Comunicare nello spazio

Abbiamo avuto modo di vedere che la scienza della comunicazione è molto più articolato e complesso di quello che si potrebbe credere ad una prima considerazione superficiale.

Tra le diverse discipline interessate in questo ambito troviamo la prossemica. Non è una disciplina facile da descrivere dal momento che ha un raggio d’azione molto ampio. Prima di tutto dobbiamo considerare il fatto che si tratta di una disciplina semiologia, ovvero che studia i segni.

Una breve parentesi è d’obbligo a questo punto. Cosa sono i segni? Molto semplicemente possono essere considerati oggetti o azioni che rimandano a qualcos’altro un esempio molto pratico: una luce rossa smette di essere una manifestazione luminosa di un determinato colore ma può diventare il segno di stop se la troviamo in un semaforo o di pericoli se è abbinata ad una sirena.

La prossemica studia il significato del segno in ambiti ben specifici: i gesti, i comportamenti, lo spazio e le distanze che si vengono a creare durante un possibile evento comunicativo. Arrivati a questo punto della nostra ricerca, sappiamo già che la comunicazione può essere sia verbale sia non verbale.

Uno dei padri della prossemica è indubbiamente Edward T. Hall che nel 1963 ha coniato questo nome prendendo in prestito dal latino la parola proximitas (che significa prossimità) mentre dall’inglese ha preso il suffisso emics che esprime il concetto di tutto ciò che è legato a qualcosa e che coinvolge un’analisi di fenomeni culturali. Proxemics (la parola inglese per prossemica) studia le relazioni di prossimità (o vicinanza) nella comunicazione.

L’antropologo statunitense Edward T. Hall ha individuato quattro zone ben specifiche che vengono solitamente occupate in modo diverso a secondo di condizioni ben specifiche che si hanno quando comunichiamo. Gli studi di Hall hanno permesso anche di misurare queste zone.

Vediamo nel concreto quali sono e cosa rappresentano:

  • la zona intima
    le persone che interagiscono in queste zona si trovano ad una distanza tra i 0 e i 45 cm.
  • la zona personale
    interessa coloro che hanno un’interazione amichevole e si possono considerare, scusando la ripetizione, amici; la distanza che si crea in questo caso varia tra i 45 e 120 cm.
  • la zona sociale
    questa terza zona è quella tipica durante la comunicazione tra conoscenti e che possiamo trovare in una situazione simile a quella della scuola in cui si viene a creare una conversazione tra insegnante e studente; la zona può avere una misura che varia da 1 metro sino a 5 metri.
  • la zona pubblica
    in questo caso abbiamo a che fare con relazioni pubbliche dove qualsiasi aspetto personale è quasi annullato, è la zona delle comunicazioni di circostanza e rappresentanza; questa zona ha una misura che non è inferiore ai 3 metri e può superare i 5.

Edward Hall ha presentato la sua teoria nel libro La dimensione nascosta del 1966, che in Italia è uscito con un’interessante prefazione di Umberto Eco. Oggi è un libro introvabile, presente solo su internet con prezzi decisamente importanti.

Nel libro si chiarisce molto bene che la prossemica non è da considerarsi solo una scienza ma è essa stessa un linguaggio, e come tale è soggetta a variazioni in base ai luoghi e alle rispettive culture. Queste ultime, infatti, hanno una forte influenza sull’essere umano (ovviamente) e sulla sua percezione della zona di conforto.

Geograficamente, Hall ha notato che i popoli del Nord America e dell’Europa settentrionale sono soliti aumentare le distanze rispetto alle culture mediterranee e meridionali. Lo stesso lo possiamo notare facilmente anche tra le persone del Nord e Sud Italia. Chi è del Nord (in generale, non solo quello italiano) non tollerano facilmente una minor distanza e il contatto fisico tra conoscenti come avviene più facilmente, invece, nelle aree del Sud. Anche il trovarsi in zona di campagna piuttosto che montana influisce sulla distanza tra interlocutori; in queste zone si tende a tenere distanze maggiori rispetto a quanto avviene in città; questa differenza non si deve alla geografia ma alle condizioni, in città se si rimane troppo distanti si corre il rischio di non potersi sentire e di essere divisi dal passare frenetico delle persone. Hall riporta anche l’esempio delle discoteche, dove le distanze si devono accorciare in modo molto evidente se si vuol riuscire a comunicare.

Anche la luce ha una certa influenza sulla variazione delle distanze. Lo studioso americano, nel suo libro, ci spiega come al buio si è soliti ridurre le distanze mentre con la luce piena queste aumentano sensibilmente.

Un luogo molto interessante per studiare le reazioni e i comportamenti umani è l’ascensore. Edward Hall ha studiato il caso e nel suo libro descrive gli atteggiamenti diversi in questo luogo ristretto tra europei e americani. I primi tendono, spazio permettendo, a mettersi in cerchio con la schiena appoggiata alle pareti mentre gli americani sono soliti mettersi in fila con la faccia rivolta alla porta. Lo studio si è rivolto anche ad un luogo ben più ampio: l’India. La società di questa nazione si basa sulle diverse caste sociali; i paria, coloro che si trovano al livello più basso della società, nel caso incontrino un rappresentante della casta più alta (un bramino) devono tenersi ad una distanza di almeno 39 metri.

La prossemica ha individuato anche comportamenti diversi tra donne e uomini. Tendenzialmente, una donna occupa lo spazio di fronte all’altra persona, mentre gli uomini si posizionano più di lato.

Interessante è la reazione che si registra quando qualcuno vìola lo spazio che in base alla zona geografia o culturale viene considerato “adatto”: senza distinzione di cultura e genere chiunque tende ad allontanarsi, dirige il proprio corpo da un’altra parte o tende a mettere una barriera (come se fosse una protezione), sia essa una semplice borsa, un giornale o le braccia conserte.

