Mar di Galilea #5 – Tornando sulle rive del lago

A Nazareth la moderna basilica dell’Annunciazione è stata costruita sopra i resti di una basilica romanica, a sua volta edificata sopra una crociata e una bizantina.

Scavando ancora, si è trovato anche qualche rudere di un edificio giudeo-cristiano.  Tutta l’area si trova sopra i resti della città antica. Un’abitazione, risalente a circa 2000 anni fa, attorno alla quale si è prodotta quella sorta di matrioska di chiese, è ora incorporata nella cripta della attuale basilica e viene venerata come la casa di Maria, dove ricevette la visita dell’arcangelo Gabriele. Molto più piccola, ma di sicuro più accettabile da un punto di vista architettonico e anche più antica, è la vicina chiesa di san Giuseppe. Anch’essa fu edificata sopra quella che la tradizione indica come l’abitazione della Sacra Famiglia.

Nazareth – Casa di Maria

A fine anni ’90 si scatenò una polemica tra le confessioni cristiane della città, un gruppo integralista musulmano e le autorità israeliane. La causa scatenante fu l’intenzione dei musulmani di costruire una moschea proprio nella piccola piazza sottostante la basilica dell’Annunciazione. Ricordo che avevano montato una grande (e davvero triste) tenda nera sopra la superficie dove la si sarebbe dovuta edificare. Mi chiedevo come sarebbe stato possibile incastrarvi un edificio religioso proprio lì, tra il traffico cittadino e il suq che da quella piazzetta iniziava. I cristiani non ne volevano sapere e accusarono l’amministrazione israeliana di voler creare fratture tra i “palestinesi” (vale a dire arabi cittadini israeliani a loro volta n.d.r.). Dal canto suo il ministro degli Interni negava l’esistenza di secondi fini nell’aver concesso l’autorizzazione alla costruzione della moschea. Fu solo l’intervento di Yasser Arafat, l’allora leader dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, a far desistere i fondamentalisti musulmani dal portare avanti il loro progetto. Il brutto tendone nero fu rimosso e, che io sappia, non se ne parlò più.

Cafarnao – La nuova chiesa costruita sulla Casa di Pietro

Ma, tornando sulle rive del lago, non sono pochi i siti che rimandano ad una qualche suggestione. In quello di Cafarnao, dove viveva Pietro che ospitò Gesù, si può intuire come e di cosa viveva la gente del lago due millenni orsono. I resti della sinagoga possono far riecheggiare nelle menti i discorsi del Nazareno e commuoverne i cuori, ma non era quella la sinagoga dove predicava, bensì un’altra, andata distrutta, della quale rimangono i basamenti su cui quella ancor oggi visibile è stata edificata in periodo e stile bizantino. Pellegrini e viaggiatori si fermano anche a vedere quella che viene indicata come la casa di Pietro, sulla quale un architetto visionario ha edificato una chiesa sopraelevata, che la sovrasta. La maggior parte dei visitatori, e ancor più dei pellegrini, entra nel sito, visita, prega e fotografa, per andarsene via di corsa verso il pullman che li porterà altrove. Pochi si fermano ad ammirare i bassorilievi ricavati nelle travi di sostegno della sinagoga; pochissimi vanno un paio di chilometri più a est per vedere la piccola e bellissima chiesa russo ortodossa. L’interno è una gradita sorpresa, un’immersione inaspettata in un mondo diverso, fatto di altarini, affreschi, icone, lampade, tutti finemente decorati e rifiniti. Circondata da un piccolo e ben curato giardino, animato da pavoni e faraone, è un’isola di pace e di bellezza, costruita il più vicino possibile al sito di Cafarnao, già presidiato dai frati della Custodia di Terra Santa.  Sempre in zona si trova Tabga, dove la tradizione cristiana ritiene sia il luogo di due episodi dei Vangeli: la moltiplicazione dei pani e dei pesci e, discosto, quello in cui Gesù proclama il primato di Pietro. Vi sono due chiese e della prima, sede di un monastero benedettino, merita osservare gli antichi mosaici bizantini a tema nilotico oltre che, ovviamente, quello che riproduce il cesto con i pani e i pesci. Alzando lo sguardo si nota il tetto del piccolo atrio totalmente nuovo. Fu ricostruito a seguito di un attentato incendiario, che nel 2015, lo distrusse. Furono fermati alcuni ebrei ultraortodossi di un vicino insediamento, ma poi rilasciati non avendo trovato prove a loro carico, benchè il ritrovamento di una scritta in ebraico contro “i falsi dèi”, scritta sul muro del piccolo complesso, portò a pensare che quell’incendio non poteva che essere stato appiccato da quei gruppi integralisti.

Cafarnao – Sinagoga

La seconda chiesa è ancora più piccola, costruita con pietre basaltiche, direttamente sul lago. Oggi, a causa dell’abbassamento del livello del lago, tra le sue mura e l’acqua è emersa una piccola spiaggia ghiaiosa. Si vedono però chiaramente gli approdi, proprio a ridosso del muro meridionale, dove il lago arrivava a lambire la chiesa stessa. In questo luogo il Vangelo di Giovanni colloca l’incontro di Gesù con gli apostoli dopo la resurrezione e ricorda, come già Matteo, la frase riguardante Pietro. La spiaggetta è spesso motivo di distrazione per i visitatori, che ne approfittano per bagnarsi i piedi nel lago, fare foto, tante, commenti, risate e richiami che il luogo, francamente, non meriterebbe. Talvolta il programma delle agenzie turistiche prevede una gita in barca, che nelle intenzioni vorrebbe riprodurre le suggestioni della pesca miracolosa di Pietro. Così, tornando verso Tiberiade, si sale su barconi che compiono un giro al centro del lago. A volte il programma prevede una sosta dalla parte opposta, sulla costa orientale, proprio sotto le alture del Golan, dove il kibbutz Ein Gev ha attrezzato una sorta di tavola calda, per accedere alla quale è tuttavia necessario transitare dentro un grande negozio di souvenir e varia paccottiglia. Il kibbutz vero e proprio si trova poco distante, lontano dalle ondate di pellegrini sbarcati e affamati. È un luogo tranquillo, dove pure si può mangiare nella calma e, se non è Shabbat quando anch’esso è reso d’assalto dagli israeliani, con poca gente attorno. Anche qui, come già nel kibbutz Ma’agan, la presenza di torrette di avvistamento e di bunker ricorda un passato in cui quello era un luogo che regalava sonni inquieti.

Cafarnao – Chiesa russo-ortodossa

Mar di Galilea #4 – Suggestioni e sapori

Quello dei Corni di Hattin, fra l’esercito del Saladino e le forze crociate, fu uno scontro epico, ancor oggi oggetto di studio nelle locali scuole militari. Con la spiegazione di quanto maldestramente si mossero i Crociati, gli insegnanti si propongono di far capire ai loro allievi cosa non si deve fare, quali sono le tattiche da non mettere in atto prima e durante una battaglia. Se il Saladino era un esperto condottiero e un abile stratega, i Crociati in quella occasione sbagliarono proprio tutto. E con ciò, se non altro, insegnarono qualcosa ai posteri.

