Mengele – Capitolo 7: l’esito dell’autopsia

Dopo 8 mesi di udienze, il 20 agosto1947 si concluse a Norimberga uno dei processi secondari, quello in cui furono giudicati i medici responsabili di esperimenti su esseri umani e diversi dirigenti amministrativi. Sette dei 23 imputati furono condannati a morte e 7 assolti. Molti altri medici nazisti, nonostante fossero colpevoli, non vennero processati per assenza di prove e alcuni di loro dopo il 1945 ottennero cattedre e incarichi prestigiosi. Qualcuno di loro trovò perfino impiego presso industrie farmaceutiche molto note. LandscapeDurante le udienze gli imputati sostennero ripetutamente che i loro esperimenti dovevano essere considerati leciti contributi allo sforzo bellico tedesco e al miglioramento della qualità della vita delle generazioni future. Non sentivano di aver violato il giuramento di Ippocrate poiché avevano condotto la sperimentazione su esseri umani che consideravano di fatto alla stregua di cavie animali e comunque su esseri inferiori destinati in ogni caso a morire. Lord Moran, medico personale di Churchill, concluse il rapporto finale (essendo il Commissario Inglese che valutò i crimini) affermando che le ricerche condotte sui prigionieri erano state fondamentalmente inutili e che:
  1. gli esperimenti condotti sulla malaria fatti a Dachau erano stati del tutto insoddisfacenti;
  2. le ricerche sull’efficacia dell’Hexametilene su soggetti esposti a bombe al fosgene avevano solo dimostrato che il principio attivo poteva essere utilizzato nella profilassi ma non nella terapia;
  3. gli esperimenti sulla rigenerazione dei tessuti ustionati, trapianti e innesti di pelle, ascessi, ferite da arma da fuoco infette,.. erano stati condotti, non solo con inutile crudeltà ma anche in maniera rozza e superficiale, producendo per tanto risultati irrilevanti;
  4. gli esperimenti sulla depressurizzazione, la potabilità dell’acqua marina e l’ipotermia non avevano apportato alcuna novità
  5. tutti gli esperimenti relativi alla ricerca batteriologica non aveva prodotto risultati nuovi né rilevanti.
Alcuni invece sostengono siano stati esperimenti utili. È noto che la camera di depressurizzazione tedesca sia stata sequestrata dagli americani e che con tutta probabilità sia stata riutilizzata per esperimenti. L’Istituto di Ricerca Bioetica con sede a New York affermò, inoltre, di aver pubblicato su affermate riviste scientifiche almeno 45 articoli che presero spunto dalla sperimentazione nazista, soprattutto in campo immunologico e dell’ipotermia.

Mengele – Capitolo 6: la fuga e la morte

Da questo momento in poi le notizie sono discordanti, alcuni testimoniano che Mengele si fosse messo in malattia e fosse riuscito a farsi trasferire nel lager di Gross Rosen e che da qui sparì. Infondata pare invece la notizia che fosse fuggito con Wilma, un’avvenente deportata ebrea, nipote di Will Taubert, re del mercato nero polacco che proprio per tale motivo finirà impiccato al termine del conflitto. Più probabile, invece, è che si sia tolto l’uniforme da SS e ne abbia indossata una da soldato o da ufficiale dell’esercito regolare tedesco e che si sia unito a un battaglione in ritirata come medico da campo verso sud.
Josef Mengele Documenti
Il documento di Josef Mengele
Nel 1945 la Germania si arrese, il Dottor Morte venne internato in due campi di prigionia americani, riuscendo a superare gli interrogatori e venendo così rilasciato. Come mai? Semplice, perché non aveva il tatuaggio tipico delle SS sotto l’ascella indicante il gruppo sanguigno che li distingueva. Con falso nome e con l’aiuto della sua famiglia trovò poi lavoro presso una fattoria a Rosenheim e tra il 1945 e il 1949 ricevette anche regolari visite dalla moglie. Da lei aveva avuto un figlio nel 1944, Rolf Mengele, pare concepito durante una delle sue rare visite al campo polacco. Preoccupato di poter essere scoperto, fuggì attraverso vie clandestine dell’Odessa, del Die Spinne (Organizzazione di Reduci ex SS, per mettere a punto la trafila delle evasioni naziste verso la fine della Seconda Guerra), della PCA (Pontificia Opera di Assistenza), del CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa ) e con l’appoggio del Vaticano e di conventi compiacenti sparsi in tutta Europa. Il medico maledetto arrivò così a Merano. La moglie e il figlio non vollero partire con lui. Con l’aiuto di varie organizzazioni raggiunse Genova, da dove si imbarcò clandestinamente per il Sud America e l’Argentina. La prima traccia concreta del medico risale al 1949 esattamente 4 anni e mezzo dopo Auschwitz, data in cui presentò una domanda di espatrio come profugo alla Croce Rossa di Genova. Come documento vi allegò una carta d’Identità Italiana. Il documento risultò autentico, rilasciato l’11 aprile 1948 con il numero 114 a nome di Helmut Gregory nato il 6 agosto 1911 a Termeno, alto Adige, di professione tecnico-meccanico, celibe e residente a Termeno in via Montello 22 e domiciliato a Genova in via Vincenzo Ricci 3. Si imbarcò cosi sulla motonave della compagnia transatlantica North King e si stabilì a Buenos Aires. Nel 1959 sappiamo che tornò a Gunzburg per la morte del padre Karl, nessuno lo importunerà. Vestiva di nero e portava occhiali scuri; quello che sappiamo e sconcerta è che in molti lo videro. Ereditò dunque la grande fabbrica con il fratello Alois, dato che Karl era morto nel 1949 a seguito di un’infarto. Mengele successivamente aprì una filiale della fabbrica a Buenos Aires. Ancor prima della morte del padre però per tutelarsi, accettò il divorzio da Irene e sposò subito dopo Martha Weill, la vedova di suo fratello Karl. Il matrimonio era avvenuto per procura il 25 luglio 1958. Martha, dopo un breve soggiorno nella capitale Argentina non ebbe nessuna intenzione di vivere al fianco di un uomo braccato, per tanto si trasferì a Kloten, presso Zurigo con il figlio Karl Heinz avuto in precedenza. Dalla Svizzera però venne espulsa come persona indesiderabile, trovò rifugio a Merano e poi a Monaco dove restò indisturbata fino alla morte. Martha disse di Josef:
per me è sempre stato un marito affettuoso, anche se da anni non ricevo sue notizie.
Il 7 giugno 1959 scoperta la presenza del medico a Buenos Aires venne fatta la richiesta di estradizione da parte del Ministero della Giustizia di Bonn. Per paura, il medico lasciò l’Argentina e fuggì in Paraguay. In questo Stato l’Angelo della Morte si sentì al sicuro e a proprio agio poiché il paese era retto da un regime di destra, con a capo il generale Alfredo Strossner, un’arrogante e vanitoso militare di origine bavarese. Il generale per lui fece approvare una legge secondo cui nessun cittadino paraguaiano potesse essere estradato. Diede pertanto la cittadinanza a Mengele con il nome di Josè Mengele. Per qualche tempo il medico, alloggiò all’Hotel Astra di Assunción, il proprietario era un tedesco, un certo Peter Fast che disse del medico:
mi ha curato il mal di cuore era gentile e premuroso.
A seguito della cattura di Eichman per paura, fuggì, all’interno del Paraguay sotto il nome di Franz Fischer, presso una fazenda di Alban Kruge Krug, un ex nazista diventato ricco proprietario terriero. Nel frattempo venne fatta pressione al generale per ottenerne l’estradizione ma lui rifiutò e nel frattempo molti di coloro che vennero a contatto con Josef morirono in circostanze misteriose. Mengele nel frattempo divenne anche comproprietario della Fadrofarm di Buenos Aires e giunse anche a Milano più volte per curare i propri interessi inerenti la fabbrica di Gunzburg con Alois. Il 21 novembre 1969 un cacciatore di nazisti un certo Hans Wiesener riuscì ad avvicinarsi al medico, ma poco tempo dopo il suo corpo venne ritrovato privo di vita, crivellato da colpi d’arma da fuoco. Strossner mise di nuovo tutto a tacere.
Josef Mengele Fuggitivo
Josef Mengele fuggitivo
A un dato momento il Ministero della Giustizia paraguaiano emise il mandato di cattura, sotto minaccia della Germania che altrimenti avrebbe preteso dal Paese la chiusura del debito; ovviamente fu una finta. La taglia nel frattempo raggiunse i 3.000.000 di dollari. Mengele lasciò così il Paraguay per spostarsi nuovamente in Argentina presso una fattoria di due profughe ungheresi. Pare ci sia rimasto per ben 16 anni. A causa di disaccordi con le donne lascerà la fattoria e verrà accolto dalla famiglia Bosset. Nel 1976 il figlio lo andò a trovare a San Paolo. Il 7 febbraio 1979 durante una gita al mare, annegò, colpito da infarto. In quel momento pare si facesse chiamare Wolfgang Gherard, come il suo protettore. Si ritiene che in quel periodo, avesse anche un’amante (una certa Elsa Olivera, sua domestica) che di lui disse:
era sempre premuroso.
Sono oramai trascorsi 34 anni da Auschwitz e lui aveva 67 anni. Il Todesengel (in tedesco, Angelo della Morte) finalmente era morto e venne sepolto nel cimitero di Nostra Signora del Rosario a Embu das Artes. Il suo corpo venne scoperto nel 1985 e il 6 giugno di quello stesso anno venne riesumato, sulla sua tomba non vi era né una croce né una lapide. Il nome che compariva era: Wolfang Gerhard di 53 anni, cittadino austriaco di professione tecnico-meccanico. Sul documento della Prefettura Municipale di Embu das Artes si legge ancor oggi:
sepoltura 321 TPV, effettuata da Liselotte Bossert, causa della morte asfissia per annegamento, data di interramento 8 febbraio 1979.
L’esumazione durò circa 1 ora. Il 7 giugno all’Istituto Medico Legale di San Paolo iniziò la ripulitura del cadavere. Israele non credette affatto che potesse trattarsi di Mengele. L’11 giugno trapelarono le prime indiscrezioni sull’autopsia:
il cadavere presentava i postumi di una vecchia frattura, uguale a quella che l’Angelo della Morte avrebbe subito a causa di un incidente automobilistico nel 1943-1944;
peccato però che non fu possibile giungere a un confronto identificante tra le 2 fratture. Venne resa nota anche una curiosità, ovvero:
la salma era stata sepolta scalza e sull’attenti.
Bossert dirà che ciò era avvenuto per volere dello stesso Mengele, poiché i nazisti erano soliti farsi seppellire in tal modo (non abbiamo notizie della veridicità di questa usanza). Nel luogo di sepoltura trovarono un paio di pantaloni di gabardine, una camicia, un paio di mutande di nylon, un paio di calze di cotone, una cintura di 105 cm, 5 denti e 2 protesi. Vennero così accettate le dichiarazioni di morte presunta. Le prove furono date per certe dopo l’esame grafologico, svolto dalla CIA, che dimostrò che alcuni scritti erano suoi e dopo la dichiarazione di un medico dentista che mostrò agli inquirenti la situazione radiologica dei denti del criminale nazista.