Controspionaggio: intercettare e rendere inutili le azioni nemiche

Fra il 1776 e il 1778, a New York fu costituita dai coloni la prima organizzazione per arginare le attività di spionaggio e di comunicazione delle truppe inglesi, il Committee for Detecting and Defeating Conspiracies, diretto da John Jay. Secondo alcuni, la prima agenzia americana di controspionaggio si avvalse, per decriptare gli scritti intercettati, quasi di un unico personaggio. 

John André
Autoritratto

James Lovell, politico educato a Harvard e raffinato criptologo, esponente degli Wigh, aveva conosciuto l’imprigionamento a causa della sua posizione politica, invisa ai Britannici. Del Comitato fu Segretario, posizione nella quale servì ininterrottamente per cinque anni. In realtà, altri personaggi furono incaricati di decifrare i messaggi degli Inglesi, ma il loro apporto fu per lo più limitato nel tempo, invece Lovell rimase per cinque anni e lasciò il segno nella storia della criptografia americana. Fu lui a decifrare diversi messaggi indirizzati a Lord Cornwallis, e a rendersi conto delle debolezze intrinseche al sistema di cifratura utilizzato dai Britannici.Tuttavia, il sistema di cifratura da lui messo a punto fu considerato troppo complicato anche dai migliori intelletti americani dell’epoca: Benjamin Franklin e John Adams reagirono con dispetto alle difficoltà di intenderli, anche se forniti della chiave di lettura. Perciò il suo sistema fallì, e quando i coloni americani cominciarono a usare mezzi abbastanza sofisticati per criptare gli scritti, l’inchiostro invisibile e il sistema a codice furono preferiti.

John Lowell

Bibliografia

  1. de Crissé T. 1754. Essai sur l’art de la guerre. Prault et Jombert, Paris, 1754.
  2. Dick J. 2013. The Committee of Secret Correspondence. JAR, Journal of American Revolution
  3. Dooley J.F. 2018. Crypto Goes to War: The American Revolution. In: History of Cryptography and Cryptanalysis. History of Computing. Springer, Cham. https://doi.org/10.1007/978-3-319-90443-6_4
  4. Hagist DN. 2020. How to write like a revolutionary war spy. JAR, Journal of American Revolution.
  5. Happ JE. 2020. Clarifying Beaumarchais. JAR, Journal of American Revolution
  6. Knight J. 2018. The death and resurrection of Major John Andre. JAR, Journal of American Revolution
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  8. Saberton I. 2019. Decoding British ciphers used in the South, 1780-81. JAR, Journal of American Revolution
  9. A counterintelligence reader. American Revolution to World War I. Frank J. Rafalko Ed. Vol. 1, Chapter 1. National Counterintelligence Center (U.S.), 2001.
  10. Schellhammer. 2013. The daring departure of Lafayette. JAR, Journal of American Revolution
  11. Weber R. 1993. Masked Dispatches: Cryptograms and Cryptology in American History, 1775-1900. Center for Cryptologic History – National Security Agency, Third Ed. 2013
  12. Willing R. 2021. Congress’s “Committee on Spies” and the court-martial policies of General Washinghton. JAR, Journal of American Revolution

Messaggi criptati nella Rivoluzione Americana

Durante la rivoluzione Americana, il flusso di notizie che trascorreva le zone in guerra era vivace; le spie che portavano i messaggi rischiavano la vita. Un esempio, che lasciò perplessi già i contemporanei, fu quello del Maggiore André, impiccato come traditore dagli Americani. Non meritava l’accusa infamante: ufficiale inglese, stava portando segreti nemici ai suoi.

Le due parti utilizzavano sistemi differenti per criptare i messaggi che dovevano restare segreti, e ufficiali esperti nell’arte di decifrare i messaggi intercettati erano attivi su entrambi i fronti. 

Gli Inglesi usavano per lo più la cifratura del messaggio: il numero corrispondente alla “A” era indicato da punteggiatura di convenzione, eventualmente cambiato nel corso del messaggio. Alle altre lettere corrispondevano numeri nella sequenza dell’alfabeto britannico. “Ave Caesar”, per esempio poteva diventare, attribuendo il numero 4 alla A ed usando l’alfabeto inglese: “4 24 8 – 6 4 8 22 4 21”. Per complicare la decodificazione, si inserivano qua e là numeri privi di senso, lasciando ai membri dell’intelligenza il compito di interpretare l’inganno. Per velocizzare la decodificazione, si usavano attrezzi formati da due cerchi di metallo, uno con le cifre, l’altro con le lettere, che ruotavano l’uno sull’altro fino alla posizione desiderata.

Il generale George Washington, dal canto suo, raccomandava agli ufficiali della sua intelligence un testo del francese Turpin de Crissé, Essai sur l’art de la guerre, in parte dedicato ai metodi per scrivere, consegnare, ricevere ed eventualmente intercettare un messaggio criptato. L’autore raccomandava l’uso dell’inchiostro trasparente. Lo stesso Washington riceveva, dal fratello di John Jay, un medico, l’inchiostro simpatico che questi aveva formulato, e raccomandava, per non destar sospetti, di tracciare il testo invisibile fra le righe di un messaggio del tutto innocente o negli spazi e pagine bianche di una stampa di uso comune: calendari, registri, ecc.

Il libro di de Crissé proponeva anche di utilizzare un linguaggio codificato che utilizzava tabelle apposite e una parola-codice, che cambiava ogni volta che ciò fosse ritenuto opportuno. Il punto debole del sistema, per quanto complesso possa sembrare, era che almeno due persone dovevano conoscere la parola-codice e le tabelle usate. In genere, le persone di rango avevano un segretario addetto alla corrispondenza, e così il segreto cominciava ad essere rivelato ad una piccola schiera di persone.

Considerato come venivano trasmessi i messaggi in quei tempi, dobbiamo dichiararci fortunati dei poter tutelare i segreti della nostra posta elettronica con una password opportuna… stando attenti a non sbagliare il destinatario!