Le dimensioni di quella sconfitta, di quella tragedia, si possono ancora cogliere ai giorni nostri. In uno dei miei soggiorni attorno al lago, ho alloggiato fuori Tiberiade, proprio nei pressi del campo aperto che fu teatro di quella battaglia, dove ora gli agricoltori hanno dissodato e coltivato il terreno. Con i loro aratri hanno riportato alla luce una quantità di punte di freccia, di lancia, di materiali vari abbandonati in quelle ore di combattimento disperato. Io mi trovavo ospite ad Arbel, un “moshav”, un insediamento agricolo che, a differenza del kibbutz, ha la forma giuridica di una cooperativa di famiglie che uniscono le loro risorse e le loro energie negli appezzamenti agricoli che coltivano, collaborando tra loro. Ai giorni nostri alcune di queste famiglie hanno parzialmente ristrutturato i loro alloggi per poi affittarli. Era un ottobre con una temperatura davvero gradevole. La mattina si faceva colazione in terrazzo, che beneficiava dell’ombra di grandi alberi, attorno ai quali e dentro i loro rami si aggiravano coloratissimi colibrì. Dominava il silenzio e un gran senso di pace. Una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, mi alzai per andare a sedermi sul terrazzo. La luna piena illuminava la vallata che si intravvedeva tra le foglie degli alberi. Tutto era fermo, immobile e silenzioso, quasi come un respiro trattenuto; nemmeno una piccola brezza scuoteva le foglie e l’aria era tiepida, avvolgente. Rimasi a contemplare quello scenario che avrei ricordato a lungo, fino ad oggi. La suggestione dei racconti ascoltati il giorno precedente dal proprietario, mentre mi mostrava i cimeli ritrovati e tirati a lucido, fece il resto. Poco alla volta, da lontano mi parve di sentire giungere suoni, voci e urla e soprattutto, ciò che avvertivo più distintamente e con inquietudine, era il clangore delle armi che si incrociavano per difendersi, o colpire, uccidere. Riuscii a non voler vedere, a non farmi comparire davanti agli occhi anche i volti feroci, irosi, morenti. Guardai invece la luna che così grande e splendente in un cielo terso non ricordavo aver mai visto prima e mi riuscì di distrarmi, immergendo gli occhi nella sua luce. Rimasi a lungo così, fermo a contemplarla. Ciò che mi attraversò corpo e anima non è cosa che si possa scrivere.  Tornai infine in camera con un che di triste e pesante dentro di me.

Nazareth – Basilica dell’Annunciazione

Forse Gesù è passato nei pressi di quei luoghi, dove nel ‘900 fu edificato il moshav Arbel, andando o tornando da Nazareth, che oggi è la più popolosa città araba di Israele. Ospita la moderna, e – mi si consenta – di dubbio gusto, Basilica dell’Annunciazione. La sua cupola è molto simile a quella della chiesa dei frati minori della Brunella a Varese, poiché entrambe le chiese, guarda il caso, sono state progettate dallo stesso architetto italiano Giovanni Muzio. O anche da Cafarnao, dove peraltro Gesù è vissuto, ospite di Pietro, e a Cana, dove, secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù ha trasformato l’acqua in vino. Sarà anche passato da Migdal, pochi chilometri a nord di Tiberiade, in riva al lago. È il villaggio dove viveva una certa Miriam ha-Migdalit, ovvero Maria la Maddalena. Migdal significa torre. Quel villaggio veniva così indicato poiché vi era una torre, dove si conservava il pescato del lago. Ora è un sito archeologico e i reperti più interessanti si trovano al museo di Israele, a Gerusalemme. Pochi anni fa, durante gli scavi sono state ritrovate anche delle piccole ampolle con ancora all’interno i resti di quelli che dovevano essere dei profumi. Con un discutibile senso commerciale, alcuni hanno pensato di riprodurli e venderli come “i profumi della Maddalena”. No comment, naturalmente.

Migdal (Magdala) – particolare della sinagoga I sec. d.C.

Forse i sandali di Gesù hanno calcato la strada romana che collegava Damasco con Haifa, fermandosi a Zippori. L’antica Sepphori, che fu di Erode il Grande, distrutta dai Romani e riedificata e decorata con mosaici di un certo interesse (ma diciamolo: nulla di paragonabile per bellezza e qualità con quelli di Antiochia e ancor più con quelli della “villa del Casale” di Piazza Armerina in Sicilia, per tacere dei mosaici di Pompei conservati al Museo archeologico di Napoli). Il Jesus Trail, il “Sentiero di Gesù” attraversa da ovest a est la Galilea e i luoghi legati alla sua vita e alla sua predicazione, che si trovano su quel tracciato, sono molti. Si può fare a piedi, sono circa 70 chilometri percorribili in quattro/cinque giorni di cammino. È un sentiero senza particolari difficoltà, tra campi coltivati, colline, aranceti e boschi di pini piantumati, che si attraversano facendo sosta per la notte in ostelli o alberghetti. Passa anche presso il santuario dei Drusi a Nebi Shu’eib, a sua volta non lontano dai Corni di Hattin. La Galilea, insomma, ti regala sapori di un piccolo mondo antico, con profumi di sacro e acri odori di tragedia.

Zippori (Sepphoris) – pavimento a mosaico V – VI sec. d.C.

Mare di Galilea #3 – Tiberiade

L’area attorno al lago era quasi tutta a vocazione agricola e quindi poco densamente abitata. Faceva eccezione Tiberiade, “Teveria”, situata sul versante occidentale del lago.

La prima volta che la visitai non mi fece una grande impressione. Mi appariva disordinata, i marciapiedi rotti, rifiuti dappertutto, trafficata. Alcuni edifici, che negli anni successivi furono restaurati e resi gradevoli, avevano un’aria triste. La pietra basaltica con cui erano costruiti, anziché far risaltare lo stile architettonico, ne accentuavano l’aspetto decadente e buio. Vi era molta gente in giro e un vociare eccessivo.

Fortezza al Amari

Oggi è molto migliorata, le strade allargate e in ordine, gli edifici d’epoca ottomana si fanno ora ammirare. Fa eccezione forse soltanto l’antica mosche al Amari costruita nel XVIII secolo in stile mamelucco, punto di riferimento degli arabi fino al 1948, quando le truppe britanniche fecero evacuare dalla città, sotto la loro protezione, la minoranza araba, minacciata dall’avanzata delle truppe israeliane. Ora la moschea giace, circondata da negozi e ristorantini, in condizioni di totale abbandono. Tiberiade fu ripopolata da parte di ebrei in fuga, o cacciati, dai Paesi del Nordafrica e del Medioriente, che in quella città trovarono modo di vivere. Si aggiunsero a quelli fuggiti dall’Inquisizione Spagnola dopo il 1492, i quali a loro volta furono accolti dagli ebrei autoctoni, lì presenti fin dal I secolo d.C.

Fatta costruire attorno all’anno 20 d.C. da uno dei figli di Erode il Grande, il tristemente famoso Erode Antipa, menzionato nei Vangeli, Tiberiade divenne la capitale del suo minuscolo regno di Galilea e il suo nome è dovuto al rispetto reverenziale verso l’imperatore romano Tiberio Claudio Nerone. Nel II secolo d.C. fu sede del Sinedrio, il tribunale civile e religioso ebraico, cui le autorità romane avevano proibito di risiedere a Gerusalemme. A Tiberiade fu redatto il “Talmud palestinese” (o Talmud di Gerusalemme), un corpo di studi e commenti su ogni aspetto dello scibile umano estrapolati dalle Sacre Scritture ebraiche, la cui composizione definitiva venne fissata proprio in quella città. Furono proprio quei saggi a decidere infine, dopo estenuanti e infiniti dibattiti, di inserire tra i libri sacri, anche quello che fu alla fine indicato come il più sacro di tutti: il “Cantico dei Cantici”.

Tiberiade, con Hebron, Gerusalemme e Safed, è una della quattro città sante per il Giudaismo. Questa è la ragione per la quale qui, come nelle altre tre città, vengono a vivere molti ebrei ultraortodossi.

Del periodo crociato Tiberiade conserva una fortezza e una chiesa; e fino al XX secolo l’abitato rimase tutto dentro le mura costruite dai Crociati, mura delle quali oggi rimangono degli spezzoni e alcune malandate torri di guardia. Il Saladino, che con il suo esercito si muoveva alla volta della riconquista del territorio e, più tardi, di Gerusalemme, occupati dalle invasioni crociate, la strinse d’assedio nel 1187. Nel luglio di quello stesso anno si scontrò e sconfisse l’esercito crociato a pochi chilometri a ovest, appena sopra la città, nel luogo detto dei “Corni di Hattin”. Fu una battaglia disastrosa per i crociati che persero migliaia di combattenti. Quella battaglia segnò l’inizio della riconquista musulmana della “Terra Santa”.

