Una seduta di magnetismo

[Personaggi: alcuni famigliari di Axel von Fersen, e cioè sua madre, Hedvig e Sebastian Klinkowström, figli adolescenti della sorella maggiore di Axel Fersen, morta da pochi mesi; “papà” Klinkowström, vedovo della stessa sorella; Ulla Fersen, una cugina di Axel Fersen, con la famiglia; la duchessa, moglie del duca Carl, fratello del defunto re Gustav III di Svezia; Fredrik Sparre, gran cancelliere. Un invitato speciale è il signor Carl Göran Silverhjelm, ufficiale dell’esercito studioso del “magnetismo animale” o mesmerismo, e fondatore della prima società svedese a ciò dedicata].


Mercoledì 4 febbraio 1795, Stoccolma.

Tempo grigio, vento, pochissima neve, -8; -5; -10 gradi. Pranzo a casa. Cena dal re. Al mattino ho portato Hedvig con me sulla slitta. Siamo stati con la duchessa a fare la prima colazione a Hagalund con molta allegria: in estate quel posto dev’essere proprio incantevole. La locanda è stata costruita mentre io ero all’estero, insieme ai lavori per il padiglione estivo di Haga. A pranzo c’era Ulla Fersen, sua figlia, suo marito, il barone Mörner, e il signor Silverhjelm, il grande magnetizzatore. Si sarebbe fatto un esperimento: far parlare nel sonno indotto [ipnosi] Hedvig o il piccolo Sebastian, che mia madre aveva fatto partecipare a quel pranzo. Mia madre, infatti, aveva dichiarato, e a ragione, che non le era possibile credere a tutti quegli esperimenti di cui si parlava, a meno che non fossero riusciti su qualcuno di cui lei si fidasse. Dopo che ci fummo alzati da tavola ebbero inizio gli esperimenti. Silverhjelm si sedette su una sedia collocata proprio accanto a quella di Hedvig, alzò le mani mettendogliele davanti al viso, le chiuse gli occhi con le dita, poi fece con esse mille gesti strani. Ma dopo dieci minuti buoni, dichiarò che la ragazza non si sarebbe addormentata, che già dopo pochi minuti è possibile capire, dagli occhi, se il soggetto si addormenterà o no. Fu poi il turno del piccolo Sebastian, di mio fratello – che pure ha una grande propensione a cadere addormentato – e persino di “papà” Klinkowström, che durante tutte le fasi precedenti dell’esperimento aveva dormito sulla sua sedia, ma il sonno non fu indotto in nessuno di loro. Io ero un pochino tentato di provare, mi trattenne però il timore di dire cose, che poi mi sarei pentito di aver detto, davanti a tutta quella gente.

Il barone Silverhjelm ci salvò dalla delusione con i suoi racconti, è veramente un tipo del tutto pazzo. Riferì che il duca Carl, che si addormenta se solo il barone lo guarda, nel 1788 aveva predetto tutta la rivoluzione francese e tutto il sangue che sarebbe scorso, e persino l’assassinio di re Gustav, la sua reggenza e la composizione dell’attuale governo, con la nomina di Fredrik Sparre e molto altro, che non era ancora conosciuto da nessuno. Silverhjelm ha raccontato anche che i sonnambuli dicono sempre i loro più intimi segreti. Dall’anno 1788, prima della rivoluzione, hanno cominciato a parlare, e qui come a Lione parlavano tutti nello stesso momento. Tutto ciò è più fantasioso di una favola; per quanto mi riguarda, non crederò mai se non a ciò di cui sono stato testimone con i miei occhi.

La fine di un’era e l’assassinio del conte Hans Axel Fersen

Dopo la disastrosa guerra di Finlandia (1809-1810), un colpo di stato militare detronizzò ed esiliò re Gustav IV Adolf e la reggenza fu affidata a Carl XIII, fratello di Gustav III e privo di discendenza.

Il parlamento era diviso fra chi intendeva proclamare re il figlio del re uscente, fra cui i membri della famiglia von Fersen, e chi invece era propenso a cambiare dinastia e affidare il regno ad un principe danese, Carl August, che era molto amato dalla gente. Inaspettatamente, il poco più che quarantenne principe ereditario morì all’improvviso mentre ispezionava le truppe, pochi giorni prima dell’ufficializzazione della sua della sua nomina. Il funerale fu fissato per il giorno 10 giugno 1810, a Stoccolma. Purtroppo, l’autopsia effettuata nel piccolo borgo del sud della Svezia dove il principe era morto era stata condotta in modo irregolare, e aveva reso impossibile il successivo controllo da parte di luminari inviati dalla capitale. Fu comunque escluso un avvelenamente, ma il sospetto che il principe fosse stato avvelenato, e che i fratelli Axel e Sophie Fersen fossero gli autori del delitto, si diffuse in città. I Fersen furono sottoposti a un pesante “mobbing”, che preoccupò molto il reggente, Carl XIII, per tema di essere coinvolto. Costui fece in modo, il giorno del funerale, di assentarsi da Stoccolma, e Axel Fersen, in qualità di maresciallo del regno, dovette supplire alla mancanza del Re.

Il giorno 10 giugno 1810 il 54enne conte Hans Axel von Fersen, come sempre estremamente ligio al dovere, non si era curato delle raccomandazioni dei famigliari, che lo pregavano di rinunciare a causa di un’indisposizione, e seguiva in carrozza il corteo funebre.

Fra i molti curiosi accorsi per assistere all’evento, c’era il nobile Albrekt Fredrik Richard De la Chapelle (1785-1859), nato e residente in Finlandia e cancelliere della Riddarhuset (Casa della Nobiltà) di tale paese, che all’epoca dei fatti era da poco divenuto dominio russo. Il nobiluomo assistette all’uccisione dal posto che occupava in una locanda nel centro di Stoccolma. Nel 1852, pochi anni prima della sua morte, il nobiluomo scrisse un memoriale non destinato alla pubblicazione, intitolato “Underättelser för mina barn” (Informazioni per i miei figli), che fu conservato fra i documenti privati della famiglia e digitalizzato in seguito per essere depositato presso l’Archivio di Stato Finlandese (http://digi.narc.fi/digi/view.ka?kuid=1326353).

Il testo è stato diffuso per la prima volta il 1 maggio 2018 da Vetenskapsradion Historia, e il giorno 8 maggio è stato letto durante una serata culturale alla Riddarhuset di Stoccolma, sul cui sito è stato pubblicato (https://www.riddarhuset.se/blog/2018/04/16/albrecht-de-la-chapelle-ogonvittne-till-fersenska-mordet/). Il testo originale riguardante l’uccisione di Axel Fersen è riportato qui di seguito, in traduzione italiana.

Albrecht de la Chapelle – testimone oculare dell’assassinio di Fersen

L’uccisione del conte Hans Axel von Fersen 20 giugno 1810

… frattanto il corpo del Principe era stato portato via dalla parte a Sud della città, e a mezzogiorno del 20 giugno avrebbe dovuto essere traslato, con una processione solenne, da Liljeholmen al Castello Reale di Stoccolma.

In parte per assistere alla processione, in parte per pranzare, mi ero recato in un quartiere con locali di ristorazione che veniva chiamato Lycktan, accanto a Riddarhustorget, da dove sarebbe passato il corteo funebre. Quando questo finalmente arrivò, in ritardo, si notò che i finestrini della carrozza di Stato di Fersen, che conduceva il corteo subito davanti al carro funebre, erano stati rotti e dentro non c’era nessuno. Subito dopo si udirono alte grida di hurrà provenire da Stora Nygata da dove la processione procedeva, e presto si diffuse la notizia che Fersen dalle parti di Södermalm Torg era stato preso a sassate da un gruppo di manifestanti, e le violenze erano continuate via via che il corteo procedeva. In Nygata egli era scappato fuori dalla carrozza, protetta da spessi vetri da entrambi i lati, ma non era riuscito a difendersi dalla violenta sassaiola, ed aveva cercato rifugio al piano superiore di una casa privata. Ma i rivoltosi l’avevano raggiunto anche lì, e lo avevano malmenato con pugni e colpi, avevano anche rotto le sue decorazioni e gettati i pezzi dalle finestre al popolo là sotto, che rispondeva ad ogni lancio con grida di Hurrà.

[Fino a questo punto del racconto, Albrecht de la Chapelle non ha visto con i suoi occhi gli avvenimenti. Si limita a riportare ciò che ha sentito dire e che in seguito ha letto sull’assassinio. La parte che segue invece si differenzia per essere una sua esperienza diretta]

Quando Fersen, poco dopo entrò, da Stora Nygatan in Riddarhus Torget, dalla mia posizione nella locanda potei vedere cosa stava succedendo. Fersen era seguito da Silversparre, che era a cavallo, e aveva una persona da entrambi i lati, che lo dovevano proteggere, e che lo aiutavano ad affrettarsi per sfuggire alla folla inferocita. Questa gli stava alle calcagna e sembrava formata da persone meglio vestite della gente comune che si affollava ai margini.

Bastoni ed ombrelli colpivano incessantemente la sua capigliatura grigia, ormai coperta di sangue, e le bastonate si abbattevano ad ogni istante anche sul capo e sulle spalle. Sul cuoio capelluto si vedeva una larga ferita, tuttavia egli si manteneva dritto, e sembrava parlare con il generale aggiunto che cavalcava al suo fianco. Quando Fersen arrivò in mezzo a Riddarholmtorget [dev’essere un errore per Riddarhustorget] si pensò che fosse tempo di proteggerlo da successive violenze, mentre ancora c’erano in zona alcuni soldati della Svea Lifgarde che passavano in parata accanto alla processione; ma una volta che i soldati del ebbero innestate le baionette contro la massa del popolo, non fu loro possibile continuare a fare di più per salvare Fersen. Il tumulto fu, sì, sedato per un secondo, ma un po’ per volta quelli si intrufolarono in mezzo ai soldati e circondarono la truppa, anche dall’altra parte della linea che proteggeva Fersen, che a quel punto non fu più protetto dai militari. Alla fine Fersen arrivò alla Rådhus (Palazzo di Giustizia) e si trovò al riparo in una delle stanze dove ebbe un attimo di respiro, ma venne di nuovo lasciato senza alcuna difesa, nemmeno quella del personale di guardia che era lì di posta. Quelli che lo volevano massacrare lo raggiunsero di nuovo, gli strapparono di dosso quel che restava dei suoi vestiti, lo trascinarono quasi nudo nel cortile della Rådhus, dove cadde a terra, ormai privo di forze. I suoi torturatori lo picchiarono ancora, e saltarono sul suo corpo, calpestandolo, finché alla fine vilipesero anche il suo cadavere. Non mi fu possibile vedere con i miei occhi, dalla finestra dietro alla quale avevo assistito all’evento, questi ultimi atti brutali dell’assassinio, però dopo che l’omicidio era stato consumato, notai che un manipolo di popolani aveva raggiunto il generale aggiunto, che sempre a cavallo presidiava l’ingresso alla Rådhus: e gli consegnarono l’orologio di Fersen, la sua agenda tascabile, gli anelli con il sigillo, e altre cose di valore che egli aveva con sé. Il generale aggiunto prese quei trofei con manifestazioni di grande dolore e disperazione per quanto era accaduto, mentre gli aggressori continuarono a mostrare la loro impudenza, applaudendo il generale aggiunto, accarezzandone il cavallo, come se volessero ringraziarlo per non aver impedito il massacro.

Benché tutto ciò si fosse svolto in pieno giorno e in mezzo a una gran folla, i veri massacratori e gli assassini non furono mai riconosciuti ed arrestati. Taluni furono convocati ed interrogati, come un grossista, tale Lexow, l’attore Lambert, e altri due nati in Finlandia, il commerciante Granberg di Åbo, Tandefeldt di Syssmä, ed altri. Ma su nessuno furono poste gravi imputazioni, tranne che su Tandefelt, un uomo di pessima fama, che tutti dicevano esser stato il primo a saltare a piè pari sul torace di Fersen, affrettandone la morte, ma anche questo non fu riconosciuto in termini di legge [L’autopsia parla di fratture costali prodotte dopo la morte, nessuna lesione mortale sarebbe stata causata quando la vittima era ancora in vita.]. Quel tale Tandefeldt fu tenuto in una cella della fortezza di Carlsten per qualche tempo, poi espulso dalla Svezia.

Tuttavia i disordini non erano terminati, benché l’atto più atroce fosse stato compiuto. Dopo che il cadavere di Fersen fu sottratto agli oltraggi della plebaglia, questa continuò ad agitarsi, minacciò di invadere le case di Fabian Fersen e della contessa Piper; e persino quelle del conte Uggla e di molti altri personaggi che non erano direttamente coinvolti. Giunsero i generali Adlercreutz e Vegesack, e altre persone di alto rango, che cercarono di tranquillizzare gli animi e obbligare i più forsennati ad allontanarsi, ma il loro intervento sembrò non ottenere altro se non maggiore arroganza e pretese. In tal modo capii in fretta che non si poteva aver ragione con parole sagge e con generosità di un popolo eccitato, che addirittura si sentiva il vincitore di una battaglia. Tanto è vero che, durante i tentativi che furono fatti per sedare la rivolta con le buone, avvenne che il generale Adlercreutz, che in passato aveva salvato l’intera nazione e che tutta la Nazione stimava, in questa occasione si prese anche lui le sue brave bastonate, e andò vicino ad essere malmenato anche peggio. Allora, quando, fu chiaro che non c’era altra via d’uscita si ordinò ai soldati, che nel frattempo erano stati provvisti di munizioni, di aprire il fuoco sulla folla, così che ci furono alcuni morti e parecchi feriti. Prima che ciò avvenisse, e quando mi resi conto che il tumulto non si sarebbe acquietato tanto presto, avevo preso la via verso l’abitazione in cui vivevo, nella zona Nord, nei pressi di Fredsgatan. Da lì si sentivano gli spari e la confusione che ancora regnava nella città e in Slottbrinken, dove era avvenuta quella brutta storia. Dopo che la rivolta fu sedata laggiù, ecco che un gruppo di scellerati, giunti nelle vicinanze di casa mia, dalla parte di Drottningatan, cominciarono a spaccare le finestre della casa del conte Uggla, e Dio sa cosa non avrebbero fatto in seguito, se non fosse giunto un corpo di dragoni e non avesse cominciato a colpire gli esaltati più violenti, che in parte furono feriti, cosicché la sedizione popolare fu sedata anche in quel luogo.

Verso sera uscii di nuovo per vedere cos’era avvenuto. Piazza Gustav Adolf e Norrmalms Torg erano ancora piene di facinorosi. Nei pressi di Ponte Nuovo (Nya bron) fui testimone di un vero comizio demagogico, del quale io risi con indulgenza, anche se ancora non si capiva dove tutto ciò sarebbe andato a finire. – Accanto ad una delle pietre d’angolo verso la sede stradale si era piazzato un tizio che sembrava appena uscito da una fucina di fabbro, tutto nero e con un indumento di pelle accanto a sé. Questo eroe della libertà arringava con foga la folla che lo attorniava, gesticolava con entrambe le braccia, e spesso colpiva con un pugno il suo indumento di pelle. Pensai di essere al cospetto di una miniatura di ciò che era accaduto in grande stile in Francia, durante la Rivoluzione; ma dopo qualche minuto, ormai di nuovo calmo e in grado di considerare la cosa con giudizio, vidi il generale Adlercreutz che arrivava con una truppa di dragoni per disperdere i rivoltosi, perciò al mio domicilio. In quell’istante cominciò a cadere una pioggia copiosa, che continuò per diversi giorni, e che probabilmente fu l’evento che più di ogni altro fu in grado di raffreddare gli animi: la sera stessa infatti cessarono i disordini e non vennero più rinfocolati. Invece la Piazza e le vie più larghe furono invase da cannoni con le micce accese. Il re e la regina, che durante l’inizio dei tumulti erano nel castello di vacanza di Haga, rientrarono in città poco dopo che si era cominciato a sparare sulla folla. La contessa Piper seppe con grande coraggio sfuggire alla furia popolare. Si fece portare da un piccolo naviglio da Sheppsjolmen, a Stoccolma, alla fortezza di Waxholm, dove fortunatamente riuscì ad arrivare incolume, e lì si affidò alla protezione del Comandante.

Dopo che l’ordine fu ricostituito in città, tutti coloro che erano stati sospettati di aver avvelenato il Principe furono sottoposti a un’indagine severa, ma non emerse nulla a loro carico. Perciò il medico del Principe, tale Rossi, che aveva condotto con imperizia l’autopsia, fu espulso dal regno. Nonostante fosse stato promesso un compenso a chi avesse potuto portare le prove di un avvelenamento, semmai fosse esistito, non emerse mai nulla del genere. Ed è ancor più certo ora che le calunnie fossero infondate; infatti non si poté mai trovare che in quel tempo ci fosse in Svezia un potere Cabalistico (Massonico) o un partito politico che potesse aspettarsi qualsiasi vantaggio dalla morte del Principe. Il quale, oltretutto, non aveva nemici personali. E in tali condizioni è onestamente impossibile credere che qualcuno abbia voluto assassinare un Principe amato da tutti.

