Danza – L’Ottocento e il Romanticismo

Giovane danzatrice quattordicenne
(1880-1)
Edgar Dega
http://www.tate.org.uk/art/work/N06076

Dall’esigenza di ricerca dell’espressione dei sentimenti dell’individuo si fa strada il Romanticismo.

Nell’Ottocento si diffonde il balletto romantico, basato su una nuova sensibilità, una nuova visione del mondo, più libera e appassionata che rompe gli schemi mentali dominati dal culto della ragione per recuperare una realtà inesplorata legata al versante oscuro dell’inconscio, dando voce ai moti dell’anima, dei sentimenti, del sogno.

Nel 1832 viene messa in scena all’Opera de Paris La Sylphide, primo esempio di balletto romantico: abbandonati i temi mitologici, l’azione ora si trasferisce nel mondo delle fiabe.

È in questa occasione che viene introdotta dal coreografo Filippo Taglioni, padre della prima ballerina, Maria Taglioni, l’uso della danza sulle punte e del tutù.

La Classe di Danza (1875)
Edgar Degas
Musée d’Orsay (Parigi)

L’aspirazione al volo che traduce la tensione romantica verso una realtà trascendente, la sensibilità e la grazia che caratterizzano il nuovo stile, si sposano a una tecnica rigorosamente classica che trova nelle punte, nell’arabesque, nel port de bras, i suoi principi fondamentali.

Ogni movimento, ogni figura sono perfettamente controllati, nascondendo fatica fisica e il sudore sotto un’immagine di eterea leggerezza che si libra nello spazio esaltando la bellezza plastica degli atteggiamenti nel rigore di una nitida purezza geometrica.

L’altro balletto simbolo è Giselle con la coreografia nel 1841 di Jean Coralli e Jules Perrot.

Dopo la seconda metà dell’Ottocento l‘Opera de Paris entra lentamente in crisi, costretta a reclutare le sue étoile all’estero, priva di validi maestri di balletto e coreografi, non esercita più la sua supremazia fino a cedere il passo alle altre scuole che sulle sue orme cominciano a fiorire in altri paesi europei, come quella del Teatro alla Scala di Milano, con il Ballo Excelsior del 1881, un gran ballo mimico di Luigi Manzotti su musica di Romualdo Marenco.

Il vigoroso impulso all’arte della danza promosso in Russia dagli zar nel Settecento, è sostenuto e incoraggiato nel corso dell’Ottocento, facendo di San Pietroburgo un punto di passaggio obbligato per tutti i coreografi e i solisti più rinomati d’Europa.

Il compito di condurre a una sintesi il patrimonio di esperienze accumulatesi nel corso di un secolo spetta a Marius Pepita, un coreografo francese che, assunto nel 1847 come primo ballerino, acquista ben presto un ruolo preminente nei teatri imperiali russi.

La stagione di Pepita porta al massimo grado l’introduzione del balletto romantico in Russia operata dai suoi predecessori Perrot e Saint Léon.

I gusti del pubblico, composto soprattutto dall’aristocrazia, esigono che il balletto si concentri sulla figura femminile, mostrando di apprezzare opere d’impostazione fastosamente spettacolare che lascino spazio all’esibizione virtuosistica.

Pepita riprende quindi i capolavori come la Sylphide, Giselle, Coppelia, le Corsaire, la Esmeralda; l’attenzione verso i valori del passato si riscontra anche nelle sue creazioni coreografiche.

Erede del balletto d’azione, Pepita adatta la trama drammatica ai contenuti romantici, ma ne disperde talvolta la tensione inserendo momenti accessori( i cosiddetti divertissement) non sempre perfettamente integrati nel soggetto e quindi costituenti solo passaggi virtuosistici fini a se stessi.

Egli mirava soprattutto a realizzare una grande visione spettacolare che suscitasse l’ammirazione del pubblico non curandosi che per ottenere questo risultato era costretto a sacrificare il rigore della composizione drammatica.

Sono suoi capolavori Don Chisciotte, la Bayadère, la Bella addormentata, lo Schiaccianoci, con l’ausilio del suo assistente Lev Ivanov, e il Lago dei Cigni sempre da lui aiutato. Sono tuttora rappresentati nei migliori teatri del mondo con le sue coreografie.

