Il Cinquecento #3: Perugino e Raffaello

La terza puntata dedicata ai grandi geni dell’Arte del Cinquencento è dedicata a Raffaello Sanzio. La sua Arte e la sua celeberrima personalità vengono messe a confronto con un altro grande uomo del Cinquecento: Michelangelo Buonarroti.

L’ascesa di Ulisse — Latelier 91

Il problema delle opere d’Arte è che offrono molteplici chiavi di lettura e più sono profonde maggiore è il numero di livelli che si possono raggiungere. La conseguenza è quella che un’opera d’Arte ne può contenere migliaia al suo interno e non tutte sono nate dal genio dell’artista ma sono il risultato della nostra interpretazione. […]

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Concerto di Varvasia – Richard Addinsell — Latelier 91

Prima di iniziare il nostro viaggio alla scoperta di questo interessante concerto, di conoscerne (anche se per sommi capi) l’autore e le coincidenze che portano alla sua stesura, vi consiglierei di ascoltare subito il concerto, liberamente senza condizionamenti. Mi permetto di consigliarvi questa registrazione del concerto del 2013 durante il BBC Proms, al pianoforte troviamo […]

Concerto di Varvasia – Richard Addinsell — Latelier 91

Goya – Capitolo 2: una breve biografia

Francisco José de Goya y Lucientes è nato nel 1746 a Fuendetodos. Il padre José Benito de Goya Franque era un maestro doratore e la madre Gracia de Lucientes y Salvador è una nobile decaduta.

Le sue abilità con la matita lo porteranno ad apprendere disegno presso la bottega di José Luzán a soli 13 anni. Una decina d’anni dopo (ne aveva circa 23) è fortemente attratto dalla pittura di Tiepolo, che riuscì a conoscere a Madrid. Appassionato dalla pittura italiana, Goya decide di intraprendere il viaggio per il Bel Paese per studiare dal vivo gli effetti prospettici, la luminosità e il colore che hanno reso i nostri maestri un esempio in tutto il mondo.

Dopo il ritorno dal viaggio in Italia, Goya è impegnato ad avviare la sua carriera e nel 1773 si sposa a Madrid con la sua amata Josefa. Sarà un matrimonio molto importante, perché grazie al cognato, Francisco Bayeu (un artista molto affermato), Francisco Goya riesce ad ottenere una commissione molto importante di ben 60 cartoni per l’Arazzeria di Santa Barbara. I cartoni avranno un tema conduttore: la vita popolare. Un argomento che richiedeva un forte realismo da parte dell’artista e che affascinava molto la corte.

A seguito di questa commissione Goya si impose sul panorama artistico spagnolo. Molti nobili iniziarono a chiedergli ritratti, che il pittore eseguiva in modo molto accademico da un punto di vista dell’impostazione ma che a differenza degli altri lui riusciva a realizzare penetrando psicologicamente la persona ritratta come nessun altro riuscivo a fare.

Un’importante svolta nel suo percorso lo troviamo verso i suoi 46 anni, a causa di una grave malattia: la sordità. La sua pittura ne risente, infatti diventa sempre più drammatica e si dedicherà ad una pungente satira contro le superstizioni che sembrano popolare la tradizione quotidiana spagnola e alle oppressioni che vengono messe in atto dal potere secolare e religioso nei confronti dei cittadini.

Maja desnuda
Maja desnuda (1797–1800) – Museo del Prado, Madrid

I primi anni dell’Ottocento sono caratterizzati dalla sua presenza come pittore di corte. I suoi capolavori più importanti sono delle pietre miliari della Pittura di tutti i tempi, tra i più importanti ricordiamo La Famiglia di Carlo IV (realizzata con un’impietosa precisione) e la Maja desnuda (che è il primo nudo nella pittura spagnolo dopo Velázquez).