L’esito dell’autopsia

Possiamo affermare con obbiettività che i resti mortali da noi esaminati presentano delle forti ed evidenti somiglianze con il criminale nazista. Solo se il corpo fosse stato esumato qualche tempo prima, tutto sarebbe stato più facile.
Si arrivò alla conferma definitiva che si trattava del dottor morte, il 5 aprile 1995, con le prove del DNA. I suoi resti oggi sono conservati in un magazzino dell’Istituto di Medicina Legale di San Paolo del Brasile e oggi le sue ossa sono messe a disposizione degli studenti.

Mengele – Capitolo 5: noma, eteronomia dell’iride ed Irma Grese

Noma ed eteronomia dell’iride

Il terzo interesse per il dottor Morte era il “noma”. Un prigioniero riferì che Mengele avvicinò il professor Berthold Epstein, un eminente pediatra prigioniero, proponendogli, in cambio di un prolungamento della vita, di aiutarlo a preparare una ricerca affinché egli potesse pubblicarla a nome suo, cioè di Mengele. Epstein propose allora una ricerca sul trattamento del noma, una grave condizione cancrenosa ulcerativa della faccia e della bocca, spesso fatale, molto diffusa fra bambini e adolescenti zingari del campo. L’Angelo della Morte accettò e istituì una sezione apposita dove vennero accolti dai 45 ai 70 bambini ai quali fu data una dieta speciale, particolarmente nutriente, vitamine e sulfamidici. Il medico SS fece fotografare i bambini prima, durante e dopo il trattamento. Un numero considerevole di pazienti guarì (non per bravura ma perché la malattia era dovuta alla miseria, alla mancanza di igiene e di nutrizione). La ricerca di Mengele si spostò poi sugli occhi o meglio sul loro colore. Mandò regolarmente occhi di zingari all’istituto di Berlino, dove era in corso uno studio sui fattori ereditari nel colore con particolare attenzione a una condizione nota come eterocromia dell’iride, nella quale i due occhi di una persona possono avere colore diverso. Tra i suoi progetti, l’intento di riuscire a modificarne il colore in azzurro tipico della razza ariana. Provò così ad iniettare negli occhi dei bambini del blu di metilene, causando loro forti dolori e gravi infiammazioni, non riuscendo però nel suo intento. Arriviamo cosi al 26 novembre del 1944 data in cui Himmler ordinò di interrompere tutte le attività del campo polacco a seguito dell’avanzata russa. Prima dello smantellamento del campo, il dottore volle compiere un’ultima impresa: decise di accogliere personalmente l’ultimo convoglio di 461 persone. Li destinò quasi tutti alle camere a gas. Raccolse poi tutta la sua documentazione e il 18 gennaio 1945 lasciò il campo, abbandonando anche la sua amante, l’SS Rapportführerin Irma Grese che si rifugiò presso il campo di Bergen Belsen.
Irma Grese 1
Irma Grese

Irma Grese, l’amante del medico

Irma Grese diventò la più atroce donna arruolata nelle SS. Nacque il 7 ottobre 1923 nel villaggio di Wrechen, nella Germania del nord, era la terza di cinque figli e fin da piccola si mostrò introversa. Il padre commise più volte adulterio, facendo piombare la madre in una terribile depressione. Irma aveva solo 12 anni quando sua madre Berta, stanca dei ripetuti tradimenti del marito Alfred, si tolse la vita bevendo acido cloridrico. Il padre mantenne il lutto per poco più di un anno, poi si risposò ed ebbe un altro figlio. Da quel momento nella famiglia Grese vissero sei fratelli, il padre, la matrigna e altri quattro figli di lei avuti prima del matrimonio. L’infanzia di Irma divenne così ancora più difficile, spesso veniva sbeffeggiata e presa in giro sia dai fratelli sia dai fratellastri e anche la matrigna mostrava sempre più atteggiamenti ostili nei suoi confronti. Irma era molto bella e questo probabilmente fu la causa dell’accanimento della matrigna, che per sminuirla le faceva indossare abiti che la rendevano goffa e ridicola, mortificando così la sua femminilità. Pare che le rivolgesse la parola solo per insultarla o prenderla in giro. Il padre invece sfogava i suoi problemi sui figli, picchiandoli, anche per cose che non avevano fatto. Verso i 15 anni Irma decise di scappare da quella famiglia ed entrò nella BDM (la Lega delle Ragazze Tedesche), che educava le ragazze con ferrea disciplina affinché fossero pronte a combattere e a morire per il Terzo Reich. Sappiamo che fece anche un apprendistato infermieristico in un ospedale a circa 30 chilometri da casa e che mostrò fin da subito di avere delle doti eccezionali, ma il suo destino non fu per certo quello della crocerossina. Durante la 2 guerra mondiale la Lega le fece fare un corso sotto la supervisione di Dorothea Binz, supervisore presso il campo di Ravensbruck, che le trasmise la passione per il sadismo, da qui divenne sorvegliante del medesimo campo. Irma era la più giovane e la più bella sorvegliante del campo ma divenne anche una delle più crudeli. Quel suo primo incarico di potere fece nascere in lei il desiderio di affermarsi e di dimostrare a tutti, specialmente alla sua famiglia, di essere migliore di loro. Iniziò a curare maniacalmente i simboli del suo potere: la divisa, gli stivali, la frusta e il suo cane. Quando tornò a casa per un congedo e si presentò al padre in divisa però, l’uomo la guardò con orrore e la colpì violentemente al volto cacciandola di casa. Tornata al campo venne in qualche modo promossa e trasferita al più grande campo di Birkenau, dove divenne sorvegliante del settore destinato alle ebree polacche. Fu lì che la rabbia e la crudeltà presero il sopravvento su di lei.
Irma Grese 2
Irma Grese
La crudeltà verso chi trasgrediva, le punizioni feroci che impartiva e il suo controllo costante e puntiglioso a cui nulla poteva sfuggire le valsero un encomio da parte dei superiori e il passaggio a supervisore senior, il secondo ruolo più importante a cui una donna delle SS potesse aspirare. Aveva il compito di sorvegliare 31 baracche che contenevano circa 30.000 donne, con il permesso di eliminare tutte coloro che non avessero rispettato le regole. Quotidianamente faceva rapporto al capo della Gestapo del campo: Maximilian Grabner. Anche il famigerato blocco 11 era sotto la sua diretta giurisdizione. Irma però puntava al massimo grado e pur di ottenerlo intrecciò una relazione con il dottor Mengele, aiutandolo spesso a scegliere prigionieri destinati ai suoi esperimenti o alla camera a gas. Irma ebbe anche relazioni omosessuali con alcune sorveglianti e perfino con alcune prigioniere, le più belle e procaci, che poi eliminava velocemente per mettere tutto a tacere. Se si accorgeva che una donna l’aveva vista con l’amante, la uccideva con la sua pistola o la indicava come inadatta al lavoro e quindi pronta per la camera a gas. La crudeltà di Irma toccò livelli incredibili proprio a causa del potere che aveva: uno dei suoi passatempi preferiti era quello di frustare le donne sul seno o sul ventre fino a causare loro ferite così profonde da richiederne punti di sutura, poi le conduceva in infermeria dove le faceva operare senza anestesia, godendo delle loro sofferenze. Arrivò al culmine della crudeltà quando fece legare le gambe di una partoriente che morì fra atroci dolori insieme al suo bambino. Nonostante il comandante del campo avesse proibito l’uso della frusta, Irma ne aveva fabbricata una speciale con l’anima di metallo foderata di cellophan trasparente, da cui non si separava mai. Spesso seguiva in bicicletta la colonna di prigioniere dirette ai luoghi di lavoro, accompagnata dal suo pastore tedesco e se si accorgeva che una donna era troppo debole per camminare o sembrava malata e quindi inadatta a portare pesi, ordinava al cane di sbranarla. Nel 1943 si accorse di esser rimasta incinta di uno dei suoi numerosi amanti, ma ciò avrebbe causato la fine della sua carriera, così ordino a un medico del campo di farla abortire e subito dopo l’aborto tornò a lavorare come nulla fosse. Quando venne trasferita al campo di Bergen Belsen, iniziò una relazione con un ufficiale delle SS trasferito lì da poco come lei ma la relazione fu breve perché il 15 aprile truppe inglesi entrarono nel lager per liberare i prigionieri. Irma venne arrestata e successivamente condannata per crimini di guerra sulla base della testimonianza dei sopravvissuti. Il suo processo iniziò il 17 settembre 1945 e il pubblico ministero dichiarò che Irma era
la peggiore donna del campo.
Secondo una testimone la Grese era responsabile di almeno 30 morti al giorno. Le testimonianze oculari, la parziale confessione dell’imputata e il suo atteggiamento arrogante durante gli interrogatori resero inutile il lavoro dell’avvocato difensore. Il 17 novembre 1945 il presidente del tribunale , il generale Fiklin, lesse il verdetto per l’imputata:
il tribunale degli Alleati ha giudicato Irma Grese colpevole di genocidio e di strage e pertanto la condanna a morte mediante impiccagione.
Delle 19 imputate solo tre vennero condannate a morte: Juana Bormann, Elisabeth Volkenrath e Irma Grese che morì all’età di soli 22 anni.
Irma Grese Processo
Irma Grese al processo di Norimberga