Tiberiade – Una via centrale

Ai nostri giorni Tiberiade è, per i numerosi pellegrini, una sorta di città dormitorio. La presenza di alcuni grandi alberghi e di una Casa di ospitalità, rendono la città una sede logistica, funzionale a chi vuole visitare quel territorio. La sera, quelli che hanno ancora un residuo di forza dopo le giornate sfiancanti alle quali sono sottoposti, fanno una passeggiata sul breve lungolago, dopo aver cenato in albergo. Altri si avventurano nei ristorantini, tutti uguali, che offrono il “pesce di San Pietro”. La prima volta ci cascai anch’io, contando di vedermi servire un buon pesce. Invece mi trovai nel piatto una grossa carpa, oltretutto in parte carbonizzata e in parte cruda, dalla gente del posto chiamata “S. Pietro” in riferimento alla pesca miracolosa citata nei Vangeli. Nel tempo scoprii che i ristoranti dove valga la pena cenare si trovano altrove e non sul lungolago. Non sono molti e finisce sempre che prima o poi vada in quello libanese o da Avi’s, dove fanno cucina kasher, quella che rispetta le regole alimentari ebraiche. I piatti sono abbastanza buoni, il prezzo equo. Il proprietario, da buon volpone, mi tratta come una vecchia conoscenza. Se pago in contanti mi fa lo sconto; se non chiedo la ricevuta, me ne fa uno più grande…. Tutto il mondo è paese.

Eppure, avendola, per Tiberiade merita spendere una mezza mattina. Un breve giro in centro per visitare la città vecchia permette di ammirare gli edifici storici con quei loro muri fatti di pietre scure, ben squadrate. In quattro passi la si gira tutta, dal momento che i quartieri più recenti, abbarbicati sulla collina sovrastante, non offrono niente per cui possa valer la pena di fare una passeggiata più lunga. Si arriva in fretta al castello crociato e, lungo il lago, alla chiesa, anch’essa costruita dai crociati, dedicata a S. Pietro, il cui tetto è a forma di barca rovesciata, in ricordo del mestiere di pescatore che Pietro faceva prima di seguire le orme di Gesù. A Tiberiade si trovano poi le tombe di alcuni eruditi, ebrei famosi all’interno e all’esterno dell’universo ebraico. La più nota è quella del “Rambam”, acronimo per Rav Moshe ben Maymon, meglio conosciuto come Maimonide. Filosofo e medico di Cordova, visse nel XII secolo sotto la dominazione araba musulmana di Spagna. La sua produzione letteraria e filosofica fu enorme e la sua fama lo seguì in Marocco e poi in Egitto, dove, attorno al 1185, divenne medico personale del ministro del Saladino. I suoi trattati di medicina divennero influenti per generazioni di medici e quelli di filosofia ci parlano ancora oggi. Morì in Egitto nel 1204, ma espresse la volontà di essere sepolto a Tiberiade, la cui tomba è ora meta di pellegrinaggi di devoti ebrei ed estimatori non ebrei.

Fortezza crociata del XII secolo

Mare di Galilea #2: Il signor Stern e la vita attorno al lago

Nel kibbutz Ma’agan, situato sulle rive meridionali del lago, avevo conosciuto un uomo ormai anziano, ma ancora vigoroso. Non ricordo il nome, il cognome era Stern ed era di origini tedesche. Espressione severa, amara. Un tipo scorbutico che mi imposi di tollerare solo dopo aver visto il numero infame marchiato sul suo braccio sinistro.

Un giorno, meno burbero del solito, mi fece salire sul trattore che stava guidando e insieme andammo nei campi del kibbutz che si trovavano lungo il Giordano appena discosti dal lago. Fu lui ad indicarmi quel modo, all’epoca rivoluzionario, di irrigare “a goccia” le piante da frutto. Un tubo di gomma nera correva da una pianta all’altra e, all’altezza di ciascun tronco, vi era stato praticato un foro, da cui usciva, senza interruzione, pochissima acqua, goccia dopo goccia. Stern mi spiegò che quella che non veniva assorbita dalle radici sarebbe stata raccolta da una canalizzazione predisposta sotto le piante stesse prima della loro piantumazione, così da poterla riutilizzare. Semplice e geniale. Con Stern parlavamo in italiano e ritenni fosse quella la ragione principale per la quale tutto sommato era ben disposto verso di me. Scampato ai campi di sterminio, aveva soggiornato per diversi mesi in Italia in un centro di raccolta di profughi, prima di riuscire a trovare il modo di raggiungere, clandestinamente, la Palestina, all’epoca ancora sotto mandato britannico. In quei mesi aveva imparato la lingua italiana ed io, in tutta evidenza, rappresentavo un modo per tenerla viva nella sua memoria. Non faceva cenno al suo passato, se non a quel suo soggiorno forzato in Italia; non parlava della sua famiglia. I rari discorsi erano sul presente di allora, su ciò di cui si occupava al kibbutz. Nemmeno lì aveva relazioni regolari con gli altri membri. A me, su di me, non faceva domande ed ero io che cercavo di farlo parlare. Allora rispondeva in quel suo italiano da troppo tempo non frequentato, ma con il quale voleva riprendere confidenza. Per il resto era taciturno e solitario, chiuso nella sua tragedia. Tornai a trovarlo negli anni successivi, ma poi finì male.

Fu a causa della partita di basket giocata a Varese tra la squadra locale, l’Emerson, e il Maccabi Tel Aviv nel marzo del ‘79, durante la quale un folto gruppo di ultrà neonazisti inneggiò ripetutamente a Hitler e alle camere a gas, per provocare la squadra israeliana. La notizia fece il giro del mondo e in Israele l’impressione fu grande. Quello stesso anno tornai a trovare Stern. Era davvero anziano e mentalmente provato. Quando gli dissi che a quella partita assistei anch’io, qualcosa di sbagliato e confuso si insinuò nel suo cervello e da quel momento prese ad evitarmi. Sarebbe morto di lì a pochi mesi e a me rimane il rammarico di non essermi potuto congedare da lui come avrebbe meritato. Negli anni successivi ebbi più volte occasione di passare nei pressi di quel kibbutz, ma solo una volta, di recente, decisi di entrarvi di nuovo per una visita. Notai che vi erano stati apportati molti cambiamenti, che molti alloggi apparivano disabitati ed era stato costruito un resort per i turisti, per lo più israeliani che volevano trascorrere le vacanze sul lago. Uguale, invece, trovai l’accoglienza asciutta e cordiale che ricordavo. L’incontro con due persone, una donna sui cinquant’anni e un uomo all’apparenza un po’ più anziano, mi fece riandare con la memoria e con le emozioni ai tempi del mio soggiorno in quel luogo durante i miei vent’anni. Quattro chiacchiere per dire quando e come mai fossi stato lì. Loro erano lì già allora, lì erano nati e cresciuti, ma erano troppo giovani per ricordarsi di me. Si ricordavano invece bene del signor Stern, sorpresi che lo avessi conosciuto anch’io, ma non della descrizione che feci loro del suo carattere e di come la nostra conoscenza sia andata a finire. Poi mi spiegarono, proseguendo un po’ in inglese, un po’ in ebraico, come negli anni l’organizzazione interna avesse subito dei cambiamenti pratici, conseguenti a quelli dei principi ideologici. La rigida applicazione dei principi che avevano ispirato il movimento dei kibbutzim a inizio ‘900, non attirava più molte persone a viverci. Inoltre, molti tra i giovani, una volta partiti per il servizio militare, poi non tornavano, preferendo la vita “di fuori”. Così, per sopravvivere, i kibbutzim dovettero rivedere i loro principi di convivenza, nonché accettare una maggiore apertura verso l’esterno.

