Cacciaguida: profezie e verità

La predizione del suo futuro esilio e profezia del novecento il secolo degli esiliati per motivi politici. La virtù della verità che è valore di libertà.

La profezia del ‘900, il secolo dei dissidenti 

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Paradiso XVII, 55-60

Cacciaguida fa la sua profezia e predice a Dante l’esilio futuro. Ma la profezia non è tale: Dante in esilio ci sta già da tempo; questa è solo l’amara descrizione di quanto egli sta ormai vivendo. Però quei versi ci colpiscono, soprattutto oggi, che siamo reduci dal novecento, il secolo breve che è stato anche il secolo degli esiliati. Dante ha lasciato Firenze per motivi politici esattamente come tanti nel secolo scorso lasciarono Germania, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Russia, Austria, persino l’Italia e presero la strada dell’esilio, verso un futuro ignoto, contando unicamente sulla benevolenza di chi li avrebbe accolti. Qui Dante è davvero profetico, perché non parla solo di sé ma di tutti gli esiliati, anche di quelli odierni che da ogni angolo del mondo, in fuga dalla loro terra divenuta matrigna, cercano un rifugio più sicuro. Lasciamo parlare Dante:

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la quale tu cadrai in questa valle;


che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.


Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

Paradiso XVII, 61-69

L’esilio è duro ma ancor più penosa sarà la compagnia degli altri fuoriusciti che gli si rivolteranno contro; però ben presto saranno loro e non Dante ad avere il capo rosso di sangue. Qui il Poeta si riferisce al suo contrasto coi compagni che lo trattano da traditore, perché si è dichiarato contrario alla loro idea di tentare il rientro in patria con la forza. Un proposito dissennato per cui sarà onorevole per Dante “fare per sé stesso”, ossia abbandonare il loro partito. Quando qui si parla della “compagniamalvagia e scempia”, ci si trova di fronte alla domanda di quale sia il ruolo dell’intellettuale nella società. Deve starsene “per sé stesso” o vivere e partecipare nella società di cui fa parte? E se vi partecipa, deve farsi gregario umile, curando solo il suo personale tornaconto, o “farsi parte per sé stesso” ossia mantenere la propria indipendenza pur partecipando al gruppo? La questione e aperta.


Il valore della verità 

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;

Paradiso XVII, 115-117

L’incontro con Cacciaguida sta finendo e Dante, che ha appreso le molte vicissitudini che l’attendono, è dubbioso e chiede all’ anima virtuosa e sapiente dell’avo, come si dovrà comportare nel suo   peregrinare da esiliato e se dovrà o meno riferire dettagliatamente quanto visto nel suo viaggio ultraterreno, poiché questo potrebbe risultare sgradito a tanti. Cacciaguida è talmente felice di sentirsi porre questa domanda che la luce di cui è avvolto aumenta e prontamente risponde:

ma nodimen, rimossa ogne menzogna,
tutta la tua visȉon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Paradiso XVII, 117-119

Qui abbiamo un altro espediente letterario, perché con queste parole Dante incoraggia se stesso a dire la verità, sempre e comunque, senza curarsi di coloro che possono da essa sentirsi feriti, poiché alla fine essi stessi ne trarranno giovamento:

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.  

Paradiso XVII, 130-135

Grande questione è la verità, chi può dire di possederla? Chi può dire di avere il coraggio di affermarla sempre e comunque? Dante non si pone il problema, si sente sostenuto dalla sua profonda fede e attribuisce a se stesso una missione profetica e salvifica. In tanti si sono attribuiti questa forza, anche se poi vennero puniti dalla storia. Non sarà questo il destino di Dante, il cui grido sarà come il forte vento che colpisce con maggior violenza le cime più alte, il che “non fa d’onor poco argomento”. Colpisce ma non stupisce il senso di queste parole, in quanto la narrazione dantesca è il perfetto adeguamento della formula con cui San Tommaso fissa la definizione di verità: “Adaequatio rei et intellectus”. Solo la verità può operare tale unità; senza di lei il pensiero oscilla tra esaltazione e cinismo, con lei invece c’è libertà e liberazione. Ricordiamoci le parole di congedo che Virgilio rivolge a Dante alla sommità del monte del Purgatorio, il luogo dove è posto l’ingresso del Paradiso: 

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno: 
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.

Purgatorio XXVII, 130-141

Non aspettarti il mio consenso, segui l’impeto della tua libertà, sei ormai padrone di te stesso.