Mengele – Capitolo 4: la famiglia Ovitz

RetrieveAsset-2
I Lilliput
Negli anni ’30 e all’inizo degli anni ’40, gli Ovitz erano una compagnia affermata di attori, ballerini, musicisti e cantanti che si facevano chiamare “Lilliput”. Non si preoccupavano tanto delle leggi razziali che colpivano gli ebrei in diverse nazioni d’Europa perché avevano ottenuto di non avere segnalata la loro origine ebrea sui fogli che presentavano alle frontiere dei vari paesi. Furono catturati però mentre si esibivano in Ungheria, al tempo invasa dai tedeschi. Arrivarono ad Auschwitz di notte, nel maggio del 1944. Con loro giunsero al campo 3.500 persone. Un ufficiale nazista quando li vide urlò: “Chiamate il medico!”. Gli Ovitz erano cinque donne e tre uomini ma in realtà erano dieci dato che due di loro erano di statura normale. Mengele cominciò ad interrogarli e quando finì “gli brillavano gli occhi“, così racconta Perla, una dei nani di soli 23 anni alla quale si deve buona parte della memoria sulla loro storia. Perla quando arrivò al campo fu la prima a domandarsi cosa fossero quei camini pensando:
forse ci faranno il pane…
ma un ebreo con la giacca a righe le disse che ogni fiamma era una persona che saliva al cielo. Gli Ovitz si salvarono grazie al medico nazista (Mengele) che li voleva vivi per i suoi esperimenti, diventarono perfino i suoi preferiti. Vivevano in una baracca che confronto alle altre poteva sembrare il Grand Hotel, gli fu concesso di tenere i propri abiti e di avere dei vasini, tolti ai bimbi uccisi, per i loro bisogni anziché le latrine e fornì loro anche lenzuola personali. Vennero sottoposti a numerosi test ed esami che iniziarono con banali prelievi del sangue ma che in un secondo tempo li portarono fino allo svenimento. Proseguirono poi con RX, prelievo del midollo e la tortura dell’acqua, ovvero, veniva versata nelle loro orecchie dell’acqua bollente per poi subire docce gelide.
Ovitz
La famiglia Ovitz
Gli Ovitz furono anche costretti ad assistere alla morte di due loro compagni di sventura, padre e figlio, entrambi nani, che dopo esser stati uccisi, vennero bolliti per recuperarne gli scheletri da inviare a un museo di Berlino. Una sera l’Angelo della morte li avvisò di prepararsi perchè il giorno dopo li avrebbe portati a fare una gita in un bellissimo posto. Vedendoli agitati li tranquillizzò dicendo loro che avrebbero dovuto esibirsi dinnanzi a persone molto importanti e che avrebbero dovuto apparire al meglio. Lasciò loro un pacchetto con vestiti eleganti, trucchi e profumi; non potevano immaginare ciò che li attendeva! Difatti non dovettero esibirsi come attori ma come esempi viventi di una conferenza di Mengele. I Lilliput furono costretti a spogliarsi completamente e a esibirsi davanti agli occhi indagatori dei presenti, lo scopo era di dimostrare il processo di deterioramento della stirpe ebraica, che si stava trasformando, secondo la sua teoria, in un popolo di storpi e nani. La dignità di persone e di artisti degli Ovitz era stata sbeffeggiata e spezzata. Sopravvissero incredibilmente per sette lunghissimi mesi. L’unico a morire fu uno dei fratelli normali, ucciso mentre tentava di scappare. Nel giorno della liberazione del campo li trovarono tutti insieme fra i pochi sopravvissuti, in mezzo all’orrore. Gli Ovitz tornarono al loro villaggio in Transilvania per poi emigrarare nel 1949 in Israele, dove si spensero e l’ultima fu Perla.