Il Comitato per la Corrispondenza Segreta nella Rivoluzione Americana e la Roderique Hortales

La necessità di mantenere una corrispondenza segreta durante la guerra per l’indipendenza delle colonie del Nord America divenne stringente dopo che la Corona Britannica proclamò lo stato di lotta armata nelle colonie, con la conseguente chiusura dei porti ai traffici con l’Europa.

Il 29 novembre 1775 i delegati delle colonie al Congresso decisero di costituire un Comitato per la Corrispondenza Segreta (Committee for the Secrete Correspondence), dal 1777 divenuto il Committee for Foreign Affairs. Guidato da John Dickinson, Benjamin Franklin, Benjamin Harrison, John Jay, Thomas Johnson e Robert Morris, doveva sondare la possibilità di ricevere aiuti dall’Europa: solo Olanda, Spagna e Francia avevano una forza navale sufficiente a garantire l’impresa, ma la Francia, molto interessata all’indebolimento della Gran Bretagna, aveva deciso; alte personalità, compreso re Luigi XVI e il ministro Vergennes, avevano già preso posizione, senza però rivelarsi. Per passare all’azione occorrevano ora personaggi che agissero nell’ombra.

Generale Lafayette

Fu trovato un intermediario, il giovane francese Julien Alexandre Achard de Bonvouloir che incontrò segretamente alcuni membri del Comitato nella Carpenter’s Hall di Philadelphia: in cambio di informazioni sulla posizione della diplomazia francese riguardo all’intervento armato, il giovanotto inviò a Parigi un rapporto sullo stato di cose nelle colonie che fu decisivo. Occorreva ora qualcuno che trasportasse al di là dell’Atlantico le armi francesi, eludendo il blocco inglese. Questo ruolo fu svolto in modo brillante da Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais, borghese dall’intelletto versatile, già molto noto per la sua commedia “Il barbiere di Siviglia”, che ispirò la celebre opera di Rossini. Nel 1775, con il denaro fornito in modo indiretto da Francia e Spagna, Beaumarchais creò una compagnia-ombra (la Roderique Hortalez et Compagnie) i cui 40 navigli solcarono l’Atlantico trasportando nei Caraibi armi provenienti dagli arsenali francesi e imbarcati a Nantes, ed anche giovani francesi desiderosi di combattere in America. Fra di loro c’era il futuro Generale Lafayette. Le navi tornavano in Europa cariche di materie prime, soprattutto tabacco, che servivano per acquistare nuove armi. Beaumarchais si era assunto tutto il rischio, il ruolo svolto dalle istituzioni francesi non venne mai a galla. Dopo la battaglia di Saratoga (settembre-ottobre 1777) e il conseguente indebolimento della Gran Bretagna, la Francia poté uscire dall’ombra e inviare ufficialmente truppe alle colonie Americane. Il traffico di navi della Roderique Hortalez andò rapidamente esaurendosi, fino alla totale scomparsa della compagnia.

Ritratto di Pierre-Augustin Caron de Beaumarchais (1755 circa)
Copia da Jean-Marc Nattier

Comunicare i segreti

La comunicazione è un atto con cui mettiamo in comune con altri qualcosa, spesso si tratta di conoscenze, opinioni e notizie. Tuttavia talvolta si vuole limitare il numero di coloro che vi partecipano: la riservatezza riguarda alcune categorie di messaggi, per esempio lettere d’amore o d’interesse economico, e ancor più scritti diplomatici e militari.

La scrittura era appena nata, che già l’esigenza di segretezza fu avvertita: sigilli, messaggeri fedeli e dissimulazione del messaggio verbale, però, non sempre raggiungevano lo scopo.

A sinistra: sigillo cilindrico mesopotamico in calcare proveniente da Šamaš; a destra: impronta del sigillo.

Un esempio di messaggio non verbale è narrato da Tito Livio: Tarquinio il Superbo, in esilio, per suggerire al figlio come conquistare la città di Gabii, avrebbe troncato con il bastone i fiori dei papaveri: bisognava far cadere le teste più eminenti. Pare che il figlio, ma non il servo incaricato di riferirlo, avesse compreso il senso nascosto dell’atto simbolico.

Ben presto, comunque, dovunque si usava la scrittura, si inventò anche il modo di renderla oscura a tutti (o quasi) quelli che non erano direttamente interessati. Nacque la criptologia.

Per criptare i messaggi, nell’antichità romana fu molto praticata la traslitterazione e la trasposizione delle lettere. Erano sistemi alquanto semplici: scrivere con un alfabeto conosciuto da pochi, come per esempio quello greco, oppure far scivolare l’ordine alfabetico di alcuni posti, in modo che, per esempio, la “A” fosse scritta come “D”, la “B” come “E”, e così via. “Ave Caesar” diventava così “dbh fdhvdu”.

Un simile sistema è piuttosto debole, e tuttavia fu utilizzato per molti secoli. La confidenza nella sua efficacia si basava sulla scarsa conoscenza della scrittura e degli alfabeti stranieri da parte di nemici, spie, messaggeri, intercettatori. E tuttavia, sistemi più complessi, come la scrittura in codice o in cifre, andarono diffondendosi. 

Lo sviluppo delle conoscenze di chimica permise di ottenere inchiostri invisibili, o “simpatici”: solo l’esposizione ad agenti fisici o a composti chimici ben definiti permettevano di rivelare i tratti vergati con essi. L’inchiostro invisibile ebbe una grande diffusione e popolarità.

Questi metodi, ancora molto in auge fino a che la scrittura fu principalmente a penna, sono divenuti per lo più obsoleti con lo sviluppo dei metodi di criptologia informatica. Questi articoli si limiteranno a delineare lo sviluppo della necessità di segretezza dei messaggi durante la guerra per l’indipendenza delle colonie Americane dall’Inghilterra.