Ma’agan a quel tempo era un piccolo kibbutz, di dimensioni inferiori alla media. Niente a che vedere con quello vicino, Degania, che invece era il più affollato, nonché il primo ad essere stato costruito da coloni sionisti est europei, su un terreno acquistato dal fondo nazionale ebraico da una famiglia di Beirut di origini persiane, quando tutte quelle terre erano parte dell’Impero Ottomano. Come potete capire, le cose erano già complicate fin da allora… Fino a circa metà degli anni ’70 la classe politica, a grande maggioranza laburista, era composta da una rappresentanza decisamente più che proporzionale di appartenenti al mondo del kibbutz. Degania fu la culla di alcuni personaggi che diverranno famosi all’interno del futuro Stato di Israele, tra cui politici, poeti e soldati come Moshe Dayan, il secondo nato in quel kibbutz, che molti ricordano per via di quel suo occhio bendato.  Vivevano di agricoltura e di industria conserviera.

Mar di Galilea #1: Pellegrini e Kibbutzim

“Mar di Galilea” è solo uno dei modi con cui indicare quello specchio d’acqua situato nella regione nordorientale di Israele. Talvolta è chiamato lago di Tiberiade, in riferimento all’omonima città, o di Genezareth, dal nome della piana che su quel lago si affaccia: o, infine Yam Kinereth di cui Genezareth è la forma grecizzata. Il termine Kinereth deriva da kinor con cui si indica l’arpa. In effetti, visto dall’alto, quel lago il profilo di un’arpa pure ce l’ha. Anche se talvolta lo si chiama mare, propriamente si tratta di un lago, essendo, la sua, acqua dolce e non avendo collegamenti con gli altri mari; non potrebbe averne, trovandosi a poco più di 200 metri sotto il livello 0, quello del mare. È alimentato da alcuni corsi d’acqua provenienti dai monti circostanti. Il fiume più importante, o forse soltanto il più noto, è il Giordano, le cui sorgenti si trovano più su a nord est, alle pendici del monte Hermon, a Banias, nei pressi dell’antica Cesarea di Filippo, territorio del Golan. 

Non saprei dire se ancora oggi, ma alcune decine d’anni fa, quando vi andai per la prima volta, dai rubinetti delle abitazioni scendeva acqua pescata direttamente dal lago. Era buona e potabile. Mi recai lì in piena estate, stagione in cui la temperatura è tropicale e l’umidità altissima, dovuta alla posizione del lago, così incastrato in basso e chiuso da tre lati dalle alture che lo sovrastano e trattengono l’abbondante evaporazione dell’acqua. Solo a sud rimane un varco, quello dove quelle acque, che là riprendono il nome di fiume Giordano, si insinuano e trovano una via di fuga tra una vegetazione in quel tratto rigogliosa, dirigendosi verso l’ancora più basso mar Morto a circa 140 km più a sud, in pieno deserto.

Già allora quelle zone erano frequentate da pellegrini in visita ai luoghi della vita e della predicazione del Nazareno. Erano per lo più gruppi provenienti dall’Europa occidentale o nord americani, appartenenti alle varie confessioni cristiane, accompagnati da guide locali e sempre anche dai loro sacerdoti o dai loro pastori. Successivamente, con il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura delle frontiere dei Paesi est europei, si cominciarono a vedere pellegrini russi, ucraini, con i loro Pope, e i cattolicissimi polacchi. Vennero poi anche dall’America latina, dall’Africa e dall’Asia cristiana.  Quei luoghi si riempirono ancor più di voci, di colori e suoni; l’austera solennità ortodossa, si mescolava, talvolta stridendo, con la vivacità, non di rado fuori luogo, dei gruppi sudamericani, con le alte e forti voci africane e l’inconsapevole comportamento poco rispettoso di giapponesi e sudcoreani, per lo più intenti a fare foto ad ogni cosa, senza cogliere – e rispettare – la sacralità di quei luoghi. 

Ho visitato più volte quei siti. La prima volta che vidi Kfar Nahum (il “villaggio di Nahum”, meglio conosciuto come Cafarnao o Capernaum), Tabga e il monte delle Beatitudini mi chiesi: tutto qui? E subito dopo: “come è stato possibile che la predicazione dell’uomo di Nazareth, che si rivolgeva a piccoli gruppi di pescatori, di contadini e pastori che vivevano attorno a quel lago, possa essere diventata la più diffusa religione monoteistica al mondo? Negli anni a seguire ho poi cercato delle risposte a quei quesiti, risposte ancor oggi non soddisfacenti.

I miei primi ricordi, ormai frammentari e imprecisi, sono però altri. Il kibbutz[1]è una fattoria collettiva, espressione del socialismo utopistico a cui i primi sionisti, a cavallo tra l’800 e il ‘900, si ispirarono per costruire, nella terra dei Padri, un modo di vivere basato sul lavoro e sulla messa in comune di ogni bene e di ogni risorsa. Tutte le attività sono gestite in modo collettivo, coordinate da un gruppo dirigente periodicamente rinnovato. Ogni suo membro svolge più attività a rotazione e solo pochi hanno una professione esterna alla vita del kibbutz. Pure i proventi del lavoro sono messi in comune e servono alla vita dei membri, oltre che ad essere reinvestiti nelle attività produttive. Ad ogni membro viene assegnato un piccolo miniappartamento, il cui livello di comfort dipende dal grado di benessere di cui il kibbutz complessivamente gode. Ci si va a dormire, più di rado vi si cucina, poiché risulta più comodo servirsi della mensa collettiva. I bambini crescono tra loro nei loro nidi e negli ambienti per loro costruiti a loro misura. Sono accuditi da personale dedicato e solo dopo il lavoro i genitori trascorrono qualche ora con loro. Una volta, ora accade molto meno di frequente, in quei loro locali essi perfino vi dormivano. I genitori, a turno, trascorrevano con loro la notte curandosi di tutti i bambini della comunità presenti in modo indistinto. Altri genitori, o comunque altri membri della fattoria, si alternavano nella vigilanza del kibbutz, effettuando turni di guardia per poter fronteggiare tentativi di incursione da parte di arabi ostili. Quasi tutti i kibbutzim venivano costruiti su terreni acquistati da proprietari arabi o turchi ottomani, utilizzando capitali provenienti da un Fondo comune. Molti edificati nei pressi dei confini, divenivano una sorta di presìdi di difesa. Quelli erano anni in cui le incursioni dei feddayin, i guerriglieri palestinesi dell’epoca, non erano infrequenti, con esiti talvolta devastanti. Inoltre, e fino alla guerra del ’67 nota come guerra dei sei giorni, dalle alture del Golan, che sovrastavano quel territorio dalla parte orientale del lago, venivano sparate quasi quotidianamente salve di cannoni e raffiche dei mitragliatori dei soldati siriani là posizionati. Ogni fattoria aveva dovuto costruire diversi bunker distribuiti all’interno dei loro abitati, proprio per potersi proteggere da quegli atti ostili. Solo dopo l’occupazione delle alture del Golan da parte dell’esercito israeliano, i centri abitati e i kibbutzim sottostanti poterono godere di una relativa sicurezza e i bunker, nel tempo, furono utilizzati soprattutto dai ragazzi come luoghi di ritrovo, dove ascoltare musica in compagnia (e in un luogo fresco).

Continua….


[1]Plurale kibbutzim, significa semplicemente “gruppo” –

Betlemme: quel venerdì di ramadan

Conversando con un’amica suora che vive a Gerusalemme, quel giorno le dissi: “domani porto il mio gruppo a Betlemme”. L’avevo deciso senza guardare il calendario, né le festività. Fu un grave errore.

Lei mi rispose soltanto: “domani è il primo venerdì di Ramadan, troverai un po’ di confusione”. Ramadan è il nome del nono mese dell’anno nel calendario lunare musulmano, nel quale, secondo la tradizione islamica, Maometto ricevette la rivelazione del Corano. La festività dura tutto quel mese, durante il quale si devono rispettare specifiche prescrizioni alimentari e rituali. Convinto intendesse dire che ci sarebbe potuta essere un po’ più di gente in giro, non diedi importanza a quella considerazione. Ma avrei dovuto. 

