Una seduta di magnetismo

[Personaggi: alcuni famigliari di Axel von Fersen, e cioè sua madre, Hedvig e Sebastian Klinkowström, figli adolescenti della sorella maggiore di Axel Fersen, morta da pochi mesi; “papà” Klinkowström, vedovo della stessa sorella; Ulla Fersen, una cugina di Axel Fersen, con la famiglia; la duchessa, moglie del duca Carl, fratello del defunto re Gustav III di Svezia; Fredrik Sparre, gran cancelliere. Un invitato speciale è il signor Carl Göran Silverhjelm, ufficiale dell’esercito studioso del “magnetismo animale” o mesmerismo, e fondatore della prima società svedese a ciò dedicata].


Mercoledì 4 febbraio 1795, Stoccolma.

Tempo grigio, vento, pochissima neve, -8; -5; -10 gradi. Pranzo a casa. Cena dal re. Al mattino ho portato Hedvig con me sulla slitta. Siamo stati con la duchessa a fare la prima colazione a Hagalund con molta allegria: in estate quel posto dev’essere proprio incantevole. La locanda è stata costruita mentre io ero all’estero, insieme ai lavori per il padiglione estivo di Haga. A pranzo c’era Ulla Fersen, sua figlia, suo marito, il barone Mörner, e il signor Silverhjelm, il grande magnetizzatore. Si sarebbe fatto un esperimento: far parlare nel sonno indotto [ipnosi] Hedvig o il piccolo Sebastian, che mia madre aveva fatto partecipare a quel pranzo. Mia madre, infatti, aveva dichiarato, e a ragione, che non le era possibile credere a tutti quegli esperimenti di cui si parlava, a meno che non fossero riusciti su qualcuno di cui lei si fidasse. Dopo che ci fummo alzati da tavola ebbero inizio gli esperimenti. Silverhjelm si sedette su una sedia collocata proprio accanto a quella di Hedvig, alzò le mani mettendogliele davanti al viso, le chiuse gli occhi con le dita, poi fece con esse mille gesti strani. Ma dopo dieci minuti buoni, dichiarò che la ragazza non si sarebbe addormentata, che già dopo pochi minuti è possibile capire, dagli occhi, se il soggetto si addormenterà o no. Fu poi il turno del piccolo Sebastian, di mio fratello – che pure ha una grande propensione a cadere addormentato – e persino di “papà” Klinkowström, che durante tutte le fasi precedenti dell’esperimento aveva dormito sulla sua sedia, ma il sonno non fu indotto in nessuno di loro. Io ero un pochino tentato di provare, mi trattenne però il timore di dire cose, che poi mi sarei pentito di aver detto, davanti a tutta quella gente.

Il barone Silverhjelm ci salvò dalla delusione con i suoi racconti, è veramente un tipo del tutto pazzo. Riferì che il duca Carl, che si addormenta se solo il barone lo guarda, nel 1788 aveva predetto tutta la rivoluzione francese e tutto il sangue che sarebbe scorso, e persino l’assassinio di re Gustav, la sua reggenza e la composizione dell’attuale governo, con la nomina di Fredrik Sparre e molto altro, che non era ancora conosciuto da nessuno. Silverhjelm ha raccontato anche che i sonnambuli dicono sempre i loro più intimi segreti. Dall’anno 1788, prima della rivoluzione, hanno cominciato a parlare, e qui come a Lione parlavano tutti nello stesso momento. Tutto ciò è più fantasioso di una favola; per quanto mi riguarda, non crederò mai se non a ciò di cui sono stato testimone con i miei occhi.

La fine di un’era e l’assassinio del conte Hans Axel Fersen

Dopo la disastrosa guerra di Finlandia (1809-1810), un colpo di stato militare detronizzò ed esiliò re Gustav IV Adolf e la reggenza fu affidata a Carl XIII, fratello di Gustav III e privo di discendenza.

Il parlamento era diviso fra chi intendeva proclamare re il figlio del re uscente, fra cui i membri della famiglia von Fersen, e chi invece era propenso a cambiare dinastia e affidare il regno ad un principe danese, Carl August, che era molto amato dalla gente. Inaspettatamente, il poco più che quarantenne principe ereditario morì all’improvviso mentre ispezionava le truppe, pochi giorni prima dell’ufficializzazione della sua della sua nomina. Il funerale fu fissato per il giorno 10 giugno 1810, a Stoccolma. Purtroppo, l’autopsia effettuata nel piccolo borgo del sud della Svezia dove il principe era morto era stata condotta in modo irregolare, e aveva reso impossibile il successivo controllo da parte di luminari inviati dalla capitale. Fu comunque escluso un avvelenamente, ma il sospetto che il principe fosse stato avvelenato, e che i fratelli Axel e Sophie Fersen fossero gli autori del delitto, si diffuse in città. I Fersen furono sottoposti a un pesante “mobbing”, che preoccupò molto il reggente, Carl XIII, per tema di essere coinvolto. Costui fece in modo, il giorno del funerale, di assentarsi da Stoccolma, e Axel Fersen, in qualità di maresciallo del regno, dovette supplire alla mancanza del Re.

Il giorno 10 giugno 1810 il 54enne conte Hans Axel von Fersen, come sempre estremamente ligio al dovere, non si era curato delle raccomandazioni dei famigliari, che lo pregavano di rinunciare a causa di un’indisposizione, e seguiva in carrozza il corteo funebre.

Fra i molti curiosi accorsi per assistere all’evento, c’era il nobile Albrekt Fredrik Richard De la Chapelle (1785-1859), nato e residente in Finlandia e cancelliere della Riddarhuset (Casa della Nobiltà) di tale paese, che all’epoca dei fatti era da poco divenuto dominio russo. Il nobiluomo assistette all’uccisione dal posto che occupava in una locanda nel centro di Stoccolma. Nel 1852, pochi anni prima della sua morte, il nobiluomo scrisse un memoriale non destinato alla pubblicazione, intitolato “Underättelser för mina barn” (Informazioni per i miei figli), che fu conservato fra i documenti privati della famiglia e digitalizzato in seguito per essere depositato presso l’Archivio di Stato Finlandese (http://digi.narc.fi/digi/view.ka?kuid=1326353).

Il testo è stato diffuso per la prima volta il 1 maggio 2018 da Vetenskapsradion Historia, e il giorno 8 maggio è stato letto durante una serata culturale alla Riddarhuset di Stoccolma, sul cui sito è stato pubblicato (https://www.riddarhuset.se/blog/2018/04/16/albrecht-de-la-chapelle-ogonvittne-till-fersenska-mordet/). Il testo originale riguardante l’uccisione di Axel Fersen è riportato qui di seguito, in traduzione italiana.

Albrecht de la Chapelle – testimone oculare dell’assassinio di Fersen

L’uccisione del conte Hans Axel von Fersen 20 giugno 1810

… frattanto il corpo del Principe era stato portato via dalla parte a Sud della città, e a mezzogiorno del 20 giugno avrebbe dovuto essere traslato, con una processione solenne, da Liljeholmen al Castello Reale di Stoccolma.

In parte per assistere alla processione, in parte per pranzare, mi ero recato in un quartiere con locali di ristorazione che veniva chiamato Lycktan, accanto a Riddarhustorget, da dove sarebbe passato il corteo funebre. Quando questo finalmente arrivò, in ritardo, si notò che i finestrini della carrozza di Stato di Fersen, che conduceva il corteo subito davanti al carro funebre, erano stati rotti e dentro non c’era nessuno. Subito dopo si udirono alte grida di hurrà provenire da Stora Nygata da dove la processione procedeva, e presto si diffuse la notizia che Fersen dalle parti di Södermalm Torg era stato preso a sassate da un gruppo di manifestanti, e le violenze erano continuate via via che il corteo procedeva. In Nygata egli era scappato fuori dalla carrozza, protetta da spessi vetri da entrambi i lati, ma non era riuscito a difendersi dalla violenta sassaiola, ed aveva cercato rifugio al piano superiore di una casa privata. Ma i rivoltosi l’avevano raggiunto anche lì, e lo avevano malmenato con pugni e colpi, avevano anche rotto le sue decorazioni e gettati i pezzi dalle finestre al popolo là sotto, che rispondeva ad ogni lancio con grida di Hurrà.

[Fino a questo punto del racconto, Albrecht de la Chapelle non ha visto con i suoi occhi gli avvenimenti. Si limita a riportare ciò che ha sentito dire e che in seguito ha letto sull’assassinio. La parte che segue invece si differenzia per essere una sua esperienza diretta]

Quando Fersen, poco dopo entrò, da Stora Nygatan in Riddarhus Torget, dalla mia posizione nella locanda potei vedere cosa stava succedendo. Fersen era seguito da Silversparre, che era a cavallo, e aveva una persona da entrambi i lati, che lo dovevano proteggere, e che lo aiutavano ad affrettarsi per sfuggire alla folla inferocita. Questa gli stava alle calcagna e sembrava formata da persone meglio vestite della gente comune che si affollava ai margini.