Comunicare con il corpo

Gli esseri viventi, come ben sappiamo, possono permettersi il lusso di comunicare senza usare le parole. Ciò può avvenire grazie all’uso del nostro corpo che può dire molto di più di quanto possiamo controllare con la nostra volontà; e questo potrebbe essere un problema a volte.

Verso la metà del 1900 viene ufficializzato il nome della scienza che studia il linguaggio del corpo: cinesica. Il primo ad usare questa parola è stato lo studioso di antropologia americano Ray Birdwhistell. Il fatto che questa nuova scienza trovi le sue radici nell’antropologia ci deve far suonare un campanello di allarme: senza alcun dubbio ci saranno messaggi del corpo naturali e di più semplice interpretazione e ne incontreremo anche altri legati allo sviluppo delle culture, qui l’interpretazione si farà di sicuro più complicata. Uno dei più importanti studiosi di questo campo oggi è lo psicologo americano James Russell che ha dedicato gran parte della sua ricerca all’interpretazione di questi aspetti comunicativi e la loro relativa interpretazione (giusto per avere un’idea, gli esiti e le considerazione di Russell sono tra le più citate in questo campo tra gli studiosi).

In uno dei sui articoli, pubblicato nel 1994, Russell mette in evidenza quali siano le maggiori difficoltà dovute all’interpretazione della comunicazione non verbale attraverso il corpo: ovviamente il sistema culturale e sociale influisce in modo predominante, tanto che nello studio risulta che le difficoltà maggiori di “capirsi” sono tra le persone occidentali e quelle orientali, il tutto aggravato dal livello culturale.

La cinesica ci racconta che l’essere umano comunica anche attraverso il proprio corpo (in particolare con le mani, le braccia e le gambe) e il viso (occhi, sorriso e microespressioni). Conoscere ogni singolo aspetto richiederebbe uno studio di molte ore, insieme ne scopriremo solo alcuni.

Per quanto riguarda il viso, indubbiamente uno dei canali principi della comunicazione non verbale è dato dagli occhi. Tutti noi sappiamo che il contatto visivo può trasmettere una grande varietà di segnali e messaggi che possono andare dall’estremo interesse alla più feroce sfida, nella lunga serie di sfumature di sentimenti e messaggi non dobbiamo dimenticare l’innamoramento, lo stupore, la noia… Purtroppo, dobbiamo ricordare che il messaggio “oculare” può essere influenzato anche dall’aspetto sociale e dal contesto in cui ci troviamo: un esempio su tutti, abbassare lo sguardo può comunicare un forte senso di disagio ma anche di paura e “guardare il pavimento” può essere un modo per cercare rifugio o una via di fuga.

Un aspetto molto affascinante è senza dubbio rappresentato dalla mimica facciale; forse qualcuno di voi ricorderà la serie TV “Lie to me” andata in onda dal 2009 al 2011, in cui il protagonista Cal Lightman (interpretato dall’attore Tim Roth) ha messo a servizio della giustizia le sue infallibili capacità di esperto della comunicazione non verbale, grazie alle quali era in grado di smascherare anche il più abile delinquente.

La mimica facciale può avvalersi delle microespressioni (quasi sempre involontarie) ma anche di eventi “macro” espressivi, alcuni di essi volontari e altri che possono sfuggire al nostro controllo (l’arrossire o l’impallidire). Il volto è una miniera d’oro di espressioni non verbali, tanto che i due studiosi Paul Ekman e Wallace Freiesen hanno individuato la bellezza di oltre 40 possibili movimenti del viso umano. Uno degli aspetti più complicati delle espressioni facciali è che sono adattabili, in base alla situazione e al contesto possono essere interpretate in modo diverso e quindi si devono mettere in gioco varie abilità, che solitamente acquisiamo nel corso della nostra vita. Un esempio concreto potrebbe essere rappresentato dall’arrossire: segno di imbarazzo, rabbia, vergogna o eccitamento? Ovviamente, dipende…

La postura è un altro canale di comunicazione attraverso il quale possiamo comunicare aspetti fondamentali nella vita sociale e nelle varie situazioni. È facile pensare alla postura di un soldato sull’attenti o di un alunno seduto in modo corretto sulla sedia, nel primo caso si vuole rappresentare il rispetto davanti ad un superiore e nel secondo oltre al rispetto anche la partecipazione. Al contrario, una persona seduta in modo scomposto sulla sedia comunica scarsa attenzione e rispetto. Non è un caso che la postura rientri nell’ambito della buona educazione, se riflettiamo.

L’ultimo aspetto che prendiamo in considerazione, anche se ce ne sarebbero molti altri, è quello dei gesti, in modo particolare quello delle mani e della testa. Gesticolare durante un discorso serve prevalentemente a due scopi, sottolineare il significato e il peso delle parole che stiamo usando, rafforzandone quindi la presenza (e su questo, noi italiani siamo veri e propri maestri) o anche indicare la necessità di applicare una chiave di lettura diversa alle parole che stiamo utilizzando (quando viene proposto il classico segno delle virgolette ad altezza della testa). La gestualità può interessare anche la testa, pensiamo a quando rispondiamo con enfasi in modo affermativo o negativo e accompagniamo la risposta con un movimento di assenso o diniego della testa.

Anche per quanto riguarda i gesti dobbiamo fare molta attenzione, infatti, la loro interpretazione è soggetta non solo al contesto ma anche alla cultura di riferimento. Il gesto diventa un modo talmente naturale di esprimersi da poter essere considerato come una vera e propria parola, con tanto di definizione e significato. Così come capita per il linguaggio verbale, anche i segni possono avere un significato diverso nelle varie culture sparse per il mondo. Visitando la Bulgaria, per esempio, dobbiamo ricordarci che dicono “no” con la testa per dire “sì”. Nel Regno Unito, invece, dobbiamo prestare attenzione a non insultare nessuno pensando di dire che abbiamo vinto; il segno a V con le dita in questa nazione deve essere sempre fatto con il palmo della mano verso l’osservatore, perché al contrario (con il dorso verso l’osservatore) è un insulto.