Quella mattina ci portammo di buonora alla fermata del pullman a Gerusalemme. Notai però che di pullman ne transitavano parecchi, ma erano vuoti e nessuno si fermava. Chiesi ad un ragazzo che passava di lì come fare a raggiungere Betlemme. Era arabo ed era ben informato al riguardo. Ci spiegò che ogni primo venerdì di Ramadan, la città di Betlemme, come le altre città della Cisgiordania, quasi si svuota; i loro abitanti si riversano a Gerusalemme per unirsi alla preghiera che si tiene alla Spianata delle Moschee. Spiegò quindi che i pullman passavano per andare nei vari paesi a raccogliere tutte quelle decine di migliaia di persone (quell’anno la polizia stimò fossero 150 mila!) dirette a Gerusalemme, senza raccogliere passeggeri in uscita dalla città, dei quali peraltro non vi era traccia. C’eravamo solo noi, replicai io. Allora il ragazzo fece una grande cosa. Con un cenno l’autista di uno dei pullman di passaggio si fermò subito. Gli spiegò la situazione e l’autista ci fece salire, poiché, guarda il caso, era diretto a Betlemme. Sorpresi e contenti prendemmo quel passaggio, oltretutto gratuito, fino a destinazione. Una volta scesi, però, dovemmo fare un lungo tratto a piedi per raggiungere il centro. Dovemmo superare una lunghissima coda di mezzi pubblici di varie dimensioni, tutti in attesa di caricare i fedeli, man mano che superavano i controlli al check point per condurli a Gerusalemme. Visitammo quindi la città, insolitamente poco affollata. Anche per rientrare, la sera, a Gerusalemme dove alloggiavamo, dovemmo rifare a piedi un percorso un po’ diverso, ma altrettanto lungo. La strada da un certo punto in poi correva lungo il “muro” che separa Israele dalla Cisgiordania. Visto da vicino è ancora più opprimente. Passammo accanto alla Tomba di Rachele, biblica moglie del patriarca Giacobbe. Non si trova proprio a Betlemme, ma poco più a nord, già a Efrat. Nel Libro del Genesi è scritto che morì dando alla luce suo figlio Benjamin e che Giacobbe la seppellì proprio lì, anziché a Hebron, dove si trovavano già le tombe degli altri patriarchi e matriarche. Betlemme – Efrat è il terzo luogo più santo dell’ebraismo, dopo il Muro Occidentale (del “Pianto) di Gerusalemme e le tombe dei Patriarchi di Hebron. Gli ebrei vi fanno pellegrinaggio fin dai tempi antichi, poiché la matriarca rappresenta un pilastro dell’identità ebraica. I musulmani, dal canto loro, rivendicano il sito come islamico. Negli ultimi decenni, attorno alla tomba di Rachele si sono verificati diversi scontri e attentati con molte vittime, sia israeliane che arabo palestinesi. Oggi è protetta da mura e le possibilità di farvi visita sono scarse. 

Il Walled Off Hotel

Camminando lungo il muro, si notano diversi graffiti, alcuni di Bansky, uno dei più importanti esponenti della street art del mondo. Ma il luogo più curioso è proprio “the Walled off hotel” (l’albergo murato), un piccolo albergo posto di fronte al muro di separazione, che contiene decine di opere proprio di Bansky. Alcune di esse si trovano nelle sue dieci camere; altre, invece, sono nella hall e sono liberamente accessibili ai visitatori esterni. 

L’attraversamento del check point, quella sera, fu un evento drammatico. Centinaia di persone, stanche, sudate e urlanti, incanalate in uno stretto corridoio delimitato da un alto muro su entrambi i lati, premevano in modo dissennato per passare attraverso l’unica porta girevole lasciata aperta dalle autorità israeliane. Oltre quella porta, vi era un solo soldato preposto al controllo passaporti, per cui faceva passare una sola persona alla volta, pressata da una calca che rendeva difficoltoso perfino respirare.

Il riattraversamento del check point di quel primo venerdì di Ramadan rimarrà nella mia memoria come uno degli episodi più inquietanti dei miei viaggi, un’esperienza di cui poter fare volentieri a meno. 

Questo è ciò che accade una sola volta l’anno, quando l’attraversamento del check point si deve necessariamente effettuare attraverso il transito pedonale, non essendoci mezzi pubblici disponibili in partenza direttamente da Betlemme. Nelle altre giornate, il rientro a Gerusalemme avviene attraversando su di un pullman il passaggio carraio ed è decisamente più routinario; tuttavia, mi lascia sempre un po’ di amaro in bocca. All’arrivo al posto di blocco, che di fatto è il confine tra lo Stato di Israele e i Territori della Cisgiordania, i passeggeri palestinesi devono scendere per il controllo dei loro lasciapassare (non dispongono di un passaporto in quanto non sono cittadini di un vero Stato sovrano). Ciò accade poiché non di rado i loro documenti non sono in regola, sono scaduti o quant’altro e doversi mettere a discutere dentro gli spazi angusti della cabina di un pullman non è la migliore condizione per affrontare quelle circostanze. I pochi altri passeggeri in possesso di passaporto, per lo più turisti occidentali, invece, possono rimanere al loro posto. Un poliziotto o un soldato israeliano sale sul mezzo e passa ad effettuare il controllo. I palestinesi poi risalgono a loro volta uno ad uno sul pullman e, infine, si può ripartire. Non posso tuttavia ogni volta non notare i loro occhi bassi, i volti scuri, umiliati e offesi per quella diversità di trattamento. Provo sempre un forte senso di disagio nei confronti di quelle donne, quegli uomini, di quei ragazzi, a causa di una situazione che non riesce a trovare una soluzione accettabile per tutte le parti coinvolte.

Graffito di Banksy al Walled Off Hotel

A quelle latitudini la sera scende in fretta. In lontananza si vedono già accendersi le luci di Gerusalemme. Secondo la tradizione ebraica, il tramonto segna già l’inizio di un nuovo giorno.

Betlemme: fortezze e piscine

Anche la basilica della Natività, culla della Cristianità, come tanti altri siti sacri di questo mondo tanto affascinante quanto tormentato, fu teatro di un episodio di violenza.

Nella primavera del 2002, durante i mesi della seconda Intifada, l’esercito israeliano la pose sotto assedio, nel tentativo di catturare dei militanti palestinesi che vi si erano rifugiati a decine, in quanto ricercati per atti violenti contro cittadini israeliani. Uno di essi, già ferito, non sopravvisse. Insieme ad essi vi rimasero bloccati anche quaranta religiosi cristiani, oltre a diversi palestinesi che si trovavano in quel sito per diversi motivi. Dopo un assedio durato trentanove giorni, grazie anche all’instancabile opera di mediazione dell’egiziano Ibrahim Faltas, frate francescano della Custodia di Terra Santa, fu infine raggiunto un accordo che prevedeva l’esilio dei ricercati, inviati o nella Striscia di Gaza o in Paesi europei, tra cui l’Italia, disposti ad ospitarli. Durante quelle settimane d’assedio, dalla basilica furono trafugati icone, candelabri, candele e libri antichi, solo in parte ritrovati o restituiti. Lo stato della basilica era penoso, con muri anneriti dai fuochi accesi all’interno per scaldarsi o cucinare, dappertutto sporcizia, disordine e devastazione. Fu probabilmente a seguito di ciò che le autorità religiose si risolsero a dare il via ad una serie di interventi di restauro e di manutenzione straordinaria e, potesse almeno essere di consolazione, ora quella basilica è tornata ad essere davvero architettonicamente e storicamente un monumento prezioso.