Bastoni ed ombrelli colpivano incessantemente la sua capigliatura grigia, ormai coperta di sangue, e le bastonate si abbattevano ad ogni istante anche sul capo e sulle spalle. Sul cuoio capelluto si vedeva una larga ferita, tuttavia egli si manteneva dritto, e sembrava parlare con il generale aggiunto che cavalcava al suo fianco. Quando Fersen arrivò in mezzo a Riddarholmtorget [dev’essere un errore per Riddarhustorget] si pensò che fosse tempo di proteggerlo da successive violenze, mentre ancora c’erano in zona alcuni soldati della Svea Lifgarde che passavano in parata accanto alla processione; ma una volta che i soldati del ebbero innestate le baionette contro la massa del popolo, non fu loro possibile continuare a fare di più per salvare Fersen. Il tumulto fu, sì, sedato per un secondo, ma un po’ per volta quelli si intrufolarono in mezzo ai soldati e circondarono la truppa, anche dall’altra parte della linea che proteggeva Fersen, che a quel punto non fu più protetto dai militari. Alla fine Fersen arrivò alla Rådhus (Palazzo di Giustizia) e si trovò al riparo in una delle stanze dove ebbe un attimo di respiro, ma venne di nuovo lasciato senza alcuna difesa, nemmeno quella del personale di guardia che era lì di posta. Quelli che lo volevano massacrare lo raggiunsero di nuovo, gli strapparono di dosso quel che restava dei suoi vestiti, lo trascinarono quasi nudo nel cortile della Rådhus, dove cadde a terra, ormai privo di forze. I suoi torturatori lo picchiarono ancora, e saltarono sul suo corpo, calpestandolo, finché alla fine vilipesero anche il suo cadavere. Non mi fu possibile vedere con i miei occhi, dalla finestra dietro alla quale avevo assistito all’evento, questi ultimi atti brutali dell’assassinio, però dopo che l’omicidio era stato consumato, notai che un manipolo di popolani aveva raggiunto il generale aggiunto, che sempre a cavallo presidiava l’ingresso alla Rådhus: e gli consegnarono l’orologio di Fersen, la sua agenda tascabile, gli anelli con il sigillo, e altre cose di valore che egli aveva con sé. Il generale aggiunto prese quei trofei con manifestazioni di grande dolore e disperazione per quanto era accaduto, mentre gli aggressori continuarono a mostrare la loro impudenza, applaudendo il generale aggiunto, accarezzandone il cavallo, come se volessero ringraziarlo per non aver impedito il massacro.

Benché tutto ciò si fosse svolto in pieno giorno e in mezzo a una gran folla, i veri massacratori e gli assassini non furono mai riconosciuti ed arrestati. Taluni furono convocati ed interrogati, come un grossista, tale Lexow, l’attore Lambert, e altri due nati in Finlandia, il commerciante Granberg di Åbo, Tandefeldt di Syssmä, ed altri. Ma su nessuno furono poste gravi imputazioni, tranne che su Tandefelt, un uomo di pessima fama, che tutti dicevano esser stato il primo a saltare a piè pari sul torace di Fersen, affrettandone la morte, ma anche questo non fu riconosciuto in termini di legge [L’autopsia parla di fratture costali prodotte dopo la morte, nessuna lesione mortale sarebbe stata causata quando la vittima era ancora in vita.]. Quel tale Tandefeldt fu tenuto in una cella della fortezza di Carlsten per qualche tempo, poi espulso dalla Svezia.

Tuttavia i disordini non erano terminati, benché l’atto più atroce fosse stato compiuto. Dopo che il cadavere di Fersen fu sottratto agli oltraggi della plebaglia, questa continuò ad agitarsi, minacciò di invadere le case di Fabian Fersen e della contessa Piper; e persino quelle del conte Uggla e di molti altri personaggi che non erano direttamente coinvolti. Giunsero i generali Adlercreutz e Vegesack, e altre persone di alto rango, che cercarono di tranquillizzare gli animi e obbligare i più forsennati ad allontanarsi, ma il loro intervento sembrò non ottenere altro se non maggiore arroganza e pretese. In tal modo capii in fretta che non si poteva aver ragione con parole sagge e con generosità di un popolo eccitato, che addirittura si sentiva il vincitore di una battaglia. Tanto è vero che, durante i tentativi che furono fatti per sedare la rivolta con le buone, avvenne che il generale Adlercreutz, che in passato aveva salvato l’intera nazione e che tutta la Nazione stimava, in questa occasione si prese anche lui le sue brave bastonate, e andò vicino ad essere malmenato anche peggio. Allora, quando, fu chiaro che non c’era altra via d’uscita si ordinò ai soldati, che nel frattempo erano stati provvisti di munizioni, di aprire il fuoco sulla folla, così che ci furono alcuni morti e parecchi feriti. Prima che ciò avvenisse, e quando mi resi conto che il tumulto non si sarebbe acquietato tanto presto, avevo preso la via verso l’abitazione in cui vivevo, nella zona Nord, nei pressi di Fredsgatan. Da lì si sentivano gli spari e la confusione che ancora regnava nella città e in Slottbrinken, dove era avvenuta quella brutta storia. Dopo che la rivolta fu sedata laggiù, ecco che un gruppo di scellerati, giunti nelle vicinanze di casa mia, dalla parte di Drottningatan, cominciarono a spaccare le finestre della casa del conte Uggla, e Dio sa cosa non avrebbero fatto in seguito, se non fosse giunto un corpo di dragoni e non avesse cominciato a colpire gli esaltati più violenti, che in parte furono feriti, cosicché la sedizione popolare fu sedata anche in quel luogo.

Verso sera uscii di nuovo per vedere cos’era avvenuto. Piazza Gustav Adolf e Norrmalms Torg erano ancora piene di facinorosi. Nei pressi di Ponte Nuovo (Nya bron) fui testimone di un vero comizio demagogico, del quale io risi con indulgenza, anche se ancora non si capiva dove tutto ciò sarebbe andato a finire. – Accanto ad una delle pietre d’angolo verso la sede stradale si era piazzato un tizio che sembrava appena uscito da una fucina di fabbro, tutto nero e con un indumento di pelle accanto a sé. Questo eroe della libertà arringava con foga la folla che lo attorniava, gesticolava con entrambe le braccia, e spesso colpiva con un pugno il suo indumento di pelle. Pensai di essere al cospetto di una miniatura di ciò che era accaduto in grande stile in Francia, durante la Rivoluzione; ma dopo qualche minuto, ormai di nuovo calmo e in grado di considerare la cosa con giudizio, vidi il generale Adlercreutz che arrivava con una truppa di dragoni per disperdere i rivoltosi, perciò al mio domicilio. In quell’istante cominciò a cadere una pioggia copiosa, che continuò per diversi giorni, e che probabilmente fu l’evento che più di ogni altro fu in grado di raffreddare gli animi: la sera stessa infatti cessarono i disordini e non vennero più rinfocolati. Invece la Piazza e le vie più larghe furono invase da cannoni con le micce accese. Il re e la regina, che durante l’inizio dei tumulti erano nel castello di vacanza di Haga, rientrarono in città poco dopo che si era cominciato a sparare sulla folla. La contessa Piper seppe con grande coraggio sfuggire alla furia popolare. Si fece portare da un piccolo naviglio da Sheppsjolmen, a Stoccolma, alla fortezza di Waxholm, dove fortunatamente riuscì ad arrivare incolume, e lì si affidò alla protezione del Comandante.

Dopo che l’ordine fu ricostituito in città, tutti coloro che erano stati sospettati di aver avvelenato il Principe furono sottoposti a un’indagine severa, ma non emerse nulla a loro carico. Perciò il medico del Principe, tale Rossi, che aveva condotto con imperizia l’autopsia, fu espulso dal regno. Nonostante fosse stato promesso un compenso a chi avesse potuto portare le prove di un avvelenamento, semmai fosse esistito, non emerse mai nulla del genere. Ed è ancor più certo ora che le calunnie fossero infondate; infatti non si poté mai trovare che in quel tempo ci fosse in Svezia un potere Cabalistico (Massonico) o un partito politico che potesse aspettarsi qualsiasi vantaggio dalla morte del Principe. Il quale, oltretutto, non aveva nemici personali. E in tali condizioni è onestamente impossibile credere che qualcuno abbia voluto assassinare un Principe amato da tutti.

Il cadavere del Principe rimase per qualche tempo esposto al Castello, per permetterne le visite di prammatica a quanti gli erano amici, dopo di che si procedette alla sepoltura con rito solenne nella chiesa di Riddarholmen, senza che ci fossero altri disordini. Naturalmente erano state prese grandi precauzioni, così che nessuno potesse accedere alla chiesa o alle piazze e alle strade della processione funebre, ad eccezione di quelli che avevano i biglietti d’invito. Io me ne ero procurato uno e potei partecipare a tutta la cerimonia che fu veramente bella. La Chiesa era completamente addobbata di nero: sull’altare si vedeva Svea, rappresentata da un volto femminile che piangeva sopra un’urna. Il Vescovo Rosenstein lesse dal pulpito l’elogio della persona del Principe, e le orchestre dell’Opera con i Coristi diedero inizio e fine alla cerimonia con una musica molto commovente. L’attenzione di tutti era ormai diretta verso la scelta di un altro Successore al Trono, per la qual cosa i Membri Permanenti del Governo furono convocati a Örebro alla fine del mese di luglio. Durante tale Parlamento, dopo diversi tentativi di voto, venne scelto senza voti contrari come Principe della Corona Svedese l’attuale Re Carl XIV, che prima era noto come condottiero Francese sotto il nome di Bernadotte e Principe di Pontecorvo.

Dalla testimonianza diretta di quell’atroce tumulto, imparai che ci sono persone meno fortunate di me, io stesso sarei stato esposto ad evidenti pericoli se non avessi avuto la fortuna di potermene andar via. Poco a poco riuscii ad accettare meglio il mio destino, e a desiderare di continuare a vivere, almeno per poter essere di utilità ad altri [La Finlandia era da poco diventata parte della Russia, dopo una guerra rovinosa per gli Svedesi, 1809-1810. Chi scrive faceva parte della comunità finno-svedese, in genere ai vertici dello Stato].

Un re minorenne e i suoi tutori

Gustav IV Adolf, Carl XIII e il consigliere Gustav Adolf Reuterholms

L’assassinio di Gustav III scosse profondamente la vitalità dello stato svedese. Dopo un lungo peregrinare fra le corti europee, della Germania, dell’Austria-Ungheria, dei Paesi Bassi, e con un quasi stabile punto di osservazione a Bruxelles, sempre al centro di un lavorio diplomatico e nel bel mezzo delle guerre seguite alla rivoluzione francese a al sorgere dell’astro napoleonico, il conte Hans Axel von Fersen ritornò in Svezia, nell’ottobre 1794. Suo padre era morto pochi mesi prima, in aprile, il conte Fersen è informato ed amareggiato della sorte politica del suo paese, che si aggiunge al suo lutto personale. Nel suo diario racconta il suo rientro in famiglia e poi a Corte.