Fate scorrere la linea centrale…

Parlare senza le parole

Comunicare è una delle attività più complesse che accomunano gli esseri viventi; se pensiamo che solo gli esseri umani o al limite qualche specie animale più “evoluta” abbiano sviluppato dei canali di comunicazione, purtroppo ci sbagliamo alla grande. Anche i vegetali comunicano e tutti gli altri esseri viventi, quello che varia da caso a caso è la complessità dell’attività comunicativa.

La comunicazione non coinvolge solo ed esclusivamente i canali verbali (linguaggio parlato e scrittura) ma anche una serie di linguaggi chiamati non verbali. Questo articolo prende in considerazione il sistema paralinguistico, che è formato da tutti quei suoni che vengono emessi durante l’atto comunicativo indipendentemente dal significato delle parole e da quello che si sta dicendo. Il sistema linguistico (preso in esame dalla linguistica, appunto) è formato, invece, dall’insieme delle parole con significato e senso proprio che normalmente usiamo quando parliamo.

Il sistema paralinguistico è composto principalmente da quattro aspetti: il tono, la frequenza, il ritmo e il silenzio. Aspetti apparentemente semplici ma, come avremo modo di vedere, decisamente complicati dal punto di vista dell’interpretazione del loro significato.

Tono

Il tono è direttamente collegato dalla frequenza, altro aspetto che avremo modo di analizzare successivamente. Questo aspetto può subire diverse influenze, la prima non ha alcuna valenza nell’ambito della comunicazione essendo legata a fattori fisiologici come l’età e la costituzione fisica. Il contesto, invece, rappresenta un campo di influenza importante per la comunicazione. Un tono grave (erroneamente considerato basso a volte) ci racconta qualcosa di ben specifico sul pensiero di chi sta parlando: è il classico caso in cui una persona che occupa una posizione superiore nella società vuole sottolineare la sua condizione nei confronti di chi lo sta ascoltando e si trova in una posizione subordinata. Al contrario il tono più acuto (erroneamente detto alto) esprime un senso di disagio.

Frequenza

Come detto nel capitolo precedente la frequenza è direttamente collegata al tono e spesso possono anche essere confusi. Più alta è la frequenza più acuto è il suo della voce e solitamente è caratteristica del disagio. Così come capita per il tono, quando la frequenza è più bassa (e quindi il tono più grave) rappresenta sicurezza (reale o ostentata) ed è tipica di chi in qualche modo vuole imporre la sua posizione di comando o superiorità.

Ritmo

Questo aspetto della comunicazione non verbale prende in esame la velocità. Un ritmo maggiore o minore può facilmente conferire (o sottrarre) autorevolezza alle parole pronunciate. Un ritmo più lento accompagnato anche da alcune pause carica di grande solennità ciò che viene detto, al contrario una maggiore velocità nel parlare stempera l’importanza e il tono solenne.

Bisogna, però, chiarire cosa si intenda per pausa nel discorso; ovviamente non ci possiamo riferire solo ed esclusivamente alle pause vuote (ovvero, il silenzio totale) ma anche a quelle piene, cioè quando si usano intercalari (uhmmm, beh, cioè…). Entrambi questi tipi di pausa rappresentano una vera e propria comunicazione non verbale ma non possiamo assolutamente dire che non abbiamo significato.

Silenzio

Il silenzio dice molto, non è un luogo comune. Può avere significati molto diversi in base alla situazione in cui si manifesta e va decodificato con attenzione (non preoccupiamoci, però, acquisiamo una capacità ben allenata nel riconoscere il silenzio anche grazie a molti altri fattori concomitanti e spesso impieghiamo pochi secondi per decodificarlo… salvo errori). Pensiamo a due casi emblematici: il silenzio che si crea in uno spazio ristretto tra due estranei e il silenzio tra due innamorati che si guardano negli occhi; apparentemente è sempre silenzio ma il significato è ben diverso.

Il silenzio può essere anche segno di grande rispetto, come quando ascoltiamo in silenzio qualcuno di importante che parla o quando le reclute non emettono il seppur minimo suono mentre parla un loro superiore.

Può risultare quasi banale dirlo ma il silenzio esprime anche dissenso o assenso. È sinonimo di grande concentrazione o disattenzione e si manifesta in caso di un’ottima relazione tra le persone (che si capiscono anche senza parlarsi) o di una relazione difficoltosa se non pessima (pensiamo al silenzio tra due persone arrabbiate).

Indubbiamente il silenzio può significare tutto e nulla, spetta a noi usarlo nel modo giusto per non essere fraintesi.


Controindicazioni

Fino ad ora non abbiamo preso in considerazione una grande controindicazione in questo ambito, legata alla quantità.

Forzare verso il basso il tono e la frequenza per sembrare più sicuri di sé, corre il rischio di far sembrare quasi ridicoli. Mentre alterare il ritmo che sentiamo naturalmente più consono per il nostro discorso, sforzandoci oltremisura per rallentare (magari inserendo pause a volte esasperate) non fa sembrare più intelligente quello che stiamo dicendo ma può addirittura dare l’impressione che siamo troppo impegnati a mettere insieme frasi e qualcosa da dire da sembrare degli impreparati e inesperti che si stanno inventando qualcosa da dire. Silenzio lunghi e non ben gestiti corrono il rischio di comunicare il semplice fatto di sentirsi (o essere) inadatti e prendersi però troppo sul serio per accettarlo.

Tutte queste espressioni non verbali vanno dosate e gestite con cura, allo stesso modo di quelle verbali, ovviamente.

Il dono della parola

L’aspirazione ad una lingua perfetta

La parola. Il superbo dono fatto agli uomini che consente di comunicare tra loro e con Dio. 

