Danza – L’Ottocento e il Romanticismo

Giovane danzatrice quattordicenne
(1880-1)
Edgar Dega
http://www.tate.org.uk/art/work/N06076

Dall’esigenza di ricerca dell’espressione dei sentimenti dell’individuo si fa strada il Romanticismo.

Nell’Ottocento si diffonde il balletto romantico, basato su una nuova sensibilità, una nuova visione del mondo, più libera e appassionata che rompe gli schemi mentali dominati dal culto della ragione per recuperare una realtà inesplorata legata al versante oscuro dell’inconscio, dando voce ai moti dell’anima, dei sentimenti, del sogno.

Nel 1832 viene messa in scena all’Opera de Paris La Sylphide, primo esempio di balletto romantico: abbandonati i temi mitologici, l’azione ora si trasferisce nel mondo delle fiabe.

È in questa occasione che viene introdotta dal coreografo Filippo Taglioni, padre della prima ballerina, Maria Taglioni, l’uso della danza sulle punte e del tutù.

La Classe di Danza (1875)
Edgar Degas
Musée d’Orsay (Parigi)

L’aspirazione al volo che traduce la tensione romantica verso una realtà trascendente, la sensibilità e la grazia che caratterizzano il nuovo stile, si sposano a una tecnica rigorosamente classica che trova nelle punte, nell’arabesque, nel port de bras, i suoi principi fondamentali.

Ogni movimento, ogni figura sono perfettamente controllati, nascondendo fatica fisica e il sudore sotto un’immagine di eterea leggerezza che si libra nello spazio esaltando la bellezza plastica degli atteggiamenti nel rigore di una nitida purezza geometrica.

L’altro balletto simbolo è Giselle con la coreografia nel 1841 di Jean Coralli e Jules Perrot.

Dopo la seconda metà dell’Ottocento l‘Opera de Paris entra lentamente in crisi, costretta a reclutare le sue étoile all’estero, priva di validi maestri di balletto e coreografi, non esercita più la sua supremazia fino a cedere il passo alle altre scuole che sulle sue orme cominciano a fiorire in altri paesi europei, come quella del Teatro alla Scala di Milano, con il Ballo Excelsior del 1881, un gran ballo mimico di Luigi Manzotti su musica di Romualdo Marenco.

Il vigoroso impulso all’arte della danza promosso in Russia dagli zar nel Settecento, è sostenuto e incoraggiato nel corso dell’Ottocento, facendo di San Pietroburgo un punto di passaggio obbligato per tutti i coreografi e i solisti più rinomati d’Europa.

Il compito di condurre a una sintesi il patrimonio di esperienze accumulatesi nel corso di un secolo spetta a Marius Pepita, un coreografo francese che, assunto nel 1847 come primo ballerino, acquista ben presto un ruolo preminente nei teatri imperiali russi.

La stagione di Pepita porta al massimo grado l’introduzione del balletto romantico in Russia operata dai suoi predecessori Perrot e Saint Léon.

I gusti del pubblico, composto soprattutto dall’aristocrazia, esigono che il balletto si concentri sulla figura femminile, mostrando di apprezzare opere d’impostazione fastosamente spettacolare che lascino spazio all’esibizione virtuosistica.

Pepita riprende quindi i capolavori come la Sylphide, Giselle, Coppelia, le Corsaire, la Esmeralda; l’attenzione verso i valori del passato si riscontra anche nelle sue creazioni coreografiche.

Erede del balletto d’azione, Pepita adatta la trama drammatica ai contenuti romantici, ma ne disperde talvolta la tensione inserendo momenti accessori( i cosiddetti divertissement) non sempre perfettamente integrati nel soggetto e quindi costituenti solo passaggi virtuosistici fini a se stessi.

Egli mirava soprattutto a realizzare una grande visione spettacolare che suscitasse l’ammirazione del pubblico non curandosi che per ottenere questo risultato era costretto a sacrificare il rigore della composizione drammatica.

Sono suoi capolavori Don Chisciotte, la Bayadère, la Bella addormentata, lo Schiaccianoci, con l’ausilio del suo assistente Lev Ivanov, e il Lago dei Cigni sempre da lui aiutato. Sono tuttora rappresentati nei migliori teatri del mondo con le sue coreografie.

Mar di Galilea #5 – Tornando sulle rive del lago

A Nazareth la moderna basilica dell’Annunciazione è stata costruita sopra i resti di una basilica romanica, a sua volta edificata sopra una crociata e una bizantina.

Scavando ancora, si è trovato anche qualche rudere di un edificio giudeo-cristiano.  Tutta l’area si trova sopra i resti della città antica. Un’abitazione, risalente a circa 2000 anni fa, attorno alla quale si è prodotta quella sorta di matrioska di chiese, è ora incorporata nella cripta della attuale basilica e viene venerata come la casa di Maria, dove ricevette la visita dell’arcangelo Gabriele. Molto più piccola, ma di sicuro più accettabile da un punto di vista architettonico e anche più antica, è la vicina chiesa di san Giuseppe. Anch’essa fu edificata sopra quella che la tradizione indica come l’abitazione della Sacra Famiglia.

Nazareth – Casa di Maria

A fine anni ’90 si scatenò una polemica tra le confessioni cristiane della città, un gruppo integralista musulmano e le autorità israeliane. La causa scatenante fu l’intenzione dei musulmani di costruire una moschea proprio nella piccola piazza sottostante la basilica dell’Annunciazione. Ricordo che avevano montato una grande (e davvero triste) tenda nera sopra la superficie dove la si sarebbe dovuta edificare. Mi chiedevo come sarebbe stato possibile incastrarvi un edificio religioso proprio lì, tra il traffico cittadino e il suq che da quella piazzetta iniziava. I cristiani non ne volevano sapere e accusarono l’amministrazione israeliana di voler creare fratture tra i “palestinesi” (vale a dire arabi cittadini israeliani a loro volta n.d.r.). Dal canto suo il ministro degli Interni negava l’esistenza di secondi fini nell’aver concesso l’autorizzazione alla costruzione della moschea. Fu solo l’intervento di Yasser Arafat, l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, a far desistere i fondamentalisti musulmani dal portare avanti il loro progetto. Il brutto tendone nero fu rimosso e, che io sappia, non se ne parlò più.