Evoluzione della danza: alla corte del Re Sole, nelle Accademie di danza, nell’Opera-ballet

    

Nasce nel Seicento il teatro pubblico dove, accanto alle rappresentazioni melodrammatiche, la danza acquisisce un ruolo non più complementare ma splendente di luce propria.

In Francia presso la corte del Re Sole, appellativo, forse, da attribuire ad un aneddoto legato alla danza: nel carosello organizzato nel 1662 per festeggiare la nascita del Delfino, il re sceglie come emblema il sole, l’immagine, secondo lui, più idonea a rappresentare un grande e ambizioso monarca.

La danza inizia così il suo prestigioso cammino attraverso il tempo.

In Francia, quindi, grazie all’azione di promozione ad opera della corte, l’arte coreutica conosce una grande espansione destinata a raggiungere il suo culmine con Luigi XIV.

La sua maestosa rappresentazione avviene in occasione del Ballet du jour et de la nuit nel 1653 su musica di Giovanni Battista Lulli.

Si afferma nel Seicento un’arte rigorosa in cui l’esteriorità conta più del contenuto interiore.

In questo periodo la danza “di corte” diventa il Minuetto, pas menu, piccolo passo che sembra rispecchiare, nella solennità e nella bellezza degli atteggiamenti, lo spirito dell’epoca.

Lanciato dal compositore italiano G.B. Lulli il Minuetto inizia  con una sfarzosa sfilata, che evidenzia l’eleganza individuale e si conclude con una ripresa del motivo iniziale.

Antoine Watteau - Les Plaisirs du Bal (1717)
Antoine Watteau – Les Plaisirs du Bal (1717)

Il sovrano nel 1661 promuove la nascita dell’Acadèmie royale de la Danse al fine di preparare ballerini che si esibiscano per lui e la sua corte, dando così vita alla prima accademia di danza di formazione professionale: il suo compito è di vigilare anche sul patrimonio coreico evitando che nuovi spettacoli di danza possano  essere presentati senza la preventiva approvazione del re.    Primo direttore e artefice della codificazione della tecnica classica è Charles Louis Pierre de Beauchamps, danzatore coreografo, musicista e maestro di danza del re.

A lui si devono le 5 posizioni dei piedi e l’uso dell’En dehors (la gamba girata all’esterno), ancor oggi alla base  della tecnica classica, e lo sviluppo in elevazione; la bellezza delle forme, il rispetto delle regole e il virtuosismo sono gli attributi fondamentali della sua tecnica al fine di idealizzare il corpo umano.

In Europa, seguendo l’esempio della corte francese, si sviluppano diverse compagnie di danza: Accademia imperiale del balletto di San Pietroburgo la cui scuola fondata nel 1738 diventerà nel secolo successivo la capitale mondiale del balletto classico grazie ai maestri come Enrico Cecchetti e Marius Pepita.

Il Settecento, chiamato “secolo dei lumi”, esce dai canoni precostituiti, codificati e artificiali, spinge verso la natura, abbandonando l’artificio alla ricerca degli aspetti più genuini, al ritorno dell’umanità nella sua essenza, non condizionata dalla civiltà.

Jean-Georges Noverre in Francia e Gasparo Angiolini in Italia, con l’introduzione, il primo, del ballet d’action e il secondo del balletto pantomimo, si adoperano per la riforma degli spettacoli coreuti, contemporaneamente al tedesco Christoph Willibald Gluck, che opera per la riforma del melodramma.

I passi, la facilità, il brillio del loro coordinamento, l’equilibrio, la stabilità, la rapidità, la precisione, ecco ciò che chiamo  danza”.

Nouverre da Lettres sur la danse et les ballets

Nouverre, ispirandosi alla natura, esorta a liberare il corpo delle ballerine dalle vesti pesanti ed ingombranti, dalle maschere e dalle parrucche che nascondono le forme naturali.

In realtà nei movimenti delle danze il risultato è quello di un maggiore sviluppo della pantomima e non tanto la riunificazione delle tre arti, della musica, del teatro e della danza; l’espressione dei sentimenti è intesa come un’imitazione della natura, quindi si cerca il modo di riprodurre le emozioni naturali per farle sembrare vere ma alla fine si realizza un nuovo artificio.

La seconda metà del Settecento è contrassegnata dai grandi ballerini dell’Opera di Paris: l’italo francese Gaetan Vestris, chiamato il dio della danza, fisicamente non dotato, avendo una difettosa conformazione delle gambe, ma un’espressività sbalorditiva e una tecnica brillante.