Il 1808 è un altro annus horribiis per il nostro pittore. Napoleone invade la Spagna e si assiste ad un vero e proprio martirio del popolo, anche se la Spagna si trovava abbastanza vicina alle idee napoleoniche. Goya, molto colpito da queste barbarie, realizza opere ispirate a questi eventi, pensiamo ai Disastri della Guerra e alla Fucilazione.

A causa dei contenuti delle sue opere, che molto spesso sono delle critiche molto aperte

1821-1823 - Le Pitture Nere - Crono Divora Un Figlio
Saturno che divora i suoi figli (1821-1823) – Museo del Prado, Madrid

al potere, viene perseguitato dalla Santa Inquisizione, che in Spagna è tra le peggiore in assoluto. Per non avere troppi problemi, decide di ritirarsi in campagna, acquistando la Quinta del sordo, resa famosa dalle sue Pitture nere, nate dalla sua mente tormentata.

Nel 1824 lascia per sempre la Spagna e non farà più ritorno, si ritirerà nella francese Bordeaux e vi morirà nel 1828.

Una delle qualità maggiori di Goya è stata quella di essere un geni in continua evoluzione, anche in tarda età non ha mai smesso di sperimentare e di provare nuovi stili, cambiando in continuazione.


Pubblicato su Latelier 91 il 31 marzo 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/03/31/goya-capitolo-2-una-breve-biografia/)

Goya – Capitolo 1: l’inizio

La Pittura di Francisco Goya è come lui: molto audace.

Alla storia è passato anche per i suoi ritratti, di grandi dimensioni. Un aspetto da tenere in considerazione perché è indice del livello dei suoi committenti; un ritratto a figura intera o di grandi dimensioni è molto più costoso e non tutti potevano permetterselo, solitamente era appannaggio delle classi più abbienti.

Francisco Goya passa alla Storia dell’Arte come un talento innovatore; il suo modo di dipingere è coinvolgente ed estremamente drammatico ma anche anche ironico e dissacratore. Egli è l’inventore di un linguaggio pittorico nuovo che lascerà un forte segno e causerà un importante cambiamento nello sviluppo dell’Arte.

Vissuto tra il 1746 e il 1828, il suo percorso artistico si sviluppa nella seconda metà del Settecento, epoca fortemente influenzata culturalmente dall’opera pittorica di Zurbarán, Velázquez, Murillo e in letteratura da Cervantes. È un’epoca molto particolare nell’Arte, da un lato abbiamo il fiorire dei nomi più importanti della cultura spagnola e dall’altro lato inizia quella decadenza creativa che sfocerà in un nuovo linguaggio artistico.

Goya si trasferì da Zaragoza a Madrid quando era ancora molto giovane; la capitale è una tappa obbligata per tutti coloro che vogliono farsi notare e iniziare una carriera nel campo artistico. Dopo il trasferimento, Goya vive tutte le esperienze di cui era in cerca. È letteralmente incantato dalla vita di corte  e può conoscere la maggior parte degli artisti che in questo periodo sono considerati i più importanti maestri dalla Francia e il nostro Tiepolo.

1777 - Il Parasole
Il parasole (1777) – Museo del Prado, Madrid

Il parasole è un’opera che Goya ha realizzato nel 1777. Siamo di fronte ad una delle sue opere più popolari. Si tratta di un cartone realizzato per l’Arazzeria Reale di Santa Barbara, che era impegnata nel realizzare gli arazzi per la decorazione delle residenze della famiglia reale.

Quest’opera ci presenta il primo stile di Francisco Goya, influenzato dalla pittura francese che in quell’epoca imperversava in Spagna; si possono notare questi particolari soprattutto nello sfondo dalle sfumature bianchicce e gessose, che crea un effetto di grande luminosità in tutta l’opera. Da Tiepolo (e in senso lato, dalla Scuola Veneziana) apprende l’uso dei colori, così vivi.

