultimo folle viaggio della loro vita.

Cosa fatta capo ha

Questo detto è il risultato di un’inversione, nel verso 107 del Canto XXVIII dell’Inferno possiamo leggere: Capo ha cosa fatta. In effetti suona meglio grazie all’inversione.

In questo punto dell’Inferno viene citato Mosca dei Lamberti che secondo una diceria dell’epoca di Dante (quasi una leggenda) era stato lui ad incitare la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonto, creando così quella spaccatura che non verrà più sana tra Guelfi e Ghibellini.

Che l’impegno per la vendetta di Mosca dei Lamberti fosse completamente disinteressato non è certo. Non a cosa ancora oggi per significare che un’azione ha sempre un fine o uno scopo, utilizziamo questo verso dantesco.

Stai fresco

Il significato che oggi attribuiamo a questa espressione è duplice: “Andrà a finire male” o in modo ironico “Siamo a posto!”. Questa espressione proviene dal verso 117 del Canto XXXII dell’Inferno: là dove i peccatori stanno freschi.

Ci troviamo insieme a Dante e Virgilio sul lago di Cocito, dove le anime dei peccatori che qui sono punite sono costrette a rimanere conficcate nel ghiaccio, che si è creato a causa del movimento delle enormi ali di Lucifero che spostano un gran quantità d’aria gelata.

Non è strano? Nell’immaginario comune l’Inferno è un luogo avvolto nelle fiamme, per Dante invece è caratterizzato dal freddo e dal ghiaccio.

Il bel Paese

La nostra epoca, con questa espressione, ha creato un vero e proprio capolavoro, facendo diventare queste parole addirittura il nome di un prodotto caseario oggi passato di moda.

Tolto il nome proprio del formaggio, dobbiamo ricordarci che il mondo intero riconosce la nostra cara Italia con questo bel nome, che compare nel penultimo canto infernale (XXXIII) al verso 89: del bel paese là dove ‘l sì suona. Espressione usata anche da Petrarca nel suo Canzoniere, oltretutto.

Dante si prepara all’impresa

Dopo il momento di smarrimento nella Selva Oscura, il Sommo Poeta si riprende alla grande e decide di fare sul serio. La Storia ci ha raccontato che Dante non è stato solo ed esclusivamente un uomo di lettere ma è stato anche politico e valente soldato (non dimentichiamo la battaglia di Campaldino contro gli aretini). Nel secondo canto della Commedia, Dante sembra volerci ammonire: in questo suo viaggio egli è poeta, non più saggista né animatore politico.

Prima di buttarsi nell’impresa, si fa coraggio per intraprendere quello che sarà un altro grande viaggio per l’umanità invocando l’aiuto delle Muse, affinché le sue doti da letterato possano assolvere a pieno un compito che sarà tra i più ardui: raccontarci quello che vedrà e vivrà nel mondo delle anime. Un espediente decisamente classico per l’uomo medioevale che trovava queste invocazioni quasi quotidianamente nella letteratura greca, che era tornata in auge.

Esiodo e la Musa (1891)
Gustave Moreau
Museo d’Orsay

Questa invocazione iniziale fa riflettere. Se Dante avesse voluto offrirci un suo saggio come il De Monarchia, perché scomodare le Muse, che erano impegnate nella loro piacevole danza in compagnia di Apollo? Semplicemente perché il Sommo Poeta sta creando un’opera d’Arte. Dante non poteva saperlo ma le Muse lo ispireranno oltre ogni aspettativa, aiutandolo a creare una delle opere fondanti della cultura italiana. Non un saggio politico o teologico ma un’opera d’Arte, che come tale offre la possibilità di molteplici chiavi di lettura, senza escludere la possibilità di leggere l’opera anche con un’interpretazione morale o politica.

Il secondo canto dell’Inferno introduce anche le due grandi fonti di ispirazione di Dante, due persone che ha amato in modo diverso ma con eguale forza. L’angelica Beatrice e il marmoreo Virgilio.

Publio Virgilio Marone
Publio Virgilio Marone

Dante prova una vera e propria venerazione per il poeta mantovano e lo sceglie come sua guida personale per la maggior parte del suo viaggio ultraterreno. La scelta non è stata né casuale né dettata da un semplice trasporto momentaneo. Virgilio ha sempre goduto di alta considerazione nel mondo culturale e lo stesso Dante è rimasto più volte folgorato durante lo studio dei suoi testi.