25 ottobre 1794, giovedì. Tempo grigio, freddo. Sono partito da Mjölby e sono arrivato a Löfstad [una delle residenze della famiglia Fersen] alle 12.30. Ero molto felice di rivedere i luoghi della mia infanzia e di incontrare mia madre, mia sorella e Taube, mi accolsero tutti e tre con le lacrime agli occhi. Mia madre mi è apparsa invecchiata, ha i capelli completamente bianchi, mia sorella è un po’ ingrassata, ma è ancora bella, Taube non è cambiato, e la figlia di Hedda [la sorella maggiore, morta a Pisa probabilmente di tubercolosi due anni prima] si è fatta grande, ha una pelle luminosa e stupenda. …omissis… A casa, mi sentivo felice e a mio agio, eppure non ho smesso neppure per un attimo di sentire la mancanza di non avere con me Eleonora [un’amante che aveva rivestito un ruolo importante nella vita del Conte fin dal 1790, e che agli aveva pensato di sposare]. Il carattere di mia madre è completamente cambiato: ora era premurosa ed affabile con tutti, molto diffidente e cauta invece nei confronti della Corte. Mi esortò, insistendo molto, di procurarmi anch’io una posizione a Corte, un atteggiamento che sarebbe stato impensabile in lei in passato. Si lamentò molto di mio fratello, dello scarso riguardo ed attenzione che ebbe nei confronti del mio defunto padre, che ha molto trascurato. L’ambito della Corte, dove è molto ben inserito e benvoluto (Fabian Fersen era amante della giovane moglie del reggente Carl, fratello del defunto re Gustav III) è diventata la sua sola cura, e non ha pensieri per nient’altro. Ho cercato di difendere mio fratello dicendo che era colpa della giovane età che lo rendeva irresponsabile, inoltre era anche possibile che fosse obbligato a non allontanarsi dal reggimento che doveva amministrare, ma mia madre non volle sentire storie. Asserì che da parte sua non gli aveva mai detto nulla a tale proposito, e nemmeno aveva intenzione di affrontare l’argomento in futuro, ma era comunque per lei una grave pena, e il comportamento di mio fratello era stato fonte di preoccupazione anche per mio padre, che, così sostenne, sarebbe morto più tranquillo se solo avesse potuto rivedermi. Mi parlava con il cuore in mano, e piangeva copiosamente.

…omissis…

Drottingholmen

30 ottobre 1794, giovedì. Tempo bello. Sono partito alle 9 con mio fratello e siamo arrivati a Drottningholm [una residenza reale] alle 9 e mezza, andammo direttamente dal reggente. Attese fino alle 10 prima di farsi vedere. Mi accolse con estrema freddezza e non mi rivolse una sola parola in tutta la serata. Era presente anche Nolcken [ministro svedese], che invece fu molto amichevole con me. Il giovane re [Gustav Adolf], che incontrai all’ora di colazione, sempre alle 11, fu gentile con me, cosa abbastanza singolare, tenuto conto di tutto ciò che mi è stato detto sulla sua freddezza e riservatezza. Per ben tre volte, ribadì che era davvero felice di vedermi, poi però non mi rivolse più la parola per tutto il tempo della visita. La principessa e il principe Fredrik [i fratelli più giovani di Gustav III e del reggente Carl] furono molto cordiali con me. “La petite” si comportò molto correttamente, si dimostrava interessata, mi venne incontro gioiosa, tuttavia non ci sarà mai più nulla fra di noi [qui il conte si riferisce a Hedvig Elisabeth Charlotta, moglie del principe Carl e al momento dell’incontro amante ufficiale di Fabian Fersen. C’era stata anche una relazione di breve durata con Axel]. Tutti i miei principali conoscenti mi accolsero estremamente bene, e soprattutto mi dimostrarono un riguardo che mi lusingò molto, e che del resto è tutto ciò che desidero da parte loro. Tutti apprezzarono la mia divisa da ussaro, che oltretutto ha un taglio migliore di quelle che si confezionano qui [Axel Fersen era stato lieto di essere stato invitato alla visita ufficiale a Corte con indosso la sua divisa, segno che il suo grado militare gli veniva confermato]. Pranzai e cenai a Drottningholm, ma mi tenni per tutto il tempo a distanza dai reali, trascorsi invece la serata in compagnia di alcune dame, Hedvig Ekeblad, la signora Brahe e la signorina Strokirch. Eravamo in quello stesso salone dove tanto spesso avevo osservato il defunto re, impegnato a scrivere o a disegnare. Il ricordo mi fu penoso. Non c’era più nulla di quanto c’era stato, tutto mi appariva diverso: i volti, il modo di comportarsi; non avrei potuto sentirmi più estraneo di così se mi fossi trovato a Madrid.

Di fatto, l’impressione di estraneità provata dal conte Axel Fersen rifletteva un profondo mutamento della società e della Corte di Svezia rispetto all’epoca di re Gustav III. Si trattava ora di un paese economicamente sull’orlo della bancarotta, politicamente isolato e nelle mani di un reggente incapace, anziano e da sempre invidioso della dignità regale che il destino aveva riservato al brillante fratello Gustav. Il potere era nelle mani del consigliere Reuterholm, uomo privo di scrupoli, che aveva imbrigliato il paese in una rete di intrighi e calunnie. Armfeldt, il nobile finno-svedese che Gustav III in punto di morte aveva designato come tutore per il figlio minorenne, era stato allontanato come ministro a Napoli, poi accusato di cospirazione, accusa in cui era stato trascinato, con altri, anche Axel Fersen, per aver tenuto una corrispondenza con Armfeldt, in realtà perché si intendeva sbarazzarsi di tutti i fedeli al re defunto.

Il giovane re, appena divenuto maggiorenne e incoronato, si era liberato di coloro che gli avevano avvelenato gli anni del lutto paterno e dell’adolescenza, cercando in tutti i modi di farlo decadere dal diritto di successione. Reuterholm fu espulso dalla Svezia e lo zio ex reggente allontanato dalle decisioni di stato. Alcuni dei fedeli servitori del defunto padre, fra i quali anche Axel Fersen, furono invece richiamati in servizio, anche con incarichi prestigiosi. Ma il tempo dei “Gustaviani” era definitivamente concluso: la Svezia dovette impegnarsi su più fronti per difendersi dalle aggressioni napoleoniche, danesi e norvegesi. Il colpo finale fu quello inferto dalla Russia, che nel 1808 aggredì il territorio finlandese, conquistandolo nel 1809 e determinandone il definitivo distacco dalla Svezia. Fu una guerra disastrosa e umiliante. Al termine della quale un colpo di stato militare detronizzò e costrinse all’esilio Gustav IV Adolf. Il figlio del re che aveva restaurato con un colpo di stato militare il potere monarchico assoluto, quasi trent’anni più tardi era deposto da un colpo di stato capeggiato da militari.

Il nuovo reggente, Carl XIII, finalmente seduto sul trono, era un uomo anziano e senza eredi, in Svezia la successione per il figlio maggiore del re esiliato era preclusa dal volere dei più. La chiamata al trono di un principe danese, Kristian August, divenuto Karl August dopo la necessaria adozione, si rivelò fatale per il Conte Axel Fersen che, pur fedele alla dinastia uscente, non si era mai implicato in quegli intrighi. Egli era nel frattempo divenuto gran maresciallo del regno, cioè capo della nobiltà: carica secondaria solo a quella del re, e alla quale egli si dedicava con lo zelo implicito nel suo carattere, ma senza entusiasmo.

Il trentennio d’oro della Letteratura russa

La letteratura russa è proceduta a scatti, nulla o quasi fino ai primi dell’800, poi emerge prepotentemente.

Qualche timida apertura all’Occidente c’era stata con Pietro il Grande e con Caterina II che, mezzo secolo dopo, aveva ospitato a San Pietroburgo Diderot e Voltaire, ma di letteratura russa si comincerà a parlare solo con Puškin (1799-1837) che, ancora ragazzo, scrisse i suoi primi versi osservando, dalla finestra del suo liceo di Carskoe Selo, l’esercito zarista in marcia per fermare le armate di Napoleone.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell’Ermitage

Alessandro I fu il primo Zar ad affacciarsi con autorità sulla scena politica europea e contemporaneamente apparvero tre meteore letterarie, la loro vita fu brevissima ma folgorante: Puškin, Lermontov e Gogol’. Dal 1850 al 1880, durante il così detto trentennio d’oro”, quasi contemporaneamente debuttarono Dostoevskij con Povera Gente (1846), Turgenev coi racconti Memorie di un cacciatore (1847), Ivan Gončarov con Oblómov e Lev Tolstoj con Infanzia (1852). Si continua con Padri e figli (1860) di Turgenev che aprì la strada ai grandi romanzi epici come Guerra e Pace e Delitto e castigo usciti quasi in contemporanea, come I Demoni e Anna Karenina. Il trentennio d’oro si chiuse con I Fratelli Karamazov l’ultimo monumentale romanzo di Dostoevskij, edito nel 1879, due anni prima della sua morte.

Fëdor Dostoevskij – 1872 Vasilij Perov (Galleria Tret’jakov, Mosca)

Dostoevskij terminò un’epoca, politicamente segnata dall’assassinio, nel marzo 1881, di Alessandro II che portò con sé il definitivo fallimento delle riforme sociali e l’inizio dello sfascio dell’autocrazia zarista che riuscirà a reggere, malamente, per circa quarant’anni.

Il “trentennio” è stato sicuramente un periodo grandioso, nel quale si levarono possenti voci a denunciare una situazione politica, sociale e morale disastrosa. La crisi si palesò in tutta la sua gravità dopo la disastrosa sconfitta militare nella guerra di Crimea (1853-1856) che esasperò le endemiche debolezze di un sistema arretrato e ottuso che, rifiutando caparbiamente ogni cambiamento, teneva il Paese in uno stato di arretratezza di secoli rispetto alle altre potenze europee. Furono gli artisti e gli scrittori a divenire testimoni del malessere sociale stigmatizzando nelle loro opere le cruciali questioni politiche: l’abolizione del servaggio della gleba, la riforma agraria ed economica e la fine dell’asfissiante regime poliziesco che soffocava ogni anelito popolare.

