Il trentennio d’oro della Letteratura russa

La letteratura russa è proceduta a scatti, nulla o quasi fino ai primi dell’800, poi emerge prepotentemente.

Qualche timida apertura all’Occidente c’era stata con Pietro il Grande e con Caterina II che, mezzo secolo dopo, aveva ospitato a San Pietroburgo Diderot e Voltaire, ma di letteratura russa si comincerà a parlare solo con Puškin (1799-1837) che, ancora ragazzo, scrisse i suoi primi versi osservando, dalla finestra del suo liceo di Carskoe Selo, l’esercito zarista in marcia per fermare le armate di Napoleone.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell’Ermitage

Alessandro I fu il primo Zar ad affacciarsi con autorità sulla scena politica europea e contemporaneamente apparvero tre meteore letterarie, la loro vita fu brevissima ma folgorante: Puškin, Lermontov e Gogol’. Dal 1850 al 1880, durante il così detto trentennio d’oro”, quasi contemporaneamente debuttarono Dostoevskij con Povera Gente (1846), Turgenev coi racconti Memorie di un cacciatore (1847), Ivan Gončarov con Oblómov e Lev Tolstoj con Infanzia (1852). Si continua con Padri e figli (1860) di Turgenev che aprì la strada ai grandi romanzi epici come Guerra e Pace e Delitto e castigo usciti quasi in contemporanea, come I Demoni e Anna Karenina. Il trentennio d’oro si chiuse con I Fratelli Karamazov l’ultimo monumentale romanzo di Dostoevskij, edito nel 1879, due anni prima della sua morte.

Fëdor Dostoevskij – 1872 Vasilij Perov (Galleria Tret’jakov, Mosca)

Dostoevskij terminò un’epoca, politicamente segnata dall’assassinio, nel marzo 1881, di Alessandro II che portò con sé il definitivo fallimento delle riforme sociali e l’inizio dello sfascio dell’autocrazia zarista che riuscirà a reggere, malamente, per circa quarant’anni.

Il “trentennio” è stato sicuramente un periodo grandioso, nel quale si levarono possenti voci a denunciare una situazione politica, sociale e morale disastrosa. La crisi si palesò in tutta la sua gravità dopo la disastrosa sconfitta militare nella guerra di Crimea (1853-1856) che esasperò le endemiche debolezze di un sistema arretrato e ottuso che, rifiutando caparbiamente ogni cambiamento, teneva il Paese in uno stato di arretratezza di secoli rispetto alle altre potenze europee. Furono gli artisti e gli scrittori a divenire testimoni del malessere sociale stigmatizzando nelle loro opere le cruciali questioni politiche: l’abolizione del servaggio della gleba, la riforma agraria ed economica e la fine dell’asfissiante regime poliziesco che soffocava ogni anelito popolare.

Non era facile affrontare quelle questioni, la censura zarista non lasciava spazio e il rischio era di essere condannati al silenzio, ma le loro storie affrontavano continuamente le Prokljatye voprosy, le questioni maledette del tempo e l’inquietudine di un popolo costretto ad una visione di futuro privo di spiragli. Soprattutto Tolstoj e Dostoevskij scavavano in profondità nelle ragioni del disagio morale e politico, della loro epoca indagando, quasi ossessivamente sulla questione etica della responsabilità di fronte a fatti e scelte. Qui sta la grande caratteristica e attualità del romanzo russo ottocentesco nel quale i protagonisti, si chiedono continuamente “che fare?” in quanto sono posti davanti a scelte definitive, quindi impossibili da eludere se non rinunciando alla loro dignità di uomini. Seguì un ventennio di apparente pacatezza in cui le questioni poste, parvero più intime e meno urgenti, e sulla scena letteraria comparve Anton Čechov a raccontare la vita com’è, coi suoi squallori, le sue delusioni, senza però mai calarsi negli angosciosi meandri dell’animo umano:

Prendi qualche cosa dalla vita reale d’ogni giorno, senza trama e senza finale….A me pare non tocchi al letterato risolvere problemi come quello di Dio, del pessimismo, del futuro……L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi ma loro testimone …..Chi scrive dovrebbe riconoscere che a questo mondo non si capisce nulla, come a suo tempo lo riconobbero Socrate e Voltaire.

Se il mondo di Tolstoj era quello di ieri, quello di Čechov divenne quello del giorno dopo, è il mondo borghese ad essere descritto, privo di riferimenti aristocratici ma povero anche di metafisica e alti sentimenti. La borghesia descritta da Čechov è tutta presa ad accumulare beni e ricchezze, ricavandone solo grettezza, avidità e risentimenti, tutto il resto è silenzio o segreto personale da seppellire al più presto. Nessuna intesa intellettuale tra Čechov e Tolstoj. Troppo diversi. Tolstoj nutre una speranza nella riscossa morale umana, Čechov col suo pessimismo vede unicamente una società che va alla deriva, schiacciata da un materialismo che impedisce ogni speranza di resurrezione.

Fotografia di Anton Čechov all'età di 29 anni
Fotografia di Anton Čechov all’età di 29 anni

I personaggi di Čechov sono dei perdenti che perdono perché non osano. Nei suoi racconti e nelle sue commedie, ma soprattutto ne Il gabbiano, Il giardino dei ciliegi, Zio Vanja, Ivanov emergono aspirazioni, lasciano intravvedere la possibilità di un mondo migliore, ma poi vengono soffocate da rinunce forzate o volontarie. La debolezza dei personaggi di Čechov è la debolezza dell’uomo di fronte a scelte capitali:

meglio dormire e non pensare che pensare e non dormire.

La sua visione del destino umano porta con sé una rassegnazione dolorosa e inevitabile: l’uomo è poca cosa, crede di essere immenso, può individuare il molto, ma è prigioniero del sistema in cui è costretto a vivere. L’uomo vive di ciò che ha, non di ciò che è.

Dopo Čechov si aprirono anni tumultuosi segnati dal trionfo del simbolismo tipico della prima decade del ‘900 ove su tutti risuonò la voce di Aleksandr Blok, poi a ridosso della Prima Guerra Mondiale irruppe il futurismo, fragoroso ed irriverente di Majakovskij e Chlebnikov destinato a dominare gli ultimi scampoli dello zarismo agonizzante. Sarà poi la rivoluzione a scardinare tutto, mettendo in crisi valori e sistemi pregressi e aprendo ipotesi, rivelatesi fallaci, di nuovi orizzonti.

Sarà Majakovskij a raccontare il cataclisma nel suo Mistero Buffo (1918) poi Bulgakov con Guardia Bianca (1925) e Isaac Babel’ con Armata a cavallo (1926) e non sarà solo letteratura ma anche musica con Prokof’ev e Šostakóvič e la visionaria pittura di Chagall e Kandinskij. Ma oramai un’altra forza politica autocratica si era insediata al potere ed anch’essa, iniziò a guardare con sospetto e palese irritazione alle geniali e incontenibili avanguardie. Saranno di nuovo divieti, censure, ed emarginazioni. Un’altra storia russa.

Tolstoj #3: una tomba senza nome

Nel 1881 muore Alessio II, ucciso da una bomba di terrorist. Gli succede il figlio Alessio III che apre una nuova stagione di repressione, censure e di oscurantismo. Tolstoj ne prende subito le distanze, chiede al nuovo Zar clemenza per gli attentatori, ma non viene ascoltato, i colpevoli vengono giustiziati.

Inizia la lunga stagione di battaglie per l’abolizione della pena di morte, primo passo della sua teoria della resistenza al male con la non violenza. Sfida continuamente il Governo, gli mette sotto gli occhi la disastrosa situazione sociale, inizia a predicare l’obiezione di coscienza e il rifiuto della leva, contesta la politica religiosa che perseguita chi è ostile alla religione ufficiale che fa tutt’uno col  potere politico.