Mengele – Capitolo 3: le ricerche sui gemelli

Mengele era particolarmente dedito alle ricerche sui gemelli ad Auschwitz trovò il modo per realizzare questo sogno. Una volta selezionati li introduceva in una complessa struttura. Egli poteva disporre oltre che dell’edificio generale dei medici SS anche di altri tre locali, adibiti esclusivamente alle sue ricerche. Uno si trovava nel lager maschile, uno nel lager femminile e uno in quello degli zingari. In tutti questi luoghi i gemelli godevano di uno status speciale e spesso veniva loro permesso di tenere i propri indumenti e di non dover tagliare i capelli. Un ragazzo scelto fra i più grandi veniva nominato Zwillingvater (padre dei gemelli) ovvero capo del blocco.
Освобожденные_дети_Освенцима
Bambini sopravissuti ad Auschwitz
L’antropologa prigioniera Teresa W. che eseguì le misurazioni sui bambini, stimò che l’afflusso dalla primavera all’estate del 1944 di gemelli ungheresi si aggirava intorno ai 250. Lo studio principale di Mengele era a Birkenau, dove era medico capo ed era lì che teneva la sua documentazione. L’aspetto più sinistro delle sue ricerche sui gemelli emerse nella complessa organizzazione da lui creata per l’esame patologico dei cadaveri. Per il dottor Miklos Nyiszli, suo principale patologo prigioniero, Mengele preparò una speciale stanza di dissezione, contenente un tavolo in marmo lucido per dissezioni, un lavabo con rubinetti in nikel, tre acquai di porcellana e zanzariere di metallo verde alle finestre. Nel gruppo di Mengele il selezionatore di cadaveri era l’uomo più importante in quanto la dissezione era la fase finale delle sue ricerche. Va ricordato che molti vennero uccisi solamente per poterne fare la dissezione. Il patologo di Mengele, Miklos Nyiszli, dal suo diario:
Il mio nome è Miklós Nyiszli. Sono nato il 17 giugno 1901 in una città della Romania nella regione della Transilvania. Ho avuto un’infanzia normale, con una famiglia come tante. Fin da bambino sognavo di fare il medico, di potermi occupare degli altri, magari di salvare delle vite. Quando ho potuto realizzare il mio sogno, studiando medicina in Germania, mi sono sentito un uomo fortunato. Ho vissuto con la mia famiglia in Ungheria fino al maggio del 1944, anno in cui tutta la mia vita è cambiata per sempre. Durante il regime, reggente, sono stato arrestato a causa della mia origine ebraica, con mia moglie e mia figlia. Una mattina, mentre facevamo colazione riuniti attorno al tavolo della cucina e ascoltavamo le notizie alla radio, abbiamo sentito un rumore di passi cadenzato e minaccioso. In un attimo un gruppo di soldati armati era alla nostra porta. Bussarono. Tre colpi secchi, forti. Il silenzio era alla nostra tavola, la paura seduta accanto a noi. Tutta la nostra vita quel giorno finì. Fu come se il tempo si fosse improvvisamente fermato. Ricordo ancora l’odore del caffè, un aroma che per un lungo periodo avrei solo potuto immaginare. Il mio corpo, la mia anima, il mio entusiasmo, i miei sogni, quelli di un uomo comune, sono stati caricati su un treno in partenza per la Polonia, con destinazione Auschwitz, ma ancora non lo sapevamo. Tutta la mia vita fu cancellata in un istante. Mi strapparono i miei affetti, la mia identità. Mi divisero dalla mia famiglia. Qualcuno piangeva, qualcuno pregava. Eravamo in tanti, troppi su quel maleodorante vagone in legno, con agli angoli solo qualche secchio per i nostri bisogni corporali, tutti in piedi con gli occhi sbarrati, per la paura di quello che ci saprebbe potuto accadere. Le voci erano tante sui campi di lavoro, ma nessuno sapeva con certezza cosa potesse accadere in quei luoghi isolati dal resto del mondo, lontano da sguardi indiscreti. Nessuno era tornato per poter raccontare, per dire la verità su quei posti. Viaggiammo per un tempo che ancora oggi non sono in grado di determinare. Improvvisamente il treno si fermò. Sentivamo ad una ad una aprirsi le porte dei vagoni e le guardie urlarci di scendere. Ci accolsero soldati armati, con grossi cani lupo al guinzaglio, affamati e arrabbiati. In fila, tra botte e spintoni, ci condussero tutti nel piazzale accanto al treno. Li ci misero in ordine, cercando di dividerci in gruppi. Ma la paura era tanta che nessuno riusciva a capire gli ordini che ci venivano impartiti. E così volarono altre botte, altri spintoni. Una parola era chiara, fra tutte: Auschwitz. Davanti a noi un gruppo di persone in camice bianco, probabilmente medici. Uno di loro si avvicinò, lentamente. Aveva gli occhi pungenti e un sorriso inquietante stampato sul volto. Accanto a lui una donna bionda di bell’aspetto, con un grosso pastore tedesco al guinzaglio che teneva saldamente nella mano destra e un frustino in pelle nella mano sinistra. Non dicevano un parola, si limitavano ad osservare e a bisbigliare qualcosa leggendo un elenco. L’uomo si avvicinò a me e al bambino che avevo accanto. Mi guardò per un istante, che bastò per farmi smettere di respirare, poi posò il suo sguardo sul piccolino accanto a me. La sua espressione cambiò, si fece innaturalmente dolce, quasi infuocata. Prese una caramella dalla tasca, gliela porse e disse, rivolgendosi alla donna: «Lui va bene. Ecco piccino, questa è per te, chiamami zio…» Alcuni di noi furono chiamati ad alta voce, dagli ufficiali seduti ad un tavolino. Anche io fui chiamato, come medico potevo essere utile. Mi offrii volontario, forse avrei potuto aiutare qualcuno, essere utile come un tempo quando ero un medico in Ungheria. Un tempo… erano passati solo 7 giorni ma ormai tutto mi sembrava così lontano. Mi assegnarono all’assistenza sanitaria delle baracche del settore 12. Ogni giorno cercavo di fare quello che avevo imparato, cercavo di alleviare il dolore di chi stremato arrivava davanti a me. Non avevo strumenti, non avevo medicine, assistevo inerme alla morte di quello che restava di esseri umani che fino a poco tempo prima avevano camminato liberi nel mondo. Dopo qualche tempo al settore 12, nel giugno del 1944, il dottor Mengele mi notò. Era lui al nostro arrivo che ci aveva selezionati, che aveva scelto i “suoi” bambini, quelli destinati agli esperimenti. Un giorno mi avvicinò e mi disse che aveva osservato le mie capacità come medico, nonostante i pochi mezzi a disposizione. Era rimasto colpito. Aveva in mente per me un ruolo importante, al suo servizio. Potevo essergli utile. Ma come? Mi aggregò come medico anatomo-patologo al dodicesimo Sonderkommando di Auschwitz, di istanza al crematorio numero 1. Allestii una sala autopsie che fu dotata delle più moderne attrezzature. Il mio compito era quello di supportare il dottor morte nelle sue folli ricerche scientifiche, per trovare le differenze fra la razza ariana e quella degli “inferiori” che finivano sul mio tavolo. Dovevo operare seguendo le istruzioni sue e dei suoi collaboratori. Sotto i miei occhi pieni di morte passarono decine e decine di cadaveri, di persone deformi, di bambini, di gemelli, di ebrei come me, uomini e donne, tutti ritenuti sacrificabili in nome della scienza. Tutti ritenuti indegni di vivere. Mengele uccideva a volte con il solo scopo di far sottoporre ad autopsia il paziente che aveva prescelto, al fine di individuare la chiave che dimostrasse la veridicità delle teorie eugenetiche sostenute dal nazionalsocialismo. In certi momenti speravo anche io di trovare quel qualcosa che tanto spietatamente ricercavano, lo speravo perché mi illudevo che avrebbero smesso di fare esperimenti e di uccidere per dimostrare le loro teorie. Ma così non fu. Giorno dopo giorno, fui costretto contro la mia volontà a «…misurare crani, annotare il colore degli occhi, pelle o capelli…», a ricercare quell’inesistente segno distintivo che potesse identificare la razza ariana di cui tanto si vantavano. Il mio lavoro forzato non portò mai a risultati seri e concreti. Così gli esperimenti continuarono. Ma sono certo che con o senza di me, sarebbero comunque continuati. potevo anche godere di piccoli privilegi che mi permisero di cercare la mia famiglia. Scoprii, grazie alla mia padronanza del tedesco, che erano detenute nel campo femminile C , quindi destinate allo sterminio. Riuscii a convincere gli ufficiali SS ad aiutarle a farsi trasferire in un campo di lavoro. Il mio rapporto con il dottor Mengele era scandito da istruzioni precise. Non lasciava nulla al caso, non potevo prendere iniziative di nessun genere. La sua attività era programmata in maniera manicale: prevedeva una serie di esami dettagliati da compiere sui soggetti selezionati mentre erano in vita e successivamente quando finivano sul mio tavolo, con lo scopo di mettere in relazione l’inferiorità della razza ebraica con le deformità fisiche trasmesse di padre in figlio, in particolare nei gemelli. I risultati che ottenevamo erano inviati all’istituto di igiene batteriologica delle SS, non so ancora a che scopo, dato che era palese che i decessi avvenissero per le privazioni, i maltrattamenti, le violenze e le condizioni igieniche proibitive. Mengele era solito ripetermi: «Il crematorio non è il massimo dell’inferno ma un limbo, ci si può sopravvivere…» Andando a Birkenau capii perché mi ripeteva quella frase. Un giorno mi mandarono li per prelevare dei medicinali frutto delle perquisizioni dei nuovi prigionieri arrivati. Spesso i crematori erano sovraffollati di cadaveri da smaltire. Raccolsi le medicine e mi voltai piangendo. 10 gennaio 1945. Le voci dell’avanzata degli alleati si fecero sempre più frequenti. Gli uffciali del campo decisero la ritirata e di cancellare qualsiasi prova che testimoniasse la verità su ciò che accadeva. Rimasi ad Auschwitz fino a pochi giorni prima dell’arrivo dell’armata sovietica, in attesa del mio destino. Il 18 gennaio riuscii a sfuggire alla morte , confondendomi con altri prigionieri in una di quelle che la storia ricorda come le marce della morte. Ci fermammo a Mauthausen, andai dal kapò delle docce presentendomi come medico. Nei giorni successivi le SS continuarono a lanciare appelli per cercare i deportati che avevano lavorato nei crematori di Birkenau e Auschwitz; io feci finta di non sapere nulla, avevo capito che era meglio restare nell’anonimato, cercavano solo di eliminare gli scomodi testimoni che erano sopravvissuti alla ritirata. Dopo circa tre settimane fui spostato ad Ebensee. La mia vita da prigioniero finì il 5 maggio del 1945 quando l’esercito statunitense ci liberò. Io e la mia famiglia ci siamo riuniti e abbiamo cercato di andare avanti nonostante i ricordi, nonostante la sofferenza. Nella mia testa le urla dei prigionieri che andavano alla morte non si spensero mai, mi accompagnarono per il resto della mia breve vita.
Morì il 5 maggio 1956, distrutto dal peso di ciò che aveva vissuto ma con la consapevolezza che la sua testimonianza avrebbe contribuito a far conoscere al mondo la mostruosità che il Nazionalsocialismo di Hitler e dei suoi scagnozzi aveva saputo mettere in scena. La maggior parte degli internati erano convinti che Mengele volesse trovare il modo di far nascere gemelli alle donne tedesche per il Reich. Un prigioniero disse:
voleva essere Dio per creare una nuova razza!
Disponiamo anche di una testimonianza di una certa Elzbieta Piekut alla quale vennero affidati i gemelli ebrei in una delle baracche del campo femminile nel luglio 1944 che ricorda:
i bambini venivano fatti spogliare e rimanevano nudi per tutta la durata delle misurazioni antropometriche (da 2 a 5 ore). Una dura prova per quei piccoli che spaventati, stanchi, affamati e intirizziti dal freddo, si alzavano alle 6 del mattina e percorrevano a piedi il chilometro e mezzo di distanza tra il loro Blocco e l’ambulatorio, faceva freddo e la stanza delle analisi non era riscaldata. I bambini restavano di fronte allo schermo radiologico per 5 o 15 minuti, perchè durante la radioscopia si descriveva e si discuteva l’immagine che appariva sullo schermo. Gli effetti non si facevano aspettare: al ritorno ai bambini veniva la febbre, l’angina, forti tossi, sinusiti e non di rado polmoniti… particolarmente drammatiche poi erano le analisi morfologiche. Ai piccoli veniva prelevato sangue prima da un dito e poi dalle vene, talora due, tre volte di seguito. Gli venivano anche iniettati liquidi negli occhi. Quasi sempre al termine degli esperimenti, i bambini venivano eliminati con un’iniezione di fenolo al cuore, ciò consentiva di passare alla fase successiva, che consisteva nell’analisi dei singoli organi, mediante la sezione dei cadaveri.
Oltre alla passione per i gemelli Mengele ne aveva un’altra: quella sui nani. Una certa Magda V. disse:
io penso che per lui gli ebrei dovevano essere stati dei mostri di natura, come i nani.
Tra i vari prigionieri nani nel maggio del 1944, sappiamo che giunsero al campo polacco gli Ovitz.