1777 - Il Parasole (dettaglio)
La Maja (Dettaglio da ‘Il Parasole’)

I personaggi di questo cartone sono tra i più ricorrenti nelle opere di Goya. Siamo di fronte ad una maja e a un majo: giovani che seguivano la moda dell’epoca ed erano i più in vista nella società. Tra i vari personaggi abbiamo anche un cagnolino, che nella pittura spesso acquista il valore simbolico della fedeltà. Un bel contrasto se osserviamo bene l’opera. La ragazza fa di tutto per piacere (e di conseguenza conquistare) e non sembra rivolgere la sua attenzione solo al suo accompagnatore ma anche a tutti noi che stiamo guardando.

Un’altra grande protagonista in questo quadro ed è la luce. Questa luminosità così forte rende la scienza molto evanescente, astraendola quasi dalla realtà e facendola diventare un vero e proprio simbolo.

Come vedremo nei prossimi articoli, la Pittura di Goya cambierà molto con l’evolversi della sua ricerca artistica ma alcuni aspetti rimarranno sempre presenti, il simbolismo e la luce sono tra questi.


Pubblicato su Latelier 91 il 30 marzo 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/03/30/goya-capitolo-1-linizio/)

Beethoven – Capitolo 7: la fine di un genio

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Beethoven che cammina in campagna, Julius Schmid

Nell’ultimo articolo abbiamo visto che nonostante il periodo estremamente difficile che Beethoven ha dovuto affrontare negli ultimi anni della sua vita, la sua produzione è stata estremamente viva e straordinaria.

Il suo modo di comporre era abbastanza paradossale. Infatti, non vuole abbandonare la forma classica del passato (quella del Settecento, per intenderci) ma allo stesso tempo inserisce delle novità tali che durante l’Ottocento non riescono ad essere comprese a pieno, si dovrà aspettare il Novecento per attribuirgli tutta la grandezza che merita.

Un grande musicista (e critico) come Robert Schumann proporrà di costruire un monumento in suo onore degno della sua grandezza, dando diverse idee (suggerendo di ispirarsi al nostro San Carlone):

Se fossi un principe costrurrei per lui un tempio nello stile del Palladio: vi sarebbero dieci statue; Thorwaidsen e Dannecker non potrebbero crearle tutte, ma almeno potrebbero farle finire sotto i loro occhi; nove sarebbero le statue, come le Muse, per le sue sinfonie: Clio sarebbe l’Eroica, Talia la Quarta, Euterpe la Pastorale e così via, Egli il divino Musagete. Là dovrebbe raccogliersi di tempo in tempo il popolo dei cantori tedeschi, là dovrebbero tenersi gare, feste, là dovrebbero essere eseguite le sue opere nel modo più perfetto. Oppure, un’altra cosa: prendete centinaia di querce centenarie e servitevene per scrivere sul terreno con tale scrittura gigantesca il suo nome. Oppure scolpitelo in una forma colossale come il san Carlo Borromeo al Lago Maggiore, affinché Egli possa, come già faceva nella vita, guardare al di sopra di tutte le montagne, – e quando i battelli del Reno scorreranno e gli stranieri chiederanno che cosa significhi quel gigante, ogni fanciullo potrà rispondere: è Beethoven, – ed essi

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San Carlo Borromeo ad Arona sul Lago Maggiore

penseranno che sia un imperatore tedesco. O se volete esser utili ai viventi, fondate in suo onore un’Accademia intitolata “Accademia della musica tedesca”, in cui avanti tutto sia insegnato, il suo Verbo, il Verbo secondo il quale la musica non debba essere coltivata come un mestiere comune da chiunque; ma dischiusa dai sacerdoti come un mondo meraviglioso agli eletti; una scuola di poeti, più ancora, una scuola di musica nel significato greco. In una parola: sollevatevi una buona volta, lasciate la vostra flemma e pensate che questo monumento sarà ben pur il vostro!