Diventa davvero un personaggio molto scomodo, ma è troppo famoso per metterlo semplicemente a tacere e la polizia politica lo controlla, tenta di fargli il vuoto intorno arrestando i suoi collaboratori e proibendo la diffusione delle sue opere.

Durante la terribile carestia del 1891, denuncia l’inefficienza dei piani governativi ed organizza una campagna di raccolta fondi per acquistare cibo che distribuisce personalmente alla popolazione stremata: uno schiaffo all’inetta burocrazia zarista che avrà un eco in tutto il mondo.

L’ultima sua battaglia è contro la Chiesa Ortodossa, corrotta e collusa col governo zarista. L’accusa apertamente di avere smarrito la radice cristiana della Fede, si immerge nello studio delle scritture, scrive l’esegesi del Vangelo, chiede e si chiede come fare a riallinearsi all’insegnamento del Cristo che è stato corrotto da secoli di compromessi e di conformismo coi potenti della terra. Un percorso che racconta né “La Confessione” edita in Russia nel 1882 e subito sequestrata perché ritenuta blasfema, sarà poi ripubblicata nel 1884 a Ginevra. Un cammino il suo dalla perdita della Fede sino alla scoperta della vera parola evangelica, semplice e potente, grandiosamente scevra dei troppi dogmi accumulatisi nei secoli.

La Fede è armonia con il creato, moralità profonda e rispetto delle leggi di natura: ognuno la deve cercare e trovare da sé e in sé. Così hanno fatto i suoi personaggi da Pierre Bezuchov in Guerra e Pace a Levin in Anna Karenina fino a Nechljudov de La Resurrezione edita nel 1889. Ma è un cammino faticoso e lungo, occorre scrollarsi di dosso secoli di facili formule, di passiva accondiscendenza e di genuflessioni imposte, solo così si potrà arrivare alla vera essenza di Cristo. È troppo, la Chiesa Ortodossa non può tollerare l’aperta sfida e così dapprima censura poi, nel 1901, scomunica. È una decisione che sconcerta il mondo dei credenti e così quando nove anni dopo, nel 1910, Lev Tolstoj agonizza a causa della polmonite, cerca di ricucire il rapporto e manda i suoi emissari per somministrare l’estremo Sacramento a rimedio della condanna di un decennio prima. Vengono respinti, e Lev muore, avendo solo l’intima sicurezza della sua fede in un Dio misericordioso che non conosce né scomuniche né dogmi.

La sua tomba sarà a Jasnaja Poljana in terra sconsacrata, un tumulo coperto d’erba e senza croce. La terra è più giusta di qualsiasi confessione.

Tolstoj #2: lo Zar, il Generale e la scandolosa Anna

Guerra e pace occupa quasi dieci anni di lavoro, nel ripercorrere le campagne napoleoniche, fino a quella del 1812 che vide la Russia trionfare sull’Armée imperiale francese, Tolstoj da un lato, esalta la saggezza e l’intuito di Michail Kutuzov il generale a capo delle armate russe e dall’altro scredita l’immagine dell’esitante e pavido Zar Alessandro I.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837)
Franz Krüger
Museo dell’Ermitage

L’abbandono al nemico di Mosca, deciso da Kutuzov dopo l’esito incerto della battaglia di Borodino, era stato condannato ma si rivela la decisione che porta alla vittoria. Aveva ragione Kutuzov, l’uomo che sapeva cosa il suo esercito voleva da lui, che pur non amando né stimando chi comanda da lontano, nel Palazzo d’Inverno. Tolstoj consegna col suo romanzo, non a chi decide nei ministeri o a chi scrive libri, ma al popolo la centralità della storia che gli è stata negata, riscrive la storia dalla parte di chi l’ha vissuta. Per questo le battaglie, nel romanzo sono così appassionanti, perché sono viste nella loro realtà, non c’è un vincitore o un vinto, ci sono i soldati che si battono e muoiono spesso per la confusione di ordini non chiari, in posizioni che si rivelano errate o in azioni dissennate che non ottengono i risultati sperati.

Tutte le famiglienfelici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.

Altro scandalo provoca Anna Karenina (1877), l’obiettivo questa volta è l’ipocrisia dell’alta società di San Pietroburgo che ritiene inscindibile il matrimonio ma è pronta a tollerare ogni genere di trasgressioni pur di salvare le apparenze. Così si comporta Stepàn detto Stiva, il fratello di Anna, così agisce la Principessa Betsy che favorisce la relazione di Anna con Vronskij purché resti un frivolo passatempo ma è la prima a condannare allorché si accorge che le buone regole sociali non vengono rispettate.

Ed ecco le domande che il romanzo pone ai lettori dell’Ottocento, sconvolgendoli: perché una donna giovane, bella e piena di vita deve soffocare in un matrimonio senza amore? Perché le è negato il diritto di vivere l’amore con un altro uomo e ritrovare con lui la passione fisica e la voglia di una gioiosa condivisione?

Keira Knightley nei panni di Anna Karenina, nel film di Joe Wright (2012)

Anna sfida il perbenismo e la società la rifiuta, la cancella facendo muro contro chi infrange la rassicurante menzogna di tutte le coppie per bene di tutto il mondo e non solo di San Pietroburgo e non solo dell’Ottocento. “Scagli la prima pietra” dice il Vangelo ed allora Tolstoj rivendica la libera scelta di Anna che ha il coraggio di sfidare la società farisea e bigotta. E alla fine Anna perderà, non può non perdere, ma non perché cede alla violenza dei preconcetti, perderà perché la sua passione per Vronskij non si trasforma in un sentimento completo e si riduce a mera volontà di possesso. L’ultimo monologo prima del suicidio, in cui analizza le ragioni del suo fallimento è un passo che andrebbe letto e riletto da chi crede di avere, nella vita, solo certezze.

Il tema principale di Anna Karenina, al di là della descrizione delle piccinerie dell’aristocrazia dell’epoca, è quello della colpa, Anna non è una dissoluta (com’è Stiva, il fratello che però Tolstoj non punisce con il suicidio), ma una persona che, per amore, va al di là della propria morale: è un personaggio che nasce tragico, con un destino che in qualche modo è già scritto. Piena d’angoscia Anna condanna se stessa nel momento esatto in cui si innamora e in quell’innamoramento si perde. In lei trova vita il conflitto interiore che accompagnava le riflessioni di Tolstoj mentre scriveva, solo più tardi comincerà a studiare i Vangeli e ad elaborare il proprio cristianesimo anarchico. Mentre scriveva Tolstoj era ancora diviso, come dice Igor Sibaldi, tra la resa al proprio mondo o “commettere adulterio staccandosene” e imparando un nuovo modo di vita. Tutto questo spaventava Tolstoj come la colpa spaventa Anna: condannare Anna, era quindi una maniera per autoaccusarsi e mettersi alla prova.

Il romanzo ha avuto, da subito un successo enorme, Dostoevskij ne parla come di un’opera d’arte perfetta e Nabokov come del “capolavoro assoluto della letteratura del diciannovesimo secolo”. Eppure accadde che, stanco di tutto il gran parlare che si faceva attorno, fosse proprio Tolstoj a rinnegare il romanzo: nel 1881 in una lettera al critico Strasov scrive: “io vi assicuro che per me quel romanzo non esiste più”.

Il Conte Tolstoj aveva cominciato una fase nuova della sua vita e non poteva sapere che quel conflitto, messo in scena nel romanzo, non lo avrebbe mai risolto e che lo avrebbe accompagnato sino alla morte.

Tolstoj #1: ritratto di un contestatore

Sono passati 110 anni dal 20 novembre 1910 data della sua morte di Lev Tolstoj, ma lui campeggia ancora nella storia e nella letteratura mondiale. Una vita lunga ottantadue anni la sua, quanto il regno di quattro Zar e per tutti è stato scomodo.