Cafarnao – La nuova chiesa costruita sulla Casa di Pietro

Ma, tornando sulle rive del lago, non sono pochi i siti che rimandano ad una qualche suggestione. In quello di Cafarnao, dove viveva Pietro che ospitò Gesù, si può intuire come e di cosa viveva la gente del lago due millenni orsono. I resti della sinagoga possono far riecheggiare nelle menti i discorsi del Nazareno e commuoverne i cuori, ma non era quella la sinagoga dove predicava, bensì un’altra, andata distrutta, della quale rimangono i basamenti su cui quella ancor oggi visibile è stata edificata in periodo e stile bizantino. Pellegrini e viaggiatori si fermano anche a vedere quella che viene indicata come la casa di Pietro, sulla quale un architetto visionario ha edificato una chiesa sopraelevata, che la sovrasta. La maggior parte dei visitatori, e ancor più dei pellegrini, entra nel sito, visita, prega e fotografa, per andarsene via di corsa verso il pullman che li porterà altrove. Pochi si fermano ad ammirare i bassorilievi ricavati nelle travi di sostegno della sinagoga; pochissimi vanno un paio di chilometri più a est per vedere la piccola e bellissima chiesa russo ortodossa. L’interno è una gradita sorpresa, un’immersione inaspettata in un mondo diverso, fatto di altarini, affreschi, icone, lampade, tutti finemente decorati e rifiniti. Circondata da un piccolo e ben curato giardino, animato da pavoni e faraone, è un’isola di pace e di bellezza, costruita il più vicino possibile al sito di Cafarnao, già presidiato dai frati della Custodia di Terra Santa.  Sempre in zona si trova Tabga, dove la tradizione cristiana ritiene sia il luogo di due episodi dei Vangeli: la moltiplicazione dei pani e dei pesci e, discosto, quello in cui Gesù proclama il primato di Pietro. Vi sono due chiese e della prima, sede di un monastero benedettino, merita osservare gli antichi mosaici bizantini a tema nilotico oltre che, ovviamente, quello che riproduce il cesto con i pani e i pesci. Alzando lo sguardo si nota il tetto del piccolo atrio totalmente nuovo. Fu ricostruito a seguito di un attentato incendiario, che nel 2015, lo distrusse. Furono fermati alcuni ebrei ultraortodossi di un vicino insediamento, ma poi rilasciati non avendo trovato prove a loro carico, benchè il ritrovamento di una scritta in ebraico contro “i falsi dèi”, scritta sul muro del piccolo complesso, portò a pensare che quell’incendio non poteva che essere stato appiccato da quei gruppi integralisti.

Cafarnao – Sinagoga

La seconda chiesa è ancora più piccola, costruita con pietre basaltiche, direttamente sul lago. Oggi, a causa dell’abbassamento del livello del lago, tra le sue mura e l’acqua è emersa una piccola spiaggia ghiaiosa. Si vedono però chiaramente gli approdi, proprio a ridosso del muro meridionale, dove il lago arrivava a lambire la chiesa stessa. In questo luogo il Vangelo di Giovanni colloca l’incontro di Gesù con gli apostoli dopo la resurrezione e ricorda, come già Matteo, la frase riguardante Pietro. La spiaggetta è spesso motivo di distrazione per i visitatori, che ne approfittano per bagnarsi i piedi nel lago, fare foto, tante, commenti, risate e richiami che il luogo, francamente, non meriterebbe. Talvolta il programma delle agenzie turistiche prevede una gita in barca, che nelle intenzioni vorrebbe riprodurre le suggestioni della pesca miracolosa di Pietro. Così, tornando verso Tiberiade, si sale su barconi che compiono un giro al centro del lago. A volte il programma prevede una sosta dalla parte opposta, sulla costa orientale, proprio sotto le alture del Golan, dove il kibbutz Ein Gev ha attrezzato una sorta di tavola calda, per accedere alla quale è tuttavia necessario transitare dentro un grande negozio di souvenir e varia paccottiglia. Il kibbutz vero e proprio si trova poco distante, lontano dalle ondate di pellegrini sbarcati e affamati. È un luogo tranquillo, dove pure si può mangiare nella calma e, se non è Shabbat quando anch’esso è reso d’assalto dagli israeliani, con poca gente attorno. Anche qui, come già nel kibbutz Ma’agan, la presenza di torrette di avvistamento e di bunker ricorda un passato in cui quello era un luogo che regalava sonni inquieti.

Cafarnao – Chiesa russo-ortodossa

Mia nonna, la Notte

La nostra cultura è decisamente affascinante anche se a volte è un po’ articolata. La sua complessità si stempera se rivolgiamo la nostra attenzione alle origini di quasi tutti gli elementi che la compongono. Abbiamo un’enorme fortuna, possiamo sognare grazie alle parole, ai modi di dire e ai nomi; possibilità che ci viene offerta dal Mito, che è la base del nostro sapere.

Abbiamo avuto modo di scandagliare il passato della parola Fantasia attraverso l’etimologia della parola e i suoi significati latenti (per chi avesse perso la puntata precedente può trovarla qui: la Fantasia è mostruosa). Abbandoniamo la visione scientifica ora per addentrarci in un ambito molto più divertente: la Mitologia.

A questo punto del nostro racconto una domanda potrebbe sorgere e nel caso ciò non sia capitato, rimane comunque importante chiedersi se

Alla prima domanda abbiamo già avuto modo di rispondere nel primo articolo di questa serie. Le varie religioni che si sono susseguite nel corso della Storia dell’Umanità non hanno mai sentito la necessità di presentare una divinità, probabilmente esiste una spiegazione per questa mancanza però è ancora troppo presto per tentare di darne una; nei prossimi articoli potremmo azzardare un’intuizione.

Statua di Ovidio a Sulmona
Ettore Ferrari (1925)

Mentre la religione si è disinteressata della Fantasia, la Mitologia ha tentato un più timido approccio.

Tra le opere più importanti per conoscere la cultura del passato troviamo le Metamorfosi di Ovidio, grazie al quale il suo autore è riuscito a trasmettere ai posteri (noi compresi!) una grande quantità di racconti mitologici appartenenti alla cultura greco-romana.

È proprio tra queste storie che incontriamo un certo Fantaso, un personaggio curioso che alle spalle ha una famiglia decisamente numerosa.

Ora, prima di addentrarci alla scoperta dell’albero genealogico di Fantaso, dovremmo appuntarci un

Con questo spirito, addentriamoci nel Mito.

Fantaso ha due fratelli, il celeberrimo Morfeo e il quasi sconosciuto Fobetore; i tre sono dèi minori chiamati Òneiroi (in alcuni testi italiani vengono chiamati anche Oniri o Sogni). Ognuno di loro ha un compito ben preciso da svolgere mentre gli esseri umani dormono:

  • Morfeo, il significato del suo nome è “forma” (dal greco μορφή), non a caso prendeva la forma e le caratteristiche dei sogni;
  • Fobetore, il suo nome vuole dire “spaventoso”, Ovidio lo descrive come la personificazione degli incubi; una curiosità su questo personaggio: gli dèi lo chiamavano Icelo (che vuol dire “somigliante”), è uno spunto per riflettere…
  • Fantaso, il suo nome vuole dire “apparizione” ed è colui che generato ogni oggetto inanimato che appaia in un sogno.

Chi erano i genitori di questo trio così incredibile?

John William Waterhouse Sonno e il fratello Morte (1874) Collezione privata
John William Waterhouse Sonno e il fratello Morte (1874) Collezione privata

Il padre è il famoso Hypno (il Sonno), ovviamente; la cui madre -quindi, la nonna dei tre fratelli- è niente meno che Nyx, la Notte. Hypno aveva un fratello gemello, che possiamo vedere nel quadro di John William Waterhous, la Morte. In effetti, nell’immaginario comune, Sonno e Notte sono molto simili tanto che la seconda è anche detta il Sonno eterno.