Il cadavere del Principe rimase per qualche tempo esposto al Castello, per permetterne le visite di prammatica a quanti gli erano amici, dopo di che si procedette alla sepoltura con rito solenne nella chiesa di Riddarholmen, senza che ci fossero altri disordini. Naturalmente erano state prese grandi precauzioni, così che nessuno potesse accedere alla chiesa o alle piazze e alle strade della processione funebre, ad eccezione di quelli che avevano i biglietti d’invito. Io me ne ero procurato uno e potei partecipare a tutta la cerimonia che fu veramente bella. La Chiesa era completamente addobbata di nero: sull’altare si vedeva Svea, rappresentata da un volto femminile che piangeva sopra un’urna. Il Vescovo Rosenstein lesse dal pulpito l’elogio della persona del Principe, e le orchestre dell’Opera con i Coristi diedero inizio e fine alla cerimonia con una musica molto commovente. L’attenzione di tutti era ormai diretta verso la scelta di un altro Successore al Trono, per la qual cosa i Membri Permanenti del Governo furono convocati a Örebro alla fine del mese di luglio. Durante tale Parlamento, dopo diversi tentativi di voto, venne scelto senza voti contrari come Principe della Corona Svedese l’attuale Re Carl XIV, che prima era noto come condottiero Francese sotto il nome di Bernadotte e Principe di Pontecorvo.

Dalla testimonianza diretta di quell’atroce tumulto, imparai che ci sono persone meno fortunate di me, io stesso sarei stato esposto ad evidenti pericoli se non avessi avuto la fortuna di potermene andar via. Poco a poco riuscii ad accettare meglio il mio destino, e a desiderare di continuare a vivere, almeno per poter essere di utilità ad altri [La Finlandia era da poco diventata parte della Russia, dopo una guerra rovinosa per gli Svedesi, 1809-1810. Chi scrive faceva parte della comunità finno-svedese, in genere ai vertici dello Stato].

Un re minorenne e i suoi tutori

Gustav IV Adolf, Carl XIII e il consigliere Gustav Adolf Reuterholms

L’assassinio di Gustav III scosse profondamente la vitalità dello stato svedese. Dopo un lungo peregrinare fra le corti europee, della Germania, dell’Austria-Ungheria, dei Paesi Bassi, e con un quasi stabile punto di osservazione a Bruxelles, sempre al centro di un lavorio diplomatico e nel bel mezzo delle guerre seguite alla rivoluzione francese a al sorgere dell’astro napoleonico, il conte Hans Axel von Fersen ritornò in Svezia, nell’ottobre 1794. Suo padre era morto pochi mesi prima, in aprile, il conte Fersen è informato ed amareggiato della sorte politica del suo paese, che si aggiunge al suo lutto personale. Nel suo diario racconta il suo rientro in famiglia e poi a Corte.

25 ottobre 1794, giovedì. Tempo grigio, freddo. Sono partito da Mjölby e sono arrivato a Löfstad [una delle residenze della famiglia Fersen] alle 12.30. Ero molto felice di rivedere i luoghi della mia infanzia e di incontrare mia madre, mia sorella e Taube, mi accolsero tutti e tre con le lacrime agli occhi. Mia madre mi è apparsa invecchiata, ha i capelli completamente bianchi, mia sorella è un po’ ingrassata, ma è ancora bella, Taube non è cambiato, e la figlia di Hedda [la sorella maggiore, morta a Pisa probabilmente di tubercolosi due anni prima] si è fatta grande, ha una pelle luminosa e stupenda. …omissis… A casa, mi sentivo felice e a mio agio, eppure non ho smesso neppure per un attimo di sentire la mancanza di non avere con me Eleonora [un’amante che aveva rivestito un ruolo importante nella vita del Conte fin dal 1790, e che agli aveva pensato di sposare]. Il carattere di mia madre è completamente cambiato: ora era premurosa ed affabile con tutti, molto diffidente e cauta invece nei confronti della Corte. Mi esortò, insistendo molto, di procurarmi anch’io una posizione a Corte, un atteggiamento che sarebbe stato impensabile in lei in passato. Si lamentò molto di mio fratello, dello scarso riguardo ed attenzione che ebbe nei confronti del mio defunto padre, che ha molto trascurato. L’ambito della Corte, dove è molto ben inserito e benvoluto (Fabian Fersen era amante della giovane moglie del reggente Carl, fratello del defunto re Gustav III) è diventata la sua sola cura, e non ha pensieri per nient’altro. Ho cercato di difendere mio fratello dicendo che era colpa della giovane età che lo rendeva irresponsabile, inoltre era anche possibile che fosse obbligato a non allontanarsi dal reggimento che doveva amministrare, ma mia madre non volle sentire storie. Asserì che da parte sua non gli aveva mai detto nulla a tale proposito, e nemmeno aveva intenzione di affrontare l’argomento in futuro, ma era comunque per lei una grave pena, e il comportamento di mio fratello era stato fonte di preoccupazione anche per mio padre, che, così sostenne, sarebbe morto più tranquillo se solo avesse potuto rivedermi. Mi parlava con il cuore in mano, e piangeva copiosamente.

…omissis…

Drottingholmen

30 ottobre 1794, giovedì. Tempo bello. Sono partito alle 9 con mio fratello e siamo arrivati a Drottningholm [una residenza reale] alle 9 e mezza, andammo direttamente dal reggente. Attese fino alle 10 prima di farsi vedere. Mi accolse con estrema freddezza e non mi rivolse una sola parola in tutta la serata. Era presente anche Nolcken [ministro svedese], che invece fu molto amichevole con me. Il giovane re [Gustav Adolf], che incontrai all’ora di colazione, sempre alle 11, fu gentile con me, cosa abbastanza singolare, tenuto conto di tutto ciò che mi è stato detto sulla sua freddezza e riservatezza. Per ben tre volte, ribadì che era davvero felice di vedermi, poi però non mi rivolse più la parola per tutto il tempo della visita. La principessa e il principe Fredrik [i fratelli più giovani di Gustav III e del reggente Carl] furono molto cordiali con me. “La petite” si comportò molto correttamente, si dimostrava interessata, mi venne incontro gioiosa, tuttavia non ci sarà mai più nulla fra di noi [qui il conte si riferisce a Hedvig Elisabeth Charlotta, moglie del principe Carl e al momento dell’incontro amante ufficiale di Fabian Fersen. C’era stata anche una relazione di breve durata con Axel]. Tutti i miei principali conoscenti mi accolsero estremamente bene, e soprattutto mi dimostrarono un riguardo che mi lusingò molto, e che del resto è tutto ciò che desidero da parte loro. Tutti apprezzarono la mia divisa da ussaro, che oltretutto ha un taglio migliore di quelle che si confezionano qui [Axel Fersen era stato lieto di essere stato invitato alla visita ufficiale a Corte con indosso la sua divisa, segno che il suo grado militare gli veniva confermato]. Pranzai e cenai a Drottningholm, ma mi tenni per tutto il tempo a distanza dai reali, trascorsi invece la serata in compagnia di alcune dame, Hedvig Ekeblad, la signora Brahe e la signorina Strokirch. Eravamo in quello stesso salone dove tanto spesso avevo osservato il defunto re, impegnato a scrivere o a disegnare. Il ricordo mi fu penoso. Non c’era più nulla di quanto c’era stato, tutto mi appariva diverso: i volti, il modo di comportarsi; non avrei potuto sentirmi più estraneo di così se mi fossi trovato a Madrid.

Di fatto, l’impressione di estraneità provata dal conte Axel Fersen rifletteva un profondo mutamento della società e della Corte di Svezia rispetto all’epoca di re Gustav III. Si trattava ora di un paese economicamente sull’orlo della bancarotta, politicamente isolato e nelle mani di un reggente incapace, anziano e da sempre invidioso della dignità regale che il destino aveva riservato al brillante fratello Gustav. Il potere era nelle mani del consigliere Reuterholm, uomo privo di scrupoli, che aveva imbrigliato il paese in una rete di intrighi e calunnie. Armfeldt, il nobile finno-svedese che Gustav III in punto di morte aveva designato come tutore per il figlio minorenne, era stato allontanato come ministro a Napoli, poi accusato di cospirazione, accusa in cui era stato trascinato, con altri, anche Axel Fersen, per aver tenuto una corrispondenza con Armfeldt, in realtà perché si intendeva sbarazzarsi di tutti i fedeli al re defunto.

Il giovane re, appena divenuto maggiorenne e incoronato, si era liberato di coloro che gli avevano avvelenato gli anni del lutto paterno e dell’adolescenza, cercando in tutti i modi di farlo decadere dal diritto di successione. Reuterholm fu espulso dalla Svezia e lo zio ex reggente allontanato dalle decisioni di stato. Alcuni dei fedeli servitori del defunto padre, fra i quali anche Axel Fersen, furono invece richiamati in servizio, anche con incarichi prestigiosi. Ma il tempo dei “Gustaviani” era definitivamente concluso: la Svezia dovette impegnarsi su più fronti per difendersi dalle aggressioni napoleoniche, danesi e norvegesi. Il colpo finale fu quello inferto dalla Russia, che nel 1808 aggredì il territorio finlandese, conquistandolo nel 1809 e determinandone il definitivo distacco dalla Svezia. Fu una guerra disastrosa e umiliante. Al termine della quale un colpo di stato militare detronizzò e costrinse all’esilio Gustav IV Adolf. Il figlio del re che aveva restaurato con un colpo di stato militare il potere monarchico assoluto, quasi trent’anni più tardi era deposto da un colpo di stato capeggiato da militari.

Il nuovo reggente, Carl XIII, finalmente seduto sul trono, era un uomo anziano e senza eredi, in Svezia la successione per il figlio maggiore del re esiliato era preclusa dal volere dei più. La chiamata al trono di un principe danese, Kristian August, divenuto Karl August dopo la necessaria adozione, si rivelò fatale per il Conte Axel Fersen che, pur fedele alla dinastia uscente, non si era mai implicato in quegli intrighi. Egli era nel frattempo divenuto gran maresciallo del regno, cioè capo della nobiltà: carica secondaria solo a quella del re, e alla quale egli si dedicava con lo zelo implicito nel suo carattere, ma senza entusiasmo.

Un ballo in maschera

Venerdì 16, un quarto d’ora prima di mezzanotte, quando il re fece il suo ingresso al Ballo in Maschera presso l’Opera, fu colpito a tradimento nella schiena da due proiettili da pistola senza che nessuno si rendesse conto da che parte provenivano. Egli poi salì nelle sue stanze al piano superiore, e in seguito fu riportato a casa, nel palazzo reale, non senza dimostrazione di grande coraggio.

Il 17 è stato arrestato il regicida, cioè il capitano dimissionario Jacob Johann Ankarström. Ha confessato di aver per lungo tempo nutrito un odio personale nei confronti del re, e di aver deciso di vendicare il rancore cresciuto in seguito a una grande quantità di offese. Si era liberato delle pistole gettandole a terra, cosa che si riseppe dopo l’interrogatorio. In seguito furono arrestati molti che avevano preso parte a quel crimine efferato. Per esempio i conti Fredrik Ribbing, Claes Horn, Ehrensvärd, consigliere di Engenström, il generale Peclin e molti altri. Un certo barone Thure Bjelke si uccise quando vide il cadavere del regicida trasportato su un carro e condotto alla sepoltura a Galgbacken [il luogo delle esecuzioni e delle pene corporali, vi venivano sepolti i condannati a morte], con lui si estinse l’antico casato dei Bjelke. Un altro, di nome Örner, si impiccò mentre era agli arresti. Un altro complice era il barone Lilijehron, che pure era stato uno dei principali favoriti del Re.

All’inizio si pensò che si potesse sperare che il re potesse salvarsi. Al Castello Ogni giorno a mezzodì il vescovo Vallqvist, che ora è predicatore, faceva recitare preghiere pubbliche al Castello. Il Re Gustav III morì un giovedì, alle 10.55 del mattino, per le conseguenze della ferita riportata dallo sparo. Aveva 46 anni e due mesi. Durante tutto il periodo della sua agonia conservò il buon umore e si sottopose con grande pazienza a molti e difficili interventi chirurgici e revisioni della ferita, finché non morì in silenzio e del tutto tranquillo. All’ultimo minuto nominò il suo favorito, il barone Armfeldt, come reggente, ma questa sua ultima disposizione fu poi disattesa e Armfeldt dovette recarsi a Napoli con l’incarico di Ambasciatore. Durante il periodo di malattia aveva anche raccomandato al duca Carlo di trattare con tutta l’umanità possibile coloro che avevano congiurato per la sua morte.

Alle 12 si recitarono preghiere funebri in tutte le chiese, annunciate dal suono delle campane.

Nel pomeriggio fu proclamato re il Principe Ereditario Gustav Adolf, di 13 anni e 5 mesi. Il principe Carlo diventerà il suo tutore e sarà reggente durante la minore età del re.

Pasqua cade in aprile. Il questo giorno il corpo del re è stato imbalsamato, ma non completamente, e non com’era uso con i suoi predecessori, perché egli stesso aveva proibito questa pratica. Seguirono alcuni giorni di lutto nazionale, che si celebrarono con rito comune, alle 9 di sera nella chiesa di Riddarholmen. Ormai faceva chiaro, ma il tempo freddo e molto ventoso durò per diversi giorni. Ora di notte i borghesi organizzano pattuglie nelle strade.

Ankarström fu esposto al palo un’ora ogni giorno, in diverse piazze cittadine e ogni volta ricevette 5 paia di frustate.

Eravamo a -6°C e nevicava.

Ankarström fu decapitato, smembrato ed esposto sulla ruota a Galgbacken. Era un bell’uomo di 28 anni, ma aveva sempre avuto la nomea di essere oltremodo sgarbato e di temperamento indomito. Ha lasciato una vedova e quattro figli ai quali, come a suo fratello, fu cambiato il nome il Lövenström [nome formato in parte dal nome materno, in parte da quello paterno, che essendo nobile era stato deregistrato].

Dopo qualche tempo, il corpo di Ankarström fu calato giù dalla ruota e occultato, ma fu ritrovato non molto lontano, nella chiesa di Bränna. Era avvolto in un sacco abbandonato sotto un ponte, venne di nuovo esposto. …omissis… La vedova di Ankarström si sposò con un tale Runneberg che era stato il suo amante quando il marito era ancora vivo, dopo di che si trasferì nel Gotland. Prima di sposarsi era stata la nobildonna Löven, e si crede che il suo comportamento scandaloso abbia influito molto sull’esito disperato del marito. I due figli di Ankarström se ne andarono via da regno, e raggiunsero un’età avanzata. Uno di loro ritornò poi in Svezia, dove visse come proprietario terriero. Delle due figlie, una si sposò con un grossista di Visby, tale Fårheus, l’altra con un prete del Gotland.

Lunedì 14 maggio il re fu sepolto nella chiesa di Riddarholmen. La cerimonia iniziò alle 5 del pomeriggio e si protrasse fino alle 9. L’arcivescovo von Troll tenne la predica funebre. Il tempo era bello, ma freddo. La preghiera funebre si tenne anche in tutte le altre chiese. Noi assistemmo alla processione per la sepoltura dalla casa del dottor Flodin, sul Kyrckobrinken. Negli otto giorni seguenti, ogni pomeriggio, si suonavano i canti del dolore mariano. Fino alla fine di maggio il tempo fu secco e ventoso.

Fonte: Christina Juliana Wargentin. Dagbok 1771-1825. Stockholm Stadsmuseums Arkiv. Full text: (trascrizione del testo originale). https://stockholmskallan.stockholm .se/post/10064

Così scrive la signorina Christina Juliana Wargentin, donna di estrazione borghese, nella sua cronaca di Stoccolma, circa la notte del 16 marzo 1792, quando si celebrò il ballo in maschera più famoso della storia svedese e non solo. Le conseguenze dello sparo che rimbombò nella sala dell’Opera sono riportate con puntualità dalla signorina. Un ballo in maschera, una delle tante feste che avevano caratterizzato il regno di Gustav III, forse il più brillante dei regnanti svedesi, causò la tragica morte del re appena 46enne, e mise fine al suo tempo. Si sarebbero dovuti attendere circa trent’anni, nel 1820, prima che all’Opera di Stoccolma fosse di nuovo organizzato un ballo mascherato, evento che la signorina Wargentin annota come una grande novità.