Lev Tolstoj

I suoi romanzi affondano le radici nella angosciata terra russa traendone linfa per lo spirito. I suoi personaggi hanno ancora oggi la forza di un secolo fa, hanno la stessa corrucciata insoddisfazione per l’umanità che li circonda. La sua ansia di capire il senso della vita ci è ancora oggi famigliare e le sue pagine sulla morte del Principe Andrej come di Ivan Il’ic sono un monito per tutti: prepariamoci alla morte, abituiamoci ad essa, perché è il “redde rationem” di come abbiamo vissuto.

Tolstoj nasce il 9 settembre 1828 sotto lo Nicola I, a otto anni perde entrambi i genitori e inizia a vivere sballottato, coi fratelli, tra zie e lontani parenti. Studia quanto è necessario, non di più, la sua gioventù è irrequieta, inizia gli studi universitari ma non li finisce, preferisce le donne e il gioco, e naturalmente perde, ma gli basta vendere qualcuna delle proprietà che ha ereditato per rimettersi in pari. Segue il fratello nell’esercito zarista romanticamente affascinato dall’idea di avventure e rischio.

Zar Nicola I

Sono anni turbolenti per la Russia, il Caucaso è in rivolta e c’è la guerra di Crimea (1853-1855) che rivela tutta la fragilità di un Paese arretrato e chiuso in sé stesso. Si fa mandare in prima linea e può vedere coi propri occhi lo sfacelo delle truppe russe, la vigliaccheria degli ufficiali e la colpevole disorganizzazione degli alti comandi, vive la sconfitta e la vergognosa ritirata.

In pochi mesi scrive I Racconti di Sebastopoli (1856), una spietata denuncia dell’establishment zarista in cui i veri eroi appaiono i soldati semplici, i contadini strappati alla terra e buttati nella fornace della battaglia, tema che riprenderà nel suo più famoso romanzo Guerra e Pace.  Il libro crea scandalo, non si ammette che un rampollo dell’aristocrazia svergogni lo stato maggiore dello Zar di tutte le Russie. Lascia l’esercito e si ritira nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, il gran parlare che si fa di lui lo infastidisce, anche scrivere pare non interessarlo più dimtanto.

Zar Alessandro II

Nicola I muore nel 1855gli succede il figlio Alessandro II, che sarà lo Zar delle riforme attese da anni. Le tanto attese riforme vengono però fatte in maniera dissennata, l’abolizione della servitù della gleba (1862) sconquassa la società, la riforma agraria mette in ginocchio l’economia e sul lastrico i piccoli contadini devastati da una tassazione iniqua e vessatoria, di contro protegge i nobili che hanno dalla loro parte il capitale e le banche sempre pronte a concedere facili crediti e a far credere che l’incapacità gestionale di una classe sociale inetta e dormiente da secoli possa essere facilmente recuperata: Il Giardino dei Ciliegi (1904) di Anton Cechov, quarant’anni dopo dimostrerà quanto questo fosse vero.

Tolstoj si schiera subito dalla parte dei contadini: è vero che la riforma agraria ha dato loro il diritto ad avere un pezzo di terra tale da consentire loro la sopravvivenza, ma nelle mani della corrotta burocrazia zarista quel diritto si trasforma in una vergognosa truffa perché i latifondisti fanno a gara a cedere a cedere i terreni più aridi e improduttivi e i contadini, divenuti proprietari, vengono subissati di imposte e gabelle come se i loro magri poderi fossero i giardini dell’antica Babilonia. Si fa eleggere alla carica di giudice di pace e parte, lancia in resta, contro la propria classe dando, nelle controversie che gli vengono sottoposte, sempre ragione ai più deboli. Gli aristocratici fremono di sdegno, lo considerano un rinnegato, le autorità zariste lo guardano con sospetto e lo schedano.

Lev Tolstoj pedagogo

Si mette anche in mente di riformare il sistema scolastico e comincia dalle scuole rurali, frequentate dai figli dei contadini. Nel 1860 pubblica il suo primo saggio sull’argomento, Osservazione e materiali pedagogici, con cui abbozza il suo progetto di istruzione popolare. Inutile, dice, imbottirli di nozioni apprese meccanicamente e subito dimenticate, occorre un diverso insegnamento, più attivo e coinvolgente, solo così possono assimilare competenze. Le sue idee pedagogiche scateneranno la veemente reazione dei docenti tradizionali, e saranno loro a vincere: divieto assoluto alla diffusione dei principi proposti dal Conte Tolstoj. Lui di rimando scriverà Abbecedario (1872) e I quattro libri di lettura (1875) che a sfida dedica

a tutti i fanciulli da quelli della famiglia imperiale a quelli dei contadini, perché ne traggano le loro prime impressioni poetiche

Delitto irrisolto: ovidio

Tutti noi abbiamo sentito parlare dell’alta poesia di Ovidio e dell’importanza delle sue parole. Non tutti ricordiamo che l’eccelso poeta latino è il protagonista di uno dei primi delitti irrisolti della Storia. Anzi, a dire il vero non sappiamo neanche se sia stato realmente colpevole o meno e non conosciamo nemmeno il reato che avrebbe commesso.

Andiamo con ordine. Ovidio è un personaggio che precorso i tempi con quasi 1800 anni d’anticipo rispetto agli altri; non male. La sua cultura è il risultato di lunghi viaggi di formazione nelle città simbolo della cultura, una sorta di Gran Tour. Nacque a Sulmona il 20 marzo 43 a.C. e a soli 12 anni lo troviamo già a Roma per completare i suoi studi, che verranno ulteriormente perfezionati viaggiando ad Atene, in Egitto e in Sicilia (dove rimarrà per un anno). Tradotto con termini attuali è come se avesse completato un percorso di studi con tanto di master e dottorato.

Un uomo dalla cultura così completa e complessa (non è un banale gioco di parole) non poteva sfuggire all’attento occhio di Mecenate; uno dei più influenti consiglieri e alleati dell’imperatore Augusto, nato ad Arezzo dove ancora oggi è possibile visitare la villa insieme ad un interessante museo nella zona archeologica della città etrusca.

Grazie al ricco Mecenate, la sua figura di protettore di artisti e studiosi ha lasciato così tanto il segno che oggi chiamiamo con il suo nome chi è impegnato nella stessa missione, Ovidio entra in contatto e conosce le più importanti personalità artistiche del suo tempo come Orazio, Properzio e per un breve periodo anche il mitico Virgilio. Questo momento della vita di Ovidio è molto felice e aspetto ancor più importante non si sente ingabbiato dalla politica, che anche in quest’epoca tentava in tutti i modi di piegare l’Arte a proprio interesse. Sarà proprio in questo momento estremamente positivo che la sua carriera prenderà il volo, portandolo a diventare uno dei poeti più importanti dell’Impero.

Forse ai più, oggi, può sembrare strano o esagerato ma Ovidio è stato un rivoluzionario. Di tutti i poeti elegiaci (l’elegia è un canto di lamento, non proprio una cosa piacevole) egli è il più giovane e come tutti i ragazzi teneva a bada a fatica la sua forza creatrice prorompente.

Pax augustea

Viene dato questo nome a quel periodo della Storia dell’Impero Romano in cui abbiamo avuto un vero e proprio rilassamento morale della società. In quest’epoca, e forse proprio a grazie a questo rilassamento dei costumi, le influenze ellenistiche hanno iniziato a circolare facilmente nella società romana.

È in quest’epoca così particolare dell’Impero Romano che Ovidio si impone sulla scena culturale. Egli rifiuta completamente la cosiddetta mors maior, in parole moderne potremmo renderla come tradizione degli avi. In poche parole, Ovidio fa esattamente ciò che tutti i grandi artisti hanno sempre fatto e sempre faranno: rompere con la tradizione.