Veniamo ora ad un punto fondamentale per la nostra ricerca.

Una riflessione è obbligatoria ora.

Quando ci dedichiamo alla Fantasia, ci scolleghiamo dalla realtà, entriamo in un mondo parallelo dove ciò che viene detto e creato spesso non corrisponde al vero.

Uno dei giochi più affascinanti che possiamo fare mentre fantastichiamo è quello di attribuire agli oggetti inanimati la capacità di parlare, muoversi e vivere un’esistenza (spesso segreta) che non ha nulla da invidiare alla nostra, anzi a volte è anche più avventurosa. Il richiamo alla relazione tra Fantaso, i sogni e gli esseri inanimati è molto forte.

La Fantasia non nasce con la necessità di spiegare la verità o la realtà, anche se spesso è stata essenziale per capire il mondo in cui viviamo; sarebbe interessante poter porre delle domande ad Einstein in merito. Nella Fantasia possiamo permetterci di enunciare leggi e regole che vanno in totale disaccordo con la realtà senza avere l’obbligo di giustificarle. La Fantasia non ha bisogno di alcuna verità e a quanto pare Fantaso lo sapeva molto bene.

Come abbiamo visto, sarebbe totalmente sbagliato pensare che Fantaso sia il dio minore della Fantasia, lui aveva ben altri compiti. Le assonanze sono molto forti e, come abbiamo avuto modo di vedere, non si riferiscono solo al nome.

Un ultimo pensiero. Ricercando queste informazioni nella Mitologia, viene spontanea una considerazione. L’immaginazione, la capacità di estraniarsi, il riflettere e il fantasticare sono attività che godono del favore della notte (o anche solo della sera). Sarà forse perché i ritmi della giornata diminuiscono e quindi abbiamo più tempo per pensare e riflettere. Non a caso però, Fantaso e i suoi fratelli erano imparentati con la Notte, che come abbiamo visto era la loro nonna. Non sarà che questa parentela abbia la sua importanza?

Il mestiere e il male di vivere

Il 27 agosto di settant’anni fa, nella camera di un albergo di Torino moriva suicida Cesare Pavese. Sul tavolino lasciò una copia del suo Dialoghi con Leucò, sulla prima pagina aveva scritto:

perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Qualche giorno prima, sul diario, che  diverrà Il Mestiere di Vivere, aveva scritto:

questo è il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò. La cosa più segretamente temuta accade sempre ci vuole umiltà non orgoglio. Un gesto. Non scriverò più.

Aveva scritto in maniera febbrile per tutta la vita e dalla vita prendeva commiato congedandosi dalla scrittura. C’era un biglietto tra le pagine dei Dialoghi con Leucò:

L’uomo mortale, Leucò non ha che questo di immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso la pena di molti, ho cercato me stesso.

Il suo essere scrittore aveva superato la vita e quando la scrittura non è bastata più, la vita, che per lui era diventata un labirinto di disperazione, prese il sopravvento.

Kierkegaard è stato il sottile maestro nella vita di Pavese, una vita che era consapevolezza che vivere è nostalgia di aver vissuto senza vita vera e premonizione di una morte sulle macerie della memoria. Un realismo che diviene metafisico, le macerie di una memoria di vita che divengono esse stesse metafore metafisiche. Come cultura greca e mito, nel momento in cui la logica incontra la ragione, divengono dissolvenza degli dei, il suicidio non è decadenza ma convivenza con le rovine di una civiltà rappresentata dal diavolo che scappa sulle colline per cercare una casa che non trova, trova invece quella luna che illumina i falò. Poderosa allegoria della ragione cui fa da scenario costante la memoria che si annulla nella morte che verrà e avrà i tuoi occhi. Tutto si perde e si disperde e si consegna alla morte coi suoi dialoghi, solo il Leucò trovò il suo mestiere di vivere che è stato mestiere di scrivere.

Questo era lo struggente Pavese metafisico, scrittore e intellettuale di sinistra, scomodo e anticonformista, mai supini a prefissati schemi ideologici, che si oppose sempre alle ideologie delle sinistre ponendo al centro della sua letteratura l’uomo, lasciando un messaggio anche a nome dei tanti vinti che reclamano dignità.

Non tutti capirono e Pavese restò il sospetto e scomodo, incostante e talvolta disorganico uomo di cultura che rifiutava il precodificato. Un Intellettuale scontroso, solitario, antifascista, iscritto al Partito Comunista ma che, nella egemonia culturale della sinistra, rimase sempre avulso dallo storicismo marxista. Portò la colpa di aver fatto pubblicare autori proibiti, ne ricavò critiche e censure, come quando decise di far stampare il reazionario rumeno Mircea Eliade, uno dei più grandi studiosi di religiosità antiche e di antropologie comparate. Quando il Partito intervenne ne fu molto contrariato, perché per lui ogni tipo di censura era da condannare. Scrisse a Ernesto De Martino:

Che Eliade abbia fama di fascista che paura può fare?

Che paura poteva fare, si chiedeva Pavese, senza capacitarsi del fatto che il suo orizzonte divergeva dall’intellettualismo collettivo, stava più con Vico che con Marx, era attratto dal mistero del sacro più che dallo storicismo hegeliano, più dalle langhe che dalle fabbriche, sempre cercando, nella magia degli anni dell’infanzia, quella fede che gli era mancata.

I dissidi con la sinistra ne  avvilivano il morale lo criticarono per aver scritto ne’ La Casa in Collina pagine di troppa umana pietà per i morti dell’altra parte, quella sbagliata:

Ogni guerra è guerra civile, ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.

Pubblicò l’Antologia Einaudi e l’Unità la stroncò senza tanti riguardi: troppa America, troppo irrazionalismo. Lucio Lombardo Radice su Rinascita lo paragonò a Moravia e rimproverò entrambi di decadentismo. Mario Licata recensendo La luna e i falò ne denunciò l’ambiguità, Rinascita se la prese col suo saggio sul mito e  anche La bella estate venne giudicata troppo intimista. Cesare Pavese nell’ovattato silenzio delle segreterie era stato scomunicato.

Adesso a settant’anni dalla sua morte è il tempo di restituirlo alla verità e al mito.

Evoluzione della danza: alla corte del Re Sole, nelle Accademie di danza, nell’Opera-ballet

    

Nasce nel Seicento il teatro pubblico dove, accanto alle rappresentazioni melodrammatiche, la danza acquisisce un ruolo non più complementare ma splendente di luce propria.

In Francia presso la corte del Re Sole, appellativo, forse, da attribuire ad un aneddoto legato alla danza: nel carosello organizzato nel 1662 per festeggiare la nascita del Delfino, il re sceglie come emblema il sole, l’immagine, secondo lui, più idonea a rappresentare un grande e ambizioso monarca.

La danza inizia così il suo prestigioso cammino attraverso il tempo.

In Francia, quindi, grazie all’azione di promozione ad opera della corte, l’arte coreutica conosce una grande espansione destinata a raggiungere il suo culmine con Luigi XIV.