A San Pietroburgo e a Vienna, Franz Anton Hilverding van Wewen e il suo allievo fiorentino Gasparo Angiolini sperimentano temi drammatici e l’uso del gesto nella danza e dimostrano come il balletto può essere un arte intellettuale e creano con il drammaturgo Sumarokov il primo balletto di “uomini e donne russe”, Il rifugio delle virtù che tratta temi patriottici.

Entro la fine del Settecento, però, si delinea una netta divisione tra balletto, teatro, e opera lirica.

Il canto e la parola sono ormai esclusi dal balletto, mentre l’opera lirica conserva la tradizione di alternare parti danzate alle scene cantate.

Nessun uomo è un’isola

Nessun uomo è un’isola intero in se stesso; ogni uomo è una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità.
E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: suona per te.

John Donne (1572-1631) da Meditazione XVII

                      

Questo pensiero, che Ernest Hemingway cita in epigrafe al suo romanzo Per chi suona la campana, mi è rimasto impresso sin da quando, adolescente, leggevo di nascosto i libri che i miei genitori mi proibivano, ritenendoli “pericolosi” per la mia età ma mi rendo conto, con il passare degli anni che noi tutti abbiamo bisogno di sentirci parte del mondo, cogliendo in ogni istante, l’occasione di “esserci” l’uno per l’altro.

Quante volte è successo di sentirsi completamente soli, abbandonati nel mare della vita, isolati, non compresi dalle persone, incapaci di cogliere il senso della vita.

Per descrivere questa sensazione di inutilità John Donne si avvale di una metafora che, per la sua forza rappresentativa, si è scolpita nell’immaginario comune: la visione di un’isola in mezzo al mare.

Un’isola che, per sua stessa natura è destinata a rimanere una monade, scollegata dal resto del mondo. Ma è qui che il poeta spalanca un’altra visione, altrettanto suggestiva: ogni uomo è una parte del tutto e invita a cogliere la vita come parte di una dimensione più grande, cui si appartiene e di cui si percepiscono le connessioni vibranti.

Un invito a sentirsi parte del tutto, essere empatici e sentire il dolore degli altri come parte della propria sofferenza.

Thomas Merton (1915-1968) riprende il pensiero di Donne:

Quello che faccio viene dunque fatto per gli altri, con loro e da loro: quello che essi fanno è fatto in me, da me, e per me. Ma ad ognuno di noi rimane la responsabilità della parte che egli ha nella vita dell’intero corpo.

La grande occasione si trova dove siete: non disprezzate il vostro luogo e il vostro momento. Ogni luogo sta sotto le stelle, ogni luogo è il centro del mondo.

Così si esprimeva il grande naturalista ottocentesco John Burrough.

Ogni luogo è pieno di spunti per fare la differenza nella vita di un altro essere umano. Sono tantissime le piccole occasioni che non si colgono, in casa, sul luogo di lavoro, in treno, in strada, occasioni per prendersi cura, farsi carico davvero di altre persone, in definitiva coltivare l’amore.

E questo prendersi cura, farsi carico, ben espresso ne Il piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupèry:

È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.

Dovrebbe o potrebbe caratterizzare la  vita indipendentemente dalle risposte o dal contraccambio nella stessa misura… non aspettarsi mai che gli altri siano all’altezza…

Donare è arricchirsi, è trasmettere all’universo il messaggio che abbiamo ciò che  occorre.

È praticando la virtù che si diventa virtuosi, praticando la responsabilità che si diventa responsabili, praticando la generosità che si diventa generosi, praticando la compassione che si diventa compassionevoli.

Ed è dando agli altri che si è mai soli.

In una frase è racchiuso il segreto:

Chiunque salva una vita, salva il mondo intero

Oskar Schlinder nel film Schindler’List di Steven Spielberg – 1993

Armonia

La cosa più bella? È l’armonia, rispondeva il pitagorico Giamblico.

Nel mito greco Armonia è figlia degli opposti, Ares, dio della guerra e Afrodite, dea dell’amore, che dona a sua figlia una collana con il potere di conferire bellezza a chiunque la indossa, è data in matrimonio a Cadmo, tramutato in seguito in serpente.

quando Cadmo venne trasformato in serpente, la moglie scongiurò gli dei perchè anche lei subisse la stessa sorte.