La poesia di Ovidio si è aperta alle mode dell’epoca e ad un aspetto che fino ad allora era completamente ignorato: il gusto volubile del pubblico. Immaginate che “scandalo” in un’epoca in cui si parlava ancora di valore morale dell’Arte (valore che l’Arte non dovrebbe mai e poi mai avere in sé).

In amore è stato un po’ indeciso. Si è sposato ben 3 volte; i primi due matrimoni sono finiti in brevissimo tempo culminando con due bei divorzi. Delle due prime mogli conosciamo qualcosa di una certa Ovidia che oltre a dividere con lui il nome era anche una collega, essendo scrittrice. L’ultimo matrimonio invece durò a lungo e si celebrò con una certa Fabia che era vedova e con una figlia al seguito. La fedeltà di Ovidio per la donna fu encomiabile e in più opere ne parla e tesse le sue lodi.

Ma arriviamo al momento cruciale: l’8 dopo Cristo. È in questa data funesta che Ovidio cade in disgrazia. L’imperatore Augusto lo relega a Tomis (oggi si chiama Costanza e si trova sul Mar Nero) allontanandolo per sempre dai fasti della corte. Quello che nessuno sa è perché. Abbiamo un indizio da parte di Ovidio stesso ma non ci dice molto a dire il vero: carmen et error. Il motivo ha a che vedere con un carme e un errore… lanciamo nell’investigazione.

Ipotesi 1

Ovidio ha intrattenuto una relazione illecita con Giulia Maggiore. Costei era figlia di Augusto e moglie del futuro imperatore Tiberio. A sostegno di questa ipotesi ci sarebbe il fatto che la Corinna negli Amores sarebbe proprio Giulia Maggiore.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione con la figlia dell’Imperatore già promessa ad un altro, quindi esilio.

Ipotesi 2

Ovidio intralcia la successione al trono imperiale. Tiberio è stato il successore di Augusto, secondo questa seconda ipotesi ad Ovidio non piaceva tanto questo nuovo imperatore e fece di tutto per intaccarne l’immagine pubblica.

Conseguenza: non si interferisce nella carriera del figlio dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 3

Questa ipotesi è un po’ più a luci rosse, attenzione. L’ipotesi sarebbe che il nostro Ovidio sia stato un complice di Decimo Giunio Silano, entrambi sarebbero stati gli amanti di Giulia Minore. La ragazza era la figlia di Giulia Maggiore, quindi nipote di Augusto e moglie di Lucio Emilio Paolo.

Conseguenza: non si intrattiene una relazione affollata con la nipote sposata dell’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 4

La quarta ipotesi sul campo propone un quadretto abbastanza comico: Ovidio sarebbe stato un guardone informato sui fatti. Sarebbe stato a conoscenza di alcuni rapporti illeciti di Augusto e anche delle abitudini libertine di Livia Drusilla (moglie di Augusto e mamma di TIberio). Una famiglia alquanto “aperta” a quanto pare.

Conseguenza: non si fa la spia e soprattutto non si deve sapere nulla della vita privata della coppia imperiale, quindi esilio.

Ipotesi 5

Qui entriamo nel campo della congiura. Ovidio avrebbe partecipato alla congiura di Agrippa Postumo contro Tiberio.

Conseguenza: non si congiura contro l’imperatore, quindi esilio.

Ipotesi 6

L’ultima ipotesi è la pià affascinante. Il reato senza perdono di Ovidio potrebbe riguardare il nome segreto di Roma, che sarebbe stato Maia (una delle Pleiadi, madre di Mercurio). Per questo reato si incorreva nella pena capitale ma essendo il preferito di Augusto la pena è stata commutata in un più leggero esilio. Tiberio, seguendo le orme paterne, confermerà la commutazione di pena quando salì al trono. Questa rivelazione sarebbe avvenuta in una delle sue poesie (carme).

Merope abbandona le Pleiadi
Adolphe Bouguereau (1884)

I nomi delle città romane

Tutte le città romane aveva tre nomi; il primo era quello sacrale, il secondo quello pubblico e il terzo era quello segreto (che non poteva essere rivelato per nessuna ragione al mondo).

I tre nomi di Roma:
pubblico: Roma (ovviamente)
sacrale: Flora
segreto: meglio non rivelarlo a quanto pare

Ipotesi negazionista

Ebbene sì, anche in questo ambito ci sono i negazionisti. Secondo Fitton Brown la relegatio di Ovidio è un falso storico. L’unica fonte sarebbero le parole dello stesso Ovidio e non ci sarebbero altri documenti che riporterebbero questo fatto storico.

Quello che è certo è che il povero Ovidio morirà in esilio tra il 17 e il 18 dopo Cristo.

L’epopea di Celestino V

Nel Canto III dell’Inferno, Dante ci racconta il suo incontro con gli ignavi, persone così spregevoli da non meritare neanche di essere nominate. Infatti, caso molto raro nella Commedia, non viene nominato nessuno tra le anime di questi dannati che sono costretti a correre dietro ad uno stendardo per l’eternità punti da mosconi e calabroni. È la dura legge del contrappasso: in vita non avete preso un’idea chiara (simboleggiata dalla bandiera) e ora vi aspetta la pena eterna che vi costringe a correre dietro ad uno stendardo qualsiasi.

Tra le anime delle persone

che visser sanza ’nfamia e sanza lodo

Inferno III, 36

Dante ne intravede una che lo colpisce particolarmente ma non la nomina apertamente e semplicemente dice:

vidi e conobbi l’ombra di colui 
che fece per viltade il gran rifiuto.

Inferno III, 59-60

Sappiamo tutti che la curiosità da gossip è sempre esistita, non è una prerogativa dei nostri tempi. Sono bastate questa parole poco chiare per scatenare una vera e propria caccia all’identità di questo signore. La critica pensa con una buona certezza che possa trattarsi di Celestino V. Mi sono reso conto che in effetti di questo papa, in generale, sappiamo ben poco e che si è limitato a rinunciare al suo incarico.

Vorrei intraprendere un viaggio con voi che ci porti dal centro Italia sino a Lione, scendendo a Napoli e terminando in provincia di Frosinone. Tappe fondamentali della vita di questo papa così poco conosciuto e duramente castigato da Dante.

Il papa della confusione

La storia di Celestino V è caratterizzata dalla confusione, come avremo modo di vedere anche in merito al suo pontificato. Il caos inizia già dal nome, ne ha quattro (più una variazione!):

  • Pietro Angelerio, o anche Angeleri
  • Pietro da Morrone, chiamato così perché si era trasferito in questo luogo per dedicarsi alla sua attività di eremita
  • Petro Celestino, il nome con il quale viene venerato
  • Celestino V, il nome con il quale viene normalmente conosciuto nella Storia

Teniamo a mente questo fattore della confusione, per favore. Quando arriva il momento di parlare del suo pontificato ne vedremo delle belle.

Le elezioni sono una cosa difficile

L’epopea dell’elezione al soglio pontificio di Celestino V termina durante il conclave di Perugia il 5 luglio 1294. L’incoronazione (si chiama proprio così) avverrà a L’Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. A quanto pare la confusione continua.

Papa Celestino V (XVII secolo)
Giulio Cesare Bedeschini
Museo nazionale d’Abruzzo, L’Aquila.

Come si è arrivati a questa elezione e perché siamo a Perugia e non in Vaticano? Apriamo una breve parentesi storica.

Nel 1273 Pietro da Morrone (usiamo il suo nome da eremita) deve recarsi a Lione per perorare la causa del suo ordine durante il secondo concilio organizzato nella città francese. All’epoca ci si spostava in carrozza o a piedi. Pietro era un povero eremita con pochi mezzi economici, quindi: a piedi.