La sua maestosa rappresentazione avviene in occasione del Ballet du jour et de la nuit nel 1653 su musica di Giovanni Battista Lulli.

Si afferma nel Seicento un’arte rigorosa in cui l’esteriorità conta più del contenuto interiore.

In questo periodo la danza “di corte” diventa il Minuetto, pas menu, piccolo passo che sembra rispecchiare, nella solennità e nella bellezza degli atteggiamenti, lo spirito dell’epoca.

Lanciato dal compositore italiano G.B. Lulli il Minuetto inizia  con una sfarzosa sfilata, che evidenzia l’eleganza individuale e si conclude con una ripresa del motivo iniziale.

Antoine Watteau - Les Plaisirs du Bal (1717)
Antoine Watteau – Les Plaisirs du Bal (1717)

Il sovrano nel 1661 promuove la nascita dell’Acadèmie royale de la Danse al fine di preparare ballerini che si esibiscano per lui e la sua corte, dando così vita alla prima accademia di danza di formazione professionale: il suo compito è di vigilare anche sul patrimonio coreico evitando che nuovi spettacoli di danza possano  essere presentati senza la preventiva approvazione del re.    Primo direttore e artefice della codificazione della tecnica classica è Charles Louis Pierre de Beauchamps, danzatore coreografo, musicista e maestro di danza del re.

A lui si devono le 5 posizioni dei piedi e l’uso dell’En dehors (la gamba girata all’esterno), ancor oggi alla base  della tecnica classica, e lo sviluppo in elevazione; la bellezza delle forme, il rispetto delle regole e il virtuosismo sono gli attributi fondamentali della sua tecnica al fine di idealizzare il corpo umano.

In Europa, seguendo l’esempio della corte francese, si sviluppano diverse compagnie di danza: Accademia imperiale del balletto di San Pietroburgo la cui scuola fondata nel 1738 diventerà nel secolo successivo la capitale mondiale del balletto classico grazie ai maestri come Enrico Cecchetti e Marius Pepita.

Il Settecento, chiamato “secolo dei lumi”, esce dai canoni precostituiti, codificati e artificiali, spinge verso la natura, abbandonando l’artificio alla ricerca degli aspetti più genuini, al ritorno dell’umanità nella sua essenza, non condizionata dalla civiltà.

Jean-Georges Noverre in Francia e Gasparo Angiolini in Italia, con l’introduzione, il primo, del ballet d’action e il secondo del balletto pantomimo, si adoperano per la riforma degli spettacoli coreuti, contemporaneamente al tedesco Christoph Willibald Gluck, che opera per la riforma del melodramma.

I passi, la facilità, il brillio del loro coordinamento, l’equilibrio, la stabilità, la rapidità, la precisione, ecco ciò che chiamo  danza”.

Nouverre da Lettres sur la danse et les ballets

Nouverre, ispirandosi alla natura, esorta a liberare il corpo delle ballerine dalle vesti pesanti ed ingombranti, dalle maschere e dalle parrucche che nascondono le forme naturali.

In realtà nei movimenti delle danze il risultato è quello di un maggiore sviluppo della pantomima e non tanto la riunificazione delle tre arti, della musica, del teatro e della danza; l’espressione dei sentimenti è intesa come un’imitazione della natura, quindi si cerca il modo di riprodurre le emozioni naturali per farle sembrare vere ma alla fine si realizza un nuovo artificio.

La seconda metà del Settecento è contrassegnata dai grandi ballerini dell’Opera di Paris: l’italo francese Gaetan Vestris, chiamato il dio della danza, fisicamente non dotato, avendo una difettosa conformazione delle gambe, ma un’espressività sbalorditiva e una tecnica brillante.

A San Pietroburgo e a Vienna, Franz Anton Hilverding van Wewen e il suo allievo fiorentino Gasparo Angiolini sperimentano temi drammatici e l’uso del gesto nella danza e dimostrano come il balletto può essere un arte intellettuale e creano con il drammaturgo Sumarokov il primo balletto di “uomini e donne russe”, Il rifugio delle virtù che tratta temi patriottici.

Entro la fine del Settecento, però, si delinea una netta divisione tra balletto, teatro, e opera lirica.

Il canto e la parola sono ormai esclusi dal balletto, mentre l’opera lirica conserva la tradizione di alternare parti danzate alle scene cantate.

Mar di Galilea #4 – Suggestioni e sapori

Quello dei Corni di Hattin, fra l’esercito del Saladino e le forze crociate, fu uno scontro epico, ancor oggi oggetto di studio nelle locali scuole militari. Con la spiegazione di quanto maldestramente si mossero i Crociati, gli insegnanti si propongono di far capire ai loro allievi cosa non si deve fare, quali sono le tattiche da non mettere in atto prima e durante una battaglia. Se il Saladino era un esperto condottiero e un abile stratega, i Crociati in quella occasione sbagliarono proprio tutto. E con ciò, se non altro, insegnarono qualcosa ai posteri.

Le dimensioni di quella sconfitta, di quella tragedia, si possono ancora cogliere ai giorni nostri. In uno dei miei soggiorni attorno al lago, ho alloggiato fuori Tiberiade, proprio nei pressi del campo aperto che fu teatro di quella battaglia, dove ora gli agricoltori hanno dissodato e coltivato il terreno. Con i loro aratri hanno riportato alla luce una quantità di punte di freccia, di lancia, di materiali vari abbandonati in quelle ore di combattimento disperato. Io mi trovavo ospite ad Arbel, un “moshav”, un insediamento agricolo che, a differenza del kibbutz, ha la forma giuridica di una cooperativa di famiglie che uniscono le loro risorse e le loro energie negli appezzamenti agricoli che coltivano, collaborando tra loro. Ai giorni nostri alcune di queste famiglie hanno parzialmente ristrutturato i loro alloggi per poi affittarli. Era un ottobre con una temperatura davvero gradevole. La mattina si faceva colazione in terrazzo, che beneficiava dell’ombra di grandi alberi, attorno ai quali e dentro i loro rami si aggiravano coloratissimi colibrì. Dominava il silenzio e un gran senso di pace. Una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, mi alzai per andare a sedermi sul terrazzo. La luna piena illuminava la vallata che si intravvedeva tra le foglie degli alberi. Tutto era fermo, immobile e silenzioso, quasi come un respiro trattenuto; nemmeno una piccola brezza scuoteva le foglie e l’aria era tiepida, avvolgente. Rimasi a contemplare quello scenario che avrei ricordato a lungo, fino ad oggi. La suggestione dei racconti ascoltati il giorno precedente dal proprietario, mentre mi mostrava i cimeli ritrovati e tirati a lucido, fece il resto. Poco alla volta, da lontano mi parve di sentire giungere suoni, voci e urla e soprattutto, ciò che avvertivo più distintamente e con inquietudine, era il clangore delle armi che si incrociavano per difendersi, o colpire, uccidere. Riuscii a non voler vedere, a non farmi comparire davanti agli occhi anche i volti feroci, irosi, morenti. Guardai invece la luna che così grande e splendente in un cielo terso non ricordavo aver mai visto prima e mi riuscì di distrarmi, immergendo gli occhi nella sua luce. Rimasi a lungo così, fermo a contemplarla. Ciò che mi attraversò corpo e anima non è cosa che si possa scrivere.  Tornai infine in camera con un che di triste e pesante dentro di me.