Ovidio, Metamorfosi libro IV, 563-603

Mito ripreso da Roberto Calasso nel libro Le nozze di Cadmo e Armonia, che si compone di una serie di miti che si intrecciano, con una  riflessione sui costumi greci, talvolta anche sui termini da loro usati.

Il susseguirsi di miti si inserisce all’interno di una cornice delineata dalle vicende di Cadmo, a partire dalla ricerca della sorella Europa rapita da Zeus, sotto forma di toro bianco e a concludersi con le nozze con Armonia, celebrate a Tebe.

Il libro riprende opere di Eschilo, Sofocle, Euripide e le metamorfosi di Ovidio ed è un’elaborazione di risposte a domande innate nell’uomo, in chiave fiabesca, affascinante e coinvolgente.

Calasso riesce a far trasparire il presente dalla narrazione di qualcosa di passato e solo cronologicamente distante da noi.

Per il filosofo Eraclito di Efeso (535-475 a.C.) l’armonia delle cose sta nel suo perenne mutamento e nel continuo contrasto tra gli opposti.

Concetto definito polemos, guerra, opposizione:

Polemos è padre di tutte le cose, di tutte è re; e gli uni disvela come dei e gli altri come uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi.

Ciò che è opposizione è accordo e dalle cose discordi sgorga bellissima Armonia e tutte le cose nascono per legge di contesa.

Le interazioni tra contrari producono armonia, come le forze centripete e centrifughe che, essendo interdipendenti, sono necessarie l’una all’altra “affinché possano entrambe vivere”.

Per Eraclito

Armonia che da un estremo ritorna all’altro estremo com’è nell’arco e nella lira.

L’arco e la lira, medesima forma ma diversa funzione, sono gli strumenti di Apollo che con l’arco provoca la morte e con la lira conserva la vita, producendo l’armonia che governa il mondo.

Dalle vibrazioni delle corde della lira nasce la sinfonia che mette concordia nella inesauribile lotta fra gli elementi.

Dilaniati dagli opposti, noi tutti siamo figli di questa tensione, di questo bisogno di equilibrio.

Il giusto equilibrio fra gli opposti conduce all’armonia

affermano i Pitagorici e l’uomo ha il compito di armonizzare opposti di per sé incompatibili, ricercare l’equilibrio, l’armonia in mezzo a polemos.

Le passioni indomite e discordi
sia vostra cura in armonia
Comporre.

Salvator Rosa, pittore barocco

E l’amore, musica armonica, riunisce gli opposti

Amore

Eros, amore carnale, desiderio, bramosia che faceva esclamare Saffo in un frammento

Eros che scioglie le membra mi scuote
nuovamente
Dolceamara invincibile belva.

Filia, amore sentimentale di amicizia, di affiatamento, di unità di intenti che Aristotele  considera come mezzo per la felicità.

Nessuno sceglierebbe di vivere senza amici anche se avesse tutti gli altri beni…

Agape, amore spirituale, disinteressato, gratuito che continua ad agire senza bisogno di reciprocità.

È meglio
aver amato e perso
che non aver amato mai.

Alfred Tennyson

E come dimenticare il legame tra amore e linguaggio, come non definire un lampo il verso con cui Dante fa dire a Francesca, nell’Inferno:

Amor ch’a nullo amato, amar perdona.

Amore non tollera che chi è amato non riama.

Amore percepito come una forza interiore, esterna all’uomo e dominante la sua volontà.

Nel verso dantesco una sequenza temporale sfocia in una reciprocità intrinseca, quasi obbligata per coloro che assieme attraversano la porta stretta del mistero.

L’aspirazione alla reciprocità sembra compresa tra la capacità di vivere la normale vita dei giorni tra i colori d’amore da una parte e dall’altra, tra lampi misteriosi di luce che contengono tanto il presente quanto l’altrove della condizione umana,: così è l’amore reciproco, palpabile a volte e quasi incredibile altre, semplice e coerente oppure ineluttabile e inspiegabile.

E se per ipotesi si considera amore come am eros, amore allo specchio? Se siamo noi a specchiarci in qualcun altro che contemporaneamente si specchia in noi, come può non risultarne un prisma dalle sfaccettature infinite che la luce attraversa senza mai dare due volte lo stesso colore?

E Nat King Cole in una vecchia canzone Nature boy ricorda

The greatest thing
you’ll ever learn
is just to love
and be loved in return.