Mengele – Capitolo 2: biografia

Josef Mengele, detto Bepo, nasce a Gunzburg Am Donau il 16 maggio 1911, figlio di Karl, un autocrate, ricco proprietario di una grande fabbrica di macchine agricole, che interessa e coinvolge l’intera cittadina e di una donna austera, cattolica osservante, Walburga Hupfauer detta Wally. Ha due fratelli, Alois e Karl soprannominati Lollo e Karlo. Il futuro medico vive un’infanzia agiata, spensierata e senza problemi. Ha due hobby: suonare Wagner al pianoforte e giocare a calcio come terzino.

Durante il conflitto della Prima Guerra Mondiale il padre viene inviato sul fronte occidentale e sarà la madre a mandare avanti la fabbrica. Al suo ritorno si risolleverà notevolmente inventando nuovi macchinari come trebbiatrici, macine per tritare barbabietole da zucchero e trattori spargi concime.Josef in questo periodo non si interessa di politica tantomeno del Nazionalsocialismo. Un suo compagno dirà di lui: era un ragazzo di intelligenza superiore alla media, perfettamente normale e senza complessi, molto socievole, un conversatore affascinante, un casanova dal carattere aperto e dal temperamento sportivo.Le sue inclinazioni nazionalistiche di destra si mostrano nel 1931 all’età di 20 anni quando aderisce allo Stahlhelm (ovvero elmetto d’acciaio), un’organizzazione nazionalistica di veterani di guerra. Diventa entusiasta del Partito Nazionalsocialista e decide pertanto di entrare nelle SA nel 1934.

Nel 1935 vince la resistenza paterna che lo vuole inserito nella fabbrica di famiglia e si laurea a Monaco in Filosofia con una tesi su Kant.

Nel 1937 chiede di essere iscritto al Partito e l’anno dopo, ricevuta la tessera, fa richiesta di poter entrare a far parte delle SS. Sposa Irene Shoenbein, una protestante, contro il volere della famiglia.

Nel 1938 si laurea in Medicina a Francoforte sul Meno discutendo la tesi: “Indagini su gruppi famigliari e stirpi, in base a anomalie delle labbra, della mandibola e del palato”. A questo punto la sua vita e ben tracciata, probabilmente plagiata dal suo insegnante, un luminare e fanatico razzista: il professor Ottmar Freiherr von Vershuer. Ottmar fu autore del libro: RassenbiologiederJuden (Biologia razziale degli ebrei), impregnato di antisemitismo. Di lui sappiamo che divenne direttore della facoltà di genetica del Fischer Institut di Berlino e di quella di Scienza dell’ereditarietà razziale di Francoforte sul Meno e infine del dipartimento di antropologia del prestigiosissimo Kaiser Institut di Berlino. Mengele diventerà il suo assistente.Nel 1941 dopo aver prestato servizio militare nel 137° Reggimento delle Alpi (Tirolo), Josef viene ammesso tra le SS. Nel 1942 viene inquadrato nella 5° Panzer Division Wiking delle Waffen SS nella qualità di medico (Fronte Sud). Si guadagnò così una Croce di ferro di 2° classe e poi una di 1°. Il 30 maggio del 1942 dopo essere stato ferito, ricevette il grado di SS Hauptststurmführer ovvero di capitano.

Tre furono le sue pubblicazioni:

  1. la prima ad essere pubblicata fu la sua tesi di laurea all’istituto di antropologia di Monaco dal titolo “Ricerca di morfologia razziale sul segmento anteriore della mandibola in quattro gruppi razziali”. Secondo lui i segmenti anteriori della mandibola mostravano differenze tali da prestarsi molto bene al fine di istituire distinzioni razziali;
  2. la seconda fu sua tesi di laurea in medicina, pubblicata nel ’38 intitolata: “Ricerche genealogiche su casi di labbro leporino, gnatoschisi e palatoschisi”;
  3. la terza pubblicazione invece intitolata: “Sulla trasmissione ereditaria delle fistole dell’orecchio” venne anche pubblicata sul periodico “Der Erbarzt(Il medico genetista) diretto da Ottmar.

Questi scritti sono pieni di grafici, diagrammi e fotografie che affermano più di quanto non dimostrino. Ciò che invece traspare è l’impegno di Mengele nel mettere la scienza al servizio della visione nazista.Mengele arrivò ad Auschwitz all’età di 32 anni il 30 maggio del 1943 su chiaro consiglio del prof. Ottmar. L’assegnazione di fondi per i suoi esperimenti invece arriverà il 18 agosto. Il documento di concessione descriveva in modo vago una ricerca concernente

proteine specifiche“,mentre una seconda ricerca si proponeva come oggetto di studio il colore degli occhi.

Ottmar scrisse che la ricerca aveva

l’autorizzazione del Reichsführer Himmler

e che tale ricerca, si sarebbe basata su specifici esami antropologici. Fece inoltre la richiesta che tali esami successivamente avrebbero dovuto essere spediti esclusivamente al suo centro di ricerca.Sappiamo che la moglie di Mengele non lo seguì al campo e si pensa che proprio per questo lui iniziò a tradirla. Le donne dicevano di lui:

è bello, profumato, elegante pare un’attore!

Era solito al campo scegliere tra le prigioniere più belle, passarci la notte e poi farle uccidere la mattina seguente. Per molti Mengele incarnò il processo delle selezioni, difatti era presente a tutti i trasporti e se non poteva ci mandava qualcuno di sua fiducia. In realtà, secondo prove certe, Mengele avrebbe fatto i suoi turni alla banchina come qualsiasi altro. Ciò che fece credere che lui fosse sempre presente era dovuto al fatto che si recava alla banchina anche quando non era di turno e questo accadeva perchè voleva essere certo che i gemelli venissero conservati per lui. Da loro si faceva chiamare zio. Svolgeva il compito di selezionatore anche nei blocchi dell’ospedale. La dottoressa Lengyel, lo definì uno “specialista” delle selezioni.

Mengele – Capitolo 1: premessa

Per trattare di medicina e Shoah occorre risalire assai indietro nel tempo. Soltanto cosi sarà possibile comprendere l’impatto e le conseguenze di secolari preconcetti, nell’ambito delle pratiche medico sanitarie, degli ebrei e sugli ebrei e delle malattie supposte come ricorrenti nella popolazione di origine ebraica.

Oltre che avvelenatori gli ebrei erano ritenuti pericolosi per la salute dei cristiani poiché considerati infettanti, portatori di malattie contagiose quali, lebbra, peste, sifilide, scabbia, vaiolo, tubercolosi e perversioni sessuali, mentre da un altro lato erano visti e operavano come guaritori, ecco nascere l’ambiguità, ovvero il medico ebreo è capace di curare ma anche di infettare. Di fatti, però, molti medici ebrei furono protagonisti della medicina del passato, essendo chiamati ripetutamente ad assistere Papi e Sovrani. Sappiamo che la maggior parte di loro si era laureata a Padova.

Intorno al 1400/1500 in Spagna vennero emanati i primi editti come quello intitolato : “limpiezza de sangre” al fine di impedire l’inserimento egualitario nella società cristiana. Già in quest’epoca si parlava di ereditarietà. Intorno al 1516 venne creato il primo ghetto veneziano al fine di salvaguardare le persone dalla contaminazione ebrea. Nel 1700, Bernardino Ramazzini (fondatore della “medicina del lavoro”) si dissociò dalla percezione comune che collegava alle caratteristiche razziali (e dunque innate) degli ebrei specifici morbi e caratteristiche fisiche negative. Concluse dicendo che le malattie degli ebrei erano causate dai mestieri da loro svolti e dalle loro anguste e malsane abitazioni e che pertanto avrebbero potuto colpire anche i Cristiani. Sostenne però che rogna e lebbra erano tipiche caratteristiche patologie degli ebrei. Sempre nel 1700 intervenne nel dibattito medico scientifico anche il medico Rabbino Benedetto Frizzi ma il suo sforzo unito a quello di Ramazzini di smentire la percezione degli ebrei quali portatori di malattie, fisiche e morali, non riuscì.

Restò cosi ben evidente una visione negativa del gruppo ebraico sul piano igienico-sanitario. Nel 1800 maturò l’idea che le patologie fisiche fossero trasmissibili per via ereditaria e, a seguito delle teorie biologiche evoluzionistiche ed eugenetiche, si cominciò ad assistere a una sorta di classificazione del genere umano secondo una scala gerarchica tra superiori e inferiori, tra puri e impuri, tra sani e insani, tra adatti e inadatti e tutti coloro che si discostavano dal perfetto modello sano vennero considerati un ostacolo per il progresso di un popolo. Ricordiamo che nel 1880 Charles Darwin arrivò a considerare il progresso della razza umana dipendente dal miglioramento della trasmissione selettiva delle caratteristiche ereditarie della popolazione alle generazioni future. Sempre nello stesso periodo si aggiunsero le “leggi di Mendel” sull’ereditarietà.

Arriviamo così ai primi del 1900, anni in cui cominciò a trovare sempre più spazio l’Eugenetica Negativa finalizzata alla crescita e alla costruzione delle razze e dei popoli, impedendo la riproduzione di tutti quegli individui ritenuti patologici per impurità e inferiorità biologica e morale. Si arrivò così ad adottare leggi per la sterilizzazione forzata al fine di non inquinare la razza eletta.