Non era facile affrontare quelle questioni, la censura zarista non lasciava spazio e il rischio era di essere condannati al silenzio, ma le loro storie affrontavano continuamente le Prokljatye voprosy, le questioni maledette del tempo e l’inquietudine di un popolo costretto ad una visione di futuro privo di spiragli. Soprattutto Tolstoj e Dostoevskij scavavano in profondità nelle ragioni del disagio morale e politico, della loro epoca indagando, quasi ossessivamente sulla questione etica della responsabilità di fronte a fatti e scelte. Qui sta la grande caratteristica e attualità del romanzo russo ottocentesco nel quale i protagonisti, si chiedono continuamente “che fare?” in quanto sono posti davanti a scelte definitive, quindi impossibili da eludere se non rinunciando alla loro dignità di uomini. Seguì un ventennio di apparente pacatezza in cui le questioni poste, parvero più intime e meno urgenti, e sulla scena letteraria comparve Anton Čechov a raccontare la vita com’è, coi suoi squallori, le sue delusioni, senza però mai calarsi negli angosciosi meandri dell’animo umano:

Prendi qualche cosa dalla vita reale d’ogni giorno, senza trama e senza finale….A me pare non tocchi al letterato risolvere problemi come quello di Dio, del pessimismo, del futuro……L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi ma loro testimone …..Chi scrive dovrebbe riconoscere che a questo mondo non si capisce nulla, come a suo tempo lo riconobbero Socrate e Voltaire.

Se il mondo di Tolstoj era quello di ieri, quello di Čechov divenne quello del giorno dopo, è il mondo borghese ad essere descritto, privo di riferimenti aristocratici ma povero anche di metafisica e alti sentimenti. La borghesia descritta da Čechov è tutta presa ad accumulare beni e ricchezze, ricavandone solo grettezza, avidità e risentimenti, tutto il resto è silenzio o segreto personale da seppellire al più presto. Nessuna intesa intellettuale tra Čechov e Tolstoj. Troppo diversi. Tolstoj nutre una speranza nella riscossa morale umana, Čechov col suo pessimismo vede unicamente una società che va alla deriva, schiacciata da un materialismo che impedisce ogni speranza di resurrezione.

Fotografia di Anton Čechov all'età di 29 anni
Fotografia di Anton Čechov all’età di 29 anni

I personaggi di Čechov sono dei perdenti che perdono perché non osano. Nei suoi racconti e nelle sue commedie, ma soprattutto ne Il gabbiano, Il giardino dei ciliegi, Zio Vanja, Ivanov emergono aspirazioni, lasciano intravvedere la possibilità di un mondo migliore, ma poi vengono soffocate da rinunce forzate o volontarie. La debolezza dei personaggi di Čechov è la debolezza dell’uomo di fronte a scelte capitali:

meglio dormire e non pensare che pensare e non dormire.

La sua visione del destino umano porta con sé una rassegnazione dolorosa e inevitabile: l’uomo è poca cosa, crede di essere immenso, può individuare il molto, ma è prigioniero del sistema in cui è costretto a vivere. L’uomo vive di ciò che ha, non di ciò che è.

Dopo Čechov si aprirono anni tumultuosi segnati dal trionfo del simbolismo tipico della prima decade del ‘900 ove su tutti risuonò la voce di Aleksandr Blok, poi a ridosso della Prima Guerra Mondiale irruppe il futurismo, fragoroso ed irriverente di Majakovskij e Chlebnikov destinato a dominare gli ultimi scampoli dello zarismo agonizzante. Sarà poi la rivoluzione a scardinare tutto, mettendo in crisi valori e sistemi pregressi e aprendo ipotesi, rivelatesi fallaci, di nuovi orizzonti.

Sarà Majakovskij a raccontare il cataclisma nel suo Mistero Buffo (1918) poi Bulgakov con Guardia Bianca (1925) e Isaac Babel’ con Armata a cavallo (1926) e non sarà solo letteratura ma anche musica con Prokof’ev e Šostakóvič e la visionaria pittura di Chagall e Kandinskij. Ma oramai un’altra forza politica autocratica si era insediata al potere ed anch’essa, iniziò a guardare con sospetto e palese irritazione alle geniali e incontenibili avanguardie. Saranno di nuovo divieti, censure, ed emarginazioni. Un’altra storia russa.

Un ballo in maschera

Venerdì 16, un quarto d’ora prima di mezzanotte, quando il re fece il suo ingresso al Ballo in Maschera presso l’Opera, fu colpito a tradimento nella schiena da due proiettili da pistola senza che nessuno si rendesse conto da che parte provenivano. Egli poi salì nelle sue stanze al piano superiore, e in seguito fu riportato a casa, nel palazzo reale, non senza dimostrazione di grande coraggio.

Il 17 è stato arrestato il regicida, cioè il capitano dimissionario Jacob Johann Ankarström. Ha confessato di aver per lungo tempo nutrito un odio personale nei confronti del re, e di aver deciso di vendicare il rancore cresciuto in seguito a una grande quantità di offese. Si era liberato delle pistole gettandole a terra, cosa che si riseppe dopo l’interrogatorio. In seguito furono arrestati molti che avevano preso parte a quel crimine efferato. Per esempio i conti Fredrik Ribbing, Claes Horn, Ehrensvärd, consigliere di Engenström, il generale Peclin e molti altri. Un certo barone Thure Bjelke si uccise quando vide il cadavere del regicida trasportato su un carro e condotto alla sepoltura a Galgbacken [il luogo delle esecuzioni e delle pene corporali, vi venivano sepolti i condannati a morte], con lui si estinse l’antico casato dei Bjelke. Un altro, di nome Örner, si impiccò mentre era agli arresti. Un altro complice era il barone Lilijehron, che pure era stato uno dei principali favoriti del Re.

All’inizio si pensò che si potesse sperare che il re potesse salvarsi. Al Castello Ogni giorno a mezzodì il vescovo Vallqvist, che ora è predicatore, faceva recitare preghiere pubbliche al Castello. Il Re Gustav III morì un giovedì, alle 10.55 del mattino, per le conseguenze della ferita riportata dallo sparo. Aveva 46 anni e due mesi. Durante tutto il periodo della sua agonia conservò il buon umore e si sottopose con grande pazienza a molti e difficili interventi chirurgici e revisioni della ferita, finché non morì in silenzio e del tutto tranquillo. All’ultimo minuto nominò il suo favorito, il barone Armfeldt, come reggente, ma questa sua ultima disposizione fu poi disattesa e Armfeldt dovette recarsi a Napoli con l’incarico di Ambasciatore. Durante il periodo di malattia aveva anche raccomandato al duca Carlo di trattare con tutta l’umanità possibile coloro che avevano congiurato per la sua morte.

Alle 12 si recitarono preghiere funebri in tutte le chiese, annunciate dal suono delle campane.

Nel pomeriggio fu proclamato re il Principe Ereditario Gustav Adolf, di 13 anni e 5 mesi. Il principe Carlo diventerà il suo tutore e sarà reggente durante la minore età del re.

Pasqua cade in aprile. Il questo giorno il corpo del re è stato imbalsamato, ma non completamente, e non com’era uso con i suoi predecessori, perché egli stesso aveva proibito questa pratica. Seguirono alcuni giorni di lutto nazionale, che si celebrarono con rito comune, alle 9 di sera nella chiesa di Riddarholmen. Ormai faceva chiaro, ma il tempo freddo e molto ventoso durò per diversi giorni. Ora di notte i borghesi organizzano pattuglie nelle strade.

Ankarström fu esposto al palo un’ora ogni giorno, in diverse piazze cittadine e ogni volta ricevette 5 paia di frustate.

Eravamo a -6°C e nevicava.

Ankarström fu decapitato, smembrato ed esposto sulla ruota a Galgbacken. Era un bell’uomo di 28 anni, ma aveva sempre avuto la nomea di essere oltremodo sgarbato e di temperamento indomito. Ha lasciato una vedova e quattro figli ai quali, come a suo fratello, fu cambiato il nome il Lövenström [nome formato in parte dal nome materno, in parte da quello paterno, che essendo nobile era stato deregistrato].

Dopo qualche tempo, il corpo di Ankarström fu calato giù dalla ruota e occultato, ma fu ritrovato non molto lontano, nella chiesa di Bränna. Era avvolto in un sacco abbandonato sotto un ponte, venne di nuovo esposto. …omissis… La vedova di Ankarström si sposò con un tale Runneberg che era stato il suo amante quando il marito era ancora vivo, dopo di che si trasferì nel Gotland. Prima di sposarsi era stata la nobildonna Löven, e si crede che il suo comportamento scandaloso abbia influito molto sull’esito disperato del marito. I due figli di Ankarström se ne andarono via da regno, e raggiunsero un’età avanzata. Uno di loro ritornò poi in Svezia, dove visse come proprietario terriero. Delle due figlie, una si sposò con un grossista di Visby, tale Fårheus, l’altra con un prete del Gotland.

Lunedì 14 maggio il re fu sepolto nella chiesa di Riddarholmen. La cerimonia iniziò alle 5 del pomeriggio e si protrasse fino alle 9. L’arcivescovo von Troll tenne la predica funebre. Il tempo era bello, ma freddo. La preghiera funebre si tenne anche in tutte le altre chiese. Noi assistemmo alla processione per la sepoltura dalla casa del dottor Flodin, sul Kyrckobrinken. Negli otto giorni seguenti, ogni pomeriggio, si suonavano i canti del dolore mariano. Fino alla fine di maggio il tempo fu secco e ventoso.