Su Manger Square, dove la Basilica della Natività ha il suo angusto ingresso principale, si affaccia l’unica Moschea del centro città, costruita nel 1860. In uno stile architettonico che ricorda quello mamelucco, è dedicata al califfo Omar ed è inaccessibile ai non musulmani. È una elegante costruzione in pietra bianca e il suo altrettanto bel minareto svetta su tutta la piazza. Nel centro cittadino si vedono alcune chiese appartenenti a diverse confessioni cristiane. Ma di moschee non se ne vedono altre. Eppure, la maggioranza della popolazione è composta da arabi musulmani. Una spiegazione di questa apparente stranezza è che, fino ad una cinquantina d’anni fa era la componente cristiana a costituire i due terzi dei cittadini di Betlemme. Forse per tale ragione nella sua piazza principale si trova quell’unica moschea. Attorno alla piazza e nelle viuzze ad essa limitrofe si possono trovare diversi chioschi e piccoli ristorantini che tuttavia offrono per lo più sempre gli stessi piatti: pitta, il tipico pane a forma di focaccia; falafel, polpettine a base di ceci e altre verdure; hummus, una purea sempre di ceci e semi di sesamo, e verdure condite con tahina, una salsa a base di sesamo. Una volta il titolare di uno di essi, un signore dall’aria bonaria più o meno mio coetaneo, al momento di pagare il conto mi domandò: secondo te quanto hai speso? Basandomi sui prezzi di Gerusalemme, buttai là, un po’ dubbioso, un importo. Un largo sorriso di approvazione e una manata sulla spalla mi confermarono, con il senno del poi, che avrei potuto stare anche più basso, poiché a Gerusalemme tutto è più caro.

Pitta, Hummus, Falafel e verdure

Fuori città, a pochi chilometri di distanza, una meta di interesse per gli amanti della storia e dell’archeologia è quella strana collina a forma di tronco di cono che, procedendo verso sud est da Betlemme, si staglia contro il cielo, molto ben visibile già da lontano. Incuriosisce e, un po’, inquieta, poiché ha una forma davvero aliena rispetto al circostante paesaggio di morbide colline. Si tratta in effetti di opera dell’uomo. È una delle tante costruzioni volute da Erode il Grande. L’Herodion, così è conosciuto quel palazzo-fortezza circolare, è in parte immerso nel sottosuolo, mentre il resto si ergeva a dominare tutta la Giudea. Era una delle residenze del re e, su di un suo lato, vi era il suo monumento sepolcrale. Pochi anni or sono, nel 2007, fu ritrovato quello che si ritiene essere il sarcofago di Erode. Era stato fatto a pezzi dopo la sua morte, tanto era l’odio che quel re continuava a suscitare contro di lui. Merita una visita, sia per comprendere di cosa poteva essere capace un ambizioso regnante dell’antichità, sia per l’originalità della struttura, che per gli intonaci rigorosamente pompeiani di alcuni ambienti appena restaurati. Sia per la sua storia, anch’essa segnata da battaglie e da sangue.

Sulla strada del ritorno, non ci si può dimenticare poiché ci penserà di certo il taxista a ricordarlo, di fare una sosta a Beit-Sahour, dove si trova una meta fissa per i pellegrini cristiani: il “Campo dei Pastori”, con il santuario di “Gloria in Excelsis Deo”. Costruito nel 1953 su progetto dell’architetto italiano Antonio Barluzzi (che, come vedremo sarà l’artefice di diversi altri edifici religiosi di Terra Santa), è nei pressi delle rovine di un precedente monastero del V secolo. Questo luogo ha un valore squisitamente devozionale, poiché è qui che, secondo il racconto evangelico, è stata per la prima volta annunciata dagli angeli ai pastori, la nascita del Messia.

Un altro sito evocativo si trova a sud di Betlemme. Un errore di valutazione mi fece credere di poterci arrivare facilmente con una breve passeggiata. Dopo più di un’ora di cammino e diverse richieste di indicazioni fatte a persone un po’ stupite nel vederci determinati a raggiungerle a piedi, arrivammo infine alle “Piscine di Salomone”. Ne avevo solo letto qualcosa e mi incuriosiva andare a vedere. Si tratta di tre enormi cisterne fatte costruire dai Romani nel I secolo d.C. per raccogliere l’acqua da canalizzare verso Gerusalemme. Acqua, poca, e canalizzazioni ci sono ancora. La brutta sorpresa è stata la condizione di degrado in cui si trovavano e nell’enorme quantità di rifiuti che le circondavano. Erano rifiuti tipici dei pic-nic. L’area è davvero gradevole, un angolo di montagna svizzera, con quel bosco di conifere di cui le cisterne sono circondate. È plausibile che folle di famiglie si riversino là per le loro scampagnate e lascino, sparso tutt’intorno, i loro ricordi, che poi, sembrerebbe di poter dire a giudicare dalla loro quantità, nessuno mai raccoglie. Ma perché quel nome “di Salomone”? Perché tradizione vuole che quel saggio re usasse trasferirsi lì, da Gerusalemme, a cercare un po’ di frescura nei mesi estivi. L’ambiente doveva essere, come tuttora è, talmente gradevole da avergli ispirato, sempre secondo tradizione, il “Cantico dei Cantici”. Nel 1618, il sultano ottomano Uthman Khan fece costruire vicino al sito una fortezza, il castello di Murad, per proteggere la preziosa acqua delle piscine. Oggi, ristrutturata, è stata in parte adibita a museo di storia ottomana. Accanto ad essa l’Autorità Nazionale Palestinese ha poi fatto edificare un enorme centro congressuale e alberghiero. Nuovo, magnifico e… totalmente deserto e abbandonato.

Betlemme: viaggiatori, pellegrini e… altri

Effetà Paolo VI di Betlemme è un istituto che si occupa della rieducazione audiofonetica di bambini sordi e, talvolta anche muti, il cui bacino è molto più ampio della municipalità di Betlemme e accoglie bambini da tutti i Territori palestinesi.

(Effetà, in aramaico, significa «Apriti» e fu la parola usata da Gesù per operare la guarigione di un sordomuto). L’istituto, gestito da suore cattoliche italiane, provvede annualmente alla formazione di circa 150 bambini a prescindere dalla loro appartenenza religiosa. Le loro famiglie, in particolare le madri, tengono molto a che i loro figli possano essere educati in quella struttura e fanno di tutto perché possano frequentarla con regolarità. Quel Centro diviene così anche punto di riferimento e di incontro per tante famiglie, non solo di Betlemme, ma anche di altri paesi. Ciò comporta una ricaduta collaterale positiva, in quanto in tal modo educa anche alla convivenza e alla comprensione interreligiosa all’interno del mondo arabo palestinese. Suonato il campanello, devo dire con non poca faccia tosta, ad aprirci venne una suora non più giovane e per nulla sorpresa dalla nostra presenza. Volevamo semplicemente visitare l’istituto e saperne di più e lei non fece altro che chiamare la superiora, la quale, dopo averci offerto un sacrosanto buon caffè all’italiana, con molta cordialità e semplicità, ci guidò negli ambienti interni. Sembrò quasi sconcertante la fiducia con la quale fummo accolti, senza domande, senza chiedere accreditamenti o quant’altro. Le domande, in realtà le facemmo noi. La risposta ad una di queste mi lasciò senza parole. La domanda era semplice: come mai tanti bambini sordi e/o muti? La risposta fu del tutto inattesa: tra i Palestinesi circa il 40% dei matrimoni è endogamico, combinato cioè all’interno della famiglia allargata o direttamente tra primi cugini; questa è la ragione principale per la qualei loro figli presentano più spesso simili patologie.  

Poi la madre superiora aggiunse: da queste parti vi è poi anche un’altra realtà, quella delle ragazze che rimangono incinte fuori dal matrimonio. Possono perfino venire uccise dai loro parenti, padri, fratelli. Si tratta, per fortuna, di un’eventualità non frequente e tuttavia ancora oggi una gravidanza extra coniugale rimane un evento che rappresenta un grande disonore per le loro famiglie. Così, vuoi per la vergogna, la rabbia, o perché “è così che si deve fare”, esse, se proprio non rischiano la vita, è molto probabile che vengano allontanate in modo definitivo dalla famiglia; e che le aspetti di certo un futuro di marginalizzazione sociale. Per questo, constatata la gravidanza, si allontanano dalla famiglia per il tempo necessario a portarla a termine; partoriscono, lasciano il figlio in un istituto o altrove, presso parenti o altro, e tornano a casa. La famiglia, o parte di essa, ovviamente, sa cosa è successo, ma occhio non vede… onore salvo.