Eugenetica: deriva dal greco eu=bene e genos=nascita, stirpe, razza. È lo studio dei metodi volti al miglioramento della specie umana, attraverso la selezione di caratteri favorevole (positiva) e la rimozione di quelli sfavorevoli (negativa).

Furono i vari movimenti eugenetici e le pratiche di igiene razziale a contribuire, anche se indirettamente, a rendere possibile la politica nazista. Con l’avvento di nuove discipline mediche come la batteriologia, negli USA vennero avviate sperimentazioni selvagge su individui appartenenti a sfere deboli della società, indicando così che le sperimentazioni non furono prerogative del solo regime nazista. Si sperimentarono vaccini e terapie che a volte indussero gravi malformazioni o la stessa morte del paziente.

Nel 1931 la Repubblica di Weimar emanò a seguito del “disastro di Lubecca” (70 bambini morirono per testare un vaccino antitubercolare) una regolamentazione per le nuove terapie e per la sperimentazione sull’uomo. Con questa nuova regolamentazione, le prove cliniche sull’uomo avrebbero dovuto essere precedute dalla sperimentazione su animali, si rese necessario inoltre il consenso del soggetto debitamente informato su rischi e procedure.

La Germania, in quel tempo, era il paese in cui maggiormente venivano rispettati i diritti dei malati e dove i medici avevano l’obbligo di curare tutti quale scopo primario della medicina. Con l’avvento del nazismo però tutto cambiò e proprio in Germania si fece forte e concreta, più che in altri paesi, la disumanizzazione degli inadatti, dei disabili e delle razze considerate inferiori. Da questo momento i medici nazisti curarono solo i cittadini ariani, poiché salvare un tedesco puro, significava rafforzare la popolazione nazista.

Il progetto eugenetico trovò quindi vigore nella Germania del Terzo Reich. Da qui riemerse anche l’antico antisemitismo. I medici nazisti usarono i prigionieri come cavie umane per condurre sperimentazioni di ogni genere. Non si giurò più su Ippocrate ma su Adolf Hitler. Solamente nel 1948 l’associazione medica mondiale aggiornerà il giuramento di Ippocrate che impegnerà il medico a non impiegare neppure sotto costrizione la sua scienza contro i diritti dell’uomo. Nel 1964 poi l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, approvò la dichiarazione di Helsinki dove si ribadì e rafforzò il principio della centralità del consenso volontario. Va ricordato che la sperimentazione su cavie umane non fu una prerogativa del regime nazista, è infatti noto che anche gli americani la condussero su prigionieri di guerra giapponesi (malattie contagiose) e a sua volta, l’esercito giapponese la effettuò in Cina (Manciuria) per mano della famigerata unità 731. Durante la Prima Guerra Mondiale, inoltre, alcuni medici tra cui qualche ebreo come l’ematologo Hirszfelfd approfittarono della concentrazione di prigionieri di guerra provenienti da diversi paesi per svolgere personali ricerche tra gruppi sanguigni e razze.

Detto ciò andiamo invece a parlare della sperimentazione condotta nei campi nazisti. Fu un sistema ben strutturato e ramificato che vide coinvolti circa 350 medici, identificati come colpevoli ma anche da una serie di altri attori, di enti, di istituzioni intorno e al di sopra di loro, dai vertici del partito nazista e delle SS della Wehrmacht, agli istituti di ricerca, comprese le università e gli enti finanziatori dei progetti, fino alle case farmaceutiche che incentivarono e al tempo stesso beneficiarono della suddetta sperimentazione. Infine migliaia di altre persone tra infermieri, assistenti, impiegati, fornitori e medici non direttamente responsabili o complici ma sicuramente consapevoli di quanto stesse accadendo. Elementi del sistema andrebbero poi considerati anche tutti coloro che all’epoca si voltarono dall’altra parte, per potersi poi proclamare ignari o innocenti.

TIPOLOGIE DELLA SPERIMENTAZIONE:

  1. Esperimenti con finalità politiche (razza ariana)
  2. Esperimenti con finalità militari
  3. Esperimenti svolti x conto o in collaborazione con le industrie farmaceutiche
  4. Esperimenti svolti a solo fine pratico (nuovi medici)

Nell’ambito delle ricerche sulle differenze tra le razze e quindi sulla superiorità della razza ariana il personaggio più noto fu Josef Mengele considerato un: “fanatico dell’ideologia nazista”.

Bernadette Soubirous – Capitolo 7: santa

Il 16 aprile Bernadette, in religione suor Marie-Bernarde, moriva nell’infermeria detta “della Santa Croce” nel convento di Saint Gildard: aveva solo 35 anni.

Con l’autorizzazione dell’amministrazione civile, il corpo di Bernadette rimase esposto alla venerazione del pubblico fino a sabato 19 aprile. Fu poi rinchiuso in una doppia bara di piombo e di quercia che venne sigillata in presenza di testimoni, i quali dovettero firmare un verbale. Il corpo venne seppellito in una cappellina nel recinto del convento dedicata a San Giuseppe.

Soubirous Cerimonia
Cerimonia nel convento

L’autorizzazione alla sepoltura venne data il 25 aprile 1879 e il 30 aprile il prefetto ne diede il permesso ufficiale. Il  30 maggio, dopo aver eseguito dei lavori, venne finalmente deposta con una cerimonia molto semplice.

Prima ricognizione: 22 settembre 1909
Nell’autunno del 1909 terminò il processo dell’ordinario sulla reputazione di santità, le virtù e i miracoli di Bernadette: bisognava ora procedere alla ricognizione del corpo cioè alla sua identificazione legale e canonica e alla verifica del suo stato. Questa prima esumazione avvenne il 22 settembre (tutto è documentato e conservato negli archivi di san Gildard).

Sono le 8.30, il vescovo di Nevers e il tribunale ecclesiastico penetrarono nella grande cappella del convento, su un piccolo tavolo posero i 4 vangeli su cui giurarono di dire tutta la verità: l’Abate Perreau, la madre generale Forestier, la madre assistente, i medici, i muratori e i falegnami. Ilcorteo si diresse poi verso la cappella di San Giuseppe. Tolta la pietra tombale apparve subito la cassa che venne trasportata al Pavillon e deposta su due cavalletti ricoperti da un lenzuolo, di fianco una tavola con un drappo bianco pronto ad

Soubirous Tomba
La tomba di Santa Bernadette

accogliere il corpo o le ossa di Bernadette. Si svitò la cassa di legno, si tagliò quella di piombo e il corpo apparve in perfetto stato di conservazione, neppure il minimo odore dovuto alla decomposizione. Le suore che l’avevano seppellita 30 anni prima notarono che il volto e le mani si erano appena inclinati verso sinistra. L’abito era umido, il volto di un bianco cereo, la pelle aderente ai muscoli e i muscoli attaccati alle ossa, le palpebre infossate, il naso incartapecorito. La bocca semiaperta lasciava intravedere i denti ancora attaccati ed erano perfettamente conservate anche le sue unghie. Le mani incrociate sul petto tenevano ancora un rosario corroso dalla ruggine, visibile oggi presso il museo allestito a Nevers. Sull’avambraccio si distingueva il rilievo delle vene. Dopo aver tolto gli abiti e il velo si vide un corpo incartapecorito, la sua rigidità permise di girarlo per poterlo lavare, le parti inferiori del corpo erano nerastre a causa della quantità di carbone ritrovato nella bara (non fu data spiegazione in merito alla sua presenza). Il corpo venne quindi lavato dalle suore e riposto in una nuova bara foderata di zinco e imbottita di seta bianca: nelle poche ore di esposizione all’aria il corpo però si annerì. La doppia bara fu chiusa, saldata, avvitata e sigillata con 7 sigilli e riportata nella tomba. Il tutto terminò alle 17.30.

La mummificazione non fu considerata un miracolo poiché era noto che in alcuni terreni ciò avrebbe potuto accadere. Il fatto venne interpretato però come un evento sorprendente, essendo a conoscenza delle malattie di Bernadette, dello stato del suo corpo al momento della morte e dell’umidità della tomba; tutte condizioni che  avrebbero dovuto portare a una naturale disgregazione del corpo, che non avvenne.

Seconda ricognizione: 3 aprile 1919
Il 3 agosto 1913, papa Pio X autorizzava l’introduzione della causa di beatificazione e canonizzazione di Bernadette Soubirous e firmava il decreto di “venerabilità”. A causa della guerra però il processo si fermò e venne ripreso nel 1918. Fu pertanto necessaria  una nuova ricognizione del corpo.

Il 3 aprile 1919 in presenza del sindaco di Nevers, del Vescovo, del commissario di polizia, dei rappresentanti del Comune e dei membri del Tribunale Ecclesiastico e di due medici che si prestarono al compito avvenne la seconda ricognizione. Tutto si svolse come la prima volta ma dopo l’esame i due medici vennero invitati in una stanza

Soubirou urna
Urna di Santa Bernadette

separatamente per redigere il loro rapporto senza la possibilità di comunicare tra loro. I due rapporti concordarono perfettamente tra loro e con il precedente rapporto redatto dai medici del 1909.

Unico elemento nuovo: la comparsa di qualche macchia di muffa e di uno strato di sali somiglianti a sali calcarei, dovuti probabilmente al lavaggio del corpo avvenuto precedentemente. Alle 17 della stessa sera venne sepolta nuovamente.