La creazione è stata un atto di parola. Il solo nominare le cose conferì loro di essere: “Sia la luce” disse Dio e “fu la luce” e Dio chiamò la luce “giorno” e la tenebra “notte” e dichiarò il firmamento “cielo”.

Dio parlava ad Adamo, quale lingua utilizzasse non si può sapere, ma si può intendere una sorta di illuminazione interiore, intraducibile, comprensibile solo a chi ha avuto un dono divino. Poi Dio affidò ad Adamo, il compito di dar nome a ciascun essere vivente e nacque il mito fondante del Nomoteta: del primo creatore del linguaggio.

Separazione della luce dalle tenebre
Michelangelo (1512 circa)

Il linguaggio si confuse, poi, nella confusio linguarum di Babele e della sua torre costruita dagli uomini per giungere a Dio, che li punì per il loro atto di superbia confondendo l’unica lingua che parlavano creandone settanta come ci dice la tradizione.

Nel periodo classico i greci identificavano nella propria lingua il linguaggio della ragione e chiamavano bàrbaroi quelli che non parlavano la parlavano e che pareva balbettassero in maniera incomprensibile.

Nell’epoca seguente alle conquiste di Alessandro Magno si diffuse un greco comune, la Koinè che diventò la lingua dell’area mediterranea. Il latino di Roma si impose come lingua culturale ma la Koinè continuò a dominare come lingua dell’Impero ed usata in tutti i territori dominata da Roma come lingua universale, oltre a diventare la lingua del cristianesimo nell’Impero d’Occidente.

Verso la fine del V secolo il popolo non parlava più latino ma un misto di latino e gallo, o un italo-latino, un ispanico-latino o un latino- balcanico. La confusio linguarum, non castigo divino ma semplice umana tendenza, si diffuse nuovamente e l’Europa con la nascita dei suoi “volgari” iniziò a riflettere sulla frammentazione linguistica e sul proprio destino di civiltà multilingue.

La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco - 1465)
La Divina Commedia illumina Firenze Domenico di Michelino (affresco – 1465)

Dante affermava essere il “volgare” la lingua più nobile perché adoperata per prima, una lingua naturale dunque perché imparata sin da piccoli e il suo “volgare illustre” divenne l’esempio massimo con cui superare la ferita di Babele.

Da sempre è ispirazione umana la ricerca di una lingua universale e perfetta, una lingua filosofica capace di superare le barriere che hanno da sempre ottenebrato la mente tenendola lontana dal progresso scientifico.

Tra la fine del Cinquecento e i primi decenni del Seicento, si fece strada tra i filosofi e gli scienziati come Bacone, Cartesio e Leibniz, la convinzione dell’inadeguatezza del linguaggio comune, per esprimere i contenuti della nuova visione scientifica e nacque l’esigenza di un“linguaggio universale e perfetto” funzionale alla nuova scienza. 

In una lettera all’abate Mersenne (teologo, filosofo e matematico francese) datata novembre 1629, René Descartes spiegava come avrebbe dovuto essere una lingua universale capace di mettere in pratica le caratteristiche della nuova epoca scientifica. Una lingua rigorosa come la matematica, in grado di esprimere il pensiero umano in maniera chiara e priva di ogni filtro linguistico ma, allo stesso tempo facile da scrivere, pronunciare ed apprendere. 

Anche Leibniz nel 1678 stila una“Lingua generalis” che avrebbe dovuto prevedere una drastica semplificazione della grammatica nell’intento di creare un linguaggio logico: una lingua scientifica in grado di esprimere solo verità di ragione.

Arrivando ancora più vicini a noi è significativa la proposta di Charles K. Ogden, che negli anni trenta del novecento teorizzò una forma estremamente semplificata di inglese, con appena 850 lessemi di base: il Basic English. Ne derivarono numerose proposte, l’ultima in ordine di tempo è quella del “Globish” (global più english) proposta nel 1998 dall’ingegnere francese Jean-Paul Nerrière. 

L’idea di una lingua universale pare comunque destinata a restare una utopia, anche se non cesserà mai di esercitare il suo fascino. Cento anni fa moriva a Varsavia Ludwik Zamenhof, il geniale inventore dell’Esperanto. Zamenhof chiamò la sua invenzione “Lingwe uniwersala” e a fine Ottocento ne pubblicò la grammatica firmandosi con lo pseudonimo “Doktor Esperanto”. Ma la sua idea di un mondo e di un linguaggio senza confini non è arrivata alle masse, l’Esperanto è morto sul nascere e i moderni sviluppi politici non gli lasciano grandi speranze di resurrezione.

Sono in molti a sostenere che l’Esperanto è fallito perché era di una lingua codice, senza una sottostante cultura, sempre e solo lingua seconda, mai lingua avvertita nell’animo. Forse, più semplicemente, l’Esperanto è stato, sin da subito, condannato per il suo carattere anti-statuale. Infatti la prima cosa negata dall’Esperanto è lo Stato-nazione che si appropria della lingua, ne fa un elemento identitario e pone la frontiera a sua guardia e limite. Dopo la Prima guerra mondiale l’ideale di “Primavera delle nazioni” abortì e sorsero, ancor più radicali e radicati i nazionalismi ove la lingua è una e sacra e le lingue diverse sono percepite come minacce. 

Ancora oggi, nonostante le magniloquenti dichiarazioni comunitarie, non c’è posto per una lingua universale che pretende di unire i popoli e così ancora andiamo come i figli di Noè dopo il diluvio:

… questi furono i suoi figli nei loro territori, ciascuno secondo la sua lingua, secondo le loro famiglie, nelle loro rispettive nazioni.

Troviamo comunque un messaggio di speranza, perché il sogno di una lingua universale non morirà mai fintanto che l’umanità continuerà ad esprimersi attraverso quel dono che è il suono dei suoi molteplici linguaggi.