Sono le stesse parole riportate da Giovanni nel suo Vangelo:

Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

Giovanni 8, 31-42

Anche su queste parole c’è da meditare… e a lungo

Cacciaguida: “gente nuova” e speranza tradita

La “gente nuova” che ha corrotto Firenze e la speranza tradita di una guida che sappia fermare il declino

La gente nuova e i sùbiti guadagni
Orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni

Paradiso XIV, 40-42

Si ripropone qui, ampliandone il contesto, quanto già espresso nel sedicesimo canto dell’Inferno. Dante riprende il tema della modestia, dell’unità e del comportamento dei fiorentini di un tempo allargando il discorso dall’ambito famigliare a quello cittadino e dando la misura di quanto sia cambiata la città dopo che è scivolata nel degrado civile e morale, a causa dell’ingresso di forestieri che ne hanno corrotto i costumi e della smodata dedizione dei fiorentini ai commerci e ai facili guadagni. Cose esecrabili per la morale cristiana. Ma chi è questa “gente nuova”contro cui Dante si scaglia? Qui un po’ ci meravigliamo per l’animosità del Poeta, perché questa “gente nuova” altro non sono che gli inurbati che vengono dai vicini contadi e che hanno, coi loro comportamenti, contaminato la “pura” Firenze di un tempo:

sempre la confusion de le persone
Principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone

Paradiso XIV, 67-68

In effetti c’è da essere meravigliati poiché il Poeta qui tradisce i soliti pregiudizi del cittadino verso chi vien da fuori, vedendo in essi gli esponenti della nuova mentalità mercantile, dediti solo al profitto perché mossi da invidia, avarizia e superbia. Ci si può pure meravigliare, ma volendo vedere ci sono precedenti illustri, dato che il richiamo alla commistione delle genti, come fattore di corruzione, è già ben delineato nell’ideale di Platone e della sua Repubblica. Non è razzismo spicciolo quello di Dante, ciò che egli condanna è l’avidità di guadagno e di potere che attecchisce in una città quand’essa cresce e passa da una condizione aulica, rurale e artigianale, a quella industriale. Allora si forma un nuovo tessuto sociale che genera disuguaglianze. Il Poeta sa bene che il mutamento è frutto di un naturale ed inevitabile progresso, cui s’accompagna benessere e ricchezza, ma anche bassi istinti, soprattutto se in questa trasformazione sociale manca una guida. Papa e Imperatore non riescono a frenare il declino e ad indirizzare verso la giustizia terrena, né tanto meno verso la felicità celeste. L’impero decade e non garantisce né ordine né pace, uniche condizioni in cui l’uomo riesce a sviluppare le sue doti migliori. Ci ha provato Arrigo VII di Lussemburgo nel suo breve regno (appena un anno dal 1312 al 1313) a rafforzare la causa imperiale, nell’Italia devastata dalle lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini, incontrando però la salda opposizione di Papa Clemente V e di Filippo IV di Francia, nonché di Roberto d’Angiò, re di Napoli, ed ha fallito (Arrigo muore a Buonconvento, vicino a Siena, nell’agosto 1313 forse di malaria o forse di veleno). Ogni speranza è quindi rimandata a non si sa quando.  

Il cigno di Mantova

Ho sempre amato Virgilio.

Prima di tutto, per il nitore, l’eleganza, la classicità dello stile. E poi per l’humanitas che trasuda dalle sue pagine. 

A suo favore (o sfavore?) gioca anche il fatto che Virgilio è uno degli autori classici più letti, dai Licei (la prima delle Bucoliche è il testo in assoluto più gettonato nelle classi terze dei classici e scientifici di tutt’Italia) all’Università (tutto Virgilio per gli esami di latino ricordo di aver dovuto preparare!). 

La guida, il faro, il termine di paragone di tutto quello che è venuto dopo, il cigno di Mantova, il poeta dei campi e dei pastori, della natura e del suo consolante abbraccio, il cantore delle origini di Roma, di quell’Enea dal volto così umano che risulta più a misura nostra rispetto ai sanguinari e sfolgoranti eroi dell’Iliade e persino dell’intelligente Ulisse dell’Odissea. 