Già prima del Settecento balli in maschera erano, presso le corti europee, una delle tante feste di Corte, ed avevano essi stessi varianti numerose: feste contadine, scene pastorali e mitologiche, tornei cavallereschi. Il regno di Gustav III diede una ventata d’aria fresca a questa tradizione. Il re amava fin da bambino i travestimenti e il gioco di ruoli del teatro. Il suo primo maestro, Carl Gustav Tessin, diceva che il bambino si lasciava trasportare dalla fantasia al punto che gli occorrevano a volte alcuni giorni per poter rientrare nella normalità quotidiana. E da adolescente spesso lo si vedeva gesticolare e parlare da solo: recitava ruoli di opere teatrali che scriveva da sé, e questo gli permetteva di estraniarsi da una realtà in verità troppo stressante per un giovane intelligente e precoce. Nel 1788 aveva ottenuto un pretesto per muovere guerra alla Russia facendo indossare false divise da cosacchi a soldati svedesi, che avevano poi attaccato un posto svedese di dogana. I Russi avevano dunque attaccato la Svezia! Il pretesto per una guerra “giusta” c’era. Solo a cose fatte si ritrovarono le divise dei “cosacchi”: portavano il marchio della sartoria che forniva di costumi l’Opera di Stoccolma. Come si dice: “Chi di spada ferisce…”

Ma torniamo a ballo in maschera. Al tempo di Gustav III ciascun partecipante si faceva confezionare il costume che preferiva. Il tipo più comune era il cosiddetto “domino”, un mantello nero con il cappuccio e una maschera bianca, ancora oggi frequente al Carnevale di Venezia: era poco costoso e sotto si poteva indossare ciò che si voleva. L’alternativa al costume era l’uniforme da cerimonia, azzurra con finiture bianche per gli uomini, nero o blu scuro con profili bianchi per le signore. Spesso il re o i suoi famigliari non andavano mascherati ai balli, o comunque si rendevano riconoscibili, a meno che non ci fosse da parte loro l’esplicita volontà di partecipare in incognito. Questo permetteva loro di discorrere con chicchessia, senza dover osservare la rigida etichetta che impediva agli appartenenti ai ranghi inferiori di intrattenersi con chi era ad essi superiori, e allo stesso tempo di udire ciò che si diceva di loro, e che mai si sarebbe detto in loro presenza. Quella sera, il 16 marzo 1791, il re indossava una calzamaglia grigio-azzurro chiaro e una giacca di uguale colore, coperte da un lungo mantello blu scuro; in capo un cappello a falda larga dello stesso colore. Il viso era celato da una maschera bianca che lo copriva interamente, ma l’identità del re era chiaramente rivelata dal distintivo dell’Ordine dei Serafini che portava sulla sinistra del petto. Lo sparo lo colpì al fianco sinistro, mancando il cuore per un improvviso movimento del sovrano. La pallottola colpì vicino al rene e all’intestino, molto profondamente, non fu possibile asportarla e Gustav III morì lentamente di sepsi, un’agonia durata quattordici giorni durante i quali fu sempre lucido.Perché fu ucciso? Questo credo che non sia semplice da dire, non lo è mai nei crimini che coinvolgono personaggi pubblici. Gustav III, cha aveva voluto e saputo essere un monarca assoluto, si era trovato contrari proprio i nobili, fra i quali aveva cercato i suoi compagni di vita. Pochi anni prima dello sparo all’Opera una lega di nobili finlandesi si era aggregata ad Anjala, cercando di evitare la guerra contro la Russia dal re combinata. A ciò si aggiungevano malumori per le leggi sul monopolio di stato della produzione di grappa, le leggi suntuarie con le quali aveva cercato di sanare il bilancio di stato, le invidie dei cortigiani o i rancori di chi si era visto negare un privilegio. Soprattutto, però, re Gustav III, come Luigi XVI di Francia e, in un altro secolo, lo zar di Russia e l’imperatore d’Austria, non sopravvisse al suo tempo e alla società che egli stesso aveva costruito con visionario illuminismo.

20 Giugno 1791 – La fuga del re di Francia – Testimoni oculari a Parigi.

Da un rapporto scritto da un collaboratore di Fersen (tale Devaux, forse un militare)

Martedì 21 – La notizia della partenza del re dilagò in tuta la città fra le 8 e le 9, si suonarono le campane a stormo, ci furono spari di cannoni, furono suonate le trombe, si gridava: “Aux armes citoyens”! Corsi in Piazza del Conte, avevano catturato il signor d’Aumont, si gridava che lo si doveva appendere alla lanterna. Fu malmenato, e si dice che sia stato ferito gravemente, ne verrà fuori a fatica. Il signor de Lafayette si presentò con quella sua lunga faccia caprina: era bianco come questo foglio di carta. Poiché aveva assicurato che avrebbe risposto id persona per il re, gli fu subito chiesto cosa ne avesse fatto, e si gridò: “Anche lui alla lanterna!” la municipalità aveva fatto tanto   clamore con queste due storie, che fino alle 11 si dimenticò la cosa più importante: solo allora si spedirono corrieri in tutte le direzioni. Un tale divulgò la notizia che il re era stato preso a Meaux. Feci di tutto per dirigere l’attenzione su questa notizia, che sarebbe bastata a calmare la folla; altrimenti ci si poteva aspettare che esplodesse da un momento all’altro. Nel Palazzo Reale la calma era completa, lì per lo più erano entrati i monarchici, neppure il minimo accenno a una rivolta. Il ritornello era sempre lo stesso: nel nome del cielo, com’è potuto accadere tutto ciò? Tutti erano impegnati a calcolare a che distanza il re poteva trovarsi ora, ma poi si finiva sempre lì: nel nome del cielo, com’è potuto accadere tutto ciò? …omissis… 

Mercoledì 22 – Questa giornata è passata in un’alternanza di paura e speranza. …omissis… Alle 10 di sera un corriere ha comunicato che il re è stato arrestato a Stenay. Che nottata ci aspetta! Il popolo, che finora era rimasto tranquillo, si ritiene autorizzato al più incontrollabile fermento. Sono stato in piedi due giorni ed una notte. Cercherò di riposare qualche ora. È l’una del mattino, e la notizia non è ancora confermata.

[Le osservazioni dei giorni 23 e 24 giugno riportano l’insicurezza derivante da notizie contrastanti e dall’incertezza sul ritorno a Parigi della famiglia reale, dalla quale dipendeva o un governo temporaneo o una nuova reggenza o forma di governo stabile ed alternativa. Lo scrivente si dice incerto sul recapito della missiva, poiché da alcuni giorni a Parigi si aggirava un tale che, con le medesime generalità di Fersen, assicurava di essere stato l’artefice della fuga].

Sabato 25 – Il re dovrebbe arrivare questa sera. Si fanno solo progetti di insurrezione, ieri in tutti i teatri si recitava la tragedia Brutus, si inneggia a gran voce alla repubblica, si butta fumo negli occhi precisando che bisognerebbe riformare la monarchia, ma farla finita con il potere reale. La mia penna non può scrivere tutte le orrende offese che si dicono a proposito della persona del re e di quella della regina. La polizia arresta di continuo gente a Palais-Royal. La libertà regnante è una terribile tirannide.

Quasi tutta Parigi è fuori per incontrare il re. Quelli armati di picche e di falci mi rendono molto inquieto per la sua sorte. Ah, se lo avessimo ancora al sicuro alle Tuileries!

Alla fine, è arrivato, alle sette di sera. Era scortato da 30.000 soldati. Non avrei mai potuto sopportare di essere un testimone oculare, si dice comunque che nessuno è stato oltraggiato, tranne tre persone. Si racconta che, quando entrò alle Tuileries si fece un silenzio assoluto. Nessuno si tolse il cappello o imbracciò le armi. Almeno adesso la famiglia reale è di nuovo nel castello, il mio cuore può calmarsi un po’.

Il racconto di un giacobino: dalle lettere del libraio parigino Nicolas Ruault al fratello, parroco in Normandia.

Parigi, 22 giugno 1791
Il trono è vacante da ieri mattino. Il re è partito con suo fratello, sua moglie, sua sorella e i suoi bambini. Non si sa ancora che strada abbiano preso, ma non è a Est né a Ovest; piuttosto si sarebbero diretti verso Nord; è là che sono attesi. …omissis… Ieri, il 21 alle 5 del mattino tutta Parigi ha saputo della fuga del re. Nessuno si è stupito: se n’era tanto parlato, si era detto tante volte che egli se ne sarebbe scappato, non appena se ne fosse presentata l’occasione, che quanto è successo è sembrata cosa scontata. Alle 11 una folla immensa si raduna alle Tuileries e invade gli appartamenti, che erano completamente aperti. Non avevano nascosto la chiave sotto la porta. Più di centomila persone (nel numero c’ero anch’io) li hanno attraversati fino alle due, quando sono venuti a mettere i sigilli; allora tutti si sono ritirati tranquillamente, per lasciare che gli ufficiali di giustizia facessero il loro lavoro. Di tutto l’arredo del palazzo, è scomparso solo il ritratto del re, che è stato fatto a pezzi. Ho visto su un tavolo numerosi fogli degli “Actes des Apôtres”, giornale o foglio controrivoluzionario di un tale chiamato Peltier, figlio di un banchiere di Nantes che ho conosciuto tempo fa. …omissis… La sera,si dicevano con l’aria più tranquilla e rassicurante del mondo le ingiurie più infamanti contro il re e la monarchia. Immaginate ciò che si può dire di più avvilente, sarete ancora in alto. Addio, vi dirò di più fra due o tre giorni.

Parigi, 27 giugno 1791
La città di Parigi si è mostrata fiera e superba al momento della fuga del re, durante la sua assenza e il giorno in cui è stato riportato tra le mura di questa capitale. La sera del giorno seguente la fuga, si venne a sapere del suo arresto a Varennes, vicino a Clermont nelle Argonne. Bernave, Pétion e Latour Maubourg erano stati mandati là per riportarlo a Parigi. È arrivato dalla parte dei Champs Elysées, in mezzo ad una folla immensa di gente del popolo venuta da tutte le parti per vederlo passare: passò, in effetti, come un prigioniero condotto in una roccaforte. Tutti avevano il cappello in testa, e la guardia schierata ai due lati fino alle Tuileries teneva i fucili al piede, il calcio appoggiato al selciato. Erano le sette di sera, il 24 di questo mese. Barnave teneva il giovane Delfino sulle ginocchia; la regina aveva in testa un cappello nero con una veletta che impediva di vederla. La vettura sembrava una casa, davanti c’erano tre prigionieri, tre guardie del corpo che avevano fatto da corrieri e da postiglioni durante la fuga (furono condotti alla prigione dell’Abbaye). Questa vettura entrò nel giardino dal ponte girevole, che fu aperto solo per il passaggio delle truppe. Li ho visti scendere ai piedi del peristilio: la regina si sentiva male, fu necessario portarla su nelle sue stanze. Il re uscì dalla vettura con la schiena curva, la testa affondata nelle spalle; cercava di sfuggire a tutti gli sguardi. Sulla carrozza, grande e pesante, erano caricati, davanti e dietro 15 o 20 granatieri nazionali. Questa entrata vergognosa, dall’Étoile al Castello ha impiegato più di un’ora. Il corteo, formato da più di mille uomini sia a piedi, sia a cavallo e cannoni, che precedevano, ai fianchi e dietro la vettura, procedeva lentamente e faceva pause forzate per la moltitudine degli spettatori che gridavano: “Viva la legge [gioco di parole:loi, legge, invece che roi, re], viva la Nazione, e nient’altro. …omissis…

20 giugno 1791 – La fuga del re di Francia

Dai diari e dall’epistolario del conte Axel von Fersen

Il 14 luglio 1789 segnò l’inizio di un evento, la rivoluzione francese, che avrebbe fatto tremare tutti i regni europei. Ai primi segni di disordini, Gustav III, in quel momento impegnato nella guerra della Svezia contro la Russia, aveva congedato il Conte Hans Axel Fersen perché si recasse in Francia come osservatore degli eventi.

Ecco l’opinione del Barone Evert Taube, amico intimo di Axel Fersen e della sua famiglia: “Se Vostra Maestà vuole ottenere i servigi del “lungo Axel” [così soprannominato a causa della statura], Vostra Maestà dovrebbe legare a sé per sempre quella Persona [riferimento a Marie Antoinette] che di questi tempi di interessa a lui più che a chiunque altro non importa in quali servigi Vostra Maestà voglia ottenere, è sufficiente che si assicuri il favore della suddetta Persona. Posso assicurare Vostra Maestà che Axel vi servirà con lealtà e devozione, proprio in questo periodo egli è più prono a mettersi al servizio di Vostra Maestà di chiunque altro, e Vostra Maestà può contare sulla sua perpetua riconoscenza.” 

Quando la Rivoluzione Francese travolse il regno di Francia e sconvolse le altre potenze europee, Gustav III non avrebbe mai smesso di liberare la famiglia regale di Francia dalla prigionia dei rivoluzionari, e i servigi del “lungo Axel” a Sua Maestà e alla famiglia del re di Francia sarebbero andati ben oltre l’immaginabile. I limiti di questa rubrica non permettono di discutere i molteplici aspetti della rivoluzione, perciò riporterò solo alcune testimonianze del tentativo di fuga del 20 giugno 1791, fallito a Varennes. Questo evento causò una svolta decisiva agli eventi, ponendo la famiglia reale nello stato di ostaggi per negoziazioni per il riconoscimento della nuova Francia, che non sarebbero mai avvenute a causa delle troppe fazioni, dei differenti interessi e della confusione all’interno del corpo rivoluzionario. In due articoli successivi si pongono a confronto i diari e qualche lettera del responsabile dell’organizzazione del tentativo di fuga, Hans Axel von Fersen, con le descrizioni di Parigi all’indomani della fuga, come furono vissute da due testimoni oculari, un collaboratore di Fersen e un giacobino di Parigi, l’editore Nicolas Ruault.

Occorre premettere che da questo momento il poi molte delle lettere di Fersen e dei suoi corrispondenti sono scritte in “inchiostro invisibile” o con una cifratura complessa, la cui chiave era nota solo ai due corrispondenti (così almeno si sperava). La corrispondenza è complessa, riguarda il re di Svezia con l’intermediazione del barone Taube, i due generali responsabili dei movimenti di truppe alla frontiera, che dovevano accogliere la famiglia reale e consegnarla illesa alle truppe austriache, e il padre, il Conte Fredrik Axel von Fersen. Molti personaggi citati erano nobili francesi fuoriusciti, persone coinvolte nel tentativo di fuga e nel mantenere i contatti con i sovrani stranieri (in particolare austriaci), ambasciatori ed ex ambasciatori. Bruxelles brulicava di tali personaggi. Crauford e la sua convivente Eleonora Sullivan, di sovente nominati, erano amici di Fersen, che abitò presso di loro per un lungo periodo. La donna divenne anche sua amante.

[Lettera al padre] 15 febbraio 1791.

La mia posizione qui è diversa da quella di chiunque altro. Sono sempre stato trattato con gentilezza e distinzione in questo paese sia dai ministri, sia dal re e dalla regina. La vostra reputazione e i vostri servigi, mio caro padre, sono stati il mio passaporto e la mia raccomandazione; forse anche una condotta giudiziosa, circospetta e discreta mi hanno guadagnato approvazione, stima e qualche successo. Sono affezionato al re e alla regina, e sarei tenuto ad esserlo per il modo, così pieno di cortesia, che essi mi hanno sempre riservato quando erano in grado di farlo. Sarei vile e ingrato se li abbandonassi, ora che non possono far più nulla per me, mentre invece io ho ancora la speranza di poter essere loro di qualche utilità. A tutti i grandi favori di cui mi hanno ricoperto, essi hanno ora aggiunto una distinzione lusinghiera – quella della confidenza; tanto più lusinghiera in quanto è limitata a quattro persone, delle quali io sono il più giovane.
Se posso ancora servirli, che grande piacere avrò di restituire in parte i molti obblighi che riconosco loro, che dolce gioia per il mio cuore se potrò contribuire al loro benessere! Anche voi, mio caro padre, condividete questi sentimenti, e non potete che approvarmi. Questa è l’unica condotta degna di vostro figlio, e, anche se vi costerà un po’ di denaro, dovreste essere voi il primo ad ordinarmi di seguirla, seppur io fossi capace di comportarmi altrimenti. Nel corso della prossima estate tutti questi eventi avranno di certo il loro sviluppo e la decisione finale: se l’esito fosse sfortunato e fosse persa ogni speranza, niente potrà trattenermi dal tornare presso di voi.

Dai diari:

11 giugno 1791, sabato – Da Stegelman e da Sullivan. Lafayette ha raddoppiato la guardia e ha ispezionato tutte le carrozze nel palazzo reale. Montmorin gli ha detto che doveva esserci stato un ulteriore impedimento. Non mi azzardo di dire nulla.

12 giugno, domenica – Tempo incerto. Alle 14 ero dalla Regina. Pranzo da Sullivan. Il viaggio è rimandato al 20 a causa di una cameriera.

13 giugno, lunedì – Tempo incerto, freddo. Da Albert. Ho pranzato a casa. Da Lei fra le 18 e le 20, poi Opera buffa e da Sullivan. Gli ufficiali prestano giuramento.  Ciò significa che saranno raddoppiati i posti di guardia e che tutte le carrozze saranno ispezionate.

14 giugno, martedì – Tempo incerto, freddo. Ho fatto la mia visita a Corte. Pranzo da Sullivan. Partita a carte da Sullivan.

15 giugno, mercoledì – Tempo incerto, pioggia. Da Albert. Ho pranzato a casa. Opera buffa, da Sullivan. Ho domito da lei.

16 giugno, giovedì – Tempo incerto, pioggia. Pranzo da Sullivan. Da Lei alle sei e mezza, portate le casse per i bagagli, nessuno ha sospettato nulla, nemmeno in città. Gli ufficiali prestano giuramento. Questo farà sì che molti lascino l’esercito.

17 giugno, venerdì – Tempo incerto, piovigginoso. Sono stato a Bondy e Bourget. Ho pranzato a casa. Stegelman è partito. Da Sullivan. Ho dormito da lei.

18 giugno, sabato – Abbastanza bello. Da Lei dalle due e mezza alle sei. Opera buffa. Ricevuta una lettera dall’imperatore Leopoldo. Si ritiene che la flotta inglese sia uscita dai porti.

19 giugno, domenica – tempo grigio. Dal Re. Ho preso in consegna 800 libbre e i sigilli del regno. Pranzo da Sullivan. Sono stato da lei tutta la serata. Ho dormito da lei. Fra le undici e mezzo e mezzanotte sono stato al palazzo reale.