Ahinoi, il linguaggio

La comunicazione è una delle attività che più ci impegnano nell’arco della nostra vita, tanto che potremmo quasi dire che passiamo la gran parte della nostra esistenza a ricevere e inviare messaggi di qualsiasi tipo: email, SMS, segnali, sentimenti, emozioni, considerazioni, immagini… e la lista potrebbe essere inutilmente molto lunga.

La comunicazione è un’attività apparentemente semplice: un messaggio si sposta da un punto A (la persona che vuole comunicare qualcosa) ad un punto B (la persona che riceve il messaggio). Purtroppo però, non è così semplice. Il processo può completarsi con successo solo in condizioni ottimali. Vediamo quali sono:

  • il punto A deve avere qualcosa da dire e deve saperlo esprimere in modo giusto: non sempre chi vuole comunicare ha qualcosa da dire e non sempre chi sta comunicando riesce a farlo con successo;
  • non ci devono essere interruzioni: oggi abbiamo la possibilità di scegliere moltissimi canali di comunicazione (telefono, messaggi, televisione, radio, video online, blog, messaggi audio,…) questi canali però non devono subire interruzioni nel loro servizio altrimenti il messaggio da comunicare corre il rischio di perdersi e molto spesso è sufficiente un semplice black-out
  • il punto B deve essere sveglio: se la persona che deve ricevere il messaggio non è presente, non è attenta o molto più semplicemente non capisce il linguaggio usato per comunicare, tutti gli sforzi sono vani.

La comunicazione non può prescindere dal linguaggio e dalla sua interpretazione. Questi temi sono così complessi e articolati da aver impegnato a lungo gli studiosi e da aver riempito interi scaffali delle biblioteche più fornite. Avremo modo di approfondire i vari linguaggi che la nostra società utilizza e ha creato a tempo debito.

Prima di avventurarci in questo mondo così complesso e ancor più affascinante, è necessario chiarire un aspetto fondamentale sul linguaggio: non è solamente la lingua che usiamo per comunicare, anche se siamo portati a pensare così di solito. Esistono dei linguaggi che vengono definiti “non verbali” e possono essere riportati a questi quattro gruppi:

  1. l’aptica,
  2. l’aspetto prossemico,
  3. il sistema cinesico,
  4. il sistema paralinguistico.

Anche se superficialmente, è importante conoscerli per poterci avventurare nel livello successivo che è quella dell’interpretazione del messaggio.

L’aspetto paralinguistico è l’unico ad essere direttamente legato alla lingua, anche se esso è assolutamente indipendente dal significato delle parole eventualmente pronunciate. Riguarda tutta una serie di aspetti che prendono in considerazione il tono (che può essere influenzato da fattori filologici come l’età ma anche dalla situazione) e la frequenza, il ritmo e anche il silenzio (che come sappiamo può comunicare tanto quanto un discorso).

L’aptica è formata da tutti i messaggi che vengono espressi attraverso il contatto fisico, dalla stretta di mano più o meno formale all’abbraccio tra amici, arrivando sino alle diverse forme di bacio. Questa forma di comunicazione soffre particolarmente a causa delle differenze culturali, ciò che tra i popoli più espansivi può essere considerato normale potrebbe essere quasi una mancanza di rispetto o addirittura una violenza tra i popoli con indole più riservata (un esempio potrebbero essere i diversi modi di fare tra il nord e il sud della nostra vecchia Europa).

Per quanto riguarda l’aspetto prossemico dobbiamo prendere in considerazione invece lo spazio che viene occupato durante la comunicazione. Questo aspetto è così articolato da essere diventato oggetto di studio della scienza chiamata, non a caso, prossemica. Lo spazio, in base alla distanza fisica che si viene a creare tra le persone coinvolte nella comunicazione permette di distinguere le seguenti zone: intima, personale, sociale e pubblica.

Il sistema cinesico (studiato dalla cinesica) riguarda i movimenti del corpo. Prende in considerazione la comunicazione che ha luogo attraverso il contatto visivo, la mimica facciale, la postura del corpo e la gestualità (soprattutto delle mani). L’interpretazione, in questi casi, può essere soggetta a grandi intoppi perché solo in parte può basarsi su uno schema universalmente condiviso (in gran parte si basa su schemi molto personali) e oltretutto richiede un dominio non indifferente della mimica.

Nei prossimi articoli avremo modo di conoscere più approfonditamente questi vari livelli della comunicazione non verbale, prima di addentrarci nell’affascinante mondo dell’interpretazione.

La comunicazione e noi: contesti e condizionamenti

Introduzione

Che cosa significa comunicare? Le opinioni e le teorie in merito sono molteplici e disparate. Ma esistono situazioni nel quotidiano di ciascuno di noi in cui ha un ruolo importante, soprattutto in contesti e modalità sconosciuti o insospettati che ci coinvolgono e condizionano. È il primo di una breve serie di articoli che hanno lo scopo di analizzare come e perché siamo destinatari e nello stesso momento generatori di flussi comunicativi, a volte senza rendercene conto.

La comunicazione nel quotidiano: fare la spesa

Viviamo nell’epoca della comunicazione: ci circonda e ci condiziona, ci aiuta e ci perseguita, ci evolve e ci manipola, è sotto i nostri occhi ed è anche nascosta, pronta a tenderci una trappola o a glorificarci. È onnipresente e onnisciente. Greci e Romani l’avrebbero senza dubbio deificata dedicandole templi e feste.

Si manifesta – o si cela – nei contesti delle nostre attività quotidiane, anche quando andiamo al supermercato per fare la spesa; possiamo capire dove e perché in quel contesto comunichiamo se adottiamo un metodo espositivo tipico della saggistica statunitensi che si avvale di “case history”, cioè di esempi concreti.