Nazareth – Basilica dell’Annunciazione

Forse Gesù è passato nei pressi di quei luoghi, dove nel ‘900 fu edificato il moshav Arbel, andando o tornando da Nazareth, che oggi è la più popolosa città araba di Israele. Ospita la moderna, e – mi si consenta – di dubbio gusto, Basilica dell’Annunciazione. La sua cupola è molto simile a quella della chiesa dei frati minori della Brunella a Varese, poiché entrambe le chiese, guarda il caso, sono state progettate dallo stesso architetto italiano Giovanni Muzio. O anche da Cafarnao, dove peraltro Gesù è vissuto, ospite di Pietro, e a Cana, dove, secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù ha trasformato l’acqua in vino. Sarà anche passato da Migdal, pochi chilometri a nord di Tiberiade, in riva al lago. È il villaggio dove viveva una certa Miriam ha-Migdalit, ovvero Maria la Maddalena. Migdal significa torre. Quel villaggio veniva così indicato poiché vi era una torre, dove si conservava il pescato del lago. Ora è un sito archeologico e i reperti più interessanti si trovano al museo di Israele, a Gerusalemme. Pochi anni fa, durante gli scavi sono state ritrovate anche delle piccole ampolle con ancora all’interno i resti di quelli che dovevano essere dei profumi. Con un discutibile senso commerciale, alcuni hanno pensato di riprodurli e venderli come “i profumi della Maddalena”. No comment, naturalmente.

Migdal (Magdala) – particolare della sinagoga I sec. d.C.

Forse i sandali di Gesù hanno calcato la strada romana che collegava Damasco con Haifa, fermandosi a Zippori. L’antica Sepphori, che fu di Erode il Grande, distrutta dai Romani e riedificata e decorata con mosaici di un certo interesse (ma diciamolo: nulla di paragonabile per bellezza e qualità con quelli di Antiochia e ancor più con quelli della “villa del Casale” di Piazza Armerina in Sicilia, per tacere dei mosaici di Pompei conservati al Museo archeologico di Napoli). Il Jesus Trail, il “Sentiero di Gesù” attraversa da ovest a est la Galilea e i luoghi legati alla sua vita e alla sua predicazione, che si trovano su quel tracciato, sono molti. Si può fare a piedi, sono circa 70 chilometri percorribili in quattro/cinque giorni di cammino. È un sentiero senza particolari difficoltà, tra campi coltivati, colline, aranceti e boschi di pini piantumati, che si attraversano facendo sosta per la notte in ostelli o alberghetti. Passa anche presso il santuario dei Drusi a Nebi Shu’eib, a sua volta non lontano dai Corni di Hattin. La Galilea, insomma, ti regala sapori di un piccolo mondo antico, con profumi di sacro e acri odori di tragedia.

Zippori (Sepphoris) – pavimento a mosaico V – VI sec. d.C.

La Fantasia è mostruosa

Il nostro viaggio verso la Fantasia ci presenta una tappa obbligata e forse un po’ troppo nozionistica, mi appello alla clemenza di chi sta leggendo ma non posso esimermi dall’approfondire l’origine etimologica di questa parola e di prenderne in considerazione altre che sono strettamente imparentate tra loro.

È buona norma, prima di iniziare a capire e studiare un argomento o anche solo discuterne, sapere di cosa si stia parlando. Nel nostro caso partiamo dal concetto più semplice e basilare: cosa significa la parola

Fantasia (parola)

Davanti ad una domanda così semplice (e spesso non banale) abbiamo due strade da poter percorrere: conoscerne il significato e ricercarne l’etimologia. Nel primo caso possiamo sapere quale sia il concetto generale che sta dietro ad una parola e con quali sfumature di significato venga usato in una determinata lingua. Nel secondo, invece, possiamo arrivare a capire come sia nata e intuire quale immagine o gioco di significati siano dietro alla sua formazione.

Andiamo per gradi e scopriamoli entrambi.

Significato

1.
a. Facoltà della mente umana di creare immagini, di rappresentarsi cose e fatti corrispondenti o no a una realtà;
b. L’attività del fantasticare;

2.

a. Con riferimento concreto alle cose volta per volta immaginate o create con la fantasia;

b. Falsa invenzione, bugia;

c. Fenomeno naturale straordinario;

3.

Bizzarria, capriccio, voglia

4.

Presso alcune popolazioni primitive dell’Africa settentrionale e dell’Etiopia, celebrazione di qualche fausto avvenimento della vita familiare o tribale, mediante danze e canti o parate a cavallo, durante le quali i cavalieri spingono il destriero a un furioso galoppo, urlando e sparando in aria con i loro fucili.

da Dizionario Treccani

Detto tra noi pochi intimi, solitamente questo tipo di lettura non è molto avvincente e a volte si corre anche il rischio che le idee già confuse di loro si confondano ancor di più.

Dedichiamoci ora all’

Etimologia

L’etimologia della parola fantasia si ricollega al latino phantasia, dal greco φαντασία (phantasia) = apparizione, manifestazione  che deriva, a sua volta, da ϕαίνω (phaino) = mostrare.

Pertanto, la parola fantasia indica la facoltà della mente di rappresentarsi, di mostrare, di far apparire a sé stessa, in piena libertà, immagini, scene, fatti, storie, a prescindere se siano reali o credibili. 

http://www.etimoitaliano.it

A mio avviso, decisamente più interessante e ricca di informazioni; non mi riferisco alla seconda parte della citazione dove si offre una sorta di quadro generale ma il mio interesse si focalizza sulle parole latine e greche da cui ha origine la nostra Fantasia.

Mostrare e manifestazione. Per assonanza di suoni e di sensi non possiamo scartare la povera e bistratta parola

Prima che si creino fraintendimenti (e lo ammetto, l’immagine aiuta a depistare ma mi è piaciuta troppo!) è bene far chiarezza sul significato reale di questa parola.

Non troviamo da nessuna parte una legge universale che imponga ad un mostro di essere brutto e di vivere la sua esistenza con l’unico intento di far spaventare gli altri. Quella del mostro nell’armadio o sotto al letto è solo una delle tante sfaccettature di questa parola, la cui origine va ricercata nel latino “monstrum“, che significa prodigio o portento. Non a caso possiamo riferirci ad una persona bellissima chiamandola “mostro di bellezza” o ad una persona assai intelligente diventa un “mostro d’intelligenza”.

Una piccola divagazione, interessante. Il mostro, dall’opera di Omero in poi, è visto anche come un segno inviato dagli dèi che permetteva ai comuni mortali di intuire il futuro e di seguire una determinata via (non a caso si dice “mostrare la via” o “mostrami quello che sarà il mio futuro”).