[La cosa più grande
CHE IMPARERAI
È SEMPLICE: AMARE
ED ESSERE RICAMBIATI]

La danza: evoluzione nel Medioevo e nel Rinascimento

Nel corso dei secoli la danza assume aspetti diversi a seconda del periodo storico in cui è inserita.

Nei primi secoli del Cristianesimo la danza fa parte del rituale, accompagnando con movimenti il canto degli inni sacri, un dondolio ritmico di braccia e corpo, girando in tondo tenendosi per mano: è la futura “carola”.

Vi sono danze lecite, eseguite a lode del Signore, e danze da condannare, considerate fonte di turbamento ed occasione di peccato, in quanto esaltano l’esibizione del corpo e l’ebbrezza vitale attraverso la vivacità dei movimenti.

Particolare della carola (Giudizio Universale)
Fra’ Angelico (1431 circa)
Museo Nazionale di San Marco (Firenze)

Sullo sfondo di guerre, epidemie e carestie, tra XI e XIII secolo vi sono processioni danzanti, balli sfrenati nelle vie, nei luoghi consacrati, nei cimiteri, come reazione alla precarietà della vita, come esorcizzazione del male.
Nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo, la Chiesa cristiana, in alcune parti d’Europa, proibisce la danza durante le sue celebrazioni; tuttavia, nonostante le condanne, le popolazioni europee, dentro e fuori le chiese, continuano a danzare.
Nel Medioevo una figura emerge:  il giullare,  un artista ambulante, insieme danzatore, buffone, cantore, poeta, musico e attore.

Storia della Danza (pag. 283) – Curt Sachs

I giullari sviluppano nel tempo una tecnica di ballo sempre più professionale e individuale e a partire dal XIII secolo iniziano a godere di sempre più maggiore considerazione.

Dal giullare derivano il buffone di corte e il trovatore dell’amor cortese: due figure diverse ma entrambe capaci di suonare e danzare, di buona cultura, spesso di nobili discendenze il trovatore che riserva per sé la composizione poetica e lascia al giullare canti e danze.

Sempre nel XIII secolo compare la carola, una catena di danzatori che, tenendosi per mano, si muovono in circolo e alternano passi e ondeggiamenti da destra a sinistra.

La carola si arricchisce di altre figure come la balerie, danza figurata in cui due o tre personaggi al centro danno vita a una breve scena, mentre gli altri ballerini girano intorno.

Si ha, nello stesso secolo, una distinzione tra danze popolari, senza regole prefissate, e danze aristocratiche, fondate sulla lirica cortese con attenzione all’esecuzione di passi sempre più difficili e complessi.

Suono e danza
Tacuina Sanitatis Casanatensis
XIV secolo

Nel Rinascimento nelle corti italiane si sviluppa una ricercata forma di ballo con regole e studio di passi e movimenti: una vera e propria forma di educazione.

Le danze dei nobili, pur derivando dalle danze popolari, si trasformano secondo le regole del perfetto cortigiano: compostezza, atteggiamento nobile, rispetto delle convenzioni sociali della cavalleria e galanteria.

Domenico da Piacenza, detto Domenichino (1390-1470), maestro di buone maniere  ed esperto danzatore alla corte della famiglia d’Este di Ferrara , scrive nel 1450 il trattato De artesaltandi e choreas ducendi/ de la arte di ballare  et danzare.

A lui va il merito di far accettare la danza come arte liberale, di pari dignità rispetto alla musica e alla pittura.

E il suo discepolo Guglielmo Ebreo da Pesaro (1420?-1484?), coreografo, danzatore e compositore porta a compimento il processo di sublimazione dei gesti e delle posture, tratto distintivo della danza aulica dei due secoli seguenti.

Il suo trattato De pratica seu arte tripudii vulgare opusculum circola in tutte le corti. Tra le varie descrizioni si trova la Piva, il più antico dei balli derivati dal nome di uno strumento agreste, la cornamusa o pipa) e il Saltarello(passo popolare in metro ternario, allegro e saltato), il Passo doppioe la Bassa danzanobile e misurata dall’incedere solenne e lento: maniera, mesura, virtute.

Guglielmo Ebreo da Pesaro

Anche in Francia si raccolgono le prime danze in voga: Jean Tabuot, canonico di Langres, è autore del trattato Orchésographie, pubblicato nel 1589 con lo pseudonimo Thoinot Arbeau, anagramma del suo nome.