L’aura quasi mistica di Virgilio ha radici già nel mondo classico, dal momento che il poeta godeva della considerazione di sapiente onnisciente oltre a quella di massimo autore latino; in poche parole l’uomo giusto per Dante che studiandone le opere ha potuto toccare con mano la sconfinata conoscenza del poeta mantovano, lasciandosi più volte ispirare da lui.

Principalmente sono tre i motivi che portarono Dante a scegliere Virgilio come guida nel suo viaggio iniziatico. La prima motivazione la troviamo nel Convivio, dove Dante lo definisce il modello poetico di “bello stile” ed eloquenza. Il secondo motivo è dato dal fatto che anche Virgilio ha scritto un’opera dedicata ad un viaggio, nella sua celeberrima Eneide Virgilio ci fa viaggiare insieme al fuggitivo Enea da Troia che terminerà il suo viaggio in Italia. Ultimo motivo e forse il più importante: Virgilio è stato il cantore dell’impero romano. Nel De Monarchia Dante spiega non solo il motivo per cui l’imperatore sia l’unico che possa garantire la miglior forma di governo ma spiega anche perché l’egemonia dell’Impero romano sul mondo conosciuto debba essere vista come una manifestazione del volere divino.

Dante ha eletto Virgilio a suo maestro nell’Arte; l’Arte è un viaggio iniziatico; Virgilio è l’unica persona che Dante ha voluto al fianco per iniziare questo viaggio iniziatico.

Vi è anche un altro aspetto molto interessante legato a Virgilio. Il poeta di Mantova si presenta nel primo canto dicendo di sé:

… Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

In Italia si iniziò a parlare della regione Lombardia nel 1948 e fu istituita solo nel 1970, Virgilio però si presenta come lombardo. Ovviamente nella Storia d’Italia si parla di Longobardia (o Langobardia, in latino) facendo riferimento al territorio settentrionale sotto il dominio dei germanici Longobardi.

Le parole di Virgilio riportate nella Commedia acquistano un significato tutto particolare. Possiamo qui toccare con mano come l’Italia e le sue regioni non siano solamente delle entità geografiche o giuridiche ma siano una forma di pensiero; esse infatti sono vive nelle menti degli italiani ben prima della loro creazione ufficiale. Una testimonianza ce la offre il poeta Cecco Angiolieri, che scrive questo sonetto scherzoso a Dante:

Dante Alighier, s’i’ so bon begolardo,
tu mi tien’ bene la lancia a le reni,
s’eo desno con altrui, e tu vi ceni;
s’eo mordo ’l grasso, tu ne sugi ’l lardo;

s’eo cimo ’l panno, e tu vi freghi ’l cardo:
s’eo so discorso, e tu poco raffreni;
s’eo gentileggio, e tu misser t’avveni;
s’eo so fatto romano, e tu lombardo.

Sì che, laudato Deo, rimproverare
poco pò l’uno l’altro di noi due:
sventura o poco senno cel fa fare.

E se di questo vòi dicere piùe,
Dante Alighier, i’ t’averò a stancare;
ch’eo so lo pungiglion, e tu se’ ’l bue.

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Parafrasi: Dante Alighieri, se io sono un bel buffone, tu viene subito dopo di me; se io mi procuro il desinare a spese d'altri, tu a spese d'altri ti procuri la cena; se io mordo il grasso, tu ne succhi il lardo; se io ho trasceso, tu certo non ti moderi molto; se io m'atteggio a nobile, anche tu ti atteggi a messere; e se io ho soggiornato a Roma, tu fai il parassita in Lombardia. Sicché, sia lode al cielo, ciascuno di noi due ben poco può rimproverare all'altro: poca fortuna o poco giudizio ci inducono a questo. E se vuoi continuare a discutere di ciò, Dante Alighieri, io ti stancherò, poiché io sono il tafano e tu sei il bue.

Quando Cecco scrive questo sonetto Dante è in esilio, quindi è stato scritto dopo il 1303 e qui vediamo già come la Lombardia sia una presenza ben concreta nella mentalità dell’epoca.

L’Italia non è ancora stata creata ma esiste già.