Terza ricognizione e prelievo delle reliquie: 18 aprile 1925
Il Papa dichiarò l’eroicità delle virtù di Bernadette e, per tale motivo, venne aperta la via verso la beatificazione. Per questo si rese necessaria una terza ricognizione del corpo.  Durante tale processo si dovette, inoltre, provvedere al prelievo di alcune reliquie da inviare a Roma, a Lourdes e nelle case di congregazione.

Furono gli stessi medici del 1919 a procedere. Oltre alla comunità delle suore, al vescovo, ai vicari generali, al Tribunale Ecclesiastico, a due testimoni e a due medici presenziò anche un commissario di polizia e un certo sig. Leone Bruneton, rappresentanti dell’autorità municipale.

Sempre stesso rito di giuramento. Il dottor Comte su richiesta del Vescovo prelevò delle reliquie: si decise di prelevare la quinta e la sesta costola della parte anteriore; durante tale intervento, il medico si rese conto che il fegato, ricoperto dal diaframma era perfettamente conservato. Comte prelevò, inoltre, le due rotule ricoperte di pelle e due frammenti di muscolo delle parti esterne delle cosce destra e sinistra, che sembrarono non aver subito la minima putrefazione. Il cuore su desiderio della Reverenda Madre Generale fu lasciato intatto al suo posto con l’intero corpo. Il dottor Comte sostenne che non fosse assolutamente normale trovare il fegato non decomposto o quanto meno non  calcificato; pare che  tagliandolo presentasse una consistenza tenera e quasi normale, ricordiamo che erano trascorsi 46 anni! Il corpo venne poi avvolto in fasce ,lasciando liberi solo il volto e le mani e si fecero dei calchi affinché la casa Pierre Imans di Parigi potesse creare una leggera maschera di cera da applicarvi. Il corpo venne lasciato nella cappella di sant’Elena cosicché le suore che desideravano pregare dinnanzi a lei la potessero vedere ma solamente attraverso un vetro.

Soubirous
Il Convento di S. Gildard

Il 14 giugno 1925, Pio XI proclamò ufficialmente “Beata Bernadette” ma si dovette attendere il 18 luglio per deporre il corpo nell’urna, ove ora si trova, poiché era stata ordinata a Lione nel momento della Beatificazione e non era ancora stata terminata.

La sera del 3 agosto 1925 l’urna fu solennemente trasferita nella cappella del convento di S. Gildard. Tutto intorno all’urna si possono leggere iscritte sul metallo le parole dette dalla Vergine. Qui Bernadette continua la sua missione, che in nome di Dio, le aveva affidato. “L’Immacolata Concezione ci ripete che Dio è amore e che non cessa mai di chiamarci a passare dalla notte del nostro peccato alla sua luce meravigliosa!”.

Parole della vergine scritte sull’urna:

Volete farmi il favore di venire qui per 15 giorni?

Direte ai sacerdoti di far costruire qui una cappella

Andate a bere alla fontana e lavarvi

Pregate Dio per i peccatori

Io sono l’Immacolata Concezione

Andate a mangiare quell’erba che troverete là

Non vi prometto di rendervi felice in questo mondo, ma nell’altro

Soubirou Carnet di Santa Bernadette
Il carnet di Santa Bernadette

Dal carnet di note intime, riporto una delle sue preghiere preferite:

Oh Gesù, vi prego,
datemi il pane dell’umiltà,
il pane dell’obbedienza,
il pane della carità,
il pane della forza,
per spezzare la mia volontà
e fonderla nella vostra

Ecco alcune note da lei scritte sul carnet:

Mio Gesù, infondi tanto amore nel mio cuore, che un bel giorno scoppi per arrivare fino a Te. Tu lo sai, o mio Gesù, io Ti pongo sul mio cuore come un sigillo, restaci sempre.

Più guardo il mio Dio, più anche Dio mi guarda; più lo prego, più lui stesso pensa a me.

Se non ci si mortifica, si manca ai propri doveri, la mortificazione che Dio ci chiede è l’osservanza esatta della nostra regola, delle tradizioni, delle abitudini e delle raccomandazioni fatte dai nostri superiori.

È cosa gradita a Dio alzarsi all’ora fissata e senza ritardi durante l’inverno, senza girarsi e rigirarsi nel proprio letto. Una religiosa non dovrebbe mai far sapere i suoi gusti o disgusti per questo o quel cibo.

La mortificazione è l’abc della perfezione.

Se vuoi ascoltare la voce del Signore è nel più profondo silenzio della notte che lui viene al mondo.

L’Eucarestia, per l’anima tormentata, è un bagno di luce e d’amore.

Una delle sue canzoni di chiesa preferite è del 1853 e fu composta da un padre Marista, Pietro Janin. La compose come ringraziamento dopo esser guarito da una grave malattia:

Al ciel, al ciel, al ciel
Andrò a vederLa un dì,
Al ciel, al ciel, al ciel,
Andrò a vederla un dì.

Andrò a vederla un dì
In cielo, patria mia,
Andrò a veder Maria
Mia gioia e mio amor

Date importanti della sua vita

  • 7 gennaio 1844
    nasce Bernadette Soubirous
  • 9 gennaio 1844
    Bernadette viene battezzata
  • 8 dicembre 1854
    Pio IX proclama il dogma dell’Immacolata Concezione
  • 1855
    epidemia di colera a Lourdes
  • Fine 1856
    Carestia generale
  • 7 marzo 1856
    I Soubirous vivono al Cachot
  • 27 marzo 1857
    François viene denunciato/arrestato per furto
  • Settembre 1857
    Bernadette viene mandata a Bartrès
  • 1858
    Bernadette rientra a Lourdes
  • 11 febbraio/16 luglio 1858
    apparizioni
  • 25 marzo 1858
    la Signora afferma di essere l’Immacolata Concezione
  • 3 giugno 1858
    Bernadette riceve la Santa Comunione
  • 5 febbraio 1860
    Bernadette riceve la Santa Cresima
  • Luglio 1860/1866
    Bernadette è accolta nell’ospizio delle suore di Nevers
  • 18 gennaio 1862
    Mons. Laurence, vescovo di Tarbes, dopo soli 4 anni riconosce l’autenticità delle apparizioni a Massabielle
  • Luglio 1863
    Il parroco Peyramale affida alla famiglia Soubirous il mulino “Lacade” che nel 1867 riceveranno in dono dal vescovo di Tarbes
  • 4 luglio 1866
    Bernadette lascia Lourdes alla volta di Nevers
  • 7 luglio 1866
    entra nel convento di San Gildard
  • 29 luglio 1866
    riceve l’abito delle suore e prenderà il nome di suor Marie-Bernarde
  • 8 dicembre 1866
    muore la mamma di Bernadette
  • 30 ottobre 1867
    professione temporanea
  • 1871
    muore il padre di Bernadette
  • 22 settembre 1878
    professione perpetua
  • 16 aprile 1879
    morte di Bernadette
  • 22 settembre 1909
    prima esumazione
  • 3 aprile 1919
    seconda esumazione
  • 18 aprile 1925
    terza esumazione
  • 3 agosto 1925
    l’urna contenente il corpo viene esposta nella cappella ove tutt’ora si trova
  • 14 giugno 1925
    viene proclamata Beata da papa Pio XI
  • 8 dicembre 1933
    viene proclamata Santa

55

Bernadette Soubirou – Capitolo 6: infermiera

Suor Marie Bernarde assunse dunque l’incarico di aiuto-infermiera dietro gli ordini di suor Marta. Tutte le ammalate che beneficiarono dei suoi servigi furono unanimi nel rilevare la sua delicatezza, dolcezza, bontà e capacità di consolare e di incoraggiare, cosa non trascurabile. Sostenevano che la sua allegria fosse per certo contagiosa.

Nel frattempo la salute di suor Marta peggiorò e suor Marie Bernarde dovette assumersi grandi responsabilità pur seguendo le prescrizioni del dottor Saint-Cyr. È certo che la sua gentilezza e sensibilità non esclusero una certa fermezza in caso di bisogno.

Soubirous la sedia
La sedia di Suor Marie-Bernarde

Arrivò il giorno in cui suor Marie Bernarde dovette farsi carico della responsabilità dell’infermeria (era il 1870), proprio quando il convento di S. Gildard venne destinato ad essere un ospedale a causa della guerra contro i Prussiani. Il  lavoro con i feriti fu massacrante, curò anche dei prussiani, sostenendo che Dio era ovunque, anche in mezzo a loro. Il 18 gennaio 1871, fortunatamente, venne firmato l’armistizio e tutto finì.

Nel frattempo, numerosi furono i lutti nella famiglia Soubirous. Anche le sue crisi di asma si fecero più pesanti e così pure gli eccessi di tosse provocati da un’evoluzione della tubercolosi. Questo peggioramento non le permise di proseguire le sue attività di infermiera e verso i primi giorni del 1874 fu destinata alla Sagrestia. Il suo compito era quello di curare la biancheria dell’altare con perizia particolare come pure la decorazione floreale.

Se come infermiera era riuscita a passare inosservata, come sagrestana le fu praticamente impossibile, pertanto le prime volte tentò di allontanarsi dopo di che disse:

Ebbene sia! Darò spettacolo come la bestia, purché io sia la bestia del buon Dio!

Fingendo di ignorare tutte le persone che l’attendevano, passò loro davanti.