Con la composizione della sua Grande fuga in si bemolle maggiore (op. 133) possiamo decretare la nascita ufficiale del Romanticismo. Tutto il pezzo è pervaso da uno stupendo dialogo fra i vari strumenti. Il quartetto Alban Berg ha registrato un’interpretazione davvero di grande livello, Buon ascolto:

In occasione delle festività natalizie nel 1823, Johanna gli invia gli auguri di Natale. La risposta non sarà delle migliori a causa dei suoi dolori lancinanti. Secondo la donna:

il maestro è diventato quasi pazzo.

La sua ultima estate, quella del 1826, la passerà in compagnia; ormai deve convivere con una sordità quasi totale e con dei dolori addominali diventati cronici. La sua condizione umana così dolente (spiritualmente e fisicamente) è descritta molto bene dalle pesanti parole di un medico dopo una visita;

scosso da brividi e da tremiti, e piegato in due dai dolori che gli torcono il fegato e l’intestino. I piedi appaiono tumefatti, si sviluppa l’idropisia.

Il 26 marzo 1827 entra in coma. Secondo la leggenda, pare che anche la sua amata/odiata Johanna corra al suo capezzale. I suoi funerali sono imponenti; si celebrarono alla presenta di 30.000 persone tra le quali c’era anche Franz Schubert, che sarebbe morto l’anno dopo, a soli 31 anni.


Pubblicato su Latelier91 il 23 marzo 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/03/23/beethoven-capitolo-7-la-fine-di-un-genio/)

L’Italia c’è… ma non lo sa!

Siamo stati ospiti in Finlandia per rappresentare la felicità e non lo sappiamo neanche.

Spesso durante le conferenze di Arte ho tentato di smontare una falsa percezione che abbiamo sull’Arte: non si fa più Arte e siamo fermi al Cinquecento. Non è vero, oggi ci sono molti artisti, giovani e meno giovani, e si sta creando molto. Ovvio, non tutti supereranno il filtro del tempo ma qualcosa rimarrà.

Qualche anno fa la Finlandia era risultato il paese più felice in cui poter vivere. Il Museo Serlachius di Mätthä, sotto la direzione di Pauli Sivonen, ha deciso quest’anno di organizzare una mostra dedicata al tema della Felicità e ha deciso di invitare il Paese che per antonomasia è simbolo di qualità di vita e benessere grazie alla sua Natura, cucina, importanza della famiglia e musica: l’Italia. Ma guarda un po’!

Diversi artisti contemporanei si sono dedicati a rappresentare questo tema e l’hanno fatto, ovviamente, in modi diversi ma tutti hanno evitato lo stereotipo del sole, spiaggia e cucina. Stereotipo che può essere un’arma a doppio taglio! La nostra felicità non è data dalla superficialità di questi aspetti ma da ben altro… vorrei portarvi per la mostra a conoscere qualche opera d’Arte.


95261-Goldschmied_Chiari_Dove-andiamo-a-ballare-questa-seraGoldschmied & ChiariDove andiamo a ballare questa sera? (2015)
Sara Goldschmied (1975) è di Vincenza ed Elonora Chiari (1971)  è di Roma. Da diversi anni lavorano in coppia e nel 2015 hanno realizzato quest’installazione che è stata messa in mostra in Finlandia. Sembra di partecipare ad una festa anni Ottanta (l’epoca storica viene suggerita dalla musica che si sente in sottofondo) in un luogo dove la festa è stata opulenta ma è finita e campeggia la parola ASSOLTI. Inutile ricordare che uno dei maggiori momenti di felicità per il nostro Paese sono stati proprio gli anni ’80, anni in cui tutto andava alla grande e la crescita economica esponenziale sembrava garantirci una prosperità senza fine.