In termini molto più generali e semplificati possiamo dire che il mostro sia a tutti gli effetti un’apparizione che riesce a dare sembianze e consistenza a quelle paure o situazioni che sono troppo difficili da spiegare e da “mostrare” chiaramente (perché troppo belle o troppo brutte). Ecco perché ricorriamo alla creazione (fantastica) di un essere dalle caratteristiche inusuali ed estranee alla natura; è l’unico modo che abbiamo di descrivere ciò che sfugge alle possibilità descrittive e comunicative della nostra lingua.

La Fantasia non è da vedersi quindi solo come una semplice e banale azione del creare ciò che non esiste. Ha radici profonde nel nostro essere e molto spesso mette in luce necessità o sensazioni che sono troppo difficili da gestire e descrivere, a volte perché sfugge alla nostra logica e alla nostra capacità di analisi. Tutto ciò che viene creato dalla Fantasia potrebbe essere visto come una proiezione dei nostri pensieri più profondi e insondabili. Non sono un semplice sognare “altro” dal reale ma sono un mettere in mostra ciò che altrimenti non si riuscirebbe neanche a descrivere sommariamente.

Un’ultima suggestione, prima di salutarvi. Parlando di FANTASIA, MOSTRI, LOGICA e PENSIERO ho avuto un flash mentale. Ho visto questa immagine:

Le parole spagnole vogliono dire “Il sonno della ragione genera mostri”

Universalmente, e correttamente, si interpreta quest’opera spiegando che quando la nostra ragione si addormenta si perde il controllo e l’essere umano è capace di atti ignobili.

E se si iniziasse a pensare anche un po’ fuori dal seminato e dalle idee degli altri?

Quando la ragione si addormenta (e con essa il nostro senso del dovere e la considerazione dell’immagine di noi che abbiamo nella società) siamo in grado di creare manifestazioni così profonde e veritiere del nostro io più profondo, senza la copertura delle strutture culturali e sociali. Quando la nostra ragione si addormenta, si aprono i cancelli della prigione e la fantasia può uscire iniziando a creare manifestazioni e apparizioni, in una sola parola: “mostri”.

Golda Meir, la pioniera dello Stato d’Israele

I capelli sono grigi e ricciuti, il viso stanco e grinzoso, le gambe gonfie di una massaia che ha la saggezza di chi ha sgobbato tanto nella vita

Oriana Fallaci descriveva così Golda Meir. Sembrava davvero una nonna ingrigita con gli occhi tristi e il naso importante, che per l’occasione si è messa l’abito migliore ma non vede l’ora di toglierselo per rimettersi il grembiule e tornare alla sue faccende.

Ma l’accostamento è fuorviante, porta fuori strada, perché dietro quella maschera si celava una tempra di diamante, “Lady di ferro” la chiamavano e di lei David Ben Gurrion diceva: “è l’unico uomo al governo”.

Quella signora dall’apparenza dimessa ha tenuto nelle sue mani i destini di una nazione e la rinascita di un popolo che si era calato in una terra difficile, dura, a volte spietata. Proprio questa apparente contraddizione tra ciò che è e ciò che appare è l’esatta cifra del personaggio e della sua complessità, perché a  ben guardare, Golda Meir più che di una nonna aveva l’aspetto e lo spirito di una matriarca uscita dall’Antico Testamento.

Per le cancellerie del mondo era “la leonessa”, conoscevano bene la sua tenacia e la sua determinazione, sapevano che era stata lei, dopo i tragici fatti di Monaco del 1972 ad ordinare l’eliminazione sistematica dei terroristi responsabili di quell’eccidio, “Collera di Dio” fu chiamata quella operazione di cui si assunse l’intera responsabilità.

Era nata in Ucraina a Kiev il 3 Maggio 1898, il suo nome era Golda Mabovič, sarà David ben Gurrion, il padre del moderno Stato di Israele, nel 1955 a darle un cognome più tipico: Meir, che in ebraico significa  illuminato. Una infanzia dura la sua, miseria, fame e persecuzioni, l’Ucraina era parte dell’impero russo ed essere una famiglia ebrea dove per giunta si professavano idee socialisteggianti non aiutava. Per i Mabovič non restava altra via  che emigrare  in America per tentare un futuro migliore. Si stabilirono a Milwaukee nel Wisconsin e per Golda, bambina di otto anni, fu davvero la scoperta dell’America: quel mondo nuovo, così diverso dall’abbandonata Europa, terra di libertà ancora intrisa di pionierismo le rimarrà per sempre nel cuore. Golda cresceva e faceva tutto in fretta: la scuola, l’università, la passione per  il socialismo e la dedizione al sionismo, poi l’ incontro con Morris Meyerson che sposa a diciannove anni il 24 dicembre 1917. Nel 1921 i Meyerson emigrarono in Palestina, allora protettorato inglese, per andare a vivere il Sionismo in un Kibbutz; lei ricorderà sempre quel periodo come il più felice della sua vita. Per anni il loro fu un matrimonio felice, poi diverrà un tasto dolente: la famiglia trascurata per troppo lavoro e troppa politica e quando Morris morì  d’infarto nel 1950, lei con amarezza disse: “con una donna diversa da me avrebbe potuto essere felice”.

Il suo impegno politico e sociale non venne mai meno e durante gli anni della Seconda guerra mondiale si dedicò anima e corpo all’immigrazione illegale dei profughi che giungevano dall’Europa. Finito il conflitto iniziò a lavorare al progetto di istituzionalizzazione dello Stato d’Israele, e in tale veste tornò negli Stati Uniti alla ricerca di fondi e di appoggi alla causa.  Il 14 maggio 1948 nacque finalmente lo Stato cui tanto agognava e lei fu tra i ventiquattro firmatari della dichiarazione d’indipendenza e divenne anche membro del Consiglio provvisorio dello Stato.  Quello spirito pionieristico che tanto l’aveva affascinata negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, l’aveva portata ad essere una pioniera della indipendenza d’Israele. Sarà la prima ambasciatrice israeliana a Mosca, poi ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale e quindi Ministro degli Esteri e in tale veste nel 1956 si trovò a gestire la crisi di Suez, ossia il conflitto derivante dalla occupazione della più importante via di collegamento al mondo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele.  L’Egitto, sostenuto dalla Unione Sovietica si oppose con forza e quando, preoccupati dal possibile allargamento del conflitto, intervennero gli Stati Uniti, costrinsero gli inglesi e i loro  alleati a retrocedere. Dopo un momentaneo ritiro, per motivi di salute, dagli incarichi istituzionali, il 17 marzo 1969 venne nominata Primo Ministro. La curiosità che la sua nomina suscitò fu notevole e lei sin da subito diede prova del suo temperamento stringendo ancora di più i rapporti con gli Stati Uniti di Nixon e con la potente ed influente comunità ebraica americana. Poi arrivarono i giorni drammatici di Monaco 1972 e quelli della guerra dello Yom Kippur. Il 6 Ottobre 1973, durante la solenne festività ebraica dell’Espiazione, Israele fu attaccato simultaneamente su due fronti: gli Egiziani dal Sinai e i Siriani dal Golan. I giorni che seguirono furono drammatici, il giovane stato rischiava l’annientamento, poi, grazie alla forza e alla determinazione dei comandanti sul campo, l’attacco venne respinto. La guerra terminò il 26 ottobre grazie all’intervento diplomatico di Stati Uniti e Unione Sovietica, in Israele però il contraccolpo psicologico dell’attacco, che aveva colto impreparati politici e alti gradi dell’esercito, fu pesante: Golda Meir, Moshe Dayan ministro della difesa e il capo di Stato maggiore David Elazar furono costretti a dimettersi.