Siamo in inverno, il futuro Celestino V inizia il suo viaggio. La stagione non è delle migliori per viaggiare e una sera deve rifugiarsi in una chiesa (forse in stile cistercense) dedicata a Santa Maria dell’Assunzione. La notte è agitata per il povero Pietro da Morrone che sognerà niente meno che la dedicataria della basilica. Nel sogno parla con la Vergine e si mette d’accordo con lei per la costruzione di una nuova chiesa. Impegno che Pietro da Morrone manterrà e che lo legherà particolarmente alla chiesa (nella quale poi sarà anche incoronato papa).

Veniamo ora all’importanza della sua presenza al Concilio. L’ordine che Pietro da Morrone aveva fondato (si chiamavano Fratelli di Santo Spirito, dopo l’elezione del loro fondatore si facevano chiamare i celestini). Durante il Concilio si sarebbe deciso se sopprimere o meno questo ordine e il nostro Pietro doveva perorare la causa. Ovviamente, riuscendo nel suo intento.

Concilio di Lione II
A favor di Storia, vorrei ricordarvi che il secondo Concilio di Lione aveva all’ordine del giorno due punti molto importanti: il finanziamento per le crociate e per l’atto di unione con i greci (che andrà male perché i greci hanno dovuto accettare un atto scritto e rivisto solo dai cattolici romani). Cosa c’entrava il povero Pietro? Torniamo alla sua storia e vediamolo insieme.

Ora, permettetemi di tratteggiare una breve e superficiale panoramica riguardo gli eventi che portarono all’elezione di Celestino V.

Ovviamente, Nicolò IV era morto (4 aprile 1292) e i 12 porporati che all’epoca dovevano eleggere il nuovo pontefice non riuscivano a mettersi d’accordo. A questo aggiungiamoci una bella peste che blocca il conclave e ha causato la morte di un porporato elettore. Quando i lavori possono finalmente riprendere, ripartono anche le liti tra gli 11 superstiti per l’elezione del luogo del conclave (la Sistina verrà costruita solo il 1471 e il 1481 circa) e la scelta era tra Roma e Rieti. Alla fine riuscirono a mettersi tutto d’accordo il 18ottobre 1293: Perugia!

Vespri siciliani
I siciliani poco tolleravano la presenza dei Francesi (i d’Angiò) e li consideravano invasori.
Nel 1282 da Parlermo partì una ribellione che allontanò i francesi a favore degli Aragonesi.

I porporati forse non se ne resero conto ma stavano tergiversando un po’ troppo e stavano tirando la cosa troppo per le lunghe. Capirono di aver esagerato quando Carlo d’Angiò insieme al figlio (Carlo Martello) si presentò a Perugia nella sala conciliare per far sapere di aver bisogno di un papa, per una pratica che aveva in sospeso e serviva la firma del successore di San Pietro.

Carlo d’Angiò, in effetti, aveva bisogno della firma di un papa sulla stipula per la trattativa che gli avrebbe permesso di rientrare in possesso della Sicilia alla morte di Giacomo II d’Aragona.

Ora, non è così difficile immaginare la reazione dei porporati che non si aspettavano di essere disturbati mentre erano impegnati in uno dei loro compiti più importanti. Carlo d’Angiò fu fatto uscire rapidamente dalla sala grazie all’intervento poco ortodosso di uno dei presenti, un certo cardinal Benedetto Caetani (segnatevi questo nome… ci sarà un colpo di scena alla fine della storia). Nonostante il trambusto causato dal nostro amico d’Oltralpe, i cardinali capiscono che arrivato il momento di decidere o rischiavano grosso.

Nel frattempo il Cardinale Decano (il Presidente) del Collegio dei Cardinali, Latino Malabranca, riceve una lettere da Pietro da Morrone. Non una lettera qualsiasi ma una vera e propria profezia che annuncia “gravi castighi” se non si arriva prima possibile all’elezione del nuovo Papa.

Il collegio dei cardinali (forse spaventato dalla lettera) prende una decisione all’istante. Il Cardinale Decano Latino Malabranca riesce a fatica a far accettare ai suoi colleghi il fatto che Pietro da Morrone non sia un cardinale ma, senza ombra di dubbio è la persona giusta per diventare il nuovo Papa. Oggettivamente è rispetto e conosciuto in tutta Europa e può essere la scelta migliore.

Anche per il Cardinal Benedetto Caetani è la scelta giusta. In effetti Pietro da Morrone non è molto colto, è sufficientemente impreparato e soprattutto anziano. Tutte caratteristiche che gli garantiscono di poter gestire il Papa a suo piacimento.

Ritratto di Carlo I d’Angiò (1845)
Henry Decaisne
Pinacoteca della Reggia di Versailles

E così, dopo ben 27 mesi di sede vacante, il 5 luglio 1294 il trono di Pietro viene nuovamente occupato. Eletto il Papa a Perugia, bisogna andarlo a prendere, perché si trovava sul Monte Morrone e, oltretutto, bisognava informarlo. Tre messi ecclesiastici si presentano davanti all’eremita, gli comunicano la novità e si inginocchiano in segno di rispetto e lui si inginocchia davanti a loro in segno di rispetto nei loro confronti. Finita questa serie di convenevoli non rispettosi del protocollo, il Papa neo-eletto rifiuta l’incarico. Non se la sente. Qui entrano in atto le doti dialettiche dei tre delegati che riescono a fatica a convincere Pietro da Morrone (sarà l’ultima volta che lo chiamo così).

Nel frattempo non dimentichiamoci di Carlo d’Angiò che aveva fretta di far firmare il documento. Si presenta lui in persona davanti al nuovo Papa e lo accompagna (forse con una cerca fretta) all’incoronazione. Il futuro Celestino V arriverà in dorso di mulo (aspetto importante per sottolineare la sua umiltà) a L’Aquila. Dove si trova la chiesa che era stata costruita per suo volere dopo il sogno e lì si farà incoronare.

Un pontificato breve ma intenso

Nei quattro mesi di reggenza, Celestino V firma un atto molto importante: la Bolla del Perdono. Si tratta niente meno che di un primo esempio di indulgenza plenaria, offerta a chi è pentito e confessato e visita la basilica di Santa Maria di Collemaggio (sempre lei) dai vespri del 28 al tramonto del 29 agosto. Siamo sei anni in anticipo rispetto al primo Giubileo (che si celebrerà nel 1300).

Celestino V si fida di Carlo d’Angiò e oltre ad eleggerlo “maresciallo” del futuro conclave, decide anche di affidarsi a lui e di considerarlo un vero e proprio consigliere. In questo modo il povero cardinale Caetani vedi cadere il castello delle sue macchinazioni.

Dopo la firma della famosa stipula, Carlo d’Angiò convince il Papa a trasferirsi a Napoli, dove gli è stata preparata una stanzetta arredata in modo sobrio a Castel Nuovo. Il Papa è contento e rilassato perché si sente protetto e al sicuro ma a dire il vero è più un ostaggio angioino che viene pesantemente influenzato nelle scelte da prendere.

Nei quattro mesi in cui ha ricoperto questo incarico, Celestino V deve aver meditato a lungo in merito alla possibilità di rinunciare e ritirarsi alla tanto amata vita da eremita. Queste sue riflessioni hanno trovato il sostegno di Caetani che, forte del suo essere un esperto di diritto canonico, lo rassicura in tutti i modi che è la scelta migliore. Non è il caso di dire, che nello stesso periodo, Carlo d’Angiò ha fatto di tutto per convincerlo che si trattava di una scelta sbagliata.