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Pietro Ruffo – Italia a pezzi (2017)Mostre: Pietro Ruffo racconta i migranti a Parigi
Le piccole figure blu che percorrono il nostro stivale sono figure in viaggio, che sono tratte da taccuini di viaggiatori del Settecento. L’opera di Pietro Ruffo (1978) ci vuole ricordare che la ricerca della felicità è uno delle spinte più forti che ci portano a spostarci per il mondo.
L’Italia lo sa bene perché queste spinte le ha ricevuto durante il Grand Tour, momento in cui tutti sentivano il bisogno di venire in Italia per completare il proprio percorso di studi e la propria cultura personale. Lo sappiamo perché in massa ci siamo spostati per il mondo e perché siamo uno dei Paesi europei che abbiamo registrato il più alto numero di insediamenti culturali diversi.
L’Italia qui è rappresentata a pezzi. Espressione che può ricordare sia la Storia fragmentata del nostro Paese che nella sua epoca d’ora (quella delle signorie) era un vero e proprio mosaico di ducati, stati, principati e repubbliche. I “pezzi” ci ricordano anche che grazie alle varie invasioni la nostra cultura non è unitaria ma è differente da zona a zona. Infine, basta guardare in che situazione ci troviamo ultimamente per dare un’altra interpretazione dell’espressione “a pezzi”.

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base3_copia_20191031084102.Marzia Migliora – Lo spettro di Malthus (2019)
Con la sua opera Marzia Migliora (1972) ci racconta molto più di quello che il titolo suggerisce.
Prima di tutto dobbiamo ricordarci chi è stato Thomas Robert Malthus (1766-1834): il primo a dirci che le risorse del pianeta non avrebbero mai potuto essere sufficienti per sostenere l’aumento della popolazione mondiale.
In un box per cavalli troviamo gli oggetti tipici dell’ammaestramento dei cavalli, la maschera con paraocchi, il sale da leccare e i ferri per gli zoccoli. Manca il cavallo, che non è protagonista fisico dell’opera ma diventa un simbolo universale, che può rappresentare anche noi. Sul sale, due parole “Happy Days”, quello che viene dato per sopperire a delle mancanze, un’illusione.
Il tutto all’interno di un box, un angusto spazio vitale che diventa la rappresentazione perfetta della sfera esistenziale e vitale in cui siamo confinati a vivere oggi.

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Federico Pietrella – Dal 26 aprile al 30 giugno 2015 (2015)
Federico Pietrella (1973) realizza opere con un linguaggio apparentemente classico, quasi impressionista. Le sue tele, però, sono realizzate in modo particolare: Federico non usa pennelli ma usa un timbro datario.
L’opera che vedete qui sotto è stata realizzata tra il 26 aprile e il 30 giugno 2015, date impresse sulla tela perché ogni giorno cambiava la data sul datario. In questo modo, il suo quadro non riporta solo l’immagine che lui voleva trasmetterci ma anche i giorni (e con essere i ricordi) vissuti durante la realizzazione dell’opera.
Il tempo lascia una traccia e qui la possiamo trovare fissata e resa visibile dai timbri. In questo modo, è bello pensare, che la memoria del tempo passato e dei momenti belli e brutti vissuti sopravvive.

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Ovviamente la mostra è ben più ampia e ricca di quanto si sia potuto descrivere qui. È bello, e anche curioso, pensare come in Finlandia abbiano percezione del subbuglio artistico del nostro Paese e lo vogliano vivere. E noi, forse anche per comodità, troppo spesso continuiamo a guardare al passato e non ci rendiamo conto che qualcosa di bello e importante viene detto anche oggi.

 

“Misericordia” traccia un nuovo cammino

Nell’aria c’è profumo di cambiamento, solo chi non si espone all’Arte e alle sue molteplici espressioni non se ne sta rendendo conto.

L’opera “Misericordia” di Emma Dante è nuova anche se racconta una vecchia storia, che abbiamo già sentito negli ultimi trecento anni. Una storia di emarginazione, di povertà, di ignoranza e di esclusione sociale. Eppure quello spettacolo di un’ora (tanto intesa che ne vale tre, credetemi) materializza quel cambiamento che spesso è una pura e semplice percezione.