20 giugno, lunedì – Entrambi i due personaggi [i cui nomi sono stati cancellati da Fersen, probabilmente i due fratelli del re di Francia] mi hanno detto che non era più possibile esitare, che loro erano in ogni caso obbligati a partire. Ci accordammo sull’ora, basandoci sul rintocco delle campane, e altri particolari del genere. Inoltre, nel caso essi fossero stati catturati, io dovrei andare a Bruxelles e cercare di fare qualcosa per loro. Prendendo congedo da me, il re mi disse: “Signor von Fersen, qualsiasi cosa accada, io non dimenticherò mai ciò che avete fatto per me.” La regina pianse molto. La lasciai alle sei. Ella uscì per la sua solita passeggiata con i bambini. Non furono prese misure eccezionali di sicurezza. Io mi recai nel mio appartamento per mettermi in ordine. Alle sette ero da Sullivan per accertarmi che avessero portato lì la mia carrozza, alle otto ero di nuovo a casa. Scrissi alla regina per cambiare il luogo convenuto per il ritrovo, spiegarlo bene alle cameriere, e perché mi facesse sapere il segnale convenuto per la partenza. Andai con la lettera. Tutto era tranquillo. Alle otto e 45 vennero da me le guardie reali con una lettera [di Luigi XVI] per Mercy, diedi loro tutte le istruzioni. Andai poi a casa per spedire il mio calesse e così poter dare loro il mio cocchiere e i miei cavalli, per il viaggio. Andai poi a tirar fuori la carrozza. Credetti di aver perso la lettera per Mercy; alle dieci e un quarto ero nella Cour des Princes. Alle 11 e un quarto uscirono i bambini (Madame Royale e il delfino), che entrarono nella carrozza senza difficoltà. Alla stessa ora Lafayette passò due volte. Poi arrivò Madame Elisabeth seguita dal re, e per ultima la regina. Alla mezzanotte in punto eravamo per strada. Diressi la carrozza verso la Barriére Saint-Martin. Alla una e mezza eravamo a Bondy, dove cambiarono la carrozza. Presi una scorciatoia, alle tre ero a Bourget e continuai su quella via.

21 giugno – Bel tempo, tutto era andato bene. Un ritardo fra Maretz e Le Câteau. Il comandante del presidio militare mi chiese le generalità, mi spaventai molto. Cambiai strada dirigendomi a Le Quesnoy e passai il confine a S:t Vaast.

22 giugno – Bel tempo. Durante la notte fece molto freddo. Arrivai a Mons alle sei. Lì erano già giunti Sullivan, Balbi, Monsieur e un gran numero di altri Francesi, i quali erano tutti molto soddisfatti. Un monaco sulla strada mi chiese se il re era in salvo. Sono uscito da Mons alle undici. Sono tutti molto felici del fatto che il re sia al sicuro.

23 giugno – Bel tempo, ma freddo. Arrivato ad Arlon alle 11 di sera. Ho incontrato Brouillé. Seppi così che il re era stato arrestato. Nessuna conosceva i dettagli, solo che un drappello distaccato non aveva fatto il suo dovere. Il re aveva dimostrato di non avere rapidità e presenza di spirito. Mi sono fermato lì per la notte.

[Lettera al padre] Mons, 22 giugno 1791. 6 a.m.

Sono arrivato in questo istante, mio caro padre. Il re e tutta la famiglia hanno lasciato Parigi in tutta sicurezza il 20 a mezzanotte. Li ho condotti fino alla prima tappa [il Re aveva impedito a Fersen di accompagnarli lungo l’intero percorso]. Dio permetta che il resto del viaggio sia altrettanto fortunato. Aspetto qui Monsieur[il fratello minore del re] da un momento all’altro. Continuerò il mio cammino lungo la frontiera per raggiungere il re a Montmédy, se sarà così fortunato da arrivarci.

Axel Fersen.

[Lettera al barone Taube] Mons, 22 giugno 1791. 11 a.m.

Mio caro amico,
Il re, la regina, Madame Elisabeth, il delfino e Madame Royale hanno lasciato Parigi lunedì a mezzanotte. Li ho accompagnati a Bondy senza incidenti. In questo momento sto aspettando di incontrarli.

Axel Fersen.

 [Lettera al re Gustav III] 23 giugno 1791. Mezzanotte.

Sire,
Tutto è fallito. Il re è stato fermato a sedici leghe dalla frontiera e riportato a Parigi. Sono andato ad incontrare M. de Mercy e ho ricevuto da lui una lettera da parte del re, nella quale chiede all’imperatore di fare qualcosa per lui. Da Brussels verrò a trovare Vostra Maestà.
Sono, con il più profondo rispetto, il servitore umilissimo e molto ubbidente di Vostra Maestà,
Axel Fersen.

24 giugno – Partii alle quattro e mezzo del mattino. Bel tempo. Tutti sono dispiaciuti per l’arresto del re. Io ero profondamente addolorato. Tutto il Lussemburgo è disperato per la cattura del re. Come tutto è cambiato ora! Sono arrivato a Namur alle 11 di sera. Lì ho incontrato Monsieur.

25 giugno – Tempo bello e caldo. Mi sono messo in viaggio alla una di notte. Sono arrivato a Bruxelles alle due del pomeriggio. Un gran numero di Francesi era ospite dell’Hotel Bellevue. Lì non ho incontrata la Sullivan. Da Mercy, gli ho lasciato la lettera del re. Pranzo da Sullivan. Ho trascorso da lei tutto il pomeriggio. Venne una gran quantità di gente a chiedermi com’era andata. In serata ho parlato con Mercy, si è deciso di fare un tentativo di scrivere, lui vede tutto nero. Sono determinato a non dire una parola ai Principi. Bisogna cominciare tutto daccapo. Nessun ordine è arrivato qui a parte due lettere dell’imperatore per la regina. È un tipico italiano, quel Leopoldo.

……………omissis………….

28 giugno – Tempo bello e caldo. Colazione, pranzo e te da Sullivan. Lettera da Parigi sul ritorno del re. Barnave e Pethion sulla carrozza, è insopportabile. Nessuno applaudì. Un’altra lettera da Brouillé, negativa. Crawford si è offerto di recarsi in Inghilterra.

Da questo momento il Axel Fersen condurrà vita da fuoriuscito, muovendosi fra Bruxelles, Vienna e Germania, inserito in una cerchia di ex diplomatici, oppositori della rivoluzione, principi e nobili che preparavano una guerra contro la Francia, di cui il re di Svezia Gustav III era il più irriducibile sostenitore. Ottiene dal suo re una missione a Vienna, per sondare i propositi dell’imperatore Leopoldo. Anche dopo la morte di Gustav III resterà a Bruxelles, profugo, finché anche l’ultimo membro della famiglia reale francese, il decenne Louis XVII, non sarà morto. 

Uno svedese durante la Rivoluzione Americana: 1782-1783

1782

Williamsburg, 25 marzo 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, era datata 4 marzo, da Philadelphia. Sono partito di là il 9 marzo con il Cavaliere di Luzerne, siamo giunti qui il 17. Abbiamo fatto un viaggio piacevole, e le confezioni di provviste che il Cavaliere aveva preso con sé erano ben fornite con paté, prosciutti, vino e pane, evitandoci di dover sperimentare la miseria che regna negli alloggi, dove non si trova altro che carne di maiale salata e senza pane. In Virginia la gente non mangia altro che focacce fatte con la farina di mais, che cuociono sul fuoco, così formano una crosticina esterna, ma all’interno rimangono molli e non cotte. Non bevono altro che rum, un liquore fatto con lo zucchero, mescolato con acqua; lo chiamano “grog”. Quest’anno la produzione di mele è stata insufficiente, impedendo di avere il sidro. A 250 miglia da qui, in una parte della Virginia che i locali chiamano “le montagne” le cose sono del tutto differenti. È una regione più ricca, è là che si coltiva il tabacco, il suolo produce anche grano e ogni sorta di frutta. Invece, nella zona vicina al mare, dove siamo noi, non si coltiva altro se non il mais.

Il prodotto principale della Virginia è il tabacco; non è che questo Stato, il più grande dei tredici, non sia in grado di produrre altri coltivi, l’ostacolo maggiore all’industriosità è invece la pigrizia e la supponenza degli abitanti. Sembra proprio che i Virginiani siano un’altra razza di uomini; invece di darsi da fare con le loro fattorie e di metterle a profitto, ciascun possidente terriero vuol far di sé un lord. Non c’è mai un solo uomo bianco che lavori, ma, come nelle isole delle Indie Occidentali, tutto il lavoro viene svolto da schiavi negri, sottoposti ai comandi di bianchi e di sorveglianti di ordine inferiore.

In Virginia ci sono circa venti negri per ogni bianco, cosicché questo Stato ha arruolato pochi uomini. Chiunque lavori è considerato inferiore agli altri, che dicono che non si tratta di gentiluomini, e con i quali non condividono la vita di società. Tutti questi Virginiani hanno istinti aristocratici, e quando li si osservi diventa difficile capire come hanno fatto a entrare in una confederazione generale e ad accettare un governo fondato sulla perfetta uguaglianza. Il medesimo spirito che li ha spinti a scrollar via il giogo Inglese può però portarli a compiere azioni dello stesso genere rivolte verso altri, e non mi stupirei di veder la Virginia staccarsi dagli altri Stati, una volta firmata la pace. Non sarei neppure stupito di vedere l’intero governo Americano diventare un’aristocrazia assoluta. 

Qui non ci sono novità politiche, sapete già della presa di Saint-Christopher, un bel possedimento che gli Inglesi hanno appena perduto. Si parla molto dell’evacuazione di Charleston. Trenta imbarcazioni da trasporto sono arrivate a New York per trasportare le truppe. Quaranta o cinquanta erano già là, equipaggiate per fare il medesimo servizio. Tra i nostri politici c’è chi dice che stanno concentrando tutte le loro forze a New York; il che a me sembra poco probabile; altri invece parlano di una spedizione per soccorrere la Jamaica, in caso di necessità. Dopo la cattura e la completa dispersione del convoglio di M. de Guichen gli Inglesi possono sentirsi sicuri in quella direzione, e io condivido piuttosto il parere di quanti non credono affatto che sia in atto un’evacuazione. Ciò che mi rende dubbioso su ciò è il fatto che il Generale Clinton non vorrà mai affrontare un simile passo senza ordini precisi dalla sua Corte, che tali ordini possono solo essere il risultato di un piano per una campagna militare, e che nessun piano, sempre che sia stato fatto, ha avuto il tempo di arrivare qui.

La cattura di una parte del convoglio di M. de Guichen è una terribile perdita per noi. A parte le munizioni belliche e le scorte di commissariamento di cui le navi erano cariche, che possono essere rimpiazzate, abbiamo perso tempo che non potremo recuperare, e la spedizione in Jamaica fallirà. L’Ammiraglio Rodney è arrivato nelle Indie Occidentali con dieci velieri non in linea e truppe. Questo lo rende superiore a M. de Grasse, e può cambiare del tutto l’aspetto delle cose in questa parte del mondo.

Williamsburg, 25 aprile 1782 [alla sorella Sophie]

Non ci sono parole, sorella mia cara, per dirvi quanto mi abbia reso felice ricevere vostre notizie. Alla fine, la vostra lettera è arrivata; e anche quella del 26 ottobre da Mälsaker, e quella del 14 dicembre da Ljung, che sono arrivate dieci giorni fa. Non riesco a dirti quanto sono felice. Prima di rispondere, devo assolutamente dirvi cosa mi ha impedito di scrivervi prima. Non appena abbiamo saputo che la fregata era arrivata a Newport, M. de Rochambeau ha inviato un incaricato per incontrarsi con il messaggero che portava le lettere. Newport dista settecento leghe da qui. Il nostro incaricato fu rapido, tutti erano soddisfatti, io in modo speciale. Aveva portato parecchie lettere per me, cinque dalla Svezia, e alcune da Parigi. Buon Dio, com’ero felice! Ero completamente perso nella mia gioia, quando fui convocato dal Generale. Mi ordinò di partire immediatamente e andare a ritirare le lettere ufficiali. Il messaggero si era limitato a portare le lettere private dei soldati. Le lettere ufficiali del Governo Francese erano state lasciate là. Mi ordinò di andare a Philadelphia a prenderle. Sono partito di qui martedì 16, alle otto del mattino, e sono arrivato a Philadelphia sabato 20, alle otto del mattino. Martedì 23, alle otto di sera, ero già di ritorno a Williamsburg. Avevo percorso settecento miglia inglesi (sette miglia inglesi sono pari a una lega svedese). La gente ci credevano a stento. Mi hanno detto che una simile impresa non si era mai sentita da queste parti, dove non ci sono posti di cambio, si è costretti a percorrere cinquanta miglia sullo stesso cavallo, e ad attraversare sette fiumi larghi due miglia e mal provvisti di mezzi adeguati per il guado. Questo viaggio ha aumentato la reputazione di rapidità che mi ero già conquistata nell’esercito. Siamo sempre qui, in questo putrido buco di Williamsburg, dove ci si annoia a morte. Non c’è nessuna occasione di andare in società, e comincia a far molto caldo. Attendo con grandissima impazienza il ritorno di Lauzun, che sarà il segnale per la nostra partenza. Devo concludere: a dispetto del caldo, devo iniziare il mio turno di lavoro. 

Williamsburg, 27 maggio 1782.

C’è fra noi grande costernazione a proposito di una battaglia navale nelle Indie Occidentali. Inizialmente, le notizie che ci erano arrivate ci davano un vantaggio; ieri però abbiamo saputo di più tramite i canali Inglesi, e cioè la gazzetta di New York, che riporta che la nave “Ville de Paris”, con 110 bocche da fuoco, e sulla quale era imbarcato il Conte de Grasse, è stata catturata, con altre sei navi, e che noi siamo alla completa disfatta. Questa notizia sembra certa, per via dei particolari che l’accompagnano. Le navi catturate sono designate con il loro nome, il numero dei caduti e dei feriti su ciascuna nave è specificato, e, in breve, sembra impossibile che si tratti di una notizia manipolata da un notiziario.

Non sopportiamo bene questo rovescio del destino; mi rendo conto che ci lasciamo deprimere facilmente. Si potrebbe pensare che non eravamo troppo abituati ai successi, data la gioia eccessiva dimostrata quando ne abbiamo avuto qualcuno, e la tristezza nella quale sprofondiamo al minimo rovescio delle cose.

Questa sconfitta, tuttavia, è notevole, e renderà inutile l’intera campagna condotta fin qui; rende agli Inglesi il potere nelle Indie Occidentali; se sapranno agire bene potranno danneggiarci enormemente, e i rinforzi dall’Europa, se ne avranno, potranno causare la perdita delle nostre conquiste. Questo disastro avrà grandi effetti su di noi, e potrà obbligarci all’inattività per tutta la durata della campagna. Questo sarebbe terribile, soprattutto se saremo così sfortunati da rimanere in questa posizione. Il caldo è già ora estremo, immaginatevi cosa sarà in luglio e agosto.

Non abbiamo ancora avuto notizie di M. de Lauzun; le aspettiamo con grande impazienza, almeno, così è per me, e cominciamo a sentirci a disagio.

Philadelphia, 8 agosto 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, era datata 6 luglio, sempre da Philadelphia. Sono arrivato qui con M. de Rochambeau, che ha avuto ieri un rendez-vous con il Generale Washington per decidere insieme le operazioni della campagna. Il risultato dell’incontro fu che io fui inviato il 19 luglio a Yorktown, Virginia, con un incarico, allora segreto, non più tale ora: si trattava di imbarcare, quanto prima possibile, la nostra artiglieria d’assedio che avevamo lasciata a West-Point, otto leghe da Yorktown sullo stesso fiume, e portarla su. dalla baia di Chesapeake a Baltimora. Questa operazione richiedeva grande segretezza e molta rapidità, infatti avevo soltanto una nave con quaranta cannoni per scortare il convoglio, e gli Inglesi con due fregate avrebbero potuto catturarci all’uscita del fiume York, o perlomeno catturare alcune delle navi da trasporto.

Sono partito già ammalato, con una tremenda infreddatura, considerevolmente aggravata dalla fatica e dal calore. Non appena ebbi supervisionato l’imbarco, e visto che tutto andava bene, sono ritornato a fare rapporto a M. de Rochambeau, che era con l’armata a Baltimora. Dopo aver trascorso con lui un paio di giorni, sono partito con il Cavaliere de Chastellux per Philadelphia, dove il Cavaliere di Luzerne mi ha riempito di cure, attenzioni, gentilezze e amicizia.

L’armata lascerà Baltimora il 15 agosto per venire qui, e proseguire lungo il fiume Hudson. Aspetterò qui il suo arrivo; ho bisogno di riposo, e non avrei potuto trovare un altro alloggio dove fossi meglio accolto e potessi stare perfettamente a mio agio.

La campagna di quest’anno non sarà brillante come quella dell’anno scorso. La disfatta del Conte di Grasse, la dispersione del convoglio di M. de Guichen, la cattura di quello che era destinato alle Indie – tutti questi disastri insieme hanno deviato i nostri piani e reso irrealizzabili tutti i progetti. Adesso non ci rimane altro da fare, in questo paese, se non mettere New York sotto assedio, ma siamo troppo deboli per una simile impresa, il cui successo dipende interamente dalla supremazia marinaia, che noi non abbiamo ottenuto. L’Ammiraglio Kodney ha fatto le cose con gran cura; del resto, quand’anche noi avessimo la supremazia, non sapremmo come trarne profitto.