È difficile da dire ma Celestino V è stato un Papa decisamente ingenuo e anche un po’ ignorante. L’amministrazione pontificia non sapeva come comportarsi con lui e la burocrazia è caduta nella confusione più totale. Il primo fattore di destabilizzazione è stato l’incapacità del Papa di parlare latino, non conosceva la lingua ufficiale della Chiesa e con lui dovevano tutti parlare in volgare. Immaginatevi il disastro con i documenti che gli venivano sottoposti, tutti scritti in latino, che dovevano essergli tradotto e spiegati. La Chiesa, all’epoca, beneficiava di diversi monopoli e di posizioni importanti nell’economia e nella vita politica; molte persone richiedevano di poter essere assegnatari di alcuni di questi benefici e durante il breve pontificato di Celestino la Curia, nella confusione totale, ha assegnato uno stesso beneficio a più richiedenti.

Il 13 dicembre 1294 Celestino V rinuncia all’ufficio e si dimette. Alcuni hanno ipotizzato che la comunicazione si stata scritta direttamente da Caetani che fremeva per liberarsi di lui. Vera o no questa possibilità, un dato è certo: in 11 giorni di conclave viene eletto il nuovo Papa! Si tratta del cardinal Benedetto Caetani, che si farà chiamare Bonifacio VIII.

Celestino V spera di poter scappare da quel girone infernale e tornare ad una vita normale. Bonifacio VII lo fa mettere sotto stretto controllo (tecnicamente lo imprigiona) per paura che i cardinali filo-francesi, a cui non stava molto simpatico il nuovo Papa, prendessero Celestino V e lo rimettessero sul trono di Pietro.

Il povero Celestino V tenta la fuga ma viene ripescato da Bonifacio VIII che, per proteggerlo meglio, lo fa rinchiudere nella Rocca di Fumone (in provincia di Frosinone), proprietà di famiglia. Il Papa rinunciatario, prigioniero del nuovo Papa, morirà in questa Rocca a causa del deperimento fisico a seguito della prigionia.

Il mistero della morte

Non possiamo, ovviamente, credere che una vita così surreale potesse terminare con una morte semplice e lineare. Per molti anni si è ipotizzato che Celestino V fosse stato ucciso. Il suo cranio, in effetti, presenta un foro di una decina centimetri di diametro. A seguito di ben due perizie avvenute nel 1313 e 1888, si è deciso che ad ucciderlo fosse stato un chiodo conficcato nella testa. Nel 2013 sono stati presentati i risultati di un altro studio che ha dimostrato che il foro è stato realizzato dopo la morte dell’ex pontefice.

Ovviamente, Bonifacio VIII era visto con sospetto. Non possiamo sapere se sia stata una decisione presa politicamente, rimorso o reale bontà ma il nuovo Papa portò il lutto per il suo predecessore (fatto inaudito e mai avvenuto prima), celebrò una messa pubblica in suo suffragio e aprì subito il processo per la sua canonizzazione… (scusate ma i punti di sospensione sono d’obbligo e rappresentano un silenzioso dubbio).

In buona compagnia

Dante la mette giù dura con il povero Celestino V, tanto che spesso la percezione è quella che sia stato l’unico a salutare la Curia e a ritirarsi in modo così vile. Però, come si suol dire, Celestino non è stato né il primo né l’ultimo:

  • Clemente I (4° papa, 88-97)
  • Ponziano (18° papa, 21 luglio 230-28 settembre 235)
  • Silverio (58° papa, 1º giugno 536-8 giugno 536) – detiene il primato per il pontificato più breve!
  • Benedetto IX (145° papa, 21 ottobre 1032-13 gennaio 1045)
  • Gregorio VI (148° papa, 5 maggio 1045-20 dicembre 1046)
  • Gregorio XII (205° papa, 19 dicembre 1406-4 luglio 1415)
  • Benedetto XVI (265° papa, 24 aprile 2005-28 febbraio 2013)

Tutti parliamo dante

Quante volte ci siamo sentiti dire che la Commedia è il libro più importante della nostra Letteratura? Non so voi ma io ho perso il conto. A dire il vero credo che questa importanza non sia data dalle dotte disquisizioni dei letterati ma dalle reale influenza che l’opera di Dante ha avuto e ha sul nostro quotidiano.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Potremmo rimanere davvero stupiti da quante siano le espressioni presenti per la prima volta nei versi danteschi e rimaste nella nostra lingua, in questo breve articolo prendiamo in esame le dieci più comuni e la sorpresa è assicurata!

Fa tremar le vene e i polsi

Una delle prime espressioni di uso quotidiano ancora oggi presenti nella nostra lingua la possiamo trovare al verso 90 del Canto I dell’Inferno: ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi.

Dante si trova di fronte alla lupa. La sua paura è tangibile. Non a caso questa espressione oggi la usiamo per descrivere qualcosa che causa molta paura, quasi terrore.

Non mi tange

“Non m’importa” o “non m’interessa”. Queste sono solo dei tanti modi che abbiamo per esprimere la mancanza d’interesse per qualcosa o qualcuno.

Qui siamo di fronte ad una parola dall’eco latina e dal vago sapore evangelico (Noli me tangere) ma non dobbiamo pensare che possa essere in qualche modo una citazione, si tratta solo di un normale uso di una parola d’origine latina.

Ci troviamo al verso 92 del Canto II dell’Inferno: che la vostra miseria non mi tange. Queste parole sono pronunciate da Beatrice, quando incontra Virgilio per comunicargli che dovrà accompagnare Dante nel suo viaggio attraverso l’Inferno e il Purgatorio, e l’anima della donna tanto amata da Dante spiega come possa essere scesa negli Inferi per parlare con Virgilio seconda essere colpita dalla sofferenza che lì regna.

Lasciate ogni speranza voi ch’entrate

Questa celeberrima espressione compare al verso 9 del Canto III dell’Inferno. È l’iscrizione che le anime dei dannati possono leggere sulla porta del luogo della punizione e sofferenza eterna. Oggi, prevalentemente, questa espressione viene usata con toni scherzosi e spesso si riferisce a situazioni ostiche o ambienti disagiati.

Senza infamia e senza lode

Una lingua è un’entità viva, che cambia e si evolve. Questa frase oggi sta acquisendo la nuova versione: “Bene, ma non benissimo”. Si tratta della frase neutra per eccellenza per delineare qualcosa che non è degno di nota.

Possiamo trovare questa espressione nel verso 36 del Canto III dell’Inferno dantesco: che visser sanza infamia e sanza lodo. Qui incontriamo gli ignavi, quella folla di peccatori che non hanno mai preso una posizione chiara in vita.

Non ragioniam di loro, ma guarda e passa

Il girone degli ignavi è stato uno dei più prolifici per quanto riguarda le espressioni che sono rimaste vive nella nostra lingua. Come abbiamo visto parlando dell’espressione precedente, la condizione non degna di nota delle anime dei peccatori qui confinate, porta lo stesso Virgilio a pronunciare le seguenti parole nel verso 51: Non ragioniamo di loro, ma guarda e passa.

Inutile ricordarci, che sempre con una nota di ironia, nel caso si stia ragionando di una situazione, di persone o di cose per cui non vale la pena perder tempo, siamo portati a citare questo famoso verso dantesco.

Galeotto fu…

Questa frase non ha bisogno di presentazioni, come non ne hanno bisogno i due protagonisti di questa storia: Paolo e Francesca.

Dante ci racconta questa storia d’amore dannata nel Canto V dell’Inferno e il verso più famoso è senza dubbio il 37: Galeotto fu il libro e chi lo scrisse. Oggi tendiamo ad adattare questa frase in base alla necessità ma il suo significato originario non cambia, che sia un libro o qualsiasi altro oggetto (o situazione) per sottolinearne il ruolo di causa scatenante.

Una piccola precisazione: è Galeotto e non galeotto. Nel secondo caso stiamo parlando di un delinquente mentre nel primo caso ci riferiamo a Galehaut (tradotto in italiano come Galeotto), colui che è stato un intermediario tra l’amore di Lancillotto e Ginevra.