La bella Firenze di Dante, malata di triplice vizio

Dante si presta a tanti livelli di lettura, ha ragione Davide (che con i suoi articoli mi fornisce un buon aggancio;). Continuiamo lungo la strada che vede Dante in balia delle tre fiere, proprio all’inizio del suo viaggio. Già Davide ci ha spiegato che si tratta di tre simboli, di allegorie di vizi e di atteggiamenti molto diffusi ai tempi del Nostro (leggi l’articolo di Davide). Guardiamo più da vicino ciascuna di esse e proviamo anche a calarci nella realtà dei tempi del Poeta. 

La lonza, il leone e la lupa richiedono alcune puntualizzazioni, rispetto ad un primo approccio. Intanto, che animale è la lonza? Dante ce la presenta come un felino e probabilmente il suo nome è un francesismo per indicare la lince; ci dice che la fiera ha una gaetta pelle, cioè ha il pelo maculato, come se si trattasse di un leopardo, più che di una lince marroncina a tinta unita. Il felino è un animale furbo ed agile, proverbialmente inaffidabile. Fermiamoci qui per un momento.

Il leone sappiamo tutti com’è fatto e la postura che Dante gli attribuisce (con la test’alta e con rabbiosa fame) lo qualifica come animale superbo, forte, dominatore.

La lupa viene descritta da Dante con dovizia di particolari: è famelica, desiderosa di cibo, magra, temibile (e molte genti fe’ già viver grame); mette paura e ansia al Poeta. Inoltre, più avanti nel canto I dell’Inferno, quando Dante sta ormai parlando con Virgilio, egli viene a sapere che questa bestia si ammoglia con molti animali, come se (anche a causa della mentalità fantastica del Medioevo) dalla lupa potessero nascere creature immaginarie e mostruose.

Le interpretazioni allegoriche delle tre fiere, per le ragioni già esposte da Davide nel suo articolo e ribadite nelle righe precedenti, ci dicono e ci suggeriscono che si tratti di tre vizi: lussuria, superbia, avarizia

William Blake – Illustrazioni per la Divina Commedia (1824)

Ma c’è dell’altro.

Addentrandoci nell’Inferno, scopriamo, ad esempio, che i peccatori sono ripartiti in tre grandi zone: incontinenti, violenti, fraudolenti. 

I primi sono quelli che non si seppero trattenerepur non dirigendosi verso oggetti sbagliati: un goloso, ad esempio, mangia e non fa nulla di male ingerendo cibo, che non è un oggetto sbagliato; sbaglia però l’intensità e la misura con cui si dedica a questo oggetto. Quindi è un incontinente, non si trattiene, non si contiene.

All’incontinenza fa pensare la magrezza della lupa, che desidera oltre misura, che brama e non è mai sazia e che si ammoglia con tanti animali: questo potrebbe significare che l’incontinenza è radice di tanti peccati diversi (gola, ma anche lussuria, avarizia, accidia, ira).

Poi ci sono i violenti, nell’Inferno: il leone potrebbe ragionevolmente indicare questa seconda tendenza negativa.

Infine, i fraudolenti, divisi in tante categorie: il felino, la lince dalla pelle maculata potrebbe esserne simbolo.

Ma, allora, perché Dante ha incontrato le tre fiere nell’ordine lince-leone-lupa per poi ribaltarne la disposizione nel riferimento alle tre zone dell’Inferno (lupa-leone-lince)? Questo quesito resta aperto e non può essere qui risolto. 

Proseguiamo nel nostro viaggio, considerando altri elementi: sappiamo che Dante è fiorentino, molto legato alla sua città, con la quale non ebbe un rapporto facile. 

Da un lato, ci dice con orgoglio: 

I’ fui nato e cresciuto
sovra’l bel fiume d’Arno a la gran villa

Inferno XXIII, 94-95

Dante riferisce cioè di essere nato a Firenze, città costruita sul fiume Arno. Possiamo anche provare a ricostruire come fosse al tempo di Dante partendo da quando afferma:

Fiorenza dentro da la cerchia antica,
ond’ ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

PARadiso XV, 97-99

Grazie alle mappe antiche sappiamo che Firenze aveva avuto diverse cerchie di mura, segno che negli anni si era ingrandita fino ad arrivare a 40.000 abitanti, che i quartieri erano suddivisi fra arti e mestieri, che le strade e i vicoli erano stretti, che c’erano case e torri ma che popolani e nobili abitavano negli stessi quartieri. Come scrive Santagata

La Firenze di Dante è una città medievale: un intrico di vie strette, di case di pietra e di legno addossate le une alle altre, un insieme disordinato di abitazioni, fondaci, botteghe e magazzini, intervallati qua e là da orti, vigneti e giardini. Le chiese sono numerose ma piccole: le torri numerosissime e a volte di dimensioni notevoli.