Che il Medioevo amasse Virgilio non sorprende ed è naturale: ma, come racconto spesso ai miei studenti, il Medioevo (Dante compreso, anzi in testa) travisò, forzò e non colse il vero spirito e il vero messaggio delle parole di Virgilio. Egli, così misurato, calmo, pacato, cantore di buoni sentimenti, venne scambiato per un cristiano ante-litteram, il poeta degli umili, degli ultimi, di un mondo dolente, semplice e legato alla natura; addirittura, lo si interpretò come profeta della nuova età dell’oro, dell’avvento di Cristo, come la guida che dalle tenebre porta alla luce, l’uomo che possiede ragione, buon senso, mente illuminata; il maestro di bello stile, ma anche di contenuti edificanti. 

Dante lo assume come suo duce o guida proprio per questo motivo: nessuno più di Virgilio può fare da cerniera tra mondo classico e mondo di Dante né far passare da un mondo all’altro senza soluzione di continuità, poiché Virgilio viene visto rivolto in avanti, (erroneamente) sbilanciato in senso cristiano, appunto.

Trovo illuminanti, per capire come si ponessero Dante e il Medioevo nei riguardi del Maestro, i riferimenti contenuti nei canti XX, XXI e XXII del Purgatorio.

Qui Dante e Virgilio si trovano nella cornice degli avari e dei prodighi; un terremoto ha sottolineato il fatto che sta succedendo qualcosa di straordinario: un’anima passa proprio in quel momento dal Purgatorio in Paradiso (XX); i due pellegrini incontrano un poeta latino più tardo di Virgilio (fine I secolo d.C), che si chiama Stazio.

Stazio non sa di avere davanti a sé Virgilio e paradossalmente, presentandosi, dice di essere poeta epico come Virgilio, che considera suo maestro, e di essere disposto a dare chissà cosa per incontrarlo. Dante sorride, di fronte a questo equivoco, e Stazio gliene chiede ragione. Virgilio lascia che Dante spieghi e la sorpresa di Stazio, quando sente chi è il signore che accompagna Dante, è enorme. Egli si getta ai piedi del Maestro per abbracciarlo, dimenticando persino di non poterlo fare in quanto ombra (XXI).

Ma continuiamo a vedere cosa succede dopo: Stazio sostiene che la lettura delle opere di Virgilio fu per lui fonte di ispirazione. A poetare lui stesso, a scrivere di epica, naturalmente, ma anche a cambiare vita, a smettere di commettere il peccato di prodigalità cui Stazio era incline. 

E, soprattutto, a diventare cristiano: Virgilio era pagano, ma l’opera del poeta mantovano trasuda sentimenti di humanitas, di condivisione, di accoglienza, di speranza, che indussero Stazio a cercare questi valori e trovarli tra i Cristiani, che in quell’epoca cominciavano a diffondere la loro predicazione clandestinamente. 

Ecco dal canto XXII del Purgatorio: 

Ed elli a lui: “Tu prima m’invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

[parla Stazio: dice a Virgilio che lo ha ispirato ad essere poeta]

e prima appresso Dio m’alluminasti.

[ma anche mi facesti diventare cristiano]

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

[tu eri pagano, camminavi nel buio, ma hai illuminato la strada di quelli che ti seguivano, con le tue parole]
[…]

Per te poeta fui, per te cristiano

Un debito grandissimo, insomma, lega Stazio a Virgilio. Senza l’esempio indiretto del Maestro, Stazio non sarebbe dov’è.

Cacciaguida: Firenze simbolo d’Italia

L’incontro con l’avo Cacciaguida nel cielo degli spiriti combattenti è per Dante l’occasione di parlare, ancora una volta, di Firenze che è simbolo dell’Italia divisa  

La Firenze sobria e pudica 

L’incontro di Dante col trisavolo Cacciaguida nella triade di canti del Paradiso dal XV al XVII rappresenta, a mio avviso, uno dei momenti più significativi dell’intera Commedia nei quali il Poeta ci mostra con l’espediente dell’incontro con l’avo e tramite le sue parole, il significato del suo viaggio ultraterreno presentandocelo come una missione provvidenziale volta ad indicare all’umanità la via della salvezza.

Dante sente che deve dimostrare la validità, non solo letteraria ma anche morale, della sua opera e, da uomo colto, ricorre ad un artificio che riproduce il modello classico della catabasi di Enea che nell’oltretomba (VI canto dell’Eneide) riceve dal padre Anchise conferma della sua missione di fondatore e la visione delle glorie future di Roma.