Fatti non foste a viver come bruti

Quando vogliamo incitare qualcuno a elevare la propria condizione di essere più umano e di essere meno bestia, in effetti usiamo ancora questa celebre espressione.

Siamo al canto XXVI ai versi il 119 e 120: Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza. A pronunciarla è il mitico Ulisse che esorta i suoi colleghi a seguirlo nell’ultimo folle viaggio della loro vita.

Cosa fatta capo ha

Questo detto è il risultato di un’inversione, nel verso 107 del Canto XXVIII dell’Inferno possiamo leggere: Capo ha cosa fatta. In effetti suona meglio grazie all’inversione.

In questo punto dell’Inferno viene citato Mosca dei Lamberti che secondo una diceria dell’epoca di Dante (quasi una leggenda) era stato lui ad incitare la famiglia degli Amidei a vendicarsi di Buondelmonto, creando così quella spaccatura che non verrà più sana tra Guelfi e Ghibellini.

Che l’impegno per la vendetta di Mosca dei Lamberti fosse completamente disinteressato non è certo. Non a cosa ancora oggi per significare che un’azione ha sempre un fine o uno scopo, utilizziamo questo verso dantesco.

Stai fresco

Il significato che oggi attribuiamo a questa espressione è duplice: “Andrà a finire male” o in modo ironico “Siamo a posto!”. Questa espressione proviene dal verso 117 del Canto XXXII dell’Inferno: là dove i peccatori stanno freschi.

Ci troviamo insieme a Dante e Virgilio sul lago di Cocito, dove le anime dei peccatori che qui sono punite sono costrette a rimanere conficcate nel ghiaccio, che si è creato a causa del movimento delle enormi ali di Lucifero che spostano un gran quantità d’aria gelata.

Non è strano? Nell’immaginario comune l’Inferno è un luogo avvolto nelle fiamme, per Dante invece è caratterizzato dal freddo e dal ghiaccio.

Il bel Paese

La nostra epoca, con questa espressione, ha creato un vero e proprio capolavoro, facendo diventare queste parole addirittura il nome di un prodotto caseario oggi passato di moda.

Tolto il nome proprio del formaggio, dobbiamo ricordarci che il mondo intero riconosce la nostra cara Italia con questo bel nome, che compare nel penultimo canto infernale (XXXIII) al verso 89: del bel paese là dove ‘l sì suona. Espressione usata anche da Petrarca nel suo Canzoniere, oltretutto.

Cacciaguida: profezie e verità

La predizione del suo futuro esilio e profezia del novecento il secolo degli esiliati per motivi politici. La virtù della verità che è valore di libertà.

La profezia del ‘900, il secolo dei dissidenti 

Tu lascerai ogne cosa diletta
più caramente; e questo è quello strale
che l’arco de lo essilio pria saetta.

Tu proverai sì come sa di sale
lo pane altrui, e come è duro calle
lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale.

Paradiso XVII, 55-60

Cacciaguida fa la sua profezia e predice a Dante l’esilio futuro. Ma la profezia non è tale: Dante in esilio ci sta già da tempo; questa è solo l’amara descrizione di quanto egli sta ormai vivendo. Però quei versi ci colpiscono, soprattutto oggi, che siamo reduci dal novecento, il secolo breve che è stato anche il secolo degli esiliati. Dante ha lasciato Firenze per motivi politici esattamente come tanti nel secolo scorso lasciarono Germania, Ungheria, Polonia, Cecoslovacchia, Russia, Austria, persino l’Italia e presero la strada dell’esilio, verso un futuro ignoto, contando unicamente sulla benevolenza di chi li avrebbe accolti. Qui Dante è davvero profetico, perché non parla solo di sé ma di tutti gli esiliati, anche di quelli odierni che da ogni angolo del mondo, in fuga dalla loro terra divenuta matrigna, cercano un rifugio più sicuro. Lasciamo parlare Dante:

E quel che più ti graverà le spalle,
sarà la compagnia malvagia e scempia
con la quale tu cadrai in questa valle;


che tutta ingrata, tutta matta ed empia
si farà contr’a te; ma, poco appresso,
ella, non tu, n’avrà rossa la tempia.


Di sua bestialitate il suo processo
farà la prova; sì ch’a te fia bello
averti fatta parte per te stesso.

Paradiso XVII, 61-69

L’esilio è duro ma ancor più penosa sarà la compagnia degli altri fuoriusciti che gli si rivolteranno contro; però ben presto saranno loro e non Dante ad avere il capo rosso di sangue. Qui il Poeta si riferisce al suo contrasto coi compagni che lo trattano da traditore, perché si è dichiarato contrario alla loro idea di tentare il rientro in patria con la forza. Un proposito dissennato per cui sarà onorevole per Dante “fare per sé stesso”, ossia abbandonare il loro partito. Quando qui si parla della “compagniamalvagia e scempia”, ci si trova di fronte alla domanda di quale sia il ruolo dell’intellettuale nella società. Deve starsene “per sé stesso” o vivere e partecipare nella società di cui fa parte? E se vi partecipa, deve farsi gregario umile, curando solo il suo personale tornaconto, o “farsi parte per sé stesso” ossia mantenere la propria indipendenza pur partecipando al gruppo? La questione e aperta.


Il valore della verità 

e poscia per lo ciel, di lume in lume,
ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;

Paradiso XVII, 115-117

L’incontro con Cacciaguida sta finendo e Dante, che ha appreso le molte vicissitudini che l’attendono, è dubbioso e chiede all’ anima virtuosa e sapiente dell’avo, come si dovrà comportare nel suo   peregrinare da esiliato e se dovrà o meno riferire dettagliatamente quanto visto nel suo viaggio ultraterreno, poiché questo potrebbe risultare sgradito a tanti. Cacciaguida è talmente felice di sentirsi porre questa domanda che la luce di cui è avvolto aumenta e prontamente risponde:

ma nodimen, rimossa ogne menzogna,
tutta la tua visȉon fa manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna.

Paradiso XVII, 117-119

Qui abbiamo un altro espediente letterario, perché con queste parole Dante incoraggia se stesso a dire la verità, sempre e comunque, senza curarsi di coloro che possono da essa sentirsi feriti, poiché alla fine essi stessi ne trarranno giovamento:

Ché se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi, quando sarà digesta.

Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.  

Paradiso XVII, 130-135

Grande questione è la verità, chi può dire di possederla? Chi può dire di avere il coraggio di affermarla sempre e comunque? Dante non si pone il problema, si sente sostenuto dalla sua profonda fede e attribuisce a se stesso una missione profetica e salvifica. In tanti si sono attribuiti questa forza, anche se poi vennero puniti dalla storia. Non sarà questo il destino di Dante, il cui grido sarà come il forte vento che colpisce con maggior violenza le cime più alte, il che “non fa d’onor poco argomento”. Colpisce ma non stupisce il senso di queste parole, in quanto la narrazione dantesca è il perfetto adeguamento della formula con cui San Tommaso fissa la definizione di verità: “Adaequatio rei et intellectus”. Solo la verità può operare tale unità; senza di lei il pensiero oscilla tra esaltazione e cinismo, con lei invece c’è libertà e liberazione. Ricordiamoci le parole di congedo che Virgilio rivolge a Dante alla sommità del monte del Purgatorio, il luogo dove è posto l’ingresso del Paradiso: 

Non aspettar mio dir più né mio cenno;
libero, dritto e sano è tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno: 
per ch’io te sovra te corono e mitrio”.

Purgatorio XXVII, 130-141

Non aspettarti il mio consenso, segui l’impeto della tua libertà, sei ormai padrone di te stesso.

Sono le stesse parole riportate da Giovanni nel suo Vangelo:

Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli, conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.