Porta dell’Umiltà

Per raggiungere il cuore cittadino è preferibile muoversi a piedi. Ci si impiegherebbe non più di un quarto d’ora, se non fosse che si attraversa un lungo suq che inevitabilmente, vuoi per la confusione, vuoi per la curiosità, fa rallentare l’andatura e allungare i tempi. Manger Square è il centro pulsante della città. È crocevia di pellegrini, di visitatori che si mescolano con i residenti, di venditori ambulanti, di questuanti. L’economia della città si regge in buona misura sul turismo religioso. Anche se ormai la componente cristiana dei cittadini di Betlemme è minoritaria, il sindaco deve essere, per regolamento municipale, un cristiano. Un sindaco cristiano non mancherà di aver cura dei suoi concittadini e correligionari e, per ricaduta, dei cittadini tutti.

Basilica della Natività

La Basilica della Natività, voluta dall’imperatore romano Costantino nel 326 d.C. è la chiesa più antica rimasta sempre in funzione dal tempo della sua costruzione. L’angusto pertugio, attraverso il quale entrarvi, è talmente basso che è necessario chinare il capo e ciò ha portato a pensare che quello fosse un, quantunque forzato, gesto di umiltà, da cui quella porta prende il nome. Pochi, tuttavia, ricordano volentieri che in tal modo si offre il collo a chi, stando ben preparato e protetto al suo interno, una volta quel collo poteva mozzarlo con un colpo di spada, se riteneva che l’ospite fosse ostile. La Basilica è greco-ortodossa e i suoi mosaici pavimentali, originali, sono di grande pregio, sia storico che artistico. Quelli alle pareti, in parte danneggiati, sono stati magistralmente restaurati in anni recenti da esperti provenienti da due scuole di restauro italiane, quella di Ravenna e quella di Prato. Ora si possono ammirare per lo splendore dei loro colori accesi che brillano alla luce naturale, proveniente dai finestroni posti in alto sulle pareti laterali. È quasi scontato dover fare una lunga fila per accedere alla grotta posta sotto l’altare maggiore. Difficilmente ci si impiega meno di un’ora in una calca crescente fino al parossismo, a mano a mano che ci si avvicina allo stretto ingresso al sito. Nell’attesa c’è chi prega in solitudine o in gruppo, chi parla, sfoglia brochures, guide turistiche o chiacchiera, o tutte quante queste cose insieme, come nessuna di esse. Poi tutto accade in fretta, in modo convulso. Mentre si transita dentro la grotta della Natività si è presi dall’ansia di dover fare quante più cose possibile nei pochi secondi concessi: una preghiera, un inchino, una carezza, o, riuscendoci perfino un bacio, alla “stella” a quattordici punte[1] dove il neonato Gesù fu adagiato, una candela da accendere accanto alla mangiatoia e, una – anzi diverse – foto, meglio se in posa. Davvero troppe cose tutte insieme. Una volta ho visto religiosi che pregavano e allo stesso tempo mangiavano un pezzo di pane… (o, forse, mangiavano un pezzo di pane, mentre pregavano…).

La “Stella” a 14 punte

La storia di quella basilica è molto più di tutto questo…


[1]In lingua ebraica ad ogni lettera dell’alfabeto corrisponde un valore numerico. Così la parola David, che si scrive con le sole tre consonanti DVD, ha, sommando il valore 4 delle D con il valore 6 della V, il valore 14. Il numero delle punte della stella della Natività vuole simbolicamente far risalire Gesù alla dinastia davidica.

Betlemme: dentro e intorno

Betlemme si trova sullo stesso percorso che si deve fare per andare da Hebron a Gerusalemme, più o meno a metà strada. Di rado la raggiungo da sud, da Hebron, passando accanto a diversi insediamenti israeliani, posti appena in alto sui colli. Sono facilmente riconoscibili per le loro linee architettoniche, forse anche esteticamente belle, forse invece opinabili, ma di sicuro un pugno in un occhio rispetto al paesaggio e ai profili dell’edilizia locale.

Panoramica di Betlemme

Più spesso ci vado da Gerusalemme con le autolinee palestinesi che partono appena fuori dalla porta di Damasco, dove si trova la stazione degli autobus. Il tratto è di una decina di chilometri e, volendo, si potrebbe percorrerlo a piedi. Una volta, in un bel pomeriggio autunnale, l’ho fatto in direzione Gerusalemme. Ci si impiega un’ora e mezza e, come sempre accade, a piedi si possono osservare dettagli del paesaggio e della presenza umana, che dall’interno di un mezzo pubblico inevitabilmente sfuggono. Il percorso del pullman attraversa i quartieri meridionali di Gerusalemme, quelli che, durante i diciotto anni in cui la città rimase tagliata in due, con israeliani a ovest e giordani e arabi palestinesi a est, si trovavano in questa seconda zona. Quartieri tranquilli, edifici residenziali in stile coloniale britannico e aree di verde. Poi le case diradano e lasciano spazio al terreno naturale, la terra di Giudea, con ogni probabilità non dissimile a quella su cui possono aver camminato i re di Israele, le legioni romane, la famiglia di Gesù. O il Saladino, i Mamelucchi, o, ancora, i Turchi ottomani…. La fantasia corre e ce li fa immaginare lì a fianco a noi, sui loro cammelli, a piedi o forse a cavallo. Il pullman prende poi una deviazione; deve servire quartieri e villaggi situati a lato della strada principale. Lo stile architettonico degli edifici cambia e ci segnala che stiamo entrando in un altro mondo. Si passa nelle strade tortuose del centro di Beit Jala, un sobborgo a un paio di chilometri dalla nostra meta. L’autista deve essere esperto a destreggiarsi tra strade strette, curve e traffico disordinato, con l’agilità di un motociclista che va di fretta. L’arrivo si trova alla periferia di Betlemme. Appena scesi dal pullman si deve resistere al consueto assalto dei taxisti che offrono passaggi per ogni dove. Con loro bisogna essere risoluti e dichiarare con fermezza di non volersi avvalere dei loro servigi. Se invece li si vogliono utilizzare, allora è prima di tutto necessario trattare sul prezzo della corsa e qui bisogna essere abili. Ad insegnarmi come destreggiarsi tra la decina di persone che ogni volta ti si affolla attorno, è stata una persona incontrata per caso, proprio su uno di quei pullman. Sentita la lingua italiana con cui tra di noi parlavamo, una giovane signora, una quarantina d’anni molto ben portati, si intromise e, parlando in un italiano del nord, ci chiese dove fossimo diretti. Per farla breve ci si raccontò le solite cose, ma una fu una sorpresa: era una suora francescana originaria della Svizzera italiana. Da quelle parti i religiosi e le religiose cristiani là residenti, quando escono dai loro conventi quasi tutti indossano abiti civili. Quell’incontro era di una qualche decina di anni fa, quando il pullman fermava molto più lontano dal centro cittadino di quanto non faccia ora. Prendere un taxi era quindi necessario per non perdere troppo tempo. Fu proprio lei ad insegnarci come fare, senza creare confusione e, soprattutto, senza provocare tensioni tra gli stessi taxisti. La suora si spostava spesso tra Gerusalemme e Betlemme e per lei quella della trattativa con i taxisti era ormai prassi consolidata. Fu incredibile come quella gentile signora fosse stata in grado di digrignare i denti, guardare negli occhi a muso duro taxisti che malvolentieri trattavano condizioni con una donna, tenere a bada gli altri. Imparai bene come fare e, devo ammettere, ancora oggi funziona.