La signora Clotilde entra in un supermercato con l’intenzione di usare il buono sconto che ha ricevuto sul telefonino. E già, la prima volta che si è recata in quel supermercato ha sottoscritto una tessera per la raccolta punti lasciando tutti i possibili modi per contattarla, cioè ha messo i funzionari addetti ai clienti nelle condizioni di inviarle messaggi per comunicare con lei non semplicemente con l’intento di informare, ma per provocare una reazione: acquistare. E nel momento che riceve il buono sconto forse aveva intenzione di andare in un altro negozio. 

Un sistema comunicativo trascende la semplice informazione quando vi è una interrelazione tra i soggetti che lo compongono: il messaggio è recepito dal destinatario che  genera un successivo messaggio  – verbale o tacito o palese ed anche inconscio o inconsapevole – che ritorna a chi ha generato il primo che potrebbe reagire con un successivo. La comunicazione si avvale di flussi chi condizionano reciprocamente i soggetti che la attuano.

Ed ecco che la signora Clotilde è nel supermercato e inizia a considerare come far meglio fruttare l’occasione offerta dallo sconto aggirandosi tra gli scaffali alla ricerca di quanto le serve. 

Gli scaffali costituiscono un sistema di comunicazione tra chi vende e il potenziale acquirente tramite la disposizione ad arte di prodotti sulle mensole. Interagiscono subito con l’acquirente potenziale quei prodotti che sono all’altezza degli occhi: sono ben visibili, non necessitano di ricerca, quindi può scattare subito la necessità o l’impulso di prenderli, considerarli e acquistarli.  E quelli posizionati sulla mensola a terra? Non appaiono autonomamente, occorre cercare, è scomodo passarli in rassegna; meglio concentrarsi su quelli a portata di mano. Ah, ecco una marmellata che può interessare la nostra Clotilde! La prende per analizzarla ed entra in un sistema comunicativo in cui il prodotto che ha in mano costituisce il tramite. Che differenza con i tempi vissuti da sua nonna, pensa la signora. Ricorda che da piccola spesso l’accompagnava a fare la spesa. Allora non esistevano market, super o mega. Si entrava in un negozio di alimentari e non si toccava la merce, neppure si vedeva, bisognava rivolgersi al negoziante: “Vorrei una marmellata di ciliegie” – diceva la nonna. “Le consiglio questa” – interveniva l’addetto della bottega e spiegava perché e indicava il prezzo. Era lui che eventualmente paragonava i prodotti. Ed era così, dai vestiti al pane alla frutta: un sistema di comunicazione tra persone, aperto e palese. 

Ma ritorniamo al momento in cui Clotilde è entrata in comunicazione con la marmellata. I messaggi che riceve partono da lontano: l’azienda produttrice,  predisponendo il contenitore come veicolo per solleticare il palato, lo ha rivestito con un bella immagine di rubicondi frutti accompagnandola con frasi del tipo “Fatta secondo l’antica tradizione” oppure “Lavorate subito dopo la raccolta”. Lì accanto vi è un barattolo con la semplice scritta: “Marmellata di ciliegie”. Non dice altro, perché dovrebbe acquistarlo? Costa meno, già, ma sarà poi di qualità? 

Il primo barattolo ha ingenerato con i suoi segnali – tra cui anche il prezzo – una concezione di qualità soggettiva nei suoi confronti, il secondo lascia indifferente l’acquirente.

E in un supermarket siamo oggetti – ed anche soggetti –  di altre strategie di comunicazione sui prodotti: sono quelle che utilizzano percorsi indiretti e occulti che emanano messaggi che sedimentano nella mente per poi dialogare con chi entra in contatto con un determinato prodotto. La pubblicità costruisce sulla nostra ambizione individuale e sociale desideri e bisogni inducendoci ad una serie di comportamenti criptici che si manifestano al momento in cui entriamo in relazione con il messaggio pubblicitario che comunica con noi.

Ecco lo scaffale della pasta dove le alternative sono molte. Di fronte alla scelta tra un prodotto anonimo e uno di marchio noto la signora Clotilde sceglie quest’ultimo perché in quel momento si immedesima in modo subliminale con lo spot televisivo che le è apparso nella mente: questa pasta è sinonimo di famiglia, di concordia e convivialità del focolare domestico. Si è lasciata condizionare, cioè i messaggi della comunicazione pubblicitaria hanno raggiunto lo scopo, ed ha a sua volta reagito con un altro messaggio: ha acquistato. 

E continua ad esplorare tra gli scaffali ed è presa in un’altra rete comunicativa: “Che bella automobile! Se acquisto questi prodotti posso partecipare all’estrazione per assegnarla gratuitamente! Certo che se la vinco io…” Clotilde pregusta già di poter avere finalmente un qualcosa di importante – uno status symbol – che la posizionerebbe su un gradino superiore agli occhi di conoscenti e amici. Sarebbe invidiata lei e il marito e gratificati da innumerevoli complimenti. Ed ecco altri prodotti che finiscono nel suo carrello, non le servono ma contengono un valore aggiunto per la sua ambizione sociale di essere umano. Ancora una volta il flusso comunicativo ha funzionato appagando i due soggetti che lo hanno generato.

La signora Clotilde sicuramente non si è resa conto che è stata indotta ad acquistare da tecniche e strategie che si riconducono a quel sistema di comunicazione che è il marketing. Nella fattispecie la nostra ignara acquirente si è trovata nella rete comunicativa costruita dal produttore, ad esempio della marmellata o della pasta, in sinergia con il distributore – in questo caso il supermercato – per avviluppare il consumatore in una serie di impulsi che lo inducano a consumare il più possibile determinati prodotti.

Il marketing è un insieme di conoscenze e studi, una vera e propria disciplina universitaria che si avvale della psicologia, della sociologia, dell’analisi del comportamento umano al fine di condizionare e sollecitare bisogni latenti o inconsci. Non solo al supermercato, ma in moltissimi altri contesti, come vedremo in un prossimo articolo.