Fonte: Christina Juliana Wargentin. Dagbok 1771-1825. Stockholm Stadsmuseums Arkiv. Full text: (trascrizione del testo originale). https://stockholmskallan.stockholm .se/post/10064

Così scrive la signorina Christina Juliana Wargentin, donna di estrazione borghese, nella sua cronaca di Stoccolma, circa la notte del 16 marzo 1792, quando si celebrò il ballo in maschera più famoso della storia svedese e non solo. Le conseguenze dello sparo che rimbombò nella sala dell’Opera sono riportate con puntualità dalla signorina. Un ballo in maschera, una delle tante feste che avevano caratterizzato il regno di Gustav III, forse il più brillante dei regnanti svedesi, causò la tragica morte del re appena 46enne, e mise fine al suo tempo. Si sarebbero dovuti attendere circa trent’anni, nel 1820, prima che all’Opera di Stoccolma fosse di nuovo organizzato un ballo mascherato, evento che la signorina Wargentin annota come una grande novità.

Già prima del Settecento balli in maschera erano, presso le corti europee, una delle tante feste di Corte, ed avevano essi stessi varianti numerose: feste contadine, scene pastorali e mitologiche, tornei cavallereschi. Il regno di Gustav III diede una ventata d’aria fresca a questa tradizione. Il re amava fin da bambino i travestimenti e il gioco di ruoli del teatro. Il suo primo maestro, Carl Gustav Tessin, diceva che il bambino si lasciava trasportare dalla fantasia al punto che gli occorrevano a volte alcuni giorni per poter rientrare nella normalità quotidiana. E da adolescente spesso lo si vedeva gesticolare e parlare da solo: recitava ruoli di opere teatrali che scriveva da sé, e questo gli permetteva di estraniarsi da una realtà in verità troppo stressante per un giovane intelligente e precoce. Nel 1788 aveva ottenuto un pretesto per muovere guerra alla Russia facendo indossare false divise da cosacchi a soldati svedesi, che avevano poi attaccato un posto svedese di dogana. I Russi avevano dunque attaccato la Svezia! Il pretesto per una guerra “giusta” c’era. Solo a cose fatte si ritrovarono le divise dei “cosacchi”: portavano il marchio della sartoria che forniva di costumi l’Opera di Stoccolma. Come si dice: “Chi di spada ferisce…”

Ma torniamo a ballo in maschera. Al tempo di Gustav III ciascun partecipante si faceva confezionare il costume che preferiva. Il tipo più comune era il cosiddetto “domino”, un mantello nero con il cappuccio e una maschera bianca, ancora oggi frequente al Carnevale di Venezia: era poco costoso e sotto si poteva indossare ciò che si voleva. L’alternativa al costume era l’uniforme da cerimonia, azzurra con finiture bianche per gli uomini, nero o blu scuro con profili bianchi per le signore. Spesso il re o i suoi famigliari non andavano mascherati ai balli, o comunque si rendevano riconoscibili, a meno che non ci fosse da parte loro l’esplicita volontà di partecipare in incognito. Questo permetteva loro di discorrere con chicchessia, senza dover osservare la rigida etichetta che impediva agli appartenenti ai ranghi inferiori di intrattenersi con chi era ad essi superiori, e allo stesso tempo di udire ciò che si diceva di loro, e che mai si sarebbe detto in loro presenza. Quella sera, il 16 marzo 1791, il re indossava una calzamaglia grigio-azzurro chiaro e una giacca di uguale colore, coperte da un lungo mantello blu scuro; in capo un cappello a falda larga dello stesso colore. Il viso era celato da una maschera bianca che lo copriva interamente, ma l’identità del re era chiaramente rivelata dal distintivo dell’Ordine dei Serafini che portava sulla sinistra del petto. Lo sparo lo colpì al fianco sinistro, mancando il cuore per un improvviso movimento del sovrano. La pallottola colpì vicino al rene e all’intestino, molto profondamente, non fu possibile asportarla e Gustav III morì lentamente di sepsi, un’agonia durata quattordici giorni durante i quali fu sempre lucido.Perché fu ucciso? Questo credo che non sia semplice da dire, non lo è mai nei crimini che coinvolgono personaggi pubblici. Gustav III, cha aveva voluto e saputo essere un monarca assoluto, si era trovato contrari proprio i nobili, fra i quali aveva cercato i suoi compagni di vita. Pochi anni prima dello sparo all’Opera una lega di nobili finlandesi si era aggregata ad Anjala, cercando di evitare la guerra contro la Russia dal re combinata. A ciò si aggiungevano malumori per le leggi sul monopolio di stato della produzione di grappa, le leggi suntuarie con le quali aveva cercato di sanare il bilancio di stato, le invidie dei cortigiani o i rancori di chi si era visto negare un privilegio. Soprattutto, però, re Gustav III, come Luigi XVI di Francia e, in un altro secolo, lo zar di Russia e l’imperatore d’Austria, non sopravvisse al suo tempo e alla società che egli stesso aveva costruito con visionario illuminismo.

Tolstoj #3: una tomba senza nome

Nel 1881 muore Alessio II, ucciso da una bomba di terrorist. Gli succede il figlio Alessio III che apre una nuova stagione di repressione, censure e di oscurantismo. Tolstoj ne prende subito le distanze, chiede al nuovo Zar clemenza per gli attentatori, ma non viene ascoltato, i colpevoli vengono giustiziati.

Inizia la lunga stagione di battaglie per l’abolizione della pena di morte, primo passo della sua teoria della resistenza al male con la non violenza. Sfida continuamente il Governo, gli mette sotto gli occhi la disastrosa situazione sociale, inizia a predicare l’obiezione di coscienza e il rifiuto della leva, contesta la politica religiosa che perseguita chi è ostile alla religione ufficiale che fa tutt’uno col  potere politico.

Diventa davvero un personaggio molto scomodo, ma è troppo famoso per metterlo semplicemente a tacere e la polizia politica lo controlla, tenta di fargli il vuoto intorno arrestando i suoi collaboratori e proibendo la diffusione delle sue opere.

Durante la terribile carestia del 1891, denuncia l’inefficienza dei piani governativi ed organizza una campagna di raccolta fondi per acquistare cibo che distribuisce personalmente alla popolazione stremata: uno schiaffo all’inetta burocrazia zarista che avrà un eco in tutto il mondo.

L’ultima sua battaglia è contro la Chiesa Ortodossa, corrotta e collusa col governo zarista. L’accusa apertamente di avere smarrito la radice cristiana della Fede, si immerge nello studio delle scritture, scrive l’esegesi del Vangelo, chiede e si chiede come fare a riallinearsi all’insegnamento del Cristo che è stato corrotto da secoli di compromessi e di conformismo coi potenti della terra. Un percorso che racconta né “La Confessione” edita in Russia nel 1882 e subito sequestrata perché ritenuta blasfema, sarà poi ripubblicata nel 1884 a Ginevra. Un cammino il suo dalla perdita della Fede sino alla scoperta della vera parola evangelica, semplice e potente, grandiosamente scevra dei troppi dogmi accumulatisi nei secoli.

La Fede è armonia con il creato, moralità profonda e rispetto delle leggi di natura: ognuno la deve cercare e trovare da sé e in sé. Così hanno fatto i suoi personaggi da Pierre Bezuchov in Guerra e Pace a Levin in Anna Karenina fino a Nechljudov de La Resurrezione edita nel 1889. Ma è un cammino faticoso e lungo, occorre scrollarsi di dosso secoli di facili formule, di passiva accondiscendenza e di genuflessioni imposte, solo così si potrà arrivare alla vera essenza di Cristo. È troppo, la Chiesa Ortodossa non può tollerare l’aperta sfida e così dapprima censura poi, nel 1901, scomunica. È una decisione che sconcerta il mondo dei credenti e così quando nove anni dopo, nel 1910, Lev Tolstoj agonizza a causa della polmonite, cerca di ricucire il rapporto e manda i suoi emissari per somministrare l’estremo Sacramento a rimedio della condanna di un decennio prima. Vengono respinti, e Lev muore, avendo solo l’intima sicurezza della sua fede in un Dio misericordioso che non conosce né scomuniche né dogmi.

La sua tomba sarà a Jasnaja Poljana in terra sconsacrata, un tumulo coperto d’erba e senza croce. La terra è più giusta di qualsiasi confessione.

20 Giugno 1791 – La fuga del re di Francia – Testimoni oculari a Parigi.

Da un rapporto scritto da un collaboratore di Fersen (tale Devaux, forse un militare)

Martedì 21 – La notizia della partenza del re dilagò in tuta la città fra le 8 e le 9, si suonarono le campane a stormo, ci furono spari di cannoni, furono suonate le trombe, si gridava: “Aux armes citoyens”! Corsi in Piazza del Conte, avevano catturato il signor d’Aumont, si gridava che lo si doveva appendere alla lanterna. Fu malmenato, e si dice che sia stato ferito gravemente, ne verrà fuori a fatica. Il signor de Lafayette si presentò con quella sua lunga faccia caprina: era bianco come questo foglio di carta. Poiché aveva assicurato che avrebbe risposto id persona per il re, gli fu subito chiesto cosa ne avesse fatto, e si gridò: “Anche lui alla lanterna!” la municipalità aveva fatto tanto   clamore con queste due storie, che fino alle 11 si dimenticò la cosa più importante: solo allora si spedirono corrieri in tutte le direzioni. Un tale divulgò la notizia che il re era stato preso a Meaux. Feci di tutto per dirigere l’attenzione su questa notizia, che sarebbe bastata a calmare la folla; altrimenti ci si poteva aspettare che esplodesse da un momento all’altro. Nel Palazzo Reale la calma era completa, lì per lo più erano entrati i monarchici, neppure il minimo accenno a una rivolta. Il ritornello era sempre lo stesso: nel nome del cielo, com’è potuto accadere tutto ciò? Tutti erano impegnati a calcolare a che distanza il re poteva trovarsi ora, ma poi si finiva sempre lì: nel nome del cielo, com’è potuto accadere tutto ciò? …omissis… 

Mercoledì 22 – Questa giornata è passata in un’alternanza di paura e speranza. …omissis… Alle 10 di sera un corriere ha comunicato che il re è stato arrestato a Stenay. Che nottata ci aspetta! Il popolo, che finora era rimasto tranquillo, si ritiene autorizzato al più incontrollabile fermento. Sono stato in piedi due giorni ed una notte. Cercherò di riposare qualche ora. È l’una del mattino, e la notizia non è ancora confermata.