Per mostrare meglio la situazione della Firenze del tempo di Dante, pensiamo alla vicenda di Geri del Bello, cugino di Dante, ucciso da uno della famiglia Sacchetti, ghibellino. Dante incontra Geri nelle Malebolge dell’Inferno, tra i seminatori di discordie; il cugino lo minaccia col dito e il poeta spiega a Virgilio le motivazioni di questa minaccia: nessuno della sua famiglia ha ancora vendicato la sua morte.

Siamo dunque di fronte a una società piena di tensioni, violenta, vendicativa, in cui era possibile essere ucciso per uno sguardo di troppo: forse oggi Guelfi e Ghibellini non ci dicono nulla, ma le dinamiche di potere, sopraffazione e violenza del tempo possono essere facilmente ricostruite.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Per esempio, a Firenze i priori scelsero di mandare in esilio le più importanti famiglie della città (01/05/1300 un gruppo di giovani della casata Donati assalta un gruppo della famiglia Cerchi; 23/06/1300 un gruppo di Magnati aggredisce e bastona i consoli delle Arti), come si trattasse di una decisione necessaria, ma da cui dipese tutto il resto della vita di Dante.

L’esilio significa la povertà, la perdita dei beni, la divisione dalla famiglia e dagli amici, la continua ricerca di mecenati che lo ospitassero gratuitamente, correndo il rischio di inimicarsi Firenze, e la difficoltà a spostarsi sulle strade dell’Italia medievale.

Dante amava Firenze, ma non le risparmia il suo lucido sguardo, che mette in rilievo i vizi che la attanagliano. Pensiamo a cosa fa dire Dante al fiorentino Ciacco, nel VI canto dell’Inferno: 

[…]

Ed elli a me: "La tua città, ch’è piena
d’invidiasì che già trabocca il sacco,
seco mi tenne in la vita serena.

[…]

E quelli a me: "Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.

Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.

Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.

(vengono descritte e prefigurate future lotte politiche a Firenze)

Giusti son due, e non vi sono intesi;

(si salvano in pochissimi)

superbia, invidia e avariziasono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi”.

(ritorna il riferimento a tre vizi che caratterizzano la città: sembra chiaro, di nuovo, il richiamo alle tre fiere dell’inizio, anche se in ordine mutato rispetto all’incontro)

L’Italia è una selva oscura

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Inferno – Dante Alighieri

L’incipit della Divina Commedia è forse uno dei più famosi in tutto il globo terrestre; come moltissimi altri versi di quest’opera è stato sottoposto ad attente analisi da un vero e proprio esercito di studiosi.

L’Arte, quanto è vera, ha un gran brutto vizio: è incomprensibile. Questa sua caratteristica può essere esternata attraverso un elemento criptico (e di solito ci chiediamo: ma vuol dire qualcosa?) oppure attraverso una profondità non banale che si apre a molte diverse interpretazioni (e qui ci chiediamo: qual è la chiave di lettura da seguire?). La Commedia rientra in questo secondo gruppo.

Le sue chiavi di lettura sono molteplici, tutte esatte e possibili, e a noi viene offerta una possibilità unica: godere dell’opera a nostro piacimento, leggendola e rileggendola decidendo di volta in volta quale percorso intraprendere.

Per questo viaggio in Italia in compagnia del Sommo Poeta tralascerei l’aspetto morale e teologico della Commedia, che mi sembra anche il più conosciuto e battuto. Forse siamo tentati di scegliere la chiave “morale-teologica” in riferimento al titolo: “Divina” Commedia. Va ricordato che questo non è il titolo scelto da Dante per la sua opera ma è stato usato circa 40 anni dopo la fine della stesura dell’opera da Giovanni Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante. Il titolo è cambiato “ufficialmente” solo nel 1555 quando l’editore veneziano Ludovico Dolce stampò la sua edizione usando il titolo alla Boccaccio… e da lì è diventata la Divina Commedia per tutti noi.

Ritorniamo alle origini: Commedia o Comedia. L’origine di questa parola è greca: κωμῳδία (kōmōdía). È una parola composta da κώμη, che in greco vuol dire villaggio, e da ᾠδή, canto.

Il canto del villaggio.