Aspettiamo ogni giorno notizie dalla Francia. Ci è stato detto che stanno preparando l’assedio di Gibilterra; fino al momento attuale non c’è stato altro che un blocco infruttuoso. Se i Francesi hanno intrapreso un’operazione così difficile, temo che la nostra campagna sarà del tutto inattiva, e non comporterà altro che lunghe marce laboriose. Dubito che riusciranno a prendere Gibilterra, temo del resto che gli Spagnoli giustificheranno chi rispondesse a un amico che voglia paragonare questa situazione all’assedio di Troia: “Si, ma gli Spagnoli non sono Greci”.

Qui il caldo è molto intenso, io le sopporto benissimo. La siccità è stata straordinaria; tutte le fonti sono secche, e la nostra armata ha enormi difficoltà nell’approvvigionamento di acqua, che è del tutto indispensabile con questo tempo così caldo.

Philadelphia, 17 agosto 1782.

Il giorno 8 di questo mese l’armata era a Baltimora, una cittadina sita all’estremità nord della baia di Chesapeake.

Di qui, il giorno 15 dello stesso mese, si è intrapresa una marcia verso il fiume del Nord, cioè il fiume Hudson. Le voci e i segni che abbiamo ricevuto dall’Inghilterra mentre eravamo diretti a New York hanno però rallentato la nostra marcia, e non potremo riprenderla fino al 20 di agosto. Questo è l’ordine derivato dalla decisione presa all’unisono dal quartier generale. Da queste notizie giunte dall’Inghilterra (dalla Francia non ne abbiamo avuta alcuna) sembrerebbe che la pace sia vicina.

Gli Americani non desiderano altro, adesso che la Corona Inglese ha dichiarato la loro indipendenza, e penso che l’Olanda non ritenga di aver sufficienti benefici dal continuare la guerra.

Gli Inglesi, in queste regioni, sembrano comportarsi con minore ostilità; hanno proibito ai loro partigiani, chiamati “tories” o “rifugiati”, di condurre incursioni o spedizioni all’interno del paese senza un permesso firmato dal comandante della stazione. Hanno spedito indietro dall’Inghilterra tutti i prigionieri, senza pretendere nessuno scambio. Il Generale Carleton, comandante a New York, ha informato il Generale Washington, in una lettera assai formale, che il re, suo diretto superiore, ha garantito l’indipendenza dell’America, che ha mandato a Parigi un ambasciatore con pieno potere di negoziare, che propone al Generale Washington di acconsentire ad uno scambio di prigionieri. Tutto ciò sembra un indizio di pace; tutti noi pensiamo che, se il trattato non è ancora stato firmato, certamente lo sarà nel corso dell’inverno, e che potremo imbarcarci in primavera Questa prospettiva causa gioia in tutti, la mia è così grande da non poterla esprimere; la speranza di vedervi di nuovo, mio caro padre, è cosa che io posso solo tenere in cuore.

[John Adams, Franklin, Jay, and Laurens firmarono un preliminare trattato di pace a Parigi, il 30 novembre 1782. Gli Inglesi evacuarono Charleston il 14 dicembre.]

Camp at Crompond [?], 3 ottobre 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, era stata scritta in agosto. Da allora sono sempre stato impegnato nelle marce, e non ho avuto l’opportunità di scriverne altre. L’armata ha attraversato il Delaware e anche il fiume Settentrionale, cioè lo Hudson, ora siamo accampati a dieci miglia da quest’ultimo, ventiquattro miglia dall’isola di New York. Tutto fa credere che termineremo qui la nostra campagna, e inizieremo da qui a preparare i quartieri invernali; nessuno ancora sa dove saranno situati, e mi rincresce di non potervi dire nulla.

Charleston è stata evacuata, si dice; di conseguenza gli Inglesi non avrebbero lasciato nulla nel Sud di questo continente. I loro possedimenti si riducono a Long Island, Staten Island, e all’isola di New York. Ci sarebbe molto da raccontare sull’evacuazione di quest’ultima, personalmente non ci credo: finché era vivo Lord Rockingam sembrava ben determinato a ciò, ma adesso tutto è cambiato. I nostri generali ci credono, ma io non sono della stessa opinione. Penso invece che stanno inviando un contingente di duemila fanti Inglesi nelle Indie Occidentali, lasciando i Tedeschi a New York con il resto, diecimila in tutto. Se ci sarà l’evacuazione, a noi non resterebbe altor da fare che ritornare in Francia.

Benché il nemico non si sia fatto vedere, la nostra campagna è stata molto aspra. Abbiamo sofferto molto per via del caldo, e adesso il tempo freddo sta diventando difficile da sopportare. Da parte mia, tollero magnificamente questi sbalzi, non sono mai stato meglio di salute. Quest’anno ho una tenda con un materasso di paglia; le coperte non sono gran che, ma un mantello può integrare questa mancanza.

Boston, 30 novembre 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, portava la data del 3 novembre, scritta da Hartford, dove l’armata si è fermata per otto giorni mentre la flotta di M. de Vaudreuil veniva approntata. Abbiamo cominciato la marcia il 4 e il 10 siamo giunti a Providence, dove la nostra sosta si è prolungata fino a che la flotta non fu pronta per prenderci a bordo. Ho approfittato di questa pausa per andare a Newport, che dista solo dieci leghe da Providence, per far visita agli amici che ho lì e prender congedo da loro.

Abbiamo lasciato Providence il giorno 4 e siamo arrivati qui il 6, ci siamo imbarcati tutti in una sola volta. Io ero sul “Brave”, settantaquattro cannoni, con il Conte de Deux-Ponts, e le nostre tre prime compagnie. Il Cavaliere d’Amblimont è il comandante della nave; costui si è comportato molto male nell’azione del 12 aprile; era scappato via senza obbedire ai segnali, e quando M. de Bougainville lo interrogò, chiedendogli ragione di una condotta tanto irregolare, rispose che “poiché la flotta era perduta, era meglio salvare almeno una nave per il re”. È un uomo amabile, molto corretto, e ha una buona nave. Io sono ben acquartierato, e lui fa servire una buona tavola. È tutto ciò di cui io ho bisogno, non lo giudico quanto a coraggio. Sembra certo che siamo diretti al Capo, sotto il comando di Don Galvez; si cercherà di certo di tentare un assedio in Giamaica, quando quello di Gibilterra, che ormai si protrae da cinque anni, si risolverà, con una vittoria o una sconfitta; si deciderà dopo luglio se anche noi parteciperemo all’assalto in Giamaica, è probabile che il rientro in Francia dipenda da tale decisione. Una persona degna di fede, e in posizione tale da conoscere lo stato delle cose, mi assicura che non rimarremo a lungo nelle Indie Occidentali, e che saremo di certo in Francia la prossima estate.

Non sappiamo ancora se gli Inglesi hanno evacuato Charleston. Ti potrebbe sembrare molto singolare; è strano che, avendo un’armata a sole dieci leghe da lì, noi si abbia certezza di un evento tanto importante per noi. Il fatto è che in questo paese le comunicazioni sono così lente e incerte che nella maggior parte dei casi le notizie ci arrivano tramite la “New York Gazette”. Un espresso percorre, al massimo, otto leghe al giorno, quando potrebbe farne dodici o tredici; ma forse l’errore è nell’organizzazione.

C’è molto da dire sull’evacuazione di New York; si dice che gli Inglesi stessi ne parlino; io non credo una sola parola di tutto ciò. La resa di tale posizione potrebbe avere un peso rilevante nel trattato di pace.

M. de Rochambeau ci ha lasciati a Providence, l’intero contingente lo rimpiange, e con ragione. È andato a Philadelphia, dove si è imbarcato sulla fregata “La Gloire”. Gli ho consegnata una lettera uguale a questa, che riceverete simultaneamente. Questa partirà con la fregata “Iris”. Il Barone de Viomesnil è ora a capo dell’armata, sarà lui a portarci nelle Indie Occidentali; là giunto, ci lascerà appena arrivato, per tornare in Francia.

Vi ho scritto nella mia ultima lettera che il Duca di Lauzun rimarrà in America con la sua legione. Pensavo che avremmo tolto i nostri mezzi di assedio, ma questa decisione è cambiata; resteranno a Baltimore, dove già ora si trovano con quattrocento uomini distaccati da differenti reggimenti, e un numero all’incirca equivalente di malati, che saranno di nuovo in buona salute in primavera. Fa in tutto mille quattrocento uomini sotto il comando di M. de Lauzun, che probabilmente non avrà altro da fare se non aspettare che la pace sia conclusa. Il Duca e la sua legione sono acquartierati a Wilmington, nove leghe a Sud di Philadelphia.

Non posso dirvi, mio caro padre, quanto sia affezionato al Duca de Lauzun, e quanto mi piaccia; è l’anima più nobile e giusta che io conosca. Fra gli effetti personali lasciati, tutte cose abbandonate che lui aveva raccolto, c’erano alcuni oggetti per me, di cui avevo necessità e che in parte gli avevo chiesto di portarmi. Non ha mai voluto dirmi quanto costassero, mi ha sempre risposto che erano solo bazzecole, non valeva la pena di parlarne. Non finirei mai, se dovessi raccontarvi tutte le sue premure e gentilezze nei miei confronti.

L’intera armata è seccata di dover andare nelle Indie Occidentali, io stesso non ne sono affatto entusiasta. Abbiamo assistito alla partenza di M. de Rochambeau con tristezza, tutti noi avremmo voluto continuare ad essere sotto il suo comando. Si dovranno avere gli stessi sentimenti per il Barone di Viomesnil. Per quanto mi riguarda, personalmente non posso che dirmi soddisfatto; il Barone mi ha sempre trattato con speciale riguardo e cortesia. È impulsivo e ha reazioni rapide; non ha il prezioso sangue freddo di M. de Rochambeau, il solo uomo in grado di comandarci qui, e di mantenere quella perfetta armonia che regnava fra due nazioni così diverse quanto a condotta, principi morali e lingua, e che, a pelle, non hanno simpatia l’una per l’altra. Non ci sono mai stati litigi fra le due armate durante tutto il tempo in cui siamo stati insieme; però ci sono stati spesso motivi di lamentela da parte nostra. I nostri alleati non si sono sempre comportati bene nei nostri confronti, e il tempo che abbiamo speso con loro non ci ha portati a stimarli. Lo stesso M. de Rochambeau non sempre è stato trattato bene, ma nonostante ciò ha sempre mantenuto una condotta uniforme. Il suo esempio ha imposto all’armata di fare lo stesso, gli ordini netti che impartiva trattenevano ciascuno di noi e rinforzavano quel raro grado di disciplina che era ammirato da tutti coloro che ne fossero testimoni, Americani e Inglesi. Il comportamento saggio, prudente e semplice di M. de Rochambeau è stato più efficace, per conciliare gli Americani, di quanto non avrebbero mai potuto ottenere le vittorie riportate in quattro battaglie.

La nostra flotta a Boston è formata da tredici navi, di cui allego l’elenco… Salperanno non appena il vento lo permetterà. La flotta Inglese, di ventitré velieri, ha lasciato New York in due divisioni; la prima, dodici navi sotto il comando dell’Ammiraglio Pigott, è partita il 27 ottobre, la seconda, undici navi, è uscita dal porto il 21 di questo mese, così si dice. Sta in agguato per catturarci, o è in viaggio per trasportare la guarnigione di Charleston nelle Indie Occidentali? Non lo sappiamo, ma il tempo chiarirà questo mistero.

Boston, 21 dicembre 1782.

Non si sa se Charleston sia stata evacuata; una gazzetta di Philadelphia, che è appena arrivata, dice che gli Inglesi stanno costruendo due nuove ridotte laggiù, e che il segnale di resa che avevano richiesto, e che si supponeva fosse un segno sicuro dell’evacuazione, è stato ritirato, e l’evacuazione non è avvenuta.

Noi ci imbarcheremo tutti questa sera; le navi sono pronte, e se il vento sarà favorevole salperemo domattina. Non appena avremo raggiunto le Isole delle Indie Occidentali vi manderò mie notizie, mio caro padre, e avrò il piacere di darvi certezza della mia rispettosa affezione.

1783

Alla fine della campagna americana, dopo la capitolazione degli inglesi, i soldati delle forze francesi non furono riportati subito in Europa, ma dovettero attendere fino alla firma del trattato di pace. Fersen trascorse tale periodo in Venezuela, a Porto Cabello. 

Porto-Cabello, marzo 1783 [alla sorella Sophie]

Sono sfinito dall’attesa delle vostre lettere. Sono il solo motivo di piacere che ho in questo posto terribile. Qui ci annoiamo da morire, siamo smagriti, rinsecchiti, diventiamo vecchi e gialli con tutto questo caldo. Non c’è nessuna risorsa, in questo putrido buco, non c’è la possibilità di soddisfare uno solo dei cinque sensi che sono stati dati all’uomo perché se ne possa servire. Non si incontrano che neri – non un singolo bianco, da nessuna parte. Non è un posto per uomini, qui possono vivere solo tigri, orsi e alligatori. Abbiamo sentito che Caracas, a trentasei leghe da qui, è una bella città, con vita di società e donnine allegre che non hanno altro di nero, se non gli occhi. Spero di poterci andare fra pochi giorni, e vedere di persona. Se la guerra continua, ho deciso che rimarrò qui. Se invece finirà, me ne andrò, ma anche in questo caso spero di poter rimanere nell’esercito francese. Forse potrei restare come colonnello proprietario di un reggimento [tale posizione si comperava]. Non ditelo a nessuno, per ora. Sono, comunque, molto contento: tutti mi trattano bene, qualcuno per educazione, altri per affetto. Quello che mi manca per essere del tutto felice è di potervi baciare. Domani, con Deux-Ponts e Dubourg, partiamo per Caracas. Staremo via un paio di settimane. Al mio ritorno, potrò magari sentire la notizia della firma del trattato di pace.

Le truppe francesi fecero ritorno in Francia nel giugno 1783. Lì un ordine di Gustav III ingiunse al Conte di accompagnarlo durante il viaggio intrapreso in Germania, Italia e Francia. Solo alla fine del 1784 il Conte Fersen poté far ritorno in Svezia e rivedere i famigliari.La campagna in America gli aveva fruttato una pensione, che pochi anni dopo, all’inizio della rivoluzione francese, gli sarebbe stata ridotta di un terzo e infine revocata, un avanzamento di grado nell’esercito svedese, il posto di colonnello proprietario del Royal Suédois, in parte donatogli dal re di Francia, e che avrebbe dovuto perdere alla vigilia della fuga dei reali conclusasi a Varennes, e la croce dell’Ordine di Cincinnati, decorazione che non poté mai portare, perché Gustav III non permetteva che gli ufficiali del suo regno sfoggiassero decorazioni conferite da un repubblica.


Fonti:

  1. Diary and Correspondence of Count Axel Fersen, relating to the Court of France. Translated by Katharine Prescott Wermeley. Illustrated with portraits from the original. New York Brentano’s Publishers 1902.
  2. De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926

La breccia che portò Roma da Caput Mundi a Caput Italie

La storia a frammenti 
Si inaugura con questo articolo una collana intitolata “La storia a frammenti”. L’intento, che si spera gradito, è quello di divulgare, in un momento come quello attuale, ove pare contare solo il presente, la conoscenza di personaggi, eventi, fatti e talora misfatti del nostro passato. Si pensa ne valga la pena in quanto siamo sempre più convinti che l’oggi è figlio dell’ieri e scordare la storia equivale a perdere la memoria del nostro passato.
Buona lettura a tutti!

Il 20 settembre 2020 la breccia di Porta Pia ha compiuto centocinquant’anni, quel giorno del 1870 cadde il nostro muro e si riunificarono le due Italie: quella laica e quella cattolica e Roma rimpicciolì. Da caput mundi passò a caput Italiae anche se, a ben vedere, perso l’impero, oscurata la grandezza ecumenica medioevale, tramontata la bellezza artistica rinascimentale e barocca, la città eterna, di fatto, si era già  rimpicciolita.  

Il passaggio dalla Roma del Papa Re al Regno d’Italia non fu senza problemi; con Garibaldi che inveiva contro il Papa chiamandolo “metro cubo di letame” e i “papalini” che invocavano l’ira Divina sul capo dei profanatori responsabili della autoimposta prigionia di Pio IX “sub hostili potestate constitutus”(soggiogato ad un potere ostile).

Certo non vi fu alcun intervento dall’alto, ma il 28 dicembre di quello stesso anno Roma patì una tremenda alluvione, il Tevere tracimò e sott’acqua finirono le vie Ripetta, il Corso, il Babbuino, piazza del Popolo, piazza Navona, il Foro Romano e tutte le vie dei quartieri San Paolo e Testaccio. Ai Prati di Castello l’acqua arrivava a tre metri d’altezza. La ricostruzione, con relative speculazioni, portò alla nascita di quello che oggi conosciamo come quartiere Prati. Fu il ghetto a patire i danni maggiori, narra una cronaca dell’epoca:

si sentivano risuonare dolosamente per l’aria grida di gente che domandava soccorso contro le acque sempre crescenti… due case in quelle anguste stradine, presso la vecchia Pescheria, furono abbattute, facendo qualche vittima.

Dopo il 20 settembre gli ebrei romani furono pienamente integrati nella vita civile e sociale del Regno d’Italia. Era stato Paolo IV, Giovanni Pietro Caraffa, nel 1555 a confinare gli ebrei nel ghetto al rione di sant’Angelo (il serraglio dei giudei)  e a  privarli d’ogni diritto civile e sociale. Quasi trecento anni dopo nel 1848,  Pio IX ordinò di abbattere quelle mura abolendo così la segregazione dei suoi abitanti. Salvo poi, l’anno dopo, caduta la Repubblica Romana, imporre agli ebrei di rientrare nel quartiere sia pure privo di recinzione. Finito il potere temporale papale, il ghetto venne definitivamente abolito e gli ebrei assursero a pieno titolo al rango di cittadini del Regno d’Italia e Roma dal 1907 al 1913 ebbe anche un sindaco ebreo, Ernesto Nathan.