Rimase, però, ancora nella politica attiva fino a che nel 1974, affaticata e malata,  si ritirò definitivamente dalla scena pubblica per dedicarsi alla sua biografia, “My Life” pubblicata in Italia da Mondadori. L’8 dicembre 1978 la vita di una delle donne più coraggiose del ‘900 si spense, di lei restò il ricordo ed una delle sue più celebri frasi: “Essere o non essere non è la questione, o sei o non sei”.

Lei certamente è stata, ed è ancora.

Mare di Galilea #3 – Tiberiade

L’area attorno al lago era quasi tutta a vocazione agricola e quindi poco densamente abitata. Faceva eccezione Tiberiade, “Teveria”, situata sul versante occidentale del lago.

La prima volta che la visitai non mi fece una grande impressione. Mi appariva disordinata, i marciapiedi rotti, rifiuti dappertutto, trafficata. Alcuni edifici, che negli anni successivi furono restaurati e resi gradevoli, avevano un’aria triste. La pietra basaltica con cui erano costruiti, anziché far risaltare lo stile architettonico, ne accentuavano l’aspetto decadente e buio. Vi era molta gente in giro e un vociare eccessivo.

Fortezza al Amari

Oggi è molto migliorata, le strade allargate e in ordine, gli edifici d’epoca ottomana si fanno ora ammirare. Fa eccezione forse soltanto l’antica mosche al Amari costruita nel XVIII secolo in stile mamelucco, punto di riferimento degli arabi fino al 1948, quando le truppe britanniche fecero evacuare dalla città, sotto la loro protezione, la minoranza araba, minacciata dall’avanzata delle truppe israeliane. Ora la moschea giace, circondata da negozi e ristorantini, in condizioni di totale abbandono. Tiberiade fu ripopolata da parte di ebrei in fuga, o cacciati, dai Paesi del Nordafrica e del Medioriente, che in quella città trovarono modo di vivere. Si aggiunsero a quelli fuggiti dall’Inquisizione Spagnola dopo il 1492, i quali a loro volta furono accolti dagli ebrei autoctoni, lì presenti fin dal I secolo d.C.

Fatta costruire attorno all’anno 20 d.C. da uno dei figli di Erode il Grande, il tristemente famoso Erode Antipa, menzionato nei Vangeli, Tiberiade divenne la capitale del suo minuscolo regno di Galilea e il suo nome è dovuto al rispetto reverenziale verso l’imperatore romano Tiberio Claudio Nerone. Nel II secolo d.C. fu sede del Sinedrio, il tribunale civile e religioso ebraico, cui le autorità romane avevano proibito di risiedere a Gerusalemme. A Tiberiade fu redatto il “Talmud palestinese” (o Talmud di Gerusalemme), un corpo di studi e commenti su ogni aspetto dello scibile umano estrapolati dalle Sacre Scritture ebraiche, la cui composizione definitiva venne fissata proprio in quella città. Furono proprio quei saggi a decidere infine, dopo estenuanti e infiniti dibattiti, di inserire tra i libri sacri, anche quello che fu alla fine indicato come il più sacro di tutti: il “Cantico dei Cantici”.

Tiberiade, con Hebron, Gerusalemme e Safed, è una della quattro città sante per il Giudaismo. Questa è la ragione per la quale qui, come nelle altre tre città, vengono a vivere molti ebrei ultraortodossi.

Del periodo crociato Tiberiade conserva una fortezza e una chiesa; e fino al XX secolo l’abitato rimase tutto dentro le mura costruite dai Crociati, mura delle quali oggi rimangono degli spezzoni e alcune malandate torri di guardia. Il Saladino, che con il suo esercito si muoveva alla volta della riconquista del territorio e, più tardi, di Gerusalemme, occupati dalle invasioni crociate, la strinse d’assedio nel 1187. Nel luglio di quello stesso anno si scontrò e sconfisse l’esercito crociato a pochi chilometri a ovest, appena sopra la città, nel luogo detto dei “Corni di Hattin”. Fu una battaglia disastrosa per i crociati che persero migliaia di combattenti. Quella battaglia segnò l’inizio della riconquista musulmana della “Terra Santa”.

Tiberiade – Una via centrale

Ai nostri giorni Tiberiade è, per i numerosi pellegrini, una sorta di città dormitorio. La presenza di alcuni grandi alberghi e di una Casa di ospitalità, rendono la città una sede logistica, funzionale a chi vuole visitare quel territorio. La sera, quelli che hanno ancora un residuo di forza dopo le giornate sfiancanti alle quali sono sottoposti, fanno una passeggiata sul breve lungolago, dopo aver cenato in albergo. Altri si avventurano nei ristorantini, tutti uguali, che offrono il “pesce di San Pietro”. La prima volta ci cascai anch’io, contando di vedermi servire un buon pesce. Invece mi trovai nel piatto una grossa carpa, oltretutto in parte carbonizzata e in parte cruda, dalla gente del posto chiamata “S. Pietro” in riferimento alla pesca miracolosa citata nei Vangeli. Nel tempo scoprii che i ristoranti dove valga la pena cenare si trovano altrove e non sul lungolago. Non sono molti e finisce sempre che prima o poi vada in quello libanese o da Avi’s, dove fanno cucina kasher, quella che rispetta le regole alimentari ebraiche. I piatti sono abbastanza buoni, il prezzo equo. Il proprietario, da buon volpone, mi tratta come una vecchia conoscenza. Se pago in contanti mi fa lo sconto; se non chiedo la ricevuta, me ne fa uno più grande…. Tutto il mondo è paese.

Eppure, avendola, per Tiberiade merita spendere una mezza mattina. Un breve giro in centro per visitare la città vecchia permette di ammirare gli edifici storici con quei loro muri fatti di pietre scure, ben squadrate. In quattro passi la si gira tutta, dal momento che i quartieri più recenti, abbarbicati sulla collina sovrastante, non offrono niente per cui possa valer la pena di fare una passeggiata più lunga. Si arriva in fretta al castello crociato e, lungo il lago, alla chiesa, anch’essa costruita dai crociati, dedicata a S. Pietro, il cui tetto è a forma di barca rovesciata, in ricordo del mestiere di pescatore che Pietro faceva prima di seguire le orme di Gesù. A Tiberiade si trovano poi le tombe di alcuni eruditi, ebrei famosi all’interno e all’esterno dell’universo ebraico. La più nota è quella del “Rambam”, acronimo per Rav Moshe ben Maymon, meglio conosciuto come Maimonide. Filosofo e medico di Cordova, visse nel XII secolo sotto la dominazione araba musulmana di Spagna. La sua produzione letteraria e filosofica fu enorme e la sua fama lo seguì in Marocco e poi in Egitto, dove, attorno al 1185, divenne medico personale del ministro del Saladino. I suoi trattati di medicina divennero influenti per generazioni di medici e quelli di filosofia ci parlano ancora oggi. Morì in Egitto nel 1204, ma espresse la volontà di essere sepolto a Tiberiade, la cui tomba è ora meta di pellegrinaggi di devoti ebrei ed estimatori non ebrei.