Forse è solo una suggestione ma già a partire dal titolo vengono suggerite almeno due chiavi di lettura possibile: una storia che inizia male ma finisce bene (dalla selva oscura al Paradiso) o un poema del villaggio (che per estensione e unità può intendersi l’Italia)? Inutile ribadirlo ma questa volta vorrei seguire la seconda chiave di lettura.

La Commedia diventa ancor più interessante se la leggiamo agli occhi della biografia dell’autore. Non è un obbligo, ben s’intenda, ma è un’ulteriore possibilità.

Alcuni dati sono arcinoti. Tutti noi sappiamo che la musa più importante per Dante è stata Beatrice, che ha quasi totalmente oscurato la memoria della povera consorte del Poeta (quanti di noi si ricordano il suo nome? Pochi… comunque era Gemma Donati). Altre coincidenze storiche invece sono meno conosciute ma ugualmente importanti. Vediamone qualcuna.

Secondo gli studi più accreditati Dante ha iniziato la stesura della Commedia tra il 1304 e il 1305, un momento molto significativo nella vita dell’autore. Qualche anno prima, nel 1302, Dante riceve ben due condanne di forte valore “politico”: la prima il 27 gennaio e la seconda il 10 marzo. Presso l’Archivio di Stato di Firenze è possibile leggere la seconda condanna riportata nel Libro del chiodo (non pensiate chissà a cosa, è un semplice registro chiamato così perché la rilegatura è a chiodi di ferro):

Alighieri Dante è condannato per baratteria, frode, falsità, dolo, malizia, inique pratiche estortive, proventi illeciti, pederastia, e lo si condanna a 5000 fiorini di multa, interdizione perpetua dai pubblici uffici, esilio perpetuo (in contumacia), e se lo si prende, al rogo, così che muoia

Un bell’esempio di ingiustizia a fine politici in cui si distrugge l’immagine sociale e pubblica di un avversario.

Gō Nagai – Inferno dalla Divina Commedia di Dante Alighieri (1994)

Ed ecco che agli occhi di questo fatto la selva oscura in cui Dante si trova a passeggiare può essere vista come un’Italia in cui la corruzione è arrivata ad un livello tale da oscurare la luce della giustizia.

Il suo cammino in questo luogo soffocante e privo di luce è sbarrato dalle famose tre fiere: una lonza, un leone e una lupa. Questi tre animali sono veri e propri impedimenti per l’uscita di Dante dalla foresta. Anche in questo caso siamo di fronte ad un bivio interpretativo. Sembra quasi che il Poeta fiorentino voglia offrirci la possibilità di confermare la nostra scelta precedente legata al nome Commedia o cambiare direzione. Questi tre impedimenti possono essere considerati degli impedimenta, parola latina usata in ambito teologico, o possono essere viste come la disposizione al male e al peccato. Cosa scegliamo: una chiave prettamente teologica o una più generale? Io confermo la mia scelta, per questa volta, di proseguire la lettura usando una chiave più generale e meno teologica.

La lince presente anche in Europa
è probabilmente la lonza dantesca

Pensando alla lonza, viene da ricordare un fatto nel 1285: Dante si spaventò vedendone una tenuta in gabbia presso Palazzo Vecchio. Questo animale è legato a doppio filo con il nostro Poeta perché anche il suo maestro di riferimento, Virgilio, ne parla nel primo libro dell’Eneide. Insomma, non poteva proprio mancare nella sua opera. La lonza è da sempre simbolo di lussuria. Uno dei peccati forse più in voga nella Firenze di Dante, un’attitudine peccaminosa che ha portato a commettere molti delitti e uccisioni. Un peccato imputabile un po’ a tutto lo Stivale, dove le pulsioni sessuali hanno rovinato (e continuano a rovinare) persone e società.

Con il leone è semplice. Il re della foresta è stato preso a simbolo della superbia. Un peccato di cui si sono macchiati gli avversari politici di Dante e che in generale si insidiava tra le persone che detenevano il potere. Se volete, potete rileggere l’ultima frase al presente e noterete come mantenga intatta la sua verità.