[Le osservazioni dei giorni 23 e 24 giugno riportano l’insicurezza derivante da notizie contrastanti e dall’incertezza sul ritorno a Parigi della famiglia reale, dalla quale dipendeva o un governo temporaneo o una nuova reggenza o forma di governo stabile ed alternativa. Lo scrivente si dice incerto sul recapito della missiva, poiché da alcuni giorni a Parigi si aggirava un tale che, con le medesime generalità di Fersen, assicurava di essere stato l’artefice della fuga].

Sabato 25 – Il re dovrebbe arrivare questa sera. Si fanno solo progetti di insurrezione, ieri in tutti i teatri si recitava la tragedia Brutus, si inneggia a gran voce alla repubblica, si butta fumo negli occhi precisando che bisognerebbe riformare la monarchia, ma farla finita con il potere reale. La mia penna non può scrivere tutte le orrende offese che si dicono a proposito della persona del re e di quella della regina. La polizia arresta di continuo gente a Palais-Royal. La libertà regnante è una terribile tirannide.

Quasi tutta Parigi è fuori per incontrare il re. Quelli armati di picche e di falci mi rendono molto inquieto per la sua sorte. Ah, se lo avessimo ancora al sicuro alle Tuileries!

Alla fine, è arrivato, alle sette di sera. Era scortato da 30.000 soldati. Non avrei mai potuto sopportare di essere un testimone oculare, si dice comunque che nessuno è stato oltraggiato, tranne tre persone. Si racconta che, quando entrò alle Tuileries si fece un silenzio assoluto. Nessuno si tolse il cappello o imbracciò le armi. Almeno adesso la famiglia reale è di nuovo nel castello, il mio cuore può calmarsi un po’.

Il racconto di un giacobino: dalle lettere del libraio parigino Nicolas Ruault al fratello, parroco in Normandia.

Parigi, 22 giugno 1791
Il trono è vacante da ieri mattino. Il re è partito con suo fratello, sua moglie, sua sorella e i suoi bambini. Non si sa ancora che strada abbiano preso, ma non è a Est né a Ovest; piuttosto si sarebbero diretti verso Nord; è là che sono attesi. …omissis… Ieri, il 21 alle 5 del mattino tutta Parigi ha saputo della fuga del re. Nessuno si è stupito: se n’era tanto parlato, si era detto tante volte che egli se ne sarebbe scappato, non appena se ne fosse presentata l’occasione, che quanto è successo è sembrata cosa scontata. Alle 11 una folla immensa si raduna alle Tuileries e invade gli appartamenti, che erano completamente aperti. Non avevano nascosto la chiave sotto la porta. Più di centomila persone (nel numero c’ero anch’io) li hanno attraversati fino alle due, quando sono venuti a mettere i sigilli; allora tutti si sono ritirati tranquillamente, per lasciare che gli ufficiali di giustizia facessero il loro lavoro. Di tutto l’arredo del palazzo, è scomparso solo il ritratto del re, che è stato fatto a pezzi. Ho visto su un tavolo numerosi fogli degli “Actes des Apôtres”, giornale o foglio controrivoluzionario di un tale chiamato Peltier, figlio di un banchiere di Nantes che ho conosciuto tempo fa. …omissis… La sera,si dicevano con l’aria più tranquilla e rassicurante del mondo le ingiurie più infamanti contro il re e la monarchia. Immaginate ciò che si può dire di più avvilente, sarete ancora in alto. Addio, vi dirò di più fra due o tre giorni.

Parigi, 27 giugno 1791
La città di Parigi si è mostrata fiera e superba al momento della fuga del re, durante la sua assenza e il giorno in cui è stato riportato tra le mura di questa capitale. La sera del giorno seguente la fuga, si venne a sapere del suo arresto a Varennes, vicino a Clermont nelle Argonne. Bernave, Pétion e Latour Maubourg erano stati mandati là per riportarlo a Parigi. È arrivato dalla parte dei Champs Elysées, in mezzo ad una folla immensa di gente del popolo venuta da tutte le parti per vederlo passare: passò, in effetti, come un prigioniero condotto in una roccaforte. Tutti avevano il cappello in testa, e la guardia schierata ai due lati fino alle Tuileries teneva i fucili al piede, il calcio appoggiato al selciato. Erano le sette di sera, il 24 di questo mese. Barnave teneva il giovane Delfino sulle ginocchia; la regina aveva in testa un cappello nero con una veletta che impediva di vederla. La vettura sembrava una casa, davanti c’erano tre prigionieri, tre guardie del corpo che avevano fatto da corrieri e da postiglioni durante la fuga (furono condotti alla prigione dell’Abbaye). Questa vettura entrò nel giardino dal ponte girevole, che fu aperto solo per il passaggio delle truppe. Li ho visti scendere ai piedi del peristilio: la regina si sentiva male, fu necessario portarla su nelle sue stanze. Il re uscì dalla vettura con la schiena curva, la testa affondata nelle spalle; cercava di sfuggire a tutti gli sguardi. Sulla carrozza, grande e pesante, erano caricati, davanti e dietro 15 o 20 granatieri nazionali. Questa entrata vergognosa, dall’Étoile al Castello ha impiegato più di un’ora. Il corteo, formato da più di mille uomini sia a piedi, sia a cavallo e cannoni, che precedevano, ai fianchi e dietro la vettura, procedeva lentamente e faceva pause forzate per la moltitudine degli spettatori che gridavano: “Viva la legge [gioco di parole:loi, legge, invece che roi, re], viva la Nazione, e nient’altro. …omissis…

Tolstoj #2: lo Zar, il Generale e la scandolosa Anna

Guerra e pace occupa quasi dieci anni di lavoro, nel ripercorrere le campagne napoleoniche, fino a quella del 1812 che vide la Russia trionfare sull’Armée imperiale francese, Tolstoj da un lato, esalta la saggezza e l’intuito di Michail Kutuzov il generale a capo delle armate russe e dall’altro scredita l’immagine dell’esitante e pavido Zar Alessandro I.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837)
Franz Krüger
Museo dell’Ermitage

L’abbandono al nemico di Mosca, deciso da Kutuzov dopo l’esito incerto della battaglia di Borodino, era stato condannato ma si rivela la decisione che porta alla vittoria. Aveva ragione Kutuzov, l’uomo che sapeva cosa il suo esercito voleva da lui, che pur non amando né stimando chi comanda da lontano, nel Palazzo d’Inverno. Tolstoj consegna col suo romanzo, non a chi decide nei ministeri o a chi scrive libri, ma al popolo la centralità della storia che gli è stata negata, riscrive la storia dalla parte di chi l’ha vissuta. Per questo le battaglie, nel romanzo sono così appassionanti, perché sono viste nella loro realtà, non c’è un vincitore o un vinto, ci sono i soldati che si battono e muoiono spesso per la confusione di ordini non chiari, in posizioni che si rivelano errate o in azioni dissennate che non ottengono i risultati sperati.

Tutte le famiglienfelici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.

Altro scandalo provoca Anna Karenina (1877), l’obiettivo questa volta è l’ipocrisia dell’alta società di San Pietroburgo che ritiene inscindibile il matrimonio ma è pronta a tollerare ogni genere di trasgressioni pur di salvare le apparenze. Così si comporta Stepàn detto Stiva, il fratello di Anna, così agisce la Principessa Betsy che favorisce la relazione di Anna con Vronskij purché resti un frivolo passatempo ma è la prima a condannare allorché si accorge che le buone regole sociali non vengono rispettate.

Ed ecco le domande che il romanzo pone ai lettori dell’Ottocento, sconvolgendoli: perché una donna giovane, bella e piena di vita deve soffocare in un matrimonio senza amore? Perché le è negato il diritto di vivere l’amore con un altro uomo e ritrovare con lui la passione fisica e la voglia di una gioiosa condivisione?

Keira Knightley nei panni di Anna Karenina, nel film di Joe Wright (2012)

Anna sfida il perbenismo e la società la rifiuta, la cancella facendo muro contro chi infrange la rassicurante menzogna di tutte le coppie per bene di tutto il mondo e non solo di San Pietroburgo e non solo dell’Ottocento. “Scagli la prima pietra” dice il Vangelo ed allora Tolstoj rivendica la libera scelta di Anna che ha il coraggio di sfidare la società farisea e bigotta. E alla fine Anna perderà, non può non perdere, ma non perché cede alla violenza dei preconcetti, perderà perché la sua passione per Vronskij non si trasforma in un sentimento completo e si riduce a mera volontà di possesso. L’ultimo monologo prima del suicidio, in cui analizza le ragioni del suo fallimento è un passo che andrebbe letto e riletto da chi crede di avere, nella vita, solo certezze.

Il tema principale di Anna Karenina, al di là della descrizione delle piccinerie dell’aristocrazia dell’epoca, è quello della colpa, Anna non è una dissoluta (com’è Stiva, il fratello che però Tolstoj non punisce con il suicidio), ma una persona che, per amore, va al di là della propria morale: è un personaggio che nasce tragico, con un destino che in qualche modo è già scritto. Piena d’angoscia Anna condanna se stessa nel momento esatto in cui si innamora e in quell’innamoramento si perde. In lei trova vita il conflitto interiore che accompagnava le riflessioni di Tolstoj mentre scriveva, solo più tardi comincerà a studiare i Vangeli e ad elaborare il proprio cristianesimo anarchico. Mentre scriveva Tolstoj era ancora diviso, come dice Igor Sibaldi, tra la resa al proprio mondo o “commettere adulterio staccandosene” e imparando un nuovo modo di vita. Tutto questo spaventava Tolstoj come la colpa spaventa Anna: condannare Anna, era quindi una maniera per autoaccusarsi e mettersi alla prova.