Da secoli, i più raffinati pensatori (e artisti) ci avvisano si far attenzione al linguaggio, che come ogni “oggetto” è fallace e non sempre veritiero. Magritte ci dipinge una pipa 38918(1)dicendoci che non è una pipa (quindi ciò che sembra essere), concetto non del tutto difficile se pensiamo alla psicanalisi. Il caro vecchio Freud ha passato tutta la sua vita tentando di spiegarci (e di spiegare a sé stesso!) che gli oggetti dei nostri sogni nascondo dei significati che non per forza sono legati all’oggetto stesso.

Per quanto riguarda il linguaggio, sono stati versati così tanti fiumi di inchiostri da riempire delle intere biblioteche su questo tema, sulla sua interpretazione e sulla sua nascita, sviluppo ed uso. Tutto questo mondo (che va sotto il nome di ermeneutica) può essere riassunto con le colorite parole di uno dei più grandi attori e filosofi del secolo scorso, Carmelo Bene:

Fate attenzione, il linguaggio vi fotte.

Emma Dante ci presenta un’opera che non nasce con il pretesto di raccontarci una storia ma di farci vivere delle emozioni vere, sincere e che disturbano. Volutamente, il linguaggio (le attrici parlano in siciliano) potrebbe rappresentare un limite per un pubblico che non conosce questa lingua ma la parola verbale non è il vero linguaggio usato nello spettacolo. Lo “sferruzzare” delle donne (che inizia a sentirsi ancor prima che si alzino le luci e si presentino gli artisti sul palco) è un linguaggio con la sua grammatica e le sue espressioni (una donna arrabbiata ha un ritmo ben diverso da chi si sta divertendo), il corpo in tutte le sue forme (anche quando è sformato) ci racconta una storia fatta di emozioni vere. Che le attrici parlino poco importa, quello che sin da subito ci rapisce è il loro essere vive.

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PROVE di Misericordia scritto e diretto da Emma Dante luci Cristian Zucaro con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo. Foto © Masiar Pasquali

Il corpo ha preso il sopravvento. Al punto che la Dante chiede ad un ballerino di dar vita ad uno dei personaggi principali. Senza ombra di dubbio per Simone Zambelli il corpo è tutto, è il centro del suo essere Arte e lo studio fatto insieme alla Dante lo porta a deformarlo, renderlo inadatto al movimento. Trasformando il ballerino in un novello Pinocchio, goffo nei movimenti ma che non perde la capacità di farci sognare.

Un grande applauso va anche a Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco e Leonarda Saffi, che con l’enorme lavoro svolto sotto la guida di Emma Dante hanno dato il loro corpo a tre donne che ci hanno gettato nella disperazione, nella speranza, nel sogno e tra l’immondizia della Vita.

Il teatro (come l’Arte in generale) è ad un punto di svolta e noi abbiamo la fortuna di poter essere testimoni di questo cambiamento. Gli oggetti sono stati allontanati da tutte le rappresentazioni, negli anni ’60 abbiamo tolto calore all’Arte per farla diventare un canale di trasmissione di idee e pensieri quanto più universali possibili. Oggi, nuovo sangue sta scorrendo nelle vene dell’Arte. Un sangue caldo, giovane e che non può raccontare molto perché ormai si è già visto tanto, un sangue che vuole infondere vita e sentimento ai temi più universali. Perché nessuno può più permettersi il rischio di rimanere impassibile e distaccato dalla Vita, nel bene e nel male.

L’Arte si sta ribellando alla freddezza della comunicazione tecnologica e dobbiamo prepararci a vivere l’Arte in modo diverso; da capire non c’è nulla (a stento si è capito qualcosa nel passato) ma siamo tutti qui per vivere (nel bene e nel male) ed è giusto che ci si predisponga prima possibile a non ragionare troppo sull’Arte ma a viverla, come ci ha chiesta Emma Dante con questo nuovo grande capolavoro.