Per ultima, la più pericolosa: la lupa. Simbolo di cupidigia e avarizia, troppo spesso è messa in relazione solo con il denaro. Dovremmo ampliare la visuale e ricordarci che gli uomini possono bramare anche gli onori oltre ai beni terreni. Per Dante questa fiera è la più pericolosa di tutte perché da essa hanno origine tutti i mali che affliggono Firenze e l’Italia in generale. Il suo esilio affonda la sua radice in questo peccato, le sedie parlamentari hanno spesso negli anni sopportato questo peso. Quello che è peggio è che per Dante neanche la Chiesa è esente da questo atto peccaminoso e più volte durante il suo viaggio infernale ce lo ricorderà; d’altronde la Storia della Chiesa e quella dell’Italia si sono incrociate molto spesso e a volte sono state anche coincidenti.

Dopo questa idea generale sulla situazione italiana, con quella che possiamo considerare a tutti gli effetti un’invettiva contro il nostro Paese, ha inizio il nostro viaggio insieme a Dante Alighieri.

Per l’Italia con Dante

Sono già passati 700 anni da quel triste 13 settembre 1321, quando la malaria ci ha privati del nostro più importante poeta. Ne è passato di tempo ma non siamo ancora riusciti a superare questo incredibile lutto; ogni giorno alla chiusura del tempietto che custodisce i resti mortali di Dante una campana donata nel 1921 dai comuni d’Italia lancia 13 rintocchi per ricordare il giorno funesto della sua triste dipartita.

Tomba di Dante a Ravenna
(Camillo Morigia, 1780-1781)

È comprensibile. Il legame che abbiamo con lui è incredibilmente profondo. A volte lo dimentichiamo ma il suo vero nome è Durante e noi, ancora oggi, lo abbreviamo molto familiarmente in Dante, nonostante sia una delle personalità in assoluto più importanti per la nostra cultura essendo considerato il padre della lingua italiana.

Mi unisco al coro di coloro che riconoscono a Dante uno dei maggiori contributi alla creazione della nostra Nazione; in più parti della sua Commedia parla della nostra cara Italia in un’epoca molto lontana dalla proclamazione ufficiale della sua nascita. Mi spingerei anche oltre, ricordando che Dante rappresenta una delle basi della cultura europea dal momento che le sue opere sono state tradotte in molte lingue e hanno avuto risonanzanon trascurabile negli Stati membri dell’Unione. Ovviamente -permettetemi questa puntualizzazione- con Europa dobbiamo intendere l’Istituzione vera, che affonda le sue radici in una cultura comune e millenaria, non la brutta copia realizzata considerando prevalentemente aspettieconomici e politici.

Il Dante del maestro Gō Nagai

In questi giorni, ricorrendo l’anniversario dantesco, siamo letteralmente invasi da nuove pubblicazioni delle sue opere e da saggi sulla sua vita e sulla sua Letteratura; dopo aver letto una bellissima versione manga della Commedia realizzata dal maestro Gō Nagai (il padre di Mazinga e Ufo Robot) ed ispirata alle famose tavole di Gustave Doré,ho sentito il bisogno -e forse anche ildovere morale- di rileggere l’opera nella sua versione originale. Suggestione o meno, accentuata anche dalle considerazionidi Aldo Cazzullo nel suo A riveder le stelle– ho notato quanto siano attuali ancora oggi le parole di Dante nel descrivere la nostra Patria. 700 anni e sembra non essere cambiato molto nel modo di pensare e di agire nei nostri confini.

Con Dante condivido l’amore per l’Italia, che per me non è solo una Nazione ma è un vero e proprio stato della mente, condivido anche l’insofferenza nei confronti di chi rovina le nostre potenzialità per il puro interesse personale e per la mancanza di visione. In Italia si vive ancora troppo alla giornata sperando di superare il problema contingente e sembra essersi diffusa una incapacità di progettualità che possa riguardare il futuro.

Parole dure? Se a volte mi sentivo un millennial (noi nati tra gli anni ’80 e il 2000) in contrasto con i boomer (chi è nato tra il 1946 e il 1964) o la generazione X (ne fanno parte i nati tra il 1964 e il 1980), dopo aver letto Dante mi sono semplicemente sentito un Italiano che ha a cuore il suo Paese.

L’idea che sta alla base di questa rubrica è molto semplice: ripercorriamo insieme a Dante il suo viaggio attraverso l’Inferno e lasciamoci raccontare da lui la sua Italia.

Sarà incredibile, credetemi, vedere come alcuni modi di fare e mentalità sono sopravvissute alle varie epoche e al progresso.Non mi resta che augurarvi un buon viaggio e se per puro caso dovessimo essere attanagliati dallo sconforto ricordiamoci che non ci è dato di tollerare la mediocrità perché, citando Ulisse:

fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.