Il romanzo ha avuto, da subito un successo enorme, Dostoevskij ne parla come di un’opera d’arte perfetta e Nabokov come del “capolavoro assoluto della letteratura del diciannovesimo secolo”. Eppure accadde che, stanco di tutto il gran parlare che si faceva attorno, fosse proprio Tolstoj a rinnegare il romanzo: nel 1881 in una lettera al critico Strasov scrive: “io vi assicuro che per me quel romanzo non esiste più”.

Il Conte Tolstoj aveva cominciato una fase nuova della sua vita e non poteva sapere che quel conflitto, messo in scena nel romanzo, non lo avrebbe mai risolto e che lo avrebbe accompagnato sino alla morte.

20 giugno 1791 – La fuga del re di Francia

Dai diari e dall’epistolario del conte Axel von Fersen

Il 14 luglio 1789 segnò l’inizio di un evento, la rivoluzione francese, che avrebbe fatto tremare tutti i regni europei. Ai primi segni di disordini, Gustav III, in quel momento impegnato nella guerra della Svezia contro la Russia, aveva congedato il Conte Hans Axel Fersen perché si recasse in Francia come osservatore degli eventi.

Ecco l’opinione del Barone Evert Taube, amico intimo di Axel Fersen e della sua famiglia: “Se Vostra Maestà vuole ottenere i servigi del “lungo Axel” [così soprannominato a causa della statura], Vostra Maestà dovrebbe legare a sé per sempre quella Persona [riferimento a Marie Antoinette] che di questi tempi di interessa a lui più che a chiunque altro non importa in quali servigi Vostra Maestà voglia ottenere, è sufficiente che si assicuri il favore della suddetta Persona. Posso assicurare Vostra Maestà che Axel vi servirà con lealtà e devozione, proprio in questo periodo egli è più prono a mettersi al servizio di Vostra Maestà di chiunque altro, e Vostra Maestà può contare sulla sua perpetua riconoscenza.” 

Quando la Rivoluzione Francese travolse il regno di Francia e sconvolse le altre potenze europee, Gustav III non avrebbe mai smesso di liberare la famiglia regale di Francia dalla prigionia dei rivoluzionari, e i servigi del “lungo Axel” a Sua Maestà e alla famiglia del re di Francia sarebbero andati ben oltre l’immaginabile. I limiti di questa rubrica non permettono di discutere i molteplici aspetti della rivoluzione, perciò riporterò solo alcune testimonianze del tentativo di fuga del 20 giugno 1791, fallito a Varennes. Questo evento causò una svolta decisiva agli eventi, ponendo la famiglia reale nello stato di ostaggi per negoziazioni per il riconoscimento della nuova Francia, che non sarebbero mai avvenute a causa delle troppe fazioni, dei differenti interessi e della confusione all’interno del corpo rivoluzionario. In due articoli successivi si pongono a confronto i diari e qualche lettera del responsabile dell’organizzazione del tentativo di fuga, Hans Axel von Fersen, con le descrizioni di Parigi all’indomani della fuga, come furono vissute da due testimoni oculari, un collaboratore di Fersen e un giacobino di Parigi, l’editore Nicolas Ruault.

Occorre premettere che da questo momento il poi molte delle lettere di Fersen e dei suoi corrispondenti sono scritte in “inchiostro invisibile” o con una cifratura complessa, la cui chiave era nota solo ai due corrispondenti (così almeno si sperava). La corrispondenza è complessa, riguarda il re di Svezia con l’intermediazione del barone Taube, i due generali responsabili dei movimenti di truppe alla frontiera, che dovevano accogliere la famiglia reale e consegnarla illesa alle truppe austriache, e il padre, il Conte Fredrik Axel von Fersen. Molti personaggi citati erano nobili francesi fuoriusciti, persone coinvolte nel tentativo di fuga e nel mantenere i contatti con i sovrani stranieri (in particolare austriaci), ambasciatori ed ex ambasciatori. Bruxelles brulicava di tali personaggi. Crauford e la sua convivente Eleonora Sullivan, di sovente nominati, erano amici di Fersen, che abitò presso di loro per un lungo periodo. La donna divenne anche sua amante.

[Lettera al padre] 15 febbraio 1791.

La mia posizione qui è diversa da quella di chiunque altro. Sono sempre stato trattato con gentilezza e distinzione in questo paese sia dai ministri, sia dal re e dalla regina. La vostra reputazione e i vostri servigi, mio caro padre, sono stati il mio passaporto e la mia raccomandazione; forse anche una condotta giudiziosa, circospetta e discreta mi hanno guadagnato approvazione, stima e qualche successo. Sono affezionato al re e alla regina, e sarei tenuto ad esserlo per il modo, così pieno di cortesia, che essi mi hanno sempre riservato quando erano in grado di farlo. Sarei vile e ingrato se li abbandonassi, ora che non possono far più nulla per me, mentre invece io ho ancora la speranza di poter essere loro di qualche utilità. A tutti i grandi favori di cui mi hanno ricoperto, essi hanno ora aggiunto una distinzione lusinghiera – quella della confidenza; tanto più lusinghiera in quanto è limitata a quattro persone, delle quali io sono il più giovane.
Se posso ancora servirli, che grande piacere avrò di restituire in parte i molti obblighi che riconosco loro, che dolce gioia per il mio cuore se potrò contribuire al loro benessere! Anche voi, mio caro padre, condividete questi sentimenti, e non potete che approvarmi. Questa è l’unica condotta degna di vostro figlio, e, anche se vi costerà un po’ di denaro, dovreste essere voi il primo ad ordinarmi di seguirla, seppur io fossi capace di comportarmi altrimenti. Nel corso della prossima estate tutti questi eventi avranno di certo il loro sviluppo e la decisione finale: se l’esito fosse sfortunato e fosse persa ogni speranza, niente potrà trattenermi dal tornare presso di voi.

Dai diari:

11 giugno 1791, sabato – Da Stegelman e da Sullivan. Lafayette ha raddoppiato la guardia e ha ispezionato tutte le carrozze nel palazzo reale. Montmorin gli ha detto che doveva esserci stato un ulteriore impedimento. Non mi azzardo di dire nulla.

12 giugno, domenica – Tempo incerto. Alle 14 ero dalla Regina. Pranzo da Sullivan. Il viaggio è rimandato al 20 a causa di una cameriera.

13 giugno, lunedì – Tempo incerto, freddo. Da Albert. Ho pranzato a casa. Da Lei fra le 18 e le 20, poi Opera buffa e da Sullivan. Gli ufficiali prestano giuramento.  Ciò significa che saranno raddoppiati i posti di guardia e che tutte le carrozze saranno ispezionate.

14 giugno, martedì – Tempo incerto, freddo. Ho fatto la mia visita a Corte. Pranzo da Sullivan. Partita a carte da Sullivan.

15 giugno, mercoledì – Tempo incerto, pioggia. Da Albert. Ho pranzato a casa. Opera buffa, da Sullivan. Ho domito da lei.

16 giugno, giovedì – Tempo incerto, pioggia. Pranzo da Sullivan. Da Lei alle sei e mezza, portate le casse per i bagagli, nessuno ha sospettato nulla, nemmeno in città. Gli ufficiali prestano giuramento. Questo farà sì che molti lascino l’esercito.

17 giugno, venerdì – Tempo incerto, piovigginoso. Sono stato a Bondy e Bourget. Ho pranzato a casa. Stegelman è partito. Da Sullivan. Ho dormito da lei.

18 giugno, sabato – Abbastanza bello. Da Lei dalle due e mezza alle sei. Opera buffa. Ricevuta una lettera dall’imperatore Leopoldo. Si ritiene che la flotta inglese sia uscita dai porti.

19 giugno, domenica – tempo grigio. Dal Re. Ho preso in consegna 800 libbre e i sigilli del regno. Pranzo da Sullivan. Sono stato da lei tutta la serata. Ho dormito da lei. Fra le undici e mezzo e mezzanotte sono stato al palazzo reale.

20 giugno, lunedì – Entrambi i due personaggi [i cui nomi sono stati cancellati da Fersen, probabilmente i due fratelli del re di Francia] mi hanno detto che non era più possibile esitare, che loro erano in ogni caso obbligati a partire. Ci accordammo sull’ora, basandoci sul rintocco delle campane, e altri particolari del genere. Inoltre, nel caso essi fossero stati catturati, io dovrei andare a Bruxelles e cercare di fare qualcosa per loro. Prendendo congedo da me, il re mi disse: “Signor von Fersen, qualsiasi cosa accada, io non dimenticherò mai ciò che avete fatto per me.” La regina pianse molto. La lasciai alle sei. Ella uscì per la sua solita passeggiata con i bambini. Non furono prese misure eccezionali di sicurezza. Io mi recai nel mio appartamento per mettermi in ordine. Alle sette ero da Sullivan per accertarmi che avessero portato lì la mia carrozza, alle otto ero di nuovo a casa. Scrissi alla regina per cambiare il luogo convenuto per il ritrovo, spiegarlo bene alle cameriere, e perché mi facesse sapere il segnale convenuto per la partenza. Andai con la lettera. Tutto era tranquillo. Alle otto e 45 vennero da me le guardie reali con una lettera [di Luigi XVI] per Mercy, diedi loro tutte le istruzioni. Andai poi a casa per spedire il mio calesse e così poter dare loro il mio cocchiere e i miei cavalli, per il viaggio. Andai poi a tirar fuori la carrozza. Credetti di aver perso la lettera per Mercy; alle dieci e un quarto ero nella Cour des Princes. Alle 11 e un quarto uscirono i bambini (Madame Royale e il delfino), che entrarono nella carrozza senza difficoltà. Alla stessa ora Lafayette passò due volte. Poi arrivò Madame Elisabeth seguita dal re, e per ultima la regina. Alla mezzanotte in punto eravamo per strada. Diressi la carrozza verso la Barriére Saint-Martin. Alla una e mezza eravamo a Bondy, dove cambiarono la carrozza. Presi una scorciatoia, alle tre ero a Bourget e continuai su quella via.