Soubirous camera di Bernadette
La camera di suor Marie-Bernadette

La salute migliorò a tal punto che nel luglio 1876 avrebbe potuto recarsi con altre suore a Lourdes in occasione della consacrazione della Basilica e dell’incoronazione della statua ma rifiutò, temeva di essere vista, riconosciuta, ammirata e festeggiata. Lourdes non le apparteneva più, lì aveva accolto il messaggio di Maria, l’aveva trasmesso agli uomini e si era ritirata a Nevers per viverlo.

La salute di Bernadette da quel momento però non fece che peggiorare e il tumore osseo al ginocchio cominciò ad impedirle di camminare. Trascorse così molti giorni a letto e nei giorni in cui si sentiva meglio si dedicava al cucito, al ricamo e a qualche passeggiata nel giardino dove pregava dinnanzi alla statua della Madonna delle Acque. Se poteva assisteva anche alla ricreazione delle novizie che divertiva con canzoni in dialetto o imitazioni del dottor Cyr. Nei giorni di brutto tempo ricamava i camici liturgici in pizzo, dei veri e propri capolavori.

In quei periodi ricevette anche la notizia che l’abate Peyramale era morto, provò un gran dolore e gridò: “Oh! Signor curato!” e successivamente si accasciò al suolo in ginocchio con le mani giunte, era l’8 settembre 1876 data in cui la chiesa festeggia la Natività di Maria.

Il 22 settembre 1878 pronunciò i voti perpetui. I tempi trascorsi a letto si allungavano sempre più, un giorno disse:

non sono più buona a nulla sono simile ad una scopa riposta dietro la porta dopo l’uso.

Bernadette non temeva il dolore ma non sopportava facilmente l’inattività e l’essere servita, lei voleva donarsi agli altri. Diceva:

Il buon Dio mi manda la malattia, bisogna che io la accetti, soffrire è il mio dovere.

Bernadette accetta la malattia e in ogni momento ne rinnova l’offerta a Dio, dicendo

Soubirous In Camera
Suor Marie-Bernarde in camera

non badate alle mie contorsioni, io sono felice di soffrire, sono più felice io col crocifisso sul letto della mia sofferenza che una regina sul trono, più sono crocifissa più sono felice.

Alla fine della sua vita quando risultarono evidenti le devastazioni che la carie ossea aveva operato nel suo fisico, si comprese finalmente il peso sovrumano della croce che aveva portato cercando di non farsi notare. Descrive molto bene la crocifissione del suo corpo e l’agonia della sua anima la frase da lei pronunciata:

Sono macinata come un chicco di grano.

“In tutta la parte inferiore non c’è più pelle” disse un infermiera, Marie Bernadette morì 15 giorni dopo. Prima di morire ripeté più volte:

Santa Maria, Madre di Dio, pregate per me, povera peccatrice.

Poi chiese da bere come Gesù, fece un grande segno della croce e iniziò a recitare un’Ave Maria che non riuscì a terminare. Due grosse lacrime colarono sulle sue gote mentre morendo premette ancora il Crocifisso sul suo cuore, poi inclinando la testa rese dolcemente la sua anima, era il 16 aprile 1879 mercoledì della settimana di Pasqua ore

Soubirous morta

15:15, chi la vide morta affermò che era molto bella.

La santità di Bernadette va ricercata nella bellezza della sua persona; ella restò semplice, umile, con gli occhi fissi sulla sua pochezza e neppure per un istante pensò di essere più di quello che fosse.

Il suo funerale, il 19 aprile, fu una sorta di festa gloriosa. Il 30 maggio, il piccolo corpo di suor Marie Bernarde verrà inumato nella cappella di San Giuseppe all’interno del convento per quasi mezzo secolo.

45

Bernadette Soubirous – Capitolo 5: la partenza

Mercoledì 4 luglio 1866, tutti intorno a lei piangono e Bernadette per mettere fine al tormento disse:

siete molto buoni a piangere ma io non posso restare qui all’infinito!

Indossava una veste blu che le avevano dato e che come postulante dovette accettare. Da Lourdes portò via poche cose, donò tutto ciò che poteva, il resto lo mise in un sacco di tela robusta a strisce verticali tipico dei pastori dei Pirenei e lo portò con sé.

Le suore le prepararono un corredo e lo misero in un baule. All’ingresso in religione, come nel caso di un matrimonio, era richiesta una dote. Il baule che le donarono le Suore dell’ospizio conteneva oltre alla classica biancheria anche alcune camicie di flanella, che le suore avevano messo dal momento che sapevano della sua asma.

Bernadette credeva le fossero state date troppe attenzioni, dato che alle altre suore non erano concessi tali indumenti. Diceva inoltre che la biancheria era troppa e che non sarebbe vissuta abbastanza per usarla tutta. Inoltre, le fu data anche una scatola di tabacco da presa; data la prescrizione del medico, la Superiora la obbligò a portarla in convento con il fine di curare la sua asma.

Soubirous convento di S. Gildard
Il convento di S. Gildard

Partì per la cittadina di Nevers che si trovava a circa 1000 chilometri da Lourdes, da quel momento Bernadette non rivedrà più nessuno della sua famiglia, salvo un fratello, poco tempo prima di morire, che l’informò della morte dei genitori a funerali avvenuti.

Le cinque passeggere giunsero a Bordeaux alle 6 di sera e vi rimasero fino all’una del venerdì successivo, ne approfittarono per visitare tutte le case che a detta di Bernadette assomigliavano a quelle di Lourdes. Visitarono un’orto botanico e si recarono a vedere le imbarcazioni della Garonna. Lì la colpì una vasca con dei pesci rossi ammirati da ragazzini, forse lei si sentì uguale a quei pesciolini, o forse ne venne attirata solamente perché non ne aveva mai visti.

Venerdi 6 luglio arrivarono a Pèrigueux, dove visitarono la casa delle orfanelle. Pare che Bernadette si sia soffermata a lungo ad accarezzare la più piccolina. Trascorse la notte all’ospedale dove l’Abbè Plantier la interrogò sulla bellezza della Vergine. La sua risposta ci è pervenuta sotto 2 versioni:

  1. “Oh! Se la gente sapesse!”;
  2. “Oh! Se i peccatori sapessero!”.

Arrivarono a Nevers il 7 luglio alle 22.30, di sabato, una vettura le aspettava e le condusse al convento di S. Gildard, cosi chiamato perché costruito sulle rovine del priorato di Saint Gildard.

32
Nel convento di S. Gildard

Le attendevano solo due o tre suore per accoglierle e farle cenare, poi furono condotte nel dormitorio delle novizie e delle postulanti.

“Finalmente lontano da tutti, sono venuta qui per nascondermi”, affermerà qualche giorno dopo. Il giorno seguente verrà ricevuta dalla Superiora, dalle sue assistenti e dalla maestra delle novizie, madre Vauzou. Le venne chiesto di raccontare per un’ultima volta i fatti davanti alle tre case dell’ordine; vi erano presenti più 300 suore, in via eccezionale non le fecero indossare l’abito delle postulanti affinché le religiose potessero ammirare il celebre “cappuccio” reso popolare dalle foto giunte fino a lì. Quando arrivò a raccontare della richiesta di Maria di bere l’acqua fangosa e del suo rifiuto, la madre superiora di Nevers intervenne dicendo:

Potete giudicare da questo il suo scarso spirito di mortificazione..

e poco dopo anche madre Vauzou aggiunse:

Non eravate per niente mortificata!

Lei con tutta calma rispose:

Ma l’acqua era davvero sporca!

Rispose  a tutte le loro domande ma dopo il colloquio la avvolse un senso di  tristezza tale che decise di scrivere una lettera alle suore dell’ospizio dicendo:

pregate per me quando andate alla grotta, è li che troverete il mio spirito, ai piedi di quella roccia che amo tanto.

Unica a non comprenderla e a non stimarla fu la madre delle novizie. Lei disse:

Oh! Era una contadinella. Non capisco come la Santa Vergine abbia potuto comparire a Bernadette, ci sono così tante anime delicate e nobili… insomma!

Il tutto perchè non le confidò mai il suo intimo pensiero. Lei era la maestra ma per Bernadette la prima maestra era Maria.

Il 30 ottobre 1867 durante la messa celebrata a Saint Gidard da Mons. Forcade, prima di ricevere la comunione fece la sua professione di fede e pronunciò la formula che l’avrebbe impegnata ad osservare i voti di “povertà, castità, obbedienza e carità”. Questo quarto voto praticato fin dalle origini (1683) venne soppresso poco più tardi poiché Roma riteneva che la carità sfuggiva per sua natura a ogni tentativo di configurazione giuridica. Dopo la professione la superiora distribuì dinnanzi al Vescovo e a tutta la comunità riunita, le lettere di obbedienza alle nuove professe, ad eccezione di Bernadette che da quel momento avrebbe assunto il nome di Suor Maria Bernarda. Monsignor Forcade a quel punto fingendo stupore chiese: “E Suor Marie Bernarde?” e la madre: “Monsignore, noi siamo imbarazzate ma non è buona a nulla…”. “E allora?” disse lui, e la Superiora rispose: “Se lei, Monsignore, è d’accordo cercheremo di utilizzarla qui per aiutare la suora dell’infermeria, è tutto ciò che sa fare”. A quel punto il monsignore rivolgendosi a Bernadette disse: “È capace di portare delle scodelle di tisana? Di pelare qualche verdura?” ed ella rispose sorridendo: “Proverò”.

35