Dopo Porta Pia l’ostilità tra piemontesi occupanti e clericali non si smorzò, quando nel 1878 morì Pio IX la salma fu profanata dalle sassate contro il corteo funebre tirate da scalmanati che lanciavano bestemmie e maledizioni al feretro, senza curarsi delle legge delle Guarentigie che garantiva rispetto e incolumità al Papa. Nei primi anni del ‘900, i futuristi proclamavano di voler “svaticanizzare” l’Italia e le sinistre atee tuonavano contro preti e religione e ricevevano in cambio scomuniche.

Ci vollero i Patti Lateranensi per mettere un po’ di pace e, dopo la seconda guerra, l’avvento al potere della Democrazia Cristiana per sancire la completa ricucitura dello strappo provocato da quella breccia. Nel 1961 Giovanni XXIII celebrò il centenario dell’Unità d’Italia e dopo di lui Paolo VI, nel centenario di Roma capitale arrivò a definire provvidenziali quegli eventi che avevano liberato la Chiesa dal fardello del potere temporale permettendole di riprendere appieno la sua missione ecumenica urbi et orbi.

L’avvento di Roma capitale fu comunque un processo storico e politico epocale, solo con Roma si compì l’Unità d’Italia e il Sud si ricongiunse finalmente al Nord entrando nella storia comune del Paese. Solo con Roma l’Italia si ricompose geograficamente e il Centro-Sud iniziò ad integrarsi in quel processo unitario che fino ad allora era stato visto come una occupazione settentrionale. Con Roma capitale iniziava anche la faticosa integrazione del Mezzogiorno d’Italia, non più concepito come colonia ma come territorio a pieno titolo. Con Roma capitale nacque uno stato che iniziò ad attingere i suoi ranghi burocratici e dirigenziali in prevalenza al centro-sud e non più solo dal Piemonte sabaudo, sorse quella borghesia di Stato che almeno fino agli anni settanta del Novecento concorse assieme al vitalismo imprenditoriale del Nord a far cresce il Paese.

Quella spinta poi andò man mano attenuandosi fino a sembrare oggi quasi del tutto scomparsa; la vocazione industriale del Nord si è volta più alla finanza che alla fabbrica e la burocrazia ha virato allo statalismo parassitario.

Questa però non è più storia ma cronaca politica di oggi.

Uno Svedese durante la Rivoluzione Americana: 1781

Newport, 9 gennaio 1781.

Nessuna novità per quanto riguarda le nostre operazioni militari, mio caro padre. Sembra che noi tutti si sia, da ogni lato, sulla difensiva, ed è davvero difficile sapere chi darà inizio alla prossima campagna; ciò dipenderà probabilmente dall’arrivo di rinforzi dall’Europa: chi li riceverà per primo, secondo me, approfitterà del vantaggio per attaccare gli altri. Se i rinforzi che, come dicono, sono stati destinati a noi dalla Francia, stanno davvero arrivando, in un solo istante sarà nostra la supremazia sul mare. È il solo modo di procedere per por fine ad una guerra lunga e rovinosa. Finché non saremo padroni del mare, dovremo evitare che gli Inglesi entrino all’interno, ma nulla li obbligherà a lasciare la costa; il loro commercio è sempre fiorente, e fornirà loro i mezzi di sussistenza, che perderebbero senza tale attività. Finché saranno loro i padroni di Quebec, Halifax, New York, Charleston e Jamaica, non si piegheranno a contrattare la pace; lo faranno solo nel caso in cui il loro commercio sia rovinato e una o due delle loro postazioni siano catturate. Quest’anno abbiamo perso l’occasione di prendere la Jamaica, e non credo affatto che ci si ripresenterà mai. Si dice che in Francia si stanno preparando per noi i rinforzi attesi, sarebbero otto navi da guerra: una con cento cannoni, tre con settanta e una con sessantaquattro. Non abbiamo idea del numero di uomini. Abbiamo avuto queste notizie da un mercantile che è arrivato a Boston da Nantes in trentotto giorni. Per tutto il tempo che siamo rimasti qui non abbiamo ricevuto lettere. Una tale dimenticanza da parte del ministero, o del ministro, è imperdonabile.

La campagna nel Sud sembra essere più vivace di questa nostra, nel Nord. …omissis… si dice che la divisione di Cornwallis sia accerchiata a Cadmen; che soffre molto per le malattie e per la fame, tanto che i soldati si siano ridotti a mangiare i loro propri cavalli; queste dicerie sono però da confermare. Più certa è la notizia dell’imbarco di duemilacinquecento uomini da New York, diretti al Sud. La loro destinazione sarebbe di ricongiungersi con un corpo di uguale dimensione fuori Cape Fear, marciare insieme da qui fino a Camden, trovare Cornwallis, se è ancora di stanza lì, congiungersi con lui ed iniziare le operazioni. Se tale ricongiunzione sarà effettuata, e ci sono scarse possibilità che fallisca, il Sud è perso; gli Americani non hanno armate laggiù, l’unica che avevano è stata distrutta sotto il comando del Generale Gates, il poco che ne rimane non merita il nome di armata; gli uomini sono privi di divise, scarpe, armi; non ci sono truppe ben disciplinate ed esperte da opporre, ma solo una milizia selvaggia, che si raduna solo quando il pericolo diventa imminente, e che fugge quando questo diventa grande.

Questo è lo stato delle cose nel Sud; da noi non va meglio. Siamo costretti ad essere quieti spettatori della perdita di quella parte dell’America, senza poter far altro. Non ho ancora attraversato il paese, molti altri ufficiali dell’armata l’hanno fatto. Aspetto il loro ritorno, trarrò profitto dalle loro esperienze e dai loro errori; aspetto il mese di marzo.

I differenti Stati d’America hanno preso la risoluzione di arruolare per tre anni ventimila uomini; il carico di ogni stato è già deciso, e le menti sono di nuovo eccitate. Sperano di avere le nuove reclute entro il 1 marzo. Io lo desidero, ma non sono troppo convinto che la cosa avrà un seguito. Alcuni saranno reclutati per tre anni, altri per tutto quest’anno; ma nessuno si arruolerà senza avere un compenso; e ci saranno grandi lamentele solo per arrivare a completare l’arruolamento dei reggimenti. Il denaro è scarso, si può dire che non ce n’è affatto; le tasse non bastano: senza credito, niente risorse. Questo è il momento in cui potremmo esser loro di qualche utilità, e riscattare la nostra pigra ed inutile campagna fornendo loro il denaro e gli indumenti di cui hanno necessità. Tuttavia noi stessi siamo in pericolo di aver penuria di entrambi, se non saranno inviate derrate dalla Francia, e potremmo esser ridotti al mortificante espediente di pagare con banconote.

Vedete, mio caro padre, da queste considerazioni, che sono del tutto corrette, quali sono le ragioni che impediscono la formazione di un’armata, che può essere reclutata e mantenuta solo in forza del denaro. Aggiungete a ciò il fatto che il patriottismo esiste sono nei capi e negli individui più eminenti della nazione, quelli che hanno fatto i sacrifici maggiori; gli altri, e cioè la maggioranza, pensano solo ai loro interessi personali. Il denaro è il primus movensdi ogni loro azione; pensano solo al modo di guadagnare, nessuno si cura del bene pubblico. Gli abitanti dei paesi lungo la costa, che sono tutti eccellenti rappresentanti del Wighs, portano beni di ogni specie alla flotta Inglese, all’ancora nella Gardner’s Bay; e questo perché gli Inglesi pagano bene. Quanto a noi, ci trattano come dei pezzenti, i prezzi sono esorbitanti, in tutti i contatti che abbiamo con loro ci trattano più da nemici che da alleati. La loro cupidità non ha eguali; il denaro è la loro divinità; la virtù, l’onore non sono nulla al paragone con il prezioso metallo. Non intendo dire che non è una popolazione degna di stima, dotata di un carattere nobile e generoso, ce ne sono tanti. Io intendo parlare della nazione in generale; credo che questo tratto derivi più dagli Olandesi che dagli Inglesi.

Questa, mio caro padre, è la mia opinione su questo paese, sui suoi abitanti, e su questa guerra; del resto è conforme a quella di persone più sagge di me, e in posizione tale da vedere e giudicare meglio le cose. Con un maggior numero di uomini, navi, e molto più denaro, tutto potrebbe cambiare; se però il governo non ci manda abbastanza di quest’ultimo per soddisfare le nostre necessità e quelle dei nostri alleati, non si pone rimedio a nulla, e il ministro Francese potrà solo coronare la sua propria follia.

Proprio ora abbiamo ricevuto alcune notizie molto tristi; e cioè quella della diserzione della “linea di Pennsylvania”, che è come loro chiamano i duemilacinquecento uomini arruolati in quello Stato. Si sono consegnati agli Inglesi a causa del loro scontento per il fatto di mancare di tutto. Non avevano vestiti né scarpe; erano stati lasciati senza cibo per quattro giorni. Ci sono voci che affermano che mentre stavano così procedendo, abbiano pensato meglio a ciò che stavano facendo e siano tornati sui loro passi, al loro dovere. Avrebbero inviato al Congresso sei sergenti per negoziare i termini entro i quali avrebbero continuato a servire, queste ultime voci non sono state affatto confermate. Se anche fosse così, questa diserzione costituisce un esempio pericolosissimo, prova che su simili truppe si può fare pochissimo affidamento. Non abbiamo notizie fresche dal Sud, e non sappiamo proprio nulla di ciò che sta avvenendo laggiù.

Newport, 14 gennaio 1781.

Abbiamo ricevuto i dettagli di due imprese di poco conto nel Sud in cui gli Americani hanno avuto la meglio. Sono stati soltanto respinti piccoli distaccamenti. La “linea della Pennsylvania” non è stata presa dagli Inglesi; si è arroccata in una posizione molto forte a Morristown. Tutto è stato fatto nel modo più ordinato. Al comando ci sono i sergenti, non hanno ufficiali. Mantengono la guardia in modo perfetto, si approvvigionano di ciò che è loro necessario inviando delegati in tutto il paese, dando ricevute che, assicurano, saranno pagate dal Congresso. Il Generale Clinton ha inviato loro due spie con una lettera nella quale offriva di pagar loro i quattordici mesi di stipendio che sono loro dovuti al presente, oltre ad un premio in denaro ed anche nuove divise. In seguito sarebbero pagati come le truppe Inglesi. Ha promesso di formare per loro un corpo distinti all’interno dell’armata Britannica, comandato dai loro stessi ufficiali; ai loro comandanti ha promesso avanzamenti di rango e premi considerevoli.

Nonostante tutte queste promesse, hanno arrestato le spie e le hanno impiccate. Il Congresso ha appena inviato tre suoi delegati per trattare con loro, ed essi hanno conferito a sei dei loro sergenti l’incarico di negoziare. Chiedono che siano loro pagati i quattordici mesi di arretrati che sono loro dovuti, con nuove divise e mezzi per la loro sussistenza in futuro. Queste richieste saranno certamente esaudite; la difficoltà è nel reperire il denaro necessario, è sempre difficile trovarne. Questo sarebbe il momento giusto per rassicurare gli Americani e fornirli di tutto ciò di cui necessitano per evitare l’ammutinamento; purtroppo noi non abbiamo nulla, e, a meno che non si riceva un immediato aiuto dalla Francia, entro un mese non avremo più neppure di che pagare la nostra stessa armata.

Fra il Generale Washington e M. de Rochambeau c’è freddezza, l’offeso è il generale Americano; i nostri non conoscono la causa di ciò. M. de Rochambeau mi ha incaricato di consegnare una lettera al Generale Washington; devo anche informarmi sulla causa del dissidio e rimuoverla, se possibile. Se invece la questione fosse di maggiore importanza, dovrò fare rapporto immediatamente. Così, mio caro padre, vedete che sto facendomi strada nella diplomazia; è la prima volta per me, e farò di tutto per cavarmela al meglio.

Newport, 3 aprile 1781.

È impossibile dare un giudizio sulla campagna che qui stiamo conducendo; non posso neppure fare un piano senza aver prima visto che piega potranno prendere gli eventi in seguito. La guerra non può durare a lungo – non più di una, al massimo due campagne. Penso persino che se quella attuale è davvero vigorosa come sembra, sarà anche l’ultima. Questo paese non è in grado di sopportare una lunga guerra. È in rovina; niente denaro, niente soldati; se la Francia non interviene con un aiuto intensivo, bisogna fare la pace. Fino ad ora non abbiamo fatto grandi sforzi. Negli ultimi dieci mesi la nostra unità su quest’isola non è stata altro che un manipolo di uomini; non siamo stati di alcuna utilità, il Sud è stato devastato dagli Inglesi; non possiamo inviare truppe da qui, a causa dell’esiguo numero, e se gli Inglesi sapranno comportarsi in modo opportuno l’intero Sud sarà catturato; ne conseguirà un generale scoraggiamento, e la pace sarà la certa conseguenza.

Stiamo ora attendendo notizie da laggiù; Lord Cornwallis, che là comanda le truppe Inglesi, è stato costretto a ritirarsi, dopo un’imprudente avanzata. Si dice che abbia conquistato una posizione molto favorevole, che però è circondata dalla milizia della regione, e che, secondo tutte le apparenze, può essere furiosamente attaccato, o massacrato durante la ritirata. Però è ormai già un mese intero che mancano le conferme di queste notizie, mi è difficile crederci ancora. Le prossime notizie che arriveranno fino a noi saranno molto interessanti.

Vi avevo scritto, mio caro padre, che Arnold era stato inviato alla baia di Chesapeake per causarvi tutto il danno possibile. È qui dal mese di gennaio. Era stato deciso di spedire un distaccamento per tentare di catturarlo, con un’azione combinata con quella di millecinquecento Americani agli ordini di M. de Lafayette. Millesettecento uomini erano stati imbarcati su una flotta al comando del Barone di Viomesnil; le operazioni cominciarono l’8 marzo. Allego a questa lettera un rapporto di quanto è successo, e dei combattimenti che si sono avuti qui; potrete vedere che non siamo stati in svantaggio; potrei dire che abbiamo vinto, ma in realtà non abbiamo centrato il nostro obiettivo, perché gli Inglesi sono ancora dove volevano essere, e noi siamo stati costretti a tornare qui. Finora avevo sempre creduto che in guerra un distaccamento non era vittorioso finché non avesse ampiamente completato la finalità per la quale era stato inviato. Due delle nostre navi erano così danneggiate che quando M. Destouches diede il segnale di riprendere la battaglia, queste due navi segnalarono il loro stato di grave deterioramento. Solo quattro navi Inglesi erano impegnate da vicino, le altre combattevano da una posizione distante. Il numero dei morti e dei feriti dalla nostra parte è di circa trecento uomini; il rapporto ne menziona solo duecento. Ho corretto le imprecisioni più grossolane in una delle copie che vi spedisco; se si cercasse di correggerle tutte, si dovrebbe riscriverle.

Newport, 11 aprile 1781.

Nel Sud gli Inglesi, sotto Lord Cornwallis, hanno appena ottenuto un considerevole vantaggio sul generale Greene, che comanda l’armata Americana da quelle parti. Non sappiamo quale risultato può ottenere da tale vantaggio. Io credo, per quanto mi riguarda, che non ne avrà alcuno, se non quello di assicurare a Cornwallis una ritirata più sicura. Era avanzato troppo all’interno, e cominciavano a mancargli i rifornimenti. Se non avrà altri frutti da questa vittoria è pur sempre una gran cosa. Ho sentito tutti incolparlo di leggerezza e incapacità; io però non posso pensare che sia da ritenere un cattivo generale un uomo che, fino ad ora, ha sempre avuto successo e che, essendo penetrato troppo a fondo in territorio nemico, circondato – come si dice – da tutte le parti, e certo di essere catturato, comincia una ritirata di fronte al nemico, si ferma in una posizione molto vantaggiosa, batte i nemici, li obbliga a ritirarsi a venti miglia di distanza dal campo di battaglia, e si aggiudica in tal modo una ritirata agevole. Questa guerra onora gli Inglesi, anche se i loro generali si comportano male in America. Temo che la guerra non darà altrettanto credito alla nostra armata.

Pare proprio che l’inverno qui sia terminato: ci stiamo godendo il tempo più bello del mondo intero; talvolta fa persino molto caldo.

Newport, 13 maggio 1781.

Dalla mia ultima, nulla è accaduto qui. In tutta tranquillità, noi restiamo a Newport, gli Inglesi a New York e il Generale Washington a New Windsor, sul fiume Hudson. Dio sa quando potremo uscire dalla nostra posizione; è ormai da moltissimo tempo che siamo qui. La campagna nel Sud sta per finire, l’estate si avvicina, e in quella stagione qualunque operazione militare diventa impossibile senza considerevoli perdite di uomini per il calore e la malaria.