Fortezza crociata del XII secolo

La Fantasia e noi

Non possiamo negarlo, con la Fantasia abbia un rapporto molto conflittuale. Ci rivolgiamo a lei nei momenti di maggiore difficoltà e di grande noia (che non è molto diversa dalle difficoltà, a dire il vero) e allo stesso tempo ci sforziamo di contenerla e di prenderne le distanze quando ci sentiamo seri e troppo adulti. Non averla ci fa sentire impoveriti e averne troppa corre il rischio di farci considerare persone non troppo serie e inaffidabili.

Citando una pubblicità, cosa che in sé non denota grande fantasia, mi sento di esclamare con una certa sicurezza:

Che mondo sarebbe senza Fantasia!

In suo onore Walt Disney nel 1940 ha smosso un esercito di compositori, musicisti, uomini dello spettacolo, disegnatori e animatori grafici per creare un lungometraggio che ha segnato un’epoca. Fantasia doveva essere un appuntamento annuale con il pubblico ma questo ambizioso progetto è rimasto un sogno irrealizzato. Oltre mezzo secolo dopo, per inaugurare l’inizio del nuovo millennio, la Walt Disney (divenuta ormai l’azienda mondiale dei sogni che tutti noi conosciamo) crea Fantasia 2000, un gran bell’augurio per tutti noi e un segnale forte di speranza.

L’augurio è quello che la Fantasia possa prolificare e accompagnarci anche in questo nuovo millennio che stava per iniziare e che ci ha riservato tanti momenti strani (almeno così è stato nei suoi primi vent’anni). Il messaggio che ci manda è quello di non rassegnarsi mai, i sogni non scadono e prima o poi si possono sempre avverare anche a distanza di decenni.

Il mitico Walt (Disney) non è stato l’unico grande a rendere omaggio alla Fantasia. Molti di noi avranno sicuramente letto La Storia Infinita (1979, pubblicato in Italia nel 1981) di Michael Ende o ne avranno visto la trasposizione cinematografica del 1984. Un manipolo di strani eroi deve salvare il regno di Fantàsia dall’avanzata del Nulla che svuota qualsiasi cosa e la sgretola.

Per ovvie ragioni di spazio (e per non abusare della tua pazienza, caro lettore) tralascio ora di elencare altri lavori cinematografici e di animazione, sinfonie, poesie e opere letterarie dedicati alla fantasia ma è giusto ricordare che ce ne sono moltissimi.

Nonostante tutto, però, il nostro rapporto con la Fantasia è decisamente molto complicato. Solitamente tendiamo ad incoraggiarne l’uso e lo sviluppo nei bambini, raccontando loro favole, storie in cui la magia è normalità e avventure in luoghi fantastici. Se questo sforzo dovesse portare dei frutti e il bambino iniziasse a giocare con la fantasia, ci sentiamo appagati e compiaciuti. Purché non si esageri, ovviamente. La Fantasia va bene fino ad una certa età e in dosi non eccessive, superate le quali si inizia a considerarla dannosa e mette a rischio l’equilibrio di un essere vivente, che potrebbe sviluppare percezioni non corrispondenti alla realtà. Ora rimane da chiederci, perché. Perché incentiviamo la fantasia e poi la distruggiamo con assurde verità? Perché ammiriamo artisti e registi che riesco a creare mondi che non esistono per il nostro intrattenimento e critichiamo chi si diverte a far rivivere questi universi fantastici nel suo quotidiano?

Perché abbiamo così paura della fantasia? Finché è controllata e misurata la tolleriamo, oltre certi limiti però ci spaventa e la soffochiamo. Mi prendo la libertà di un’ultima domanda;

perché la fantasia non ha un dio?

Giulio Romano – La Battaglia sull’Olimpo (1532-1535)
Palazzo Te – Mantova

Nel breve periodo della Storia dell’Umanità (effettivamente 300 milioni di anni non sono poi così tanti in confronto ai 14,5 miliardi di anni dell’Universo) gli esseri umani hanno creato una divinità per qualsiasi necessità, pronta a spiegare qualsiasi evento e situazione.

Statuetta del dio Anubi
Epoca Tolemaica (332–30 a.C.)

Prendiamo in considerazione l’affascinante mondo dell’Antica Grecia, dove le persone avevano la fortuna di sapere quasi sempre a chi rivolgersi o chi incolpare.

Nel caso ci si fosse svegliati di cattivo umore e con una spiccata tendenza all’aggressività, si poteva dare tranquillamente la colpa ad Ares, il poco mite dio della guerra. Trovandosi a dover gestire delle passioni abbastanza forti che ci avrebbero portato a comportamenti eccessivamente languidi, nel caso di rimostranze da parte di qualcuno si poteva invocare l’incapacità di intendere e volere dal momento che si era sotto l’influsso dell’avvenente Afrodite. Colto con le mani nel sacco? Nessun problema, l’atteggiamento da imbroglione era imputabile alla manipolazione in atto da parte di Ermes. Mare in burrasca? Di sicuro qualcuno aveva fatto un torto a Poseidone, la cui ira non tardava molto ad arrivare sotto forma di alte onde.

Questo andazzo è continuato anche nell’Antica Roma, la cui cultura ha un enorme debito nei confronti dei greci, basti pensare che il suo pantheon altro non è che una traduzione latinizzata di quello greco. Uscendo dalle terme ci si trovava sotto una bella pioggia torrenziale? All’epoca non si inveiva contro la forte tendenza cleptomane endemica dei governi ma ci si rivolgeva più o meno amabilmente a Giove pluvio.

Per la fantasia, a chi ci si poteva rivolgere? Ha dell’incredibile ma nessuno ha mai pensato di cercare un dio della fantasia. La stessa sorte è toccata anche alla sua prima cugina: l’immaginazione.

Avremo modo di approfondire questo tema, mi permetto solo di anticipare che neanche il dio del sonno, il tanto benvoluto Morfeo aveva potere sull’immaginazione, infatti quando era nel pieno delle sue funzioni era attorniato da una miriade di folletti che avevano il potere di manipolare l’immaginazione.

Senza alcun dubbio la Fantasia ci aiuta a vivere meglio e arricchisce le nostre esistenze. Andrebbe chiarito e ricerco il motivo per cui oltre a contrastarla a volte non abbiamo mai sentito la necessità di darle un’importanza divina. Il viaggio verso la Fantasia (o Fantàsia, tanto per citare il libro di Ende) è appena iniziato e ci riserverà molte piacevoli tappe.