Nel 1581 nella corte di Enrico III viene allestito il primo balletto della storia, il Ballet Comique de la Reine ovvero Circe, composto da brani recitati, danzati e cantati, realizzato dall’italiano Baldassarre Baltazarini da Belgioioso.

La danza nel mondo antico: armonia tra spirito e corpo

Colui che conosce il potere della danza, 
vive in Dio.

Djàmaladdin Rumi, poeta persiano derviscio

Una sorprendente riscoperta mi stimola ad affrontare il tema affascinante della danza: un grande ballerino e coreografo, Serge Lifar, nato a Kiev nel 1905, vissuto prevalentemente a Parigi, maitre de  ballet dell’Opera Garnier, rivoluziona il balletto classico, affermando la sua indipendenza da ogni altra arte, compresa la musica.

Uno degli esempi delle sue teorie è la coreografia di Icaro, priva completamente di accompagnamento musicale, tranne le percussioni.

È un grande dimenticato, come è avvenuto per molti che, per opportunità professionale o artistica, non dissentirono apertamente dal nazismo negli anni dell’occupazione della Francia; Lifar, accusato di collaborazionismo, lascia Parigi per rientrare una volta riabilitato.

L’arte della danza affonda le radici nell’antichità.

Tersicore, la sua musa, nell’iconografia greca viene rappresentata appunto nell’accennare passi di danza, sovente imbracciando una lira per accompagnarsi musicalmente.

La danza nell’antica Grecia era chiamata Choreia, che deriva da chara, gioia. Omero descrive  le danze gioiose dei giovani, soli o con fanciulle, per festeggiare le nozze, la vendemmia o semplicemente per dar sfogo alla loro esuberanza giovanile.

Poi vi sculse una danza, a quella eguale…
che ad Arianna dalle belle trecce nell’ampia Creta Dedalo compose…
V’erano garzoncelli e verginette
di bellissimo corpo, che saltando
teneansi al carpo delle palme avvinti.
Queste un vel sottil, quelli un farsetto
ben tessuto vestia… Ed or leggieri
danzano in tondo con maestri passi…

Iliade XVIII, 590-606

La danza è: “…la madre di tutte le arti. Musica e poesia si determinano nel tempo, le arti figurative e l’architettura nello spazio: la danza vive ugualmente nel tempo e nello spazio”.

È quanto afferma il grande storico Curth Sachs, autore dell’intramontabile e insuperato libro Storia della danza.

Essa è espressione primigenia dell’uomo e con il suo valore sociale, culturale, simbolico accompagna la storia della civiltà umana di ogni epoca e luogo.

Nel mondo greco è centro della vita culturale, mezzo ideale per raggiungere una completa armonia di corpo e anima. Era quindi una forma alta di arte, con opere specificatamente dedicate alla guerra, alla religione e alla festa; il teatro ne era il palco privilegiato.

Il grande filosofo Platone ne parla nelle Leggi e nella Repubblica e ritiene che abbia origine dal desiderio spontaneo del corpo dei giovani di muoversi; istinto tipico degli animali, ma solo nell’uomo assume una forma ordinata e consapevole, grazie al ritmo e all’armonia.

Nelle opere figurative di Creta appaiono danze in circolo intorno al suonatore di lira, ma la danza corale, l‘Emmeleia, devota e solenne, riservata alle sole donne è caratterizzata da movimenti più agitati.

Nella Nascita della tragedia Nietzsche suddivide le danze greche in apollinee e dionisiache; le prime più ritualizzate, severe, a contenuto etico o culturale, le seconde orgiastiche, satiriche, spesso sostenute dall’ebbrezza provocata dalle piante allucinogene o dal vino.

Nel culto di Dioniso, secondo Sachs (Storia della danza):“L’estasi sacra s’impossessa delle donne greche a tal punto che, chiamate dagli spiriti, lasciano la loro dimora e, in preda a un furioso delirio, scalano montagne selvagge, errando per giorni e notti”.

Sono le Menadi invasate, raffigurate nelle pitture vascolari e nei rilievi dell’antica Grecia che mostrano l’estasi di queste donne.

A Roma, invece, la danza ebbe poca fortuna , proprio per la scarsa predisposizione all’estasi contrapposta alla razionalità su cui si basa la società romana.