21 giugno – Bel tempo, tutto era andato bene. Un ritardo fra Maretz e Le Câteau. Il comandante del presidio militare mi chiese le generalità, mi spaventai molto. Cambiai strada dirigendomi a Le Quesnoy e passai il confine a S:t Vaast.

22 giugno – Bel tempo. Durante la notte fece molto freddo. Arrivai a Mons alle sei. Lì erano già giunti Sullivan, Balbi, Monsieur e un gran numero di altri Francesi, i quali erano tutti molto soddisfatti. Un monaco sulla strada mi chiese se il re era in salvo. Sono uscito da Mons alle undici. Sono tutti molto felici del fatto che il re sia al sicuro.

23 giugno – Bel tempo, ma freddo. Arrivato ad Arlon alle 11 di sera. Ho incontrato Brouillé. Seppi così che il re era stato arrestato. Nessuna conosceva i dettagli, solo che un drappello distaccato non aveva fatto il suo dovere. Il re aveva dimostrato di non avere rapidità e presenza di spirito. Mi sono fermato lì per la notte.

[Lettera al padre] Mons, 22 giugno 1791. 6 a.m.

Sono arrivato in questo istante, mio caro padre. Il re e tutta la famiglia hanno lasciato Parigi in tutta sicurezza il 20 a mezzanotte. Li ho condotti fino alla prima tappa [il Re aveva impedito a Fersen di accompagnarli lungo l’intero percorso]. Dio permetta che il resto del viaggio sia altrettanto fortunato. Aspetto qui Monsieur[il fratello minore del re] da un momento all’altro. Continuerò il mio cammino lungo la frontiera per raggiungere il re a Montmédy, se sarà così fortunato da arrivarci.

Axel Fersen.

[Lettera al barone Taube] Mons, 22 giugno 1791. 11 a.m.

Mio caro amico,
Il re, la regina, Madame Elisabeth, il delfino e Madame Royale hanno lasciato Parigi lunedì a mezzanotte. Li ho accompagnati a Bondy senza incidenti. In questo momento sto aspettando di incontrarli.

Axel Fersen.

 [Lettera al re Gustav III] 23 giugno 1791. Mezzanotte.

Sire,
Tutto è fallito. Il re è stato fermato a sedici leghe dalla frontiera e riportato a Parigi. Sono andato ad incontrare M. de Mercy e ho ricevuto da lui una lettera da parte del re, nella quale chiede all’imperatore di fare qualcosa per lui. Da Brussels verrò a trovare Vostra Maestà.
Sono, con il più profondo rispetto, il servitore umilissimo e molto ubbidente di Vostra Maestà,
Axel Fersen.

24 giugno – Partii alle quattro e mezzo del mattino. Bel tempo. Tutti sono dispiaciuti per l’arresto del re. Io ero profondamente addolorato. Tutto il Lussemburgo è disperato per la cattura del re. Come tutto è cambiato ora! Sono arrivato a Namur alle 11 di sera. Lì ho incontrato Monsieur.

25 giugno – Tempo bello e caldo. Mi sono messo in viaggio alla una di notte. Sono arrivato a Bruxelles alle due del pomeriggio. Un gran numero di Francesi era ospite dell’Hotel Bellevue. Lì non ho incontrata la Sullivan. Da Mercy, gli ho lasciato la lettera del re. Pranzo da Sullivan. Ho trascorso da lei tutto il pomeriggio. Venne una gran quantità di gente a chiedermi com’era andata. In serata ho parlato con Mercy, si è deciso di fare un tentativo di scrivere, lui vede tutto nero. Sono determinato a non dire una parola ai Principi. Bisogna cominciare tutto daccapo. Nessun ordine è arrivato qui a parte due lettere dell’imperatore per la regina. È un tipico italiano, quel Leopoldo.

……………omissis………….

28 giugno – Tempo bello e caldo. Colazione, pranzo e te da Sullivan. Lettera da Parigi sul ritorno del re. Barnave e Pethion sulla carrozza, è insopportabile. Nessuno applaudì. Un’altra lettera da Brouillé, negativa. Crawford si è offerto di recarsi in Inghilterra.

Da questo momento il Axel Fersen condurrà vita da fuoriuscito, muovendosi fra Bruxelles, Vienna e Germania, inserito in una cerchia di ex diplomatici, oppositori della rivoluzione, principi e nobili che preparavano una guerra contro la Francia, di cui il re di Svezia Gustav III era il più irriducibile sostenitore. Ottiene dal suo re una missione a Vienna, per sondare i propositi dell’imperatore Leopoldo. Anche dopo la morte di Gustav III resterà a Bruxelles, profugo, finché anche l’ultimo membro della famiglia reale francese, il decenne Louis XVII, non sarà morto. 

Tolstoj #1: ritratto di un contestatore

Sono passati 110 anni dal 20 novembre 1910 data della sua morte di Lev Tolstoj, ma lui campeggia ancora nella storia e nella letteratura mondiale. Una vita lunga ottantadue anni la sua, quanto il regno di quattro Zar e per tutti è stato scomodo.

Lev Tolstoj

I suoi romanzi affondano le radici nella angosciata terra russa traendone linfa per lo spirito. I suoi personaggi hanno ancora oggi la forza di un secolo fa, hanno la stessa corrucciata insoddisfazione per l’umanità che li circonda. La sua ansia di capire il senso della vita ci è ancora oggi famigliare e le sue pagine sulla morte del Principe Andrej come di Ivan Il’ic sono un monito per tutti: prepariamoci alla morte, abituiamoci ad essa, perché è il “redde rationem” di come abbiamo vissuto.

Tolstoj nasce il 9 settembre 1828 sotto lo Nicola I, a otto anni perde entrambi i genitori e inizia a vivere sballottato, coi fratelli, tra zie e lontani parenti. Studia quanto è necessario, non di più, la sua gioventù è irrequieta, inizia gli studi universitari ma non li finisce, preferisce le donne e il gioco, e naturalmente perde, ma gli basta vendere qualcuna delle proprietà che ha ereditato per rimettersi in pari. Segue il fratello nell’esercito zarista romanticamente affascinato dall’idea di avventure e rischio.

Zar Nicola I

Sono anni turbolenti per la Russia, il Caucaso è in rivolta e c’è la guerra di Crimea (1853-1855) che rivela tutta la fragilità di un Paese arretrato e chiuso in sé stesso. Si fa mandare in prima linea e può vedere coi propri occhi lo sfacelo delle truppe russe, la vigliaccheria degli ufficiali e la colpevole disorganizzazione degli alti comandi, vive la sconfitta e la vergognosa ritirata.

In pochi mesi scrive I Racconti di Sebastopoli (1856), una spietata denuncia dell’establishment zarista in cui i veri eroi appaiono i soldati semplici, i contadini strappati alla terra e buttati nella fornace della battaglia, tema che riprenderà nel suo più famoso romanzo Guerra e Pace.  Il libro crea scandalo, non si ammette che un rampollo dell’aristocrazia svergogni lo stato maggiore dello Zar di tutte le Russie. Lascia l’esercito e si ritira nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, il gran parlare che si fa di lui lo infastidisce, anche scrivere pare non interessarlo più dimtanto.

Zar Alessandro II

Nicola I muore nel 1855gli succede il figlio Alessandro II, che sarà lo Zar delle riforme attese da anni. Le tanto attese riforme vengono però fatte in maniera dissennata, l’abolizione della servitù della gleba (1862) sconquassa la società, la riforma agraria mette in ginocchio l’economia e sul lastrico i piccoli contadini devastati da una tassazione iniqua e vessatoria, di contro protegge i nobili che hanno dalla loro parte il capitale e le banche sempre pronte a concedere facili crediti e a far credere che l’incapacità gestionale di una classe sociale inetta e dormiente da secoli possa essere facilmente recuperata: Il Giardino dei Ciliegi (1904) di Anton Cechov, quarant’anni dopo dimostrerà quanto questo fosse vero.

Tolstoj si schiera subito dalla parte dei contadini: è vero che la riforma agraria ha dato loro il diritto ad avere un pezzo di terra tale da consentire loro la sopravvivenza, ma nelle mani della corrotta burocrazia zarista quel diritto si trasforma in una vergognosa truffa perché i latifondisti fanno a gara a cedere a cedere i terreni più aridi e improduttivi e i contadini, divenuti proprietari, vengono subissati di imposte e gabelle come se i loro magri poderi fossero i giardini dell’antica Babilonia. Si fa eleggere alla carica di giudice di pace e parte, lancia in resta, contro la propria classe dando, nelle controversie che gli vengono sottoposte, sempre ragione ai più deboli. Gli aristocratici fremono di sdegno, lo considerano un rinnegato, le autorità zariste lo guardano con sospetto e lo schedano.

Lev Tolstoj pedagogo

Si mette anche in mente di riformare il sistema scolastico e comincia dalle scuole rurali, frequentate dai figli dei contadini. Nel 1860 pubblica il suo primo saggio sull’argomento, Osservazione e materiali pedagogici, con cui abbozza il suo progetto di istruzione popolare. Inutile, dice, imbottirli di nozioni apprese meccanicamente e subito dimenticate, occorre un diverso insegnamento, più attivo e coinvolgente, solo così possono assimilare competenze. Le sue idee pedagogiche scateneranno la veemente reazione dei docenti tradizionali, e saranno loro a vincere: divieto assoluto alla diffusione dei principi proposti dal Conte Tolstoj. Lui di rimando scriverà Abbecedario (1872) e I quattro libri di lettura (1875) che a sfida dedica

a tutti i fanciulli da quelli della famiglia imperiale a quelli dei contadini, perché ne traggano le loro prime impressioni poetiche