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PROVE di Misericordia scritto e diretto da Emma Dante luci Cristian Zucaro con Italia Carroccio, Manuela Lo Sicco, Leonarda Saffi, Simone Zambelli coproduzione Piccolo Teatro di Milano– Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo. Foto © Masiar Pasquali

La linea e il punto: l’inizio di un nuovo linguaggio

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Paul Klee

La Storia dell’Arte ha avuto due grandi teorici. Il più famoso -e classico- Leonardo Da Vinci e il meno noto -e contemporaneo- Paul Klee. La differenza tra i due potrebbe essere dettata solo dalla lingua e dai paesi di origine; al momento che siamo di fronte a due dei più grandi teorici della Storia dell’Arte che hanno cambiato e arricchito il linguaggio artistico.

Del nostro connazionale Leonardo, in questo contributo, è sufficiente citare il suo “Trattato sulla Pittura” un trattato realizzato da tutti gli appunti più importanti del genio toscano riguardo gli aspetti teorici e pratici di quest’Arte. Il libro è stato “assemblato” attorno al 1540. Nel 1920 Paul Klee con il suo “La confessione creatrice” dona un contributo alla Pittura contemporanea non inferiore a quello del suo predecessore:

L’Arte non deve riprodurre il visibile ma deve rendere visibile

Con queste poche e semplici parole si risolve l’enigma di tutta la nuova Arte che dal Novecento prende una nuova direzione: si prendono le distanze dalle figure, dagli oggetti e dalla realtà così come la percepiamo e ci si dedica a ciò che non si vede.

Dopo l’avvento della macchina per i ritratti -uno dei primi esperimenti di robotizzazione artistica, in effetti- più comunemente chiamata oggi macchina fotografica, il pittore entra

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Paul Klee – Paesaggio con uccelli (1923)

in crisi (come l’operaio a seguito dell’adozione dei robot per la produzione): a cosa serve il suo lavoro? E la sua tecnica per realizzare un quadro? In breve tempo, con minor spesa di denaro e impegno, una macchina fotografica può creare un ritratto -o anche un paesaggio- ben definito. Inoltre, la fotografia è facilmente e rapidamente replicabile.

Rispetto all’epoca di Leonardo Da Vinci, il Pittore nel Novecento può permettersi di intraprendere un cammino diverso, può sognare di ritrarre ciò che si cela dietro al mondo visibile.

Mentre Kandisky preferisce dedicarsi solo ed esclusivamente al mondo spirituale e Marc solo ed esclusivamente al mondo della carne e del sangue, Klee vive una realtà intermedia fatta della voglia di intuire quali possano essere stati gli altri mondi possibili che non si sono realizzati. Klee base la sua concezione artistica proprio sulla filosofia di Leibniz che ci ha rassicurati dicendoci che il nostro

è il migliore dei mondi possibili

Paul Klee non è solo un pittore, è da considerarsi un vero e proprio Artista. I suoi studi di musica e di violino l’hanno portato a vedere la linea in modo estremamente diverso; se ben pensiamo il pentagramma è formato da linee, le note sono punti e linee e la melodia è facilmente rappresentabile come una linea.

Punti e linee sono stati anche un argomento molto apprezzato dall’amico Kandinky, che non conosceva la musica così bene come Klee ma ha intessuto una fitta corrispondenza con il compositore Schoenberg.

L’Arte di Paul Klee non va letta come se fosse una raccolta di quadri o “opere” d’Arte. I suoi disegni sono veri e propri compendi alle molte pagine che ha scritto riguardo l’aspetto più teorico/pratico della Pittura. I suoi schizzi hanno la stessa valenza di quelli del grande Leonardo che per secoli sono stati il punto di riferimento per le nuove generazioni di artisti (e che continuano ad esserlo).

Paul Klee ha dato forma alla nuova grammatica artistica e conoscerla è il punto essenziale per la comprensione della nuova Pittura a noi contemporanea.

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Paul Klee – I Confini della comprensione (1927)