Nemo fere saltat sobrius (l’uomo sobrio non danza): questo detto di Cicerone testimonia il disprezzo verso la danza.

Plutarco, invece, sottolinea la grazia con cui danzano i sacerdoti di Marte, i Salii, che battono con i piedi il suolo “come i trebbiatori” in tempi di tre colpi ciascuno. E Luciano definisce il tripudiumla “più maestosa delle danze”.

La danza, per lo più, è intesa come movimento per accompagnare i gesti di attori o mimi durante uno spettacolo, chiamato pantomima.

Nel mondo antico quindi viene vissuta in modo diverso a seconda delle realtà in cui si sviluppa; resta però un’arte con un alto significato di aggregazione sociale.

La Felicità

Ho avuto un istante di grande pace. Forse è questa la felicità.

Virginia Woolf

In questi brevi versi è racchiuso un concetto di felicità: la pace interiore, eudaimonia in greco, per voce di Platone, Socrate, maestro di virtù, predicava come la felicità interiore fosse congiunta alla rettitudine e alla virtù.

 poichè tutti desideriamo essere felici ed è apparso che diventiamo tali usando le cose e servendocene rettamente e che la scienza è lo strumento che procura il retto uso e la buona fortuna, eutakia, bisogna, sembra, che tutti gli uomini in ogni modo si impegnino in questo, a divenire quanto più possibile sapienti: o no?

Per Aristotele, la felicità sta nel giusto mezzo che coincide con la virtù e quindi felice è colui che conduce una vita virtuosa.

I filosofi dell’antichità, ellenistici, romani, cinici, stoici ed epicurei avevano diverse visioni del concetto di felicità,  come

serenità d’animo, imperturbabilità, atarassia e godimento dei piaceri della vita

… nei momenti difficili ricordati di conservare l’imperturbabilità e in quelli favorevoli un cuore assennato che domina la gioia eccessiva.

Orazio, Ode II

DUM LOQUIMUR
fugerit invida
Aetas: carpe diem
quam minimum
Credula
postero

Carpe diem, Orazio, Odi 1, 11, 8

Mentre parliamo
il tempo è già in
fuga, come se
provasse invidia di
noi. Afferra
giornata sperando
il meno possibile
nel domani.

È un invito a godere ogni giorno dei beni offerti dalla vita: il futuro non è prevedibile, è un invito sì alla ricerca del piacere ma ad apprezzare ciò che si ha.

In occasione del carnevale del 1490 Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico scrisse un trionfo, composizione scritta per essere cantata da un corteo, Canzona di Bacco:

Quant’è bella giovinezza
che si fugge tuttavia
chi vuol essere lieto, sia
del doman non v’è certezza.

Noi passiamo di desiderio in desiderio e sebbene ogni soddisfazione tuttavia non ci appaga, ci affrettiamo a correre dietro a desideri sempre nuovi

ma, finchè è lontano, ciò che desideriamo ci sembra superare ogni altra cosa, poi, quando quello ci è dato, aneliamo ad altro ancora, e un’uguale sete di vita perennemente ci affanna…

Lucrezio, De rerum natura III, vv 1082-84

Dal cristianesimo apprendiamo il principio del sacrificio che porta alla felicità, ricompensa nell’al di là ma non solo, dal vangelo secondo Matteo: “Beati i poveri di spirito…” e per beati s’intende felici. La felicità è un dono non una conquista, la felicità è prendere consapevolezza di ciò che sei.

Nella filosofia moderna l’eudemonismo ritorna con il significato di ricerca del benessere sociale ma in questo senso è più  corretto parlare di utilitarismo.

Il filosofo inglese Bentham Jeremy (XIX sec) definì l’utilità come ciò che produce vantaggio, piacere, bene o felicità, termini usati come sinonimi.

Utile, quindi, è ciò che ,“minimizzando” il dolore, “massimizza” il piacere, il che comporta l’esigenza di distinguere nelle cose e nelle azioni, cioè di “calcolare” non le conseguenze prossime o immediate ma quegli effetti che contribuiscono realmente ad un benessere ampio e durevole.

La massima felicità del maggior numero possibile di persone

J.Priesley, Saggio sul governo (1786)

Per bene si intende ciò che sappiamo in modo certo esserci utile.