Come già ebbi occasione di dirvi, Lord Cornwallis si era inoltrato troppo nel territorio nemico, ed è stato costretto alla ritirata. Il Generale Greene, con quattromila soldati regolari ed ancor più ausiliari, ha messo in pericolo la sua ritirata. Lord Cornwallis si è procurato una buona posizione, ha atteso il Generale Greene e ha combattuto contro di lui. Tutta la milizia, dopo il primo assalto, ha lasciato il campo e se ne è tornata a casa; nessuno di loro si è fermato prima di aver raggiunto la propria abitazione. Il resto è stato respinto e costretto a ritirarsi per dodici miglia. Dopo di che, Lord Cornwallis ha continuato la sua ritirata fino a Camden, e quindi, io credo, fino a Charleston, dove passerà l’estate e preparerà una nuova campagna per l’autunno.

Stiamo preparandoci per la marcia; ciascuno sta riordinando il suo equipaggiamento. Vi avevo già detto, mio caro padre, cosa comprende il mio. I miei camerati hanno confezioni di provviste; io però penso che siano troppo costose e inutili. Probabilmente avrò meno comodità, ma non importa, sarebbe davvero troppo costoso.

Newport, 17 maggio 1781.

E’ impossibile fare qualsiasi congettura sulla campagna che stiamo per intraprendere; nulla è trapelato delle notizie che il nostro generale ha ricevuto dalla Francia, così noi siamo all’oscuro dei rinforzi che ci sono stati inviati: c’è chi parla di 650, chi di 1500 uomini; altri ancora sostengono che M. de Grasse, che è arrivato nelle Indie Occidentali con 21 navi e una truppa di 10.000 uomini, ci raggiungerà con parte delle sue forze quando la stagione umida che in questa regione, va detto, sarà nei mesi di luglio ed agosto, renderà impossibile qualsiasi operazione. Se così fosse, potremmo subito porre d’assedio New York, e avere una ragionevole prospettiva di successo. Senza di ciò il tutto diventerebbe una chimera ed un’impresa impossibile, alla quale noi abbiamo tanto sacrificato. Se rinforzi di entità pari a quella che vi ho detto non arriveranno, evacueremo l’isola; stabiliremo i nostri approvvigionamenti a Providence, dove abbiamo già inviato parte dell’artiglieria e dei carri da trasporto. Quindi marceremo lungo il North River e ci avvicineremo a New York per metterla in pericolo e impedire al Generale Clinton di fare uscire dei distaccamenti. Questo darebbe tempo al Generale Washington di raggiungere la Virginia, superare Arnold e distruggere gli insediamenti che gli Inglesi sembrano inclini a formare laggiù. Potrebbe darsi che gli Americani rimangano nei pressi di New York, e che noi si sia incaricati della spedizione in Virginia; questa sarebbe la soluzione che preferirei.

Questo era il piano del nostro generale prima dell’arrivo della fregata che ha portato il nuovo ammiraglio e i dispacci da Court. Dopo di che io non so quali cambiamenti possano esser stati fatti; penso però che, a meno che non arrivi M. de Grasse, non ce ne sarà nessuno. Fra breve il Generale Washington e M. de Rochambeau conferiranno nello stesso posto dello scorso anno, cioè in Hartford, quaranta miglia da qui. Lì decideranno probabilmente il piano della campagna militare. Speriamo che ciò si realizzi, e che si concluda qualche cosa, questo è tutto ciò che io desidero. Siamo stati troppo tempo in inattività, un’inattività mortificante. Sarebbe stato più utile all’America se si fosse inviato il denaro che la nostra permanenza qui costa al re di Francia; gli Americani lo avrebbero impiegato meglio. Avevamo pensato di avere qui un’armata di 15.000 uomini, ne sono stati mandati solo 5.000, che sono stati di guarnigione a Newport senza essere utilizzati in alcun modo, tranne che per mangiarsi le provviste e renderle più costose. Spero che presto saremo fuori da questa palude e in attività.

Non vi dico nulla delle mie faccende personali, mio caro padre, perché ve ne avevo già parlato nella mia ultima lettera, e da allora non è successo nulla di nuovo, o perlomeno io non ho avuto sentore di alcuna novità riguardo a ciò. Desidero molto che quella faccenda vada in porto, perché comincio a stancarmi di essere con M. de Rochambeau. Mi tratta con rispetto, è vero, e io ne sono consapevole; ma è inaffidabile in modo sgradevole e a volte persino insultante. Ha più confidenza con me che con i miei camerati, ma anche ciò è insignificante; non dice molto di più nemmeno ai suoi ufficiali generali, che ne sono assai dispiaciuti, come anche gli ufficiali superiori dell’armata. Hanno, tuttavia, il buon senso di assentirgli, e di collaborare per il bene della causa.

Facciamo così tanta economia sulle spese che non abbiamo nemmeno una spia a New York, perché ci costerebbe circa cinquanta luigi al mese; preferiamo invece ricevere le notizie direttamente dal Generale Washington, e lasciare agli Americani, che non hanno denaro per pagare le notizie, il compito di ottenerle. Le spie qui fanno questo servizio per amor di patria. Perciò le informazioni ci arrivano con grave ritardo, e finiremo per non averne più, dato che la gente si stanca di fare gratuitamente un lavoro che può portare alla forca.

Stiamo preparandoci alla marcia, ma non saprei dire quando ciò avverrà davvero. Parte delle munizioni di artiglieria e il bagaglio pesante della divisione sono già immagazzinate a Providence. Gli ufficiali generali stanno preparando ora i loro equipaggiamenti.

La nostra divisione è poco disciplinata, proprio come usa esserlo una qualsiasi armata Francese. Tuttavia, i capi sono molto severi, raramente passa giorno senza che due o tre ufficiali vengano posti in arresto. Ho assistito a scene indecenti, interi corpi che meritavano di essere congedati, ma siamo solo 5.000 e non possiamo perdere nemmeno un solo uomo.

Ieri la flotta ha ricevuto l’ordine di salpare, e noi abbiamo fornito 500 uomini per completare la ciurma delle navi; non hanno lasciato quasi nessun marinaio in cambio, e si è dovuto provvedere con uomini di terra. Ciò ha causato cattivo umore nei colonnelli, e a ragione; mi fa male pensarci: cinquecento uomini in meno, quando avremmo avuto bisogno di ciascuno dei nostri sodati! Penso che lo squadrone stia per incontrarsi con il convoglio che si dice stia dirigendosi verso di noi.

Newport, 3 giugno 1781.

Finalmente si parte; fra otto o dieci giorni l’armata sarà in marcia. Questo è il risultato dell’incontro fra i due generali. Quale sia il piano della campagna e dove stiamo per andare è mantenuto segreto, dovrebbe essere uno solo. Spero che saremo in servizio attivo, e che non ci facciano lasciare Newport solo per porci di guarnigione in qualche altra piccola cittadina. La nostra flotta resta qui, sorvegliata dalla milizia Americana e da 400 dei nostri.

Non è successo niente da queste parti, dopo la mia ultima. Gli Inglesi sono avanzati nel Sud; mettono tutto a ferro e fuoco, ma hanno denaro da spendere, e ciò li rende amici; fra un po’ avranno conquistato tutta quella parte dell’America; allora gli Inglesi riconosceranno l’indipendenza degli Stati del Nord, o per lo meno li tratteranno come indipendenti, e si terranno gli Stati del Sud. Immagina quanto sarebbe glorioso tutto ciò per l’armata Francese! Ciò che mi conferma in questa ipotesi è che tutto fa pensare che New York sarà completamente evacuata; hanno già inviato altrove alcuni distaccamenti; l’ultimo, pochi giorni or sono, era di duemilacinquecento uomini. Non basta, spediscono una gran quantità di generi d’ogni sorta nottetempo, dopo il silenzio, quando agli abitanti della città non è permesso di stare fuori casa. Se stanno evacuando completamente New York per trasferire a sud le loro forze, stanno agendo bene. Sono costretto a chiudere.

6 agosto 1781 [alla sorella Sophie]

La mia lettera del 16 luglio è andata persa, mia cara sorella; la nave che la portava è naufragata mentre usciva dal porto. Ve ne ho scritta una che sarebbe passata da Boston. Non so che strada prenderà questa. Ma mi sembra che non dovrebbe metterci così tanto tempo, perciò sono in dubbio.

Yorktown, 23 ottobre 1781.

Poiché non ho avuto il tempo di scrivervi nemmeno il più piccolo dettaglio dell’assedio, allego qui un breve diario delle nostre manovre. Per quest’anno sono concluse, ci stiamo ora trasferendo nei quartieri d’inverno nei dintorni. Lo stato maggiore sarà a Williamsburg, una cittadina di campagna che ha piuttosto l’aria di un villaggio.

diario delle operazioni durante l’assedio e la resa di Yorktown.

Dopo aver trascorso undici mesi a Newport nella più totale inattività, la nostra armata ha cominciato, dal 12 giugno 1781, a inviare seicento militari di truppa e un migliaio di ausiliari, sotto il comando di M. de Choisy, brigadiere-generale, per difendere le opere che abbiamo costruito qui, proteggere la nostra piccola squadriglia di otto navi e coprire i nostri magazzini di Providence, dove abbiamo piazzato i pezzi d’artiglieria. I soldati furono trasferiti da Newport a Providence per via d’acqua, poi ha marciato nell’entroterra fino a Philipsburg, a quindici miglia da King’s Bridge, dov’è arrivata il 6 luglio, e si è accampata a sinistra degli Americani.

Per tutto il tragitto, la legione Lauzon ci ha protetto il fianco sinistro, marciando lungo la costa, a una distanza di otto o dieci miglia da noi. La nostra divisione era forte di circa cinquemila uomini; quella degli Americani di tremila. Durante la nostra permanenza a Philipsburg ci siamo approvvigionati abbondantemente di foraggio e abbiamo fatto ampie ricognizioni attorno a King’s Bridge.

Il 14 agosto abbiamo ricevuto notizie di M. de Grasse. Aveva lasciato le Isole il 24 luglio. Sono stato inviato indietro a Newport per sollecitare la partenza della flotta e l’imbarco della nostra artiglieria rimasta a Providence.

Il 17 agosto la armata ha lasciato Philipsburg e il 21 è arrivata al ferry di King’s Bridge, sulla riva settentrionale del fiume Hudson. 

Furono necessari quattro giorni per far passare il fiume alla truppa, il 25 cominciammo la marcia. Duemila Americani erano con noi; tremila erano stati lasciati di guardia all’uscita da Philipsburg. Tutto sembrava annunciare l’assedio di New York. L’allestimento di una fabbrica di pane a Chatham, a quattro miglia da Staten Island, la nostra traversata del fiume a nord, e la marcia che ci impegnò fino a Morristown sembravano indicare che eravamo diretti ad attaccare Sandy Hook, per facilitare l’ingresso delle nostre navi. Non eravamo, tuttavia, lungi dal capire che non era New York il nostro obiettivo, ma il Generale Clinton era rimasto completamente disorientato, e proprio questo era ciò che volevamo.

Abbiamo attraversato il Jersey, una delle più belle e meglio coltivate provincie d’America, e la divisione arrivò a Philadelphia il 3 settembre. Attraversò la città in parata, e suscitò l’ammirazione degli abitanti, che non avevano mai visto prima così tanti uomini armati allo stesso modo e con le stesse uniformi, e così ben disciplinati. Dopo esser rimasta lì per due giorni, l’armata si è messa in marcia per raggiungere la foce del fiume Elk, nel punto superiore dove termina la Chesapeake Bay.

Il 6 settembre venimmo a sapere che M. de Grasse era arrivato in quella baia il giorno 3, con ventotto navi, e che tremila fanti, al comando di M. de Saint-Simon, brigadiere generale, erano sbarcati ed avevano raggiunto gli ottocento che erano al comando del Marchese de Lafayette a Williamsburg

La marcia dell’armata fu per conseguenza accelerata, e il 7 settembre l’intera armata arrivò alla foce del fiume Elk. Una volta lì, si decise di imbarcarla; però la mancanza delle navi che gli Inglesi avevano catturato o distrutto durante i cinque mesi nei quali avevano preso il potere nella nostra baia, ci impedì di trasportare con le navi altro che i nostri granatieri e i cacciatori (ottocento uomini) e settecento Americani. Il resto, con bagagli ed equipaggiamenti, marciò fino ad Annapolis, dove fu imbarcato sulle fregate.

L’intera armata arrivò e si accampò a Williamsburg attorno al 26 settembre. Due giorni dopo il suo ingresso a Chesapeake, M. de Grasse avvistò una grande flotta Inglese di venti navi. L’Ammiraglio Hood aveva raggiunto, con dodici navi, le otto dell’Ammiraglio Graves. M. de Grasse uscì con venti navi tutte insieme, lasciandone quattro di guardia a New York e al fiume James. Dopo una battaglia, peraltro non molto furiosa, gli Inglesi si ritirarono. M. de Barras con otto navi si congiunse a M. de Grasse, e il giorno 8 di ottobre erano tutte nella baia.

Non appena fummo arrivati a Williamsburg, cominciammo a darci da fare per portare a terra l’artiglieria da campo e gli equipaggiamenti; tutto fu pronto il 28 [di settembre], e l’armata si mise in marcia per travolgere Yorktown, dov’era Lord Cornwallis. Egli aveva occupato Yorktown, sul lato destro del fiume, e Gloucester, su quello sinistro. Il fiume è largo un miglio, e cioè, è necessario precisarlo, un terzo di una lega Francese. Noi arrivammo a terminare le nostre operazioni quello stesso giorno, ma gli Americani non poterono essere pronti che il giorno seguente. Dovevano attraversare una palude, il ponte era rotto, e furono costretti a costruirne un altro.  

Il 29 settembre l’armamento era completo e cominciammo a portare a terra i fucili e a preparare una quantità di fascine, fagotti di stracci, ostacoli e gabbie di metallo necessari per l’assedio. 

Il 30 il nemico portò fuori le strutture di difesa quasi pronte e si ritirò all’interno del suo piazzamento. Le attrezzature consistevano in due larghe ridotte e in una batteria di due cannoni, separati dalla città da una profonda frana di milleduecento yards. Li catturammo, e ciò ci permise un notevole avanzamento, rendendoci possibile stabilire la nostra prima linea parallela sul lato opposto della frana. Benché tutto ciò sia stato un errore grossolano fatto da Lord Cornwallis, lo si può forse scusare, dato che aveva avuto ordine espresso dal Generale Clinton di ritirarsi da quella posizione, accompagnato dalla promessa che Clinton l’avrebbe raggiunto.

Il 6 ottobre, alle otto di sera, aprimmo un varco di novecento yards nelle linee di difesa. Quella di destra era lungo il fiume, la sinistra sulla grande frana che scende perpendicolarmente dalla città alla linea di difesa, e da qui fino al fiume a destra della città. La nostra trincea si estendeva per ventun yards, ed era difesa da quattro ridotte a palizzate e cinque batterie. Il fondo, che attraversato in molto punti da piccole frane, facilitò il nostro approccio e ci permise di raggiungere la nostra trincea senza bisogno di copertura e senza costringerci a preparare una via laterale. Sulla nostra destra aprimmo un’altra trincea, confinante a sinistra con il fiume e a destra con un bosco. Lì avevamo piazzata una batteria di quattro mortai, due obici e due pezzi da ventiquattro che controllavano il fiume, rendendo insicura la comunicazione fra Yorktown e Gloucester e dando molta noia alle navi attraccate nel fiume. Il nemico non combatté molto durante la notte.

Nei giorni successivi lavorammo al perfezionare le trincee, porre palizzate intorno alle ridotte e posizionando le batterie pronte per sparare. 

Il 10 ottobre spararono tutte durante il giorno. Avevamo ventiquattro pezzi, fra cannoni, mortai e obici. La nostra artiglieria era apparata meravigliosamente bene; la qualità delle posizioni, su sabbia, non permetteva però ai cannoni, benché così ben puntati, di avere tutto l’efficacia che avrebbero avuto su un altro tipo di terreno; apprendemmo però dai disertori che le nostre bombe avevano avuto un grande effetto e che il numero dei morti e dei feriti andava crescendo. Gli assediati rispondevano debolmente; non avevano altro che piccoli cannoni, – il più grande era un pezzo da diciotto -; i loro mortai erano di soli sei o otto pollici, mentre i nostri erano di dodici. Durante il giorno spedivamo un buon numero di bombe e di granate reali; la notte il nemico posizionava i razzi. Di giorno di solito ritiravano i cannoni e li disponevano dietro il parapetto.

nella notte fra i giorni 11 e 12 di ottobre fu aperta la seconda linea parallela, lunga 360 yards, la linea a sinistra era affiancata, come la prima, alla frana, la destra a una ridotta. Non potemmo spingere la linea parallela lungo il fiume per la presenza di due ridotte degli Inglesi, distanti la metà di un tiro di moschetto dal nostro lato destro. Si decise di attaccare quelle posizioni nemiche e solo poi di terminare la linea parallela. 

Il 14 ottobre, alle otto di sera, quattrocento granatieri e cacciatori, supportati da mille uomini, attaccarono la ridotta e passarono alla carica spade alla mano. Lì dentro c’erano centocinquanta uomini, metà di loro Inglesi, metà Tedeschi; prendemmo solo trentaquattro prigionieri e tre ufficiali. Gli Americani rinforzarono l’altra ridotta; lavorarono tutta la notte per completare la trincea, il mattino del 15 era tutta ben coperta. Gli Inglesi ci tormentarono con le loro bombe quell’intera notte e il giorno seguente. 