Cacciaguida sta nel cielo di Marte tra le anime dei militanti per la Fede, infatti in vita seguì Corrado III di Svevia alla seconda crociata, dove trovò la morte per mano di “quella turpe gente” e dal martirio giunse direttamente al Paradiso. L’incontro è l’occasione di parlare di Firenze e nelle parole del beato c’è una completa digressione sulla Firenze di un tempo: morigerata, sobria di costumi, improntata ai valori della tradizione famigliare e dedita all’onesto lavoro agricolo ed artigianale, in cui Sardanapalo ancora non aveva mostrato ciò che in “camera si puote”. Poi il ricordo si perde nella rievocazione di quelle che furono le più importati famiglie fiorentine, fino ad arrivare al lento declino subito dalla città e dovuto alla smodata brama di lucro e alla dilagante corruzione. 

La Firenze di Dante, a differenza di quella ricordata da Cacciaguida, è irrimediabilmente corrotta, senza più speranza di riscatto, perché il “maledetto fiore” l’ha trasformata in “pianta di satana”, come già aveva anticipato Folchetto di Marsiglia (monaco cistercense e vescovo di Tolosa) nel IX Canto del Paradiso quando, con parole dure, aveva condannato Firenze, città prodotto di Lucifero, il primo degli angeli ribelli a Dio la cui invidia, che sempre è fonte di sofferenza, ha prodotto e diffuso il Fiorino, sviando pecore ed agnelli (il popolo di Cristo) e trasformando in lupo il pastore.

Fiorenza dentro da la cerchia antica
ond’ella toglie ancora e terza e nona,
si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,
non gonne contigiate, non cintura
che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura
la figlia al padre, ché ’l tempo e la dote
non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;
non v’era giunto ancor Sardanapalo
a mostrar ciò che ’n camera si puote.

Paradiso XV, 97-108

Il passato però, non può e non deve essere solo nostalgia e rimpianto, deve farsi stimolo alla memoria che risveglia il desiderio di un prossimo futuro più giusto. Ecco il primo dei messaggi di Cacciaguida che, parlando della Firenze d’un tempo e ricordandone la sobrietà, indica a Dante la necessità di una rigenerazione dell’Italia intera.


Il Cielo degli Spiriti combattenti 

È tempo di ascendere, di salire al nuovo cielo, dai sapienti a coloro che in vita si batterono per la gloria della vera Fede. Appare uno spettacolo di luce e gli spiriti beati danno al loro splendere la forma di una croce, al cui centro c’è il volto di Cristo. Dante ne è rapito, Salomone glielo aveva preannunciato: la vita sensibile si sarebbe trasformata in mistica visione.

La sua chiarezza séguita l’ardore;
l’ardor la visione, e quella è tanta,
quant’ ha di grazia sovra suo valore.

Paradiso XIV, 40-42

Appaiono dunque, intonando un inno di lode, gli sfolgoranti lumi delle anime beate di coloro che in vita subirono l’influsso di Marte che li spinse a lottare per la fede. Fra loro si distingue Giosuè conquistatore della terra promessa e Giuda il Maccabeo che liberò dalla tirannia il popolo sconfiggendo il tiranno siriaco Antioco Epifane, Orlando e Guglielmo d’Orange che combatterono i saraceni, Goffredo di Buglione, duca di Lorena che si distinse nella conquista cristiana di Gerusalemme e Roberto il Guiscardo, che pose fine al dominio bizantino nel sud dell’Italia.

Appare infine Cacciaguida, il trisavolo che rompendo la beatifica visione, lo riporta col pensiero alle tristi cose del mondo. E non poteva essere altrimenti, poiché tutto il viaggio dantesco è percorso iniziatico cha va dall’umano al divino.

È tempo allora di parlare della Firenze antica e del suo “popol giusto e sano” e della Firenze di Dante corrotta e conflittuale, anti Paradiso contrapposta alla Città di Dio. È un ripudio senza appello del luogo natale, lacerato dal degrado morale, irriconoscibile per il modo in cui si è trasformato nel tempo. Dante, che ha subìto di persona le ferite della guerra civile che ha lacerato la città, è sempre stato sostenuto dalla speranza di un riscatto, intravisto nella fiduciosa attesa di un imperatore che finalmente porti giustizia e concordia. Così Firenze assurge, nelle parole di Dante, a simbolo di tutta la penisola, dominata e divisa da consorterie e fazioni e dove ondate di esuli sono costretti a lasciare le loro città per l’esilio, e al Poeta, anch’egli esule, tutto questo porta il doloroso ricordo delle drammatiche scene della Pharsalia di Lucano. 