Spinoza, Etica, IV, definizione 1670

Narra il mito che gli dei vollero creare l’uomo e la donna a loro immagine e somiglianza, ma un dubbio sorse: oltre al corpo anche lo spirito saranno simili e quindi si creerebbero nuovi Dei.
Cosa fare? Togliamo la felicità e nascondiamola in un luogo segreto. Dove? Sulla cima più alta,  in fondo al mare, su un pianeta lontano? L’uomo, però, sarà in grado di scalare, di nuotare, di costruire astronavi.
Allora dove? La felicità sarà nascosta dentro loro stessi, saranno così occupati a cercarla altrove che non sospetteranno che è nascosta nella loro anima!
“Fin quando dai la caccia alla felicità, non sei maturo per essere felice, anche se quello che più ami è già tuo.
Fin quando ti lamenti del perduto e hai solo mete e nessuna quiete, non conosci ancora cos’è pace, solo quando rinunci ad ogni desiderio e non conosci né meta né brama e non chiami per nome
la felicità, allora le onde dell’accadere non ti raggiungono più e il tuo cuore e la tua anima hanno pace.”

Herman Hesse

La felicità si inscrive nel tempo, la felicità come fertilità, “ubertosa”, quindi qualcosa di già realizzato, e felicità legata al passato e quindi custodita dalla nostalgia.

Felicità raggiunta
si cammina per te su fil di lana
agli occhi un barlume che vacilla
il piede teso ghiaccio che s’incrina
e dunque non tocchi più chi più t’ama

Eugenio Montale

Passare accanto alla felicità, sentirne il profumo inebriante e tentare di trattenerla tra le nostre mani è un’esperienza che non si dimentica.

Il film Orfeo Negro (1959), da un’opera teatrale di Vinicius de Moraes, testimonia la fragilità e precarietà dell’esistenza: Orfeo scende agli Inferi per riavere sua moglie Euridice ma, disubbidendo al dio, la perde girandosi a guardarla.

Orfeo Negro si svolge durante il carnevale di Rio in un’esplosione di musica e di energie vitali:  è l’unico momento dell’anno in cui i poveri delle favelas si illudono di essere protagonisti e di compensare in qualche modo la loro misera quotidianità, almeno finché, dopo l’ultima notte di carnevale, non spunta l’alba di un nuovo giorno: l’esistenza appare per quello che è, un intreccio di amore, vita e morte.

Euridice è svanita, resta la “saudade”, solitudine, che ha in sé nostalgia, rimpianto, tristezza, rimembranza e felicità, qualcosa che assomiglia alla “malinconia fertile”.

La felicità, nel film, è rappresentata  dalla musica che resiste alla morte e dai  tre bambini, due dei quali potrebbero diventare i nuovi Orfeo e Euridice, che salutano danzando l’arrivo del nuovo giorno.

Sì, ma la felicità
non è che una lacrima
che trema sul ciglio di ogni fiore.
Brillando nell’ombra
alla fine cade.
Sono i primi pianti del nostro cuore

Adieu tristesse, colonna sonora del film

La felicità può essere avvicinata, talvolta sfiorata e persino per qualche istante assaporata: una meta dal fascino potente e ispiratore e pur tuttavia sfuggente. Uno “spasimo dell’anima” l’ha definita Carlo Cassola in Un cuore arido.

Fecundus, felix e felicitas hanno radice comune in latino e indicano propriamente ciò che è fertile e nutriente, si parlava di Campania felix non in riferimento al presunto carattere allegro dei suoi abitanti ma alla fecondità delle sue terre.

Te beata, gridai, per le felici
aure pregne di vita

Ugo Foscolo Dei sepolcri (1807)

Il grande poeta Giacomo Leopardi, la cui vita è contrassegnata da un destino avverso, lascia un memorabile scritto sulla felicità.

La felicità, considerandola bene, è tutt’uno col piacere… il sommo bene è la felicità… si realizza quando vive quietamente nel suo stato con una speranza riposata e certa di un avvenire molto migliore… la felicità dell’uomo consiste nella vivacità delle sensazioni e della vita, perciocch’egli ama la vita… felicità non è altro che contentezza del proprio essere e del proprio modo di essere, soddisfazione, amore perfetto del proprio stato, qualunque del resto esso stato sia, e fosse anco il più spregevole…

Giacomo Leopardi – Lo Zibaldone

E una dichiarazione in assoluto condivisibile a conclusione di questo intenso momento di “felicità”…

… Tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono dotati di alcuni diritti inalienabili, che tra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità…

Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America