Giovanni 8, 31-42

Anche su queste parole c’è da meditare… e a lungo

Cacciaguida: “gente nuova” e speranza tradita

La “gente nuova” che ha corrotto Firenze e la speranza tradita di una guida che sappia fermare il declino

La gente nuova e i sùbiti guadagni
Orgoglio e dismisura han generata,
Fiorenza, in te, sì che tu già ten piagni

Paradiso XIV, 40-42

Si ripropone qui, ampliandone il contesto, quanto già espresso nel sedicesimo canto dell’Inferno. Dante riprende il tema della modestia, dell’unità e del comportamento dei fiorentini di un tempo allargando il discorso dall’ambito famigliare a quello cittadino e dando la misura di quanto sia cambiata la città dopo che è scivolata nel degrado civile e morale, a causa dell’ingresso di forestieri che ne hanno corrotto i costumi e della smodata dedizione dei fiorentini ai commerci e ai facili guadagni. Cose esecrabili per la morale cristiana. Ma chi è questa “gente nuova”contro cui Dante si scaglia? Qui un po’ ci meravigliamo per l’animosità del Poeta, perché questa “gente nuova” altro non sono che gli inurbati che vengono dai vicini contadi e che hanno, coi loro comportamenti, contaminato la “pura” Firenze di un tempo:

sempre la confusion de le persone
Principio fu del mal de la cittade,
come del vostro il cibo che s’appone

Paradiso XIV, 67-68

In effetti c’è da essere meravigliati poiché il Poeta qui tradisce i soliti pregiudizi del cittadino verso chi vien da fuori, vedendo in essi gli esponenti della nuova mentalità mercantile, dediti solo al profitto perché mossi da invidia, avarizia e superbia. Ci si può pure meravigliare, ma volendo vedere ci sono precedenti illustri, dato che il richiamo alla commistione delle genti, come fattore di corruzione, è già ben delineato nell’ideale di Platone e della sua Repubblica. Non è razzismo spicciolo quello di Dante, ciò che egli condanna è l’avidità di guadagno e di potere che attecchisce in una città quand’essa cresce e passa da una condizione aulica, rurale e artigianale, a quella industriale. Allora si forma un nuovo tessuto sociale che genera disuguaglianze. Il Poeta sa bene che il mutamento è frutto di un naturale ed inevitabile progresso, cui s’accompagna benessere e ricchezza, ma anche bassi istinti, soprattutto se in questa trasformazione sociale manca una guida. Papa e Imperatore non riescono a frenare il declino e ad indirizzare verso la giustizia terrena, né tanto meno verso la felicità celeste. L’impero decade e non garantisce né ordine né pace, uniche condizioni in cui l’uomo riesce a sviluppare le sue doti migliori. Ci ha provato Arrigo VII di Lussemburgo nel suo breve regno (appena un anno dal 1312 al 1313) a rafforzare la causa imperiale, nell’Italia devastata dalle lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini, incontrando però la salda opposizione di Papa Clemente V e di Filippo IV di Francia, nonché di Roberto d’Angiò, re di Napoli, ed ha fallito (Arrigo muore a Buonconvento, vicino a Siena, nell’agosto 1313 forse di malaria o forse di veleno). Ogni speranza è quindi rimandata a non si sa quando.  

Il cigno di Mantova

Ho sempre amato Virgilio.

Prima di tutto, per il nitore, l’eleganza, la classicità dello stile. E poi per l’humanitas che trasuda dalle sue pagine. 

A suo favore (o sfavore?) gioca anche il fatto che Virgilio è uno degli autori classici più letti, dai Licei (la prima delle Bucoliche è il testo in assoluto più gettonato nelle classi terze dei classici e scientifici di tutt’Italia) all’Università (tutto Virgilio per gli esami di latino ricordo di aver dovuto preparare!). 

La guida, il faro, il termine di paragone di tutto quello che è venuto dopo, il cigno di Mantova, il poeta dei campi e dei pastori, della natura e del suo consolante abbraccio, il cantore delle origini di Roma, di quell’Enea dal volto così umano che risulta più a misura nostra rispetto ai sanguinari e sfolgoranti eroi dell’Iliade e persino dell’intelligente Ulisse dell’Odissea. 

Che il Medioevo amasse Virgilio non sorprende ed è naturale: ma, come racconto spesso ai miei studenti, il Medioevo (Dante compreso, anzi in testa) travisò, forzò e non colse il vero spirito e il vero messaggio delle parole di Virgilio. Egli, così misurato, calmo, pacato, cantore di buoni sentimenti, venne scambiato per un cristiano ante-litteram, il poeta degli umili, degli ultimi, di un mondo dolente, semplice e legato alla natura; addirittura, lo si interpretò come profeta della nuova età dell’oro, dell’avvento di Cristo, come la guida che dalle tenebre porta alla luce, l’uomo che possiede ragione, buon senso, mente illuminata; il maestro di bello stile, ma anche di contenuti edificanti. 

Dante lo assume come suo duce o guida proprio per questo motivo: nessuno più di Virgilio può fare da cerniera tra mondo classico e mondo di Dante né far passare da un mondo all’altro senza soluzione di continuità, poiché Virgilio viene visto rivolto in avanti, (erroneamente) sbilanciato in senso cristiano, appunto.

Trovo illuminanti, per capire come si ponessero Dante e il Medioevo nei riguardi del Maestro, i riferimenti contenuti nei canti XX, XXI e XXII del Purgatorio.

Qui Dante e Virgilio si trovano nella cornice degli avari e dei prodighi; un terremoto ha sottolineato il fatto che sta succedendo qualcosa di straordinario: un’anima passa proprio in quel momento dal Purgatorio in Paradiso (XX); i due pellegrini incontrano un poeta latino più tardo di Virgilio (fine I secolo d.C), che si chiama Stazio.

Stazio non sa di avere davanti a sé Virgilio e paradossalmente, presentandosi, dice di essere poeta epico come Virgilio, che considera suo maestro, e di essere disposto a dare chissà cosa per incontrarlo. Dante sorride, di fronte a questo equivoco, e Stazio gliene chiede ragione. Virgilio lascia che Dante spieghi e la sorpresa di Stazio, quando sente chi è il signore che accompagna Dante, è enorme. Egli si getta ai piedi del Maestro per abbracciarlo, dimenticando persino di non poterlo fare in quanto ombra (XXI).

Ma continuiamo a vedere cosa succede dopo: Stazio sostiene che la lettura delle opere di Virgilio fu per lui fonte di ispirazione. A poetare lui stesso, a scrivere di epica, naturalmente, ma anche a cambiare vita, a smettere di commettere il peccato di prodigalità cui Stazio era incline. 

E, soprattutto, a diventare cristiano: Virgilio era pagano, ma l’opera del poeta mantovano trasuda sentimenti di humanitas, di condivisione, di accoglienza, di speranza, che indussero Stazio a cercare questi valori e trovarli tra i Cristiani, che in quell’epoca cominciavano a diffondere la loro predicazione clandestinamente. 

Ecco dal canto XXII del Purgatorio: 

Ed elli a lui: “Tu prima m’invïasti
verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

[parla Stazio: dice a Virgilio che lo ha ispirato ad essere poeta]

e prima appresso Dio m’alluminasti.

[ma anche mi facesti diventare cristiano]

Facesti come quei che va di notte,
che porta il lume dietro e sé non giova,
ma dopo sé fa le persone dotte,

[tu eri pagano, camminavi nel buio, ma hai illuminato la strada di quelli che ti seguivano, con le tue parole]
[…]

Per te poeta fui, per te cristiano

Un debito grandissimo, insomma, lega Stazio a Virgilio. Senza l’esempio indiretto del Maestro, Stazio non sarebbe dov’è.