L’empatia – Paradiso XI — Latelier 91

“Già non attendere’ io tua dimanda, s’io m’intuassi, come tu t’inmii” Dante Alighieri – Paradiso IX – 81 Così Dante nell’undicesimo Canto del Paradiso allorché incontra Folchetto da Marsiglia. Siamo tra gli spiriti amanti del terzo Cielo, coloro che in vita subirono l’influsso di Venere simbolo dell’amore e della bellezza. Dopo aver parlato con Cunizza da Romano, il poeta […]

L’empatia – Paradiso XI — Latelier 91

Dante?… Quello della Divina Commedia?… Sì, lo conosco! — Latelier 91

Ero impegnato a pensare di procurarmi, per uscire dagli schemi troppo frequentati, argomenti inusuali e frivoli su Dante Alighieri, ad esempio, quali erano i suoi cibi preferiti o come si vestiva d’inverno, quando ricevetti una telefonata di monsieur de Troisville, gentiluomo francese che il lettore attento ricorderà essere intervenuto su queste pagine con un resoconto […]

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Dante non ha scritto solo la Divina Commedia — Latelier 91

Dante deve la sua fama universale alla Commedia ma, come intellettuale e politico, non tralasciò dall’intervenire in uno dei temi più caldi del suo tempo. Con il De monarchia (un trattato in tre libri) espresse la sua originale visione del rapporto tra stato, religione e fine spirituale della Chiesa. All’epoca, l’opera (scritta tra il 1308 e il 1318, pare […]

Dante non ha scritto solo la Divina Commedia — Latelier 91

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Incontri con Alighieri Dante, professione Sommo Poeta — Latelier 91

Essere isolati tra quattro mura sollecita anche azioni prettamente materiali, come porre mano a quanto ci sta attorno con l’intenzione di mettere ordine, selezionare per mantenere o destinare alla discarica. Nel farlo mi è venuto tra le mani, rovistando tra libri e libretti ormai dismessi dal figlio da tempo adulto, un cartonato di una trentina […]

Incontri con Alighieri Dante, professione Sommo Poeta — Latelier 91

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Inferno: il limbo (canto IV)

Attraversato il primo fiume infernale, l’Acheronte, Dante e Virgilio vengono sbarcati da Caronte insieme alle anime dei peccatori. Dante inizia il suo viaggio infernale vero e proprio entrando nel primo cerchio, dove ha sede il Limbo. Una condizione di sospensione vera e propria, in cui le anime dei defunti non possono considerarsi peccatori destinati all’Inferno ma non hanno neanche tutte le carte in regola per poter entrare in Paradiso.

William Balke – Il Limbo

L’importante è non scadere nell’errore più banale che si possa fare leggendo la Divina Commedia: non possiamo trovare tra i versi di Dante risposte teologiche ma possiamo solo attingere alla cultura e alla tradizione del tempo. Non possiamo pretendere di trovare una spiegazione della condizione di queste anime e se sia giusto che alcune siano confinate qui mentre altre sono state “scagionate”.

Dante ci racconta che le moltissime anime che risiedono qui sono quelle dei non battezzati. Persone vissute prima della venuta di Cristo e che non hanno ricevuto il battesimo. Qualche commento al testo di Dante fa presente che Gesù sia il primo battezzato della Storia, tecnicamente non è vero, prima di lui nel racconto evangelico San Giovanni aveva battezzato già delle persone; il primato che gli si può attribuire è quello di essere stato il primo ad aprire le porte del Paradiso.

Nel Limbo le anime non hanno colpe da espiare e di conseguenza non devono sottostare ad alcuna pena. Prepariamoci ad una visita davvero lunga, il Limbo pare essere davvero molto affollato, tra i molti che non riesce ad incontrare ci sono i Patriarchi che sono stati “graziati” da Gesù durante la sua breve visita e portati in Paradiso:

  • Abele: il secondogenito di Adamo ed Eva, ucciso dal fratello primogenito Caino; è molto interessante pensare che i due fratelli rappresentino l’agricoltura e la caccia, due attività dell’uomo che per molto tempo hanno rappresentato anche una divisione etnica fra popolazioni nomadi e sedentarie;
  • Noè: l’uomo retto che “cammina con Dio”, che insieme alla sua famiglia e ad una coppia di ciascun animale presente sulla terra si salvò dal Diluvio Universale costruendo l’Arca;
  • Mosè: la guida del popolo ebraico che lo condusse dall’Egitto attraverso il deserto sino alla Terra Promessa;
  • Abramo: uno dei patriarchi vissuto probabilmente verso il 2.000 a.C. (purtroppo, non ci sono prove documentali oltre ai Testi Sacri per comprovare la sua reale esistenza) che non ha avuto esitazioni ;
  • Re David: il re che uccise Golia e dal quale discenderebbe Giuseppe, il padre putativo di Gesù;
  • Giacobbe: un personaggio alquanto interessante che secondo la tradizione nacque tenendo per il calcagno il fratello gemello che lo precedette di poco, anticipando il “furto” di benedizione che avvenne qualche anno dopo, quando il padre cieco gli diede la sua benedizione perché si era fatto passare con l’inganno per il fratello; comunque è un personaggio di tutto rispetto perché lotto contro il Signore e vinse;
  • Rachele: abbiamo già incontrato Rachele nel secondo canto dell’Inferno;
  • Adamo: il primo uomo da cui tutto ebbe origine.

Gustave Doré

Gli spiriti che Dante riesce ad incontrare sono le colonne portanti della cultura europea e della Storia dell’Umanità; inutile ricordare che la maggior parte dei letterati incontrati qui da Dante sono i suoi punti di riferimento culturale:

  • Omero: il sommo poeta che ha regalato all’Umanità opere importantissime che sono alla base della nostra cultura come l’Odissea e l’Einede;
  • Orazio: uno dei più importanti poeti romani che ci regalò versi immortali nelle sue Odi:
    Mentre parliamo, il tempo invidioso sarà già fuggito:
    Assapora ogni istante, confidando il meno possibile nel domani.
  • Ovidio: il grande autore latino che ha il merito di aver firmato opere come le Metamorfosi e la Medea, che ancora oggi sono la base portante non solo della nostra istruzione ma anche del Teatro;
  • Lucano: il poeta latino della Pharsalia, che era entrato nella cerchia degli amici più intimi di Nerone, che partecipava alle Neronia (competizioni di poesia organizzate dall’imperatore) ma che poi ruppe l’amicizia con lui arrivando a congiurare addirittura contro l’ex ottimo amico;
  • Elettra: è un personaggio della mitologia greca, precursore delle vergini martiri; soffrì prima a a causa di Zeus che innamoratosi (anche) di lei fece di tutto per possederla, la donna scontò una colpa per questo fatto non imputabile a lei e dopo la sconfitta di Troia (suo figlio Dardano era il capostipite della dinastia) il suo dolore fu così grande da trasformarsi insieme alle sorelle nella costellazione che prende il loro nome: le Pleiadi;
  • Ettore: l’eroe di Troia, figlio primogenito del re Priamo, che si immola per poter salvare il suo popolo;
  • Enea: abbiamo già incontrato Enea nel secondo canto dell’Inferno;
  • Cesare: questo personaggio è già nominato nel primo canto dell’Inferno;
  • Camilla: Dante ci ha già parlato di lei nel primo canto dell’Inferno;
  • Pantasilea: la regina delle mitologiche Amazzoni, non esitò nel correre a Troia per aiutare la città sotto assedio, creando scompiglio e quasi risollevato le sorti della guerra a favore dei suoi alleati, prima di essere uccisa da Achille;
  • Re Latino: il re del popolo dei Latini, che sposò Amata, da cui nacque la bella Lavinia, sposa di Enea;
  • Lavinia: secondo la tradizione fu la seconda sposa di Enea, madre di Silvio che riuscì a salvare dalla ferocia del fratello maggiore, permettendogli di diventare il capostipite dei Latini;
  • Bruto: uno dei fondatori della Repubblica romana che si contrappose all’ultimo Re di Roma (Tarquinio il Superbo, il suo nome già dice tutto) che oltre ad essere lo zio era anche il mandante dell’omicidio del fratello di Bruto (d’altronde la salita al potere fa sempre scorrere un po’ di sangue);
  • Lucrezia: antesignana delle martiri morte per mantenere intatta la sua fedeltà al marito, morì per colpa di Settimo Tarquinio (figlio di Tarquinio il Superbo) per non aver ceduto alle sue avance;
  • Giulia: figlia di Giulio Cesare che morì dando alla luce un figlio (o una figlia, non si sa bene) che morì pochi giorni dopo di lei;
  • Marzia: moglie di Catone e simbolo di fedeltà coniugale, fu data in secondo nozze a fini procreativi (il primo marito era ancora vivo, si trattava di un’usanza dell’epoca), dopo la morte del secondo marito tornò da Catone per vivere insieme a lui;
  • Cornelia: la famosissima matrona romano, madre dei Gracchi;
Gustave Doré – Le anime dei non battezzati