Il 16 ottobre, le nostre batterie erano pronte, e si lavorava a montare i cannoni. Il mattino seguente alle cinque il nemico fece una sortita con seicento uomini, entrarono dov’era una batteria e misero fuori uso quattro cannoni. Furono respinti all’unisono; dei nostri, venti uomini furono uccisi o feriti. Il nemico prese diciassette prigionieri, fra cui un ufficiale. I nostri soldati, che erano estremamente spossati fin dall’inizio dell’assedio, furono sorpresi nel sonno.

Il 17 ottobre il nemico sventolò una bandiera bianca, e Lord Cornwallis offrì di capitolare. Tutto il 18 ottobre fu occupato dall’inventario, il 19 fu firmata la capitolazione e le truppe deposero le armi. Furono lasciati sulposto dieci bombe da cannone e un missile. Nella nostra seconda linea parallela avevamo sei batterie e sessanta cannoni, che avrebbero aperto il fuoco il 17, e speravamo di essere in condizioni di sferrare un assalto il 18 o 19 ottobre. 

La legione di Lauzun, forte di ottocento soldati di truppa, navi e mille ausiliari, era sul lato di Gloucester, per impedire qualsiasi passaggio in quella direzione. La notte fra il 14 e il 15 ottobre Lord Cornwallis inviò duemila uomini a Gloucester per forzare una via verso di lui, che intendeva intraprendere una marcia di duecento leghe attraverso terre in mano dei nemici per raggiungere (New) York. L’impresa era imponente, ma folle; sarebbero bastati duecento uomini per condurla con successo. Il solo errore di Lord Cornwallis fu quello di essersi fermato a Yorktown; tuttavia non era lui responsabile di tale errore, ma il Generale Clinton, che gli aveva ordinato di fermarsi lì, ed egli poteva solo obbedire.

A Yorktown abbiamo catturato settecento sessanta uomini, dei quali duecento erano malati e quattrocento feriti, inoltre prendemmo quattrocento bei cavalli dei dragoni e cento settantaquattro cannoni, settantaquattro dei quali di bronzo. La maggior parte di questi cannoni sono piccoli mortai di sei pollici. Ci sono anche circa quaranta navi, per la maggior parte affondate o danneggiate. C’era una nave con quarantuno cannoni, che la nostra batteria di sinistra aveva messo sotto fuoco con proiettili incendiari, bruciandola.

La nostra divisione era composta da ottomila uomini; quella degli Americani era pressappoco altrettanto numerosa; in tutto, quindici o sedicimila uomini. Dei nostri uomini, i feriti e i caduti furono duecento settantaquattro, e dieci ufficiali.

Yorktown, 23 ottobre 1781.

Tutto fa pensare che condurremo la nostra campagna nel prossimo anno nei dintorni di Charleston, che termineremo con l’assedio di tale regione. Gli Inglesi non hanno intenzione di diminuire il loro presidio inviando truppe da New York in quella parte d’America, perciò penso che potremmo dover affrontare azioni belliche attive. Sembra che il Generale Clinton non abbia altro da fare. M. de Rochambeau ha richiesto rinforzi, a penso che M. De Grasse ritornerà qui dalle Antille con le sue ventotto navi. Se lasceranno il comando a lui porterà truppe con sé. Con le sue forze unite alle nostre saremo in grado di condurre una buona campagna. La presa di Savannah, là dove M. D’Estaing ha fallito, a quella di Charleston potranno ben essere il risultato della campagna, e coronare l’opera che abbiamo così ben cominciato.

Non ho dubbi che invieranno a M. de Rochambeau le truppe da lui richieste. Sa persino troppo bene come usarle, e ha ormai condotto un’operazione troppo importante per vedersi rifiutata la sua giusta richiesta in un momento simile. Ho paura solo della pace, e prego perché non venga fatta ora.

Tutti i nostri giovani colonnelli che dipendono dalla Corte Francese stanno per partire, per trascorrere a Parigi l’inverno. Alcuni torneranno; altri rimarranno qui, e saranno molto sorpresi se non saranno tutti nominati generali di brigata dopo aver partecipato all’assedio di Yorktown; pensano di aver compiuto la più della impresa del mondo.

Io resterò qui, non ho nessun motivo di tornare a Parigi al di fuori del mio personale piacere e divertimento, cose a cui posso ben rinunciare. I miei interessi possono andare avanti anche senza di me; dovrei spendere una gran quantità di denaro, e invece ci tengo ad essere attento. Preferisco impegnare quel denaro partecipando ad un’altra campagna qui e completare ciò che ho cominciato. Quando presi la decisione di venire qui avevo valutato le esperienze spiacevoli che avrei dovuto affrontare; è probabile che l’esperienza che ho acquisito debba costarmi qualcosa.


Fonti:

  1. Diary and Correspondence of Count Axel Fersen, relating to the Court of France. Translated by Katharine Prescott Wermeley. Illustrated with portraits from the original. New York Brentano’s Publishers 1902.
  2. De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926

La decolonizzazione

Una premessa decisiva

Il colonizzatore ha dato al colonizzato, inconsapevolmente, i mezzi per reagire. Le Nazioni che hanno imposto alle colonie il loro sistema economico e sociale hanno disgregato le economie e le società tradizionali. Hanno così creato anche i presupposti della decolonizzazione: associazioni di capi di villaggio (i maliks indiani, i notabili rurali algerini), i sindacalisti delle città (Tunisia), la piccola borghesia civile e militare (in Egitto e Africa nera). l colonizzatori hanno integrato le colonie nell’economia del mondo, ma le hanno anche abbandonate allo sfruttamento e all’arbitrio: le hanno tolte dall’isolamento ma hanno imposto i modelli da seguire, che erano esattamente quelli dei colonizzatori. Nelle scuole, nelle università, nelle fabbriche hanno formato uomini a loro quasi identici culturalmente, e hanno dato così origine a delle culture ibride, destinate al disagio, alla frustrazione e all’impazienza ma capaci anche di impugnare i concetti e le armi dei “maestri”, armi nel  senso stretto e armi “improprie” (la corruzione…).

Caffè, cotone, cacao, tè, gomma. Legnami pregiati: tek, mogano, ebano, palissandro, iroko. Petrolio, oro, diamanti, rame. Il solo Sud Africa ha le maggiori riserve di oro del mondo (circa il 35% del totale). È il primo produttore mondiale di platino (possiede il 55,7% delle riserve mondiali), e inoltre ha ferro, manganese, antimonio, argento, vanadio, nichel e rame. La zona orientale del Congo è una grande miniera d’oro, rame, stagno, diamanti. Il sottosuolo è ricco di coltan, un elemento indispensabile per tutto il settore dell’industria hi-tech. La Libia ha le più importanti riserve di petrolio dell’Africa, nonché è il quarto produttore africano di gas.

Il colonialismo ha imposto la produzione di monoculture, che hanno sottomesso i paesi produttori alla variabilità dei mercati finanziari. Il valore di tutti questi prodotti è stabilito dalla contrattazione nelle borse di Londra, New York e Amsterdam, non certo nei Paesi colonizzati. Inoltre, come oggi sappiamo, le monoculture distruggono la biodiversità e sono troppo vulnerabili. I Paesi occidentali hanno organizzato le economie locali solo verso l’esportazione di materie prime e non sulla trasformazione in prodotti finiti: questa è una delle cause che hanno impedito un vero sviluppo, perché non hanno consentito l’industrializzazione che dà molto più valore aggiunto e fa acquisire tecnologia. Facciamo un esempio concreto: in alcune aree la produzione di fiori è in crescita ma nel recente passato si è assistito al paradosso di paesi in preda alla fame che contemporaneamente esportavano prodotti agricoli verso l’occidente.

La tragedia dell’Africa si può definire con una sola parola: sfruttamento. Per tre secoli gli europei non sono penetrati all’interno del continente: usavano gli arabi che assalivano i villaggi e organizzavano le carovane di schiavi fino al mare per essere poi trasportati a oriente verso il Golfo e l’Asia, e a occidente verso le Americhe. Le potenze coloniali hanno depredato tutto il continente. Ora si è aggiunta la Cina. Ancora oggi i Paesi europei che erigono muri e fili spinati contro gli immigrati continuano a depredare le materie prime dell’Africa. Allo sfruttamento ora partecipa attivamente anche la Cina, gradita ai despoti africani perché fa investimenti e prestiti senza imporre alcuna clausola per proteggere la democrazia e l’ambiente.

I Paesi colonizzati hanno saputo attingere dalla cultura ancestrale gli elementi costruttivi della propria identità: la patria indiana per cui si batte Gandhi è una maharani indù, il Pakistan di Mohammed Ali Jinnah è «il paese dei puri» musulmani. l’Islam rappresenta, salvo le eccezioni di Siria e Irak, il principale riferimento dei popoli arabi alla ricerca dell’indipendenza.

Ma questi leaders sono prima di tutto degli intellettuali occidentali: il loro modello è lo stato nazionale; le loro ideologie sono derivate dall’Occidente. Ecco il paradosso del colonialismo: i valori di cui l’Occidente si è fatto portavoce contengono in sé la condanna dell’esperienza coloniale: basta pensare all’influenza del marxismo.

I valori repubblicani, il liberalismo imparato dalle élites indiane e africane ad Oxford o a Cambridge, l’efficienza, le forme di organizzazione politica e militare del colonizzatore sono diventate armi che il colonizzato ha utilizzato contro di lui. I partiti assicurano l’inquadramento politico e ideologico delle masse; eserciti formati sul modello militare occidentale combatteranno le lotte di liberazione; e fiorirà il commercio delle armi.

Nell’Occidente, sconvolto da crisi successive e dalle proprie incertezze, i popoli colonizzati trovano alleati: militanti anti-colonialisti, intellettuali progressisti, politici liberali. Un esempio tra tanti: pensate all’Angola, rifornita di armi dall’URSS per contrastare i Paesi occidentali. In ogni caso, anche prima della decolonizzazione, il colonialismo, arcaico in economia, non riformabile e moralmente insostenibile, aveva perduto anche nelle terre d’origine la battaglia delle idee.

CAMBIA IL PENSIERO DEI PAESI COLONIZZATORI

Il presidente Thomas Woodrow Wilson (in carica dal 1913 al 1921) sosteneva un internazionalismo idealista, favorevole alla diffusione della democrazia e la difesa dei diritti umani. Wilson voleva che il mondo del dopoguerra adottasse i principi dell’autodeterminazione dei popoli, la fine del colonialismo, la costruzione di una Lega delle Nazioni che avrebbe dovuto risolvere le crisi internazionali per prevenire i conflitti. E le sue idee gli fecero avere il premio Nobel per la Pace.

La Carta Atlantica, sottoscritta da F.D. Roosvelt e Winston Churchill nel 1941, conteneva il divieto di espansioni territoriali, l’autodeterminazione, il diritto alla democrazia e all’autogoverno, la pace era intesa come libertà dal timore e dal bisogno, rinuncia all’uso della forza, sistema di sicurezza generale che permettesse il disarmo. Affermava la libertà di commercio e di navigazione e il diritto dei popoli a vivere “[…] liberi dal timore e dal bisogno”. Ogni madrepatria ha colonizzato secondo criteri diversi. Le colonie stesse sono molto diverse: ci sono paesi di antica civiltà come l‘India e paesi di civiltà tribale come l’Africa nera; colonie di popolamento, considerate da minoranze europee come una vera e propria patria (Algeria, Sudafrica, Palestina, per non parlare dell’America del sud, decolonizzata fin dal secolo XIX) e pure e semplici colonie di sfruttamento; territori che dipendono direttamente dall’amministrazione coloniale e protettorati (Marocco, Tunisia) accanto a territori sotto mandato (Siria, Libano, Palestina), che godono di una cena autonomia.

Fino alla fine degli anni Quaranta raggiungono l’indipendenza, senza una guerra di liberazione, i paesi sotto il dominio inglese o olandese, le cui élites sono pronte da  tempo ad assumere il potere (Egitto, India e Pakistan). Negli anni Cinquanta la guerra fredda contribuisce a radicalizzare le posizioni. Nel sud-est asiatico (Indocina – Vietnam) e in Algeria, i colonizzatori accetteranno l’indipendenza dopo guerre condotte con grande violenza: questo spiega in parte il carattere oltranzista degli stati che ne sono derivati. Negli anni Sessanta (terza fase) si emancipa l’Africa nera.

Rimangono però pesanti residui del colonialismo: l’ apartheid in Sud Africa, (“separazione”) cioè la politica di segregazione razziale istituita nel 1948 dal governo di etnia bianca del Sudafrica, e rimasta in vigore fino al 1991. Fu applicato dal governo sudafricano anche alla Namibia, fino al 1990 amministrata dal Sudafrica.

L’istruzione è l’arma più potente che puoi usare per cambiare il mondo

Nelson Mandela

Le vendite di armi dall’Occidente al Terzo mondo è in costante aumento, e gli USA sono il leader mondiale, seguiti da Russia, Francia, Germania e Cina. L’Arabia Saudita è diventata il principale importatore mondiale, con un aumento del 192%. Negli ultimi anni le importazioni di armi dell’Egitto, il terzo maggiore al mondo, sono triplicate (+206%). Sono cresciute pure le importazioni di armi da parte di Israele (+ 354%), Qatar (+ 225%) e Iraq (+ 139%).

UN CASO EMBLEMATICO: LA LIBERIA

Nel 1822 l’American Colonization Society con l’aiuto del governo degli Stati Uniti fondò una colonia sulla costa del golfo di Guinea, per mandarvi afroamericani liberati dalla schiavitù. Nel 1824 la colonia prese il nome Liberia e nel 1847 fu costituita come Repubblica indipendente con capitale Monrovia, in onore del presidente statunitense in carica al momento della sua fondazione.

Lo stato che si formò fu dominato da un’élite di liberiani provenienti dagli Stati Uniti. La loro cultura era occidentale: parlavano inglese, avevano introdotto la proprietà individuale della terra e istituzioni politiche sul modello statunitense, seguivano stili di vita americani, erano in maggioranza cristiani protestanti.

Il sistema politico liberiano, anche se la costituzione era ispirata da quella statunitense, discriminava la popolazione indigena alla quale non erano riconosciuti gli stessi diritti degli ex schiavi arrivati dall’America. Si formò una casta privilegiata, composta dagli afroamericani e dai loro discendenti, che deteneva il monopolio del potere politico ed economico. Il potere dal 1870 per oltre un secolo fu nelle mani dell’unico partito politico ammesso, il True Wigh Party.

Alla influenza britannica  si sommava un rapporto molto stretto con gli Stati Uniti, dipendente, oltre che dall’origine dell’élite liberiana, dai grandi investimenti di capitali americani. Fu realizzata una sistematica penetrazione incontrastata di capitali stranieri destinati allo sfruttamento e all’esportazione di materia prima dal suolo e sottosuolo dopo la spartizione dell’Africa svoltasi durante la Conferenza di Berlino (1884-1885).

Legname, caucciù e palma oleifera. Le risorse del sottosuolo sono eccellenti: ematite, magnetite, ferro, bauxite (alluminio), oro, diamanti. Ma le attività industriali ed estrattive furono quasi completamente gestite da gruppi statunitensi. Per la bassa imposizione fiscale e per l’assenza di norme restrittive di controllo delle transazioni finanziarie, la Liberia è inclusa tra i “paradisi fiscali”e possiede la seconda marina mercantile del mondo, dopo Panama, ma si tratta solo di una bandiera di comodo per le compagnie occidentali.

Le leggi dello Stato sono scritte attorno a questo sistema, che molti studiosi progressisti africani chiamano “capitalismo neo-coloniale”. Il sistema adottato è semplicissimo. Per sfruttare le ricchezze liberiane ci voleva mano d’opera  a basso coste, fornita dai liberiani, ma anche tecnologia che era posseduta dagli Americani, i quali imposero che le concessioni fossero date alle loro Aziende e a un prezzo quasi simbolico.

Questo sistema facilita l’acquisizione dei mezzi di produzione da parte delle multinazionali. Le multinazionali posseggono il ferro, la gomma, l’oro, il legname, i mega hotel, le telecomunicazioni, ecc… Arcelor Mittal, gigante mondiale dell’acciaio, è in Liberia, ma non produce acciaio. Sfrutta il minerale di ferro esportandolo nel suo stato grezzo verso economie avanzate. Firestone si trova in Liberia dal 1926, coltivando, raccogliendo ed esportando gomma nella forma di lattice.

Nei primi due decenni del Novecento il governo di Monrovia, radicato nelle regioni costiere, riuscì a imporre il suo controllo sui territori dell’interno del paese, abitati da diversi gruppi etnici indigeni che furono sottomessi al potere delle élite.

Ad aumentare il divario vi è l’elevato costo della vita dovuto principalmente alla mancanza di energia elettrica. Il sottosuolo della Liberia ha scarse risorse energetiche. «La poca elettricità che abbiamo la otteniamo con il petrolio d’importazione. I prezzi dei prodotti dei supermercati così aumentano perché devono coprire le spese dei generatori», dice un tassista. E se si pensa che lo stipendio di un insegnante liberiano si aggirava intorno ai 200 dollari al mese, si capisce come per la maggior parte della popolazione era impossibile accedere ai negozi di alimentari. Si ricorreva così ai mercati di strada e si mangiava carne proveniente dalle foreste: scimmie, iguane… Ed è anche per questo che l’ebola ha trovato terreno fertile.

Ecco una sintetica spiegazione del perché, anche dopo la decolonizzazione, i paesi africani non si sono sviluppati come noi: per il semplice motivo che le loro ricchezze hanno continuato ad essere gestite da noi.