Grotta del latte

Fu grazie a quella suora che conobbi il sito detto della “Grotta del latte”. Si trova a poche centinaia di metri dalla piazza principale e dalla chiesa della Natività. Allora era sconosciuta ai più e fu lei ad accompagnarci e a raccontarci la tradizione locale che la riguarda. Si narra che la Sacra Famiglia non lasciò Betlemme subito, ma vi abitò per un paio d’anni. Altri racconti affermano invece che si fermarono là solo per poco tempo, prima di recarsi in Egitto. Ad ogni modo, durante la permanenza in quello che a quei tempi doveva essere stato un piccolo villaggio, la famigliola di Gesù si stabilì in quella grotta. Durante l’allattamento del figlio, sua madre doveva aver perso del latte, che cadde a terra. Quel contatto trasformò la pietra rossastra che divenne bianca, come la si può vedere ancor oggi. Sempre la tradizione locale vuole che le donne che non riescono a generare figli, possano finalmente farlo, ingerendo un po’ del terriccio derivato dalla macinazione di quella roccia.Tornando a noi, appena scesi dal pullman, l’occhio cade su due siti: il primo è la sede locale dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), a ricordare al visitatore che gli abitanti della città (ma, in generale, tutti gli arabi originari della regione palestinese a vario titolo e in varia misura), sono sostenuti sia sul piano economico, che sanitario, educativo e quant’altro, da quell’Organizzazione che fa capo alle Nazioni Unite, in attesa di una composizione del contenzioso territoriale che da ormai più di settant’anni tormenta quella parte di mondo. Il secondo edificio che si fa notare, è una bella struttura bianca a bordo strada, con una grande scritta: Effatà Paolo VI e una volta ci siamo andati in visita.

Hebron tra sangue e preghiere

L’accesso all’edificio erodiano fu consentito a tutti i credenti senza particolari restrizioni. Fino al 1994. Dopo quella data si produsse una frattura mai rimarginata e l’assetto interno dell’edificio, così come l’ho visto e provato a descrivere, è diretta conseguenza di quanto accadde in quell’anno. 

Sono sempre stato riluttante a parlare di quello che è accaduto a Hebron, più di quanto non lo sia già normalmente quando, per dovere di cronaca e di verità, racconto di fatti di sangue. L’episodio che si verificò quell’anno è ai miei occhi ancora più canagliesco, poiché fu un ufficiale medico dell’esercito israeliano a metterlo in atto. Non ho mai voluto nemmeno citare il suo nome, che pure ho ben impresso nella mia mente; quell’uomo, non il suo gesto che invece va ricordato come monito, merita per me una damnatio memoriae, deve essere dimenticato e anche la sua tomba, meta di sciagurati pellegrinaggi da parte di chi è come lui, dovrebbe essere distrutta. Un soldato non ha la licenza di uccidere come, chi e quando gli pare; un medico deve sanare, salvare vite, non uccidere, tantomeno assassinare. Ed è quello che quel medico militare invece ha fatto. Membro di un piccolo gruppo estremista e violento facente parte del movimento dei coloni, quell’uomo entrò, in uniforme e armato di mitra e bombe a mano, nella parte dell’edificio riservato ai musulmani. Poteva farlo liberamente; fino ad allora non vi erano vincoli né specifici divieti, o percorsi obbligati. Vi era in corso una funzione religiosa; per questo vi si trovavano tante persone. Ne uccise ventinove a freddo, prima di essere linciato dagli altri presenti. La reazione della città fu immediata e altrettanto folle. I cittadini arabi di Hebron tentarono l’assalto al quartiere ebraico. Per fermarli, l’esercito sparò, causando la morte di altre ventisei persone. Ma non riuscì ad evitare l’uccisione a calci e pugni di altri cinque ebrei presi a caso tra coloro che cercavano di sottrarsi a quella folla inferocita.

Come abbiamo visto, non fu quello il primo massacro e nemmeno l’ultimo che, ora gli uni ora gli altri, misero in atto. Ma ogni volta che sono entrato a portare qualcuno in visita a quel sito; ogni volta che mi sono trovato a dover calcare quei tappeti, di cui il pavimento è coperto, avverto un brivido, un’inquietudine nell’immaginare quegli scoppi, le grida, la rabbia e la concitazione che trasudano da quegli stessi tappeti e dai muri. Poi passa e mi quieto. E mi chiedo che senso possa mai avere tutto questo, che relazione vi possa mai essere con quei cenotafi e ciò che essi rappresentano. Chevron, Al Khalil: amicizia. 

A seguito di quella strage, d’accordo con l’Autorità Palestinese, Israele divise la città in due settori: circa il 20% dell’area urbana, dove si trova la comunità ebraica, passò sotto diretto controllo dell’esercito israeliano, mentre il restante 80% fu affidato a quello alle forze di polizia dell’Autorità Palestinese, con, inoltre, una presenza internazionale, a cui partecipa anche un contingente militare italiano, allo scopo di cercare di abbassare i toni e il livello di conflittualità della città. 

La prima volta che andai a Hebron, fu con due coppie di amici e noleggiammo due auto. Gli autisti si offersero di accompagnarci anche nel tratto che avremmo dovuto percorrere a piedi. 

Uno dei due fungeva da cicerone, era un uomo sui trentacinque/quarant’anni, vigoroso, deciso, lo sguardo sicuro. L’altro, poteva essere un suo coetaneo, era invece taciturno, un ragazzo semplice e cordiale. Li ho immaginati adolescenti, a tirar sassi contro gli israeliani durante la prima Intifada. Vedevo il primo dei due affrontare fiero i soldati, mentre l’altro al più poteva essere uno di quelli che andavano a cercar pietre da passare a chi le avrebbe lanciate. Volevano libertà, indipendenza. Chi ero io per dar loro torto?

Il più vigoroso dei due, una volta arrivati all’edificio erodiano, mi si avvicinò per dirmi che quello non poteva che essere un sito musulmano. Cosa volevano gli ebrei? Non era evidente che, con quei due minareti, si trattava di una moschea? La storia la sapevo anch’io e quelle pietre profilate secondo i voleri di Erode per tutte le pietre delle costruzioni da lui volute, erano testimoni mute ma assolutamente affidabili. Non obiettai, non mi pareva il caso, anche se voleva vendermi una bufala. E commentai soltanto con un “oouh” quanto più british possibile.

Della mia seconda visita, fatta stavolta in autonomia, ricordo solo di aver chiesto all’autista del taxi collettivo di farci scendere nei pressi della “moschea di Ibrahim”, evitando di indicare quel sito come “Tombe dei Patriarchi” definizione ebraica che ritenevo non sarebbe stata gradita. Scendemmo all’inizio del suq e fummo presto circondati da ragazzini che chiedevano soldi o caramelle. Un barbuto uomo sulla cinquantina con il classico ematoma blu tra le sopracciglia, dovuto al cinque volte quotidiano gesto di sottomissione ad Allah, messo in atto appoggiando la fronte a terra, ci offrì del tè bollente, comperato di tasca sua da un ambulate in fez rosso, prima di farci strada tra le viuzze del mercato, tenendo alla larga i ragazzini un po’ invadenti.

Una terza volta ci andai senza aiuto di alcuno. Attraversato il suq, giunti che fummo nei pressi dell’area delle Tombe dei Patriarchi, trovammo il consueto piccolo posto di blocco. Il giovane soldato, capelli biondissimi, un viso slavato che circondava due occhi grigi e freddi, con aria annoiata chiese in ebraico al primo di noi che si fece avanti, se fosse ebreo ed egli, prima di avvertire la trappola, in quella lingua rispose “sì”. Quello si attaccò al radiotelefono e capii che stava informando qualcuno della sua presenza. Una ragazzina minuta in uniforme, di certo aveva barato sull’età per farsi arruolare, venne a prenderlo in consegna e, “per la sua sicurezza”, lo piantonò bloccandolo sul posto dove si trovava, mentre io con le altre persone del piccolo gruppo entravamo in visita all’edificio.  Ma non finì qui. Terminata la visita raggiungemmo il nostro amico per tornare indietro insieme. La mini soldatessa lo impedì: sarebbe stato riaccompagnato, lui solo, scortato dentro un’auto militare. Mi opposi, protestai. Mi fecero infine parlare con l’ufficiale in servizio e dopo qualche insistenza riuscii a convincerlo, sotto la mia responsabilità, a lasciarci andare via tutti insieme e senza scorta.

Negli anni a seguire si sarebbero verificati altri episodi di violenza, altri morti, altre sofferenze, altri torti da entrambe le parti e sembra ormai davvero impossibile mettere un punto fermo, trovare un accordo, un ragionevole compromesso. Hebron, intanto, rimane sempre lì immobile in questo tempo ostile, con le sue sante tombe, indifferenti e mute.