  • Aristotele
    : uno dei padri fondatori della Filosofia e del pensiero scientifico;
  • Socrate: uno dei più importanti (forse anche il più importante) tra i pensatori e fondatori del pensiero occidentale;
  • Platone: allievo di Socrate e maestro di Aristotele;
  • Democrito: tra i filosofi presocratici è stato forse il più prolifico ed è il pensatore che ha fondato l’atomismo;
  • Anassagora: fu il primo filosofo ad importare la Filosofia nella penisola greca;
  • Talete: fu considerato uno dei sette savi dell’antica Grecia oltre ad essere il primo a cui fu attribuito il nome di “filosofo”;
  • Empedocle: grande filosofo vissuto nell’attuale Sicilia;
  • Eraclito: uno dei massimi pensatori della prima Filosofia greca che influenzò i pensatori successivi (fra tutti Platone e gli stoici);
  • Dioscoride: uno dei più importanti botanici e medici dell’antica Roma che visse sotto l’impero di Nerone;
  • Orfeo: la figura mitologica che incarna il vero valore dell’Arte eterna e che può incantare gli esseri umani, gli animali e la Natura tutta;
  • Cicerone: l’uomo di cultura per eccellenza, che con i suoi scritti toccò temi come la politica, la retorica e la filosofia;
  • Lino: nacque a seguito dell’unione tra il dio Apollo e la musa Urania, viene considerato l’inventore della melodia;
  • Seneca: il più importante esponente dello stoicismo, è stato un importante politico, drammaturgo e filosofo;
  • Euclide: fra i pensatori greci è quello che ha toccato forse il maggior numero di campi passando dall’astronomia all’ottica, dalla musica alla meccanica e, ovviamente, la matematica;
  • Tolomeo: uno dei più grandi pensatori del passato, per tutti noi è un po’ il padre della geografia;
  • Ippocrate: insigne uomo di cultura dell’antica Grecia, ha rivoluzionato il concetto di Medicina, facendola diventare una vera e propria professione, togliendola dalla sua condizione subordinata alla filosofia;
  • Avicenna: originario della Persia è stato un medico, filosofo, matematico, logico e fisico. Scrisse due importantissimi volumi: Il libro della guarigione e Il canone della medicina;
  • Galeno: medico dell’Antica Grecia che con le sue idee dominerà la medicina sino al Rinascimento;
  • Averroè: persona di grandissima cultura, è considerato il più importante filosofo musulmano del Medioevo;
  • Virgilio: Dante ci presenta la sua guida già nel primo canto dell’Inferno.

Non tutte le anime incontrate nel Limbo vengo presentate in modo così chiaro e distinguibile, si hanno in effetti alcuni dubbi riguardanti Diogene (essendo un nome che ricorre spesso tra i pensatori del passato) e un certo Zenone. Vediamo chi sono questi due Diogene sui quali si hanno delle incertezze:

  • Diogene il Cinico: è stato uno dei fondatori della scuola cinica, veniva soprannominato anche il Socratepazzo e secondo la leggenda morì lo stesso giorno di Alessandro Magno;
  • Diogene lo Stoico: è stato un filosofo greco appartenente alla Scuola degli stoici;

Sulla figura di Zenone si è incerti; potrebbe Zenone di Tarso dal momento che era una figura legata a Diogene lo Stoico, essendo stato suo maestro. I commentatori più antichi della Commedia di Dante hanno pensato che potesse essere o Zenone di Elea (fondatore della dialettica) o Zenone di Cizio (il fondatore dello stoicismo). Un bel dubbio a dire il vero che potrebbe anche essere un espediente, scrivendo semplicemente il nome Zenone Dante ci dà la possibilità di pensare a tutti e tre i principali Zenone della Filosofia.

Priamo della Quercia – Gli spiriti magni (XV secolo)

Pubblicato su Latelier 91 il 21 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/?p=1794)