La fine di un’era e l’assassinio del conte Hans Axel Fersen

Dopo la disastrosa guerra di Finlandia (1809-1810), un colpo di stato militare detronizzò ed esiliò re Gustav IV Adolf e la reggenza fu affidata a Carl XIII, fratello di Gustav III e privo di discendenza.

Il parlamento era diviso fra chi intendeva proclamare re il figlio del re uscente, fra cui i membri della famiglia von Fersen, e chi invece era propenso a cambiare dinastia e affidare il regno ad un principe danese, Carl August, che era molto amato dalla gente. Inaspettatamente, il poco più che quarantenne principe ereditario morì all’improvviso mentre ispezionava le truppe, pochi giorni prima dell’ufficializzazione della sua della sua nomina. Il funerale fu fissato per il giorno 10 giugno 1810, a Stoccolma. Purtroppo, l’autopsia effettuata nel piccolo borgo del sud della Svezia dove il principe era morto era stata condotta in modo irregolare, e aveva reso impossibile il successivo controllo da parte di luminari inviati dalla capitale. Fu comunque escluso un avvelenamente, ma il sospetto che il principe fosse stato avvelenato, e che i fratelli Axel e Sophie Fersen fossero gli autori del delitto, si diffuse in città. I Fersen furono sottoposti a un pesante “mobbing”, che preoccupò molto il reggente, Carl XIII, per tema di essere coinvolto. Costui fece in modo, il giorno del funerale, di assentarsi da Stoccolma, e Axel Fersen, in qualità di maresciallo del regno, dovette supplire alla mancanza del Re.

Il giorno 10 giugno 1810 il 54enne conte Hans Axel von Fersen, come sempre estremamente ligio al dovere, non si era curato delle raccomandazioni dei famigliari, che lo pregavano di rinunciare a causa di un’indisposizione, e seguiva in carrozza il corteo funebre.

Fra i molti curiosi accorsi per assistere all’evento, c’era il nobile Albrekt Fredrik Richard De la Chapelle (1785-1859), nato e residente in Finlandia e cancelliere della Riddarhuset (Casa della Nobiltà) di tale paese, che all’epoca dei fatti era da poco divenuto dominio russo. Il nobiluomo assistette all’uccisione dal posto che occupava in una locanda nel centro di Stoccolma. Nel 1852, pochi anni prima della sua morte, il nobiluomo scrisse un memoriale non destinato alla pubblicazione, intitolato “Underättelser för mina barn” (Informazioni per i miei figli), che fu conservato fra i documenti privati della famiglia e digitalizzato in seguito per essere depositato presso l’Archivio di Stato Finlandese (http://digi.narc.fi/digi/view.ka?kuid=1326353).

Il testo è stato diffuso per la prima volta il 1 maggio 2018 da Vetenskapsradion Historia, e il giorno 8 maggio è stato letto durante una serata culturale alla Riddarhuset di Stoccolma, sul cui sito è stato pubblicato (https://www.riddarhuset.se/blog/2018/04/16/albrecht-de-la-chapelle-ogonvittne-till-fersenska-mordet/). Il testo originale riguardante l’uccisione di Axel Fersen è riportato qui di seguito, in traduzione italiana.

Albrecht de la Chapelle – testimone oculare dell’assassinio di Fersen

L’uccisione del conte Hans Axel von Fersen 20 giugno 1810

… frattanto il corpo del Principe era stato portato via dalla parte a Sud della città, e a mezzogiorno del 20 giugno avrebbe dovuto essere traslato, con una processione solenne, da Liljeholmen al Castello Reale di Stoccolma.

In parte per assistere alla processione, in parte per pranzare, mi ero recato in un quartiere con locali di ristorazione che veniva chiamato Lycktan, accanto a Riddarhustorget, da dove sarebbe passato il corteo funebre. Quando questo finalmente arrivò, in ritardo, si notò che i finestrini della carrozza di Stato di Fersen, che conduceva il corteo subito davanti al carro funebre, erano stati rotti e dentro non c’era nessuno. Subito dopo si udirono alte grida di hurrà provenire da Stora Nygata da dove la processione procedeva, e presto si diffuse la notizia che Fersen dalle parti di Södermalm Torg era stato preso a sassate da un gruppo di manifestanti, e le violenze erano continuate via via che il corteo procedeva. In Nygata egli era scappato fuori dalla carrozza, protetta da spessi vetri da entrambi i lati, ma non era riuscito a difendersi dalla violenta sassaiola, ed aveva cercato rifugio al piano superiore di una casa privata. Ma i rivoltosi l’avevano raggiunto anche lì, e lo avevano malmenato con pugni e colpi, avevano anche rotto le sue decorazioni e gettati i pezzi dalle finestre al popolo là sotto, che rispondeva ad ogni lancio con grida di Hurrà.

[Fino a questo punto del racconto, Albrecht de la Chapelle non ha visto con i suoi occhi gli avvenimenti. Si limita a riportare ciò che ha sentito dire e che in seguito ha letto sull’assassinio. La parte che segue invece si differenzia per essere una sua esperienza diretta]

Quando Fersen, poco dopo entrò, da Stora Nygatan in Riddarhus Torget, dalla mia posizione nella locanda potei vedere cosa stava succedendo. Fersen era seguito da Silversparre, che era a cavallo, e aveva una persona da entrambi i lati, che lo dovevano proteggere, e che lo aiutavano ad affrettarsi per sfuggire alla folla inferocita. Questa gli stava alle calcagna e sembrava formata da persone meglio vestite della gente comune che si affollava ai margini.

Bastoni ed ombrelli colpivano incessantemente la sua capigliatura grigia, ormai coperta di sangue, e le bastonate si abbattevano ad ogni istante anche sul capo e sulle spalle. Sul cuoio capelluto si vedeva una larga ferita, tuttavia egli si manteneva dritto, e sembrava parlare con il generale aggiunto che cavalcava al suo fianco. Quando Fersen arrivò in mezzo a Riddarholmtorget [dev’essere un errore per Riddarhustorget] si pensò che fosse tempo di proteggerlo da successive violenze, mentre ancora c’erano in zona alcuni soldati della Svea Lifgarde che passavano in parata accanto alla processione; ma una volta che i soldati del ebbero innestate le baionette contro la massa del popolo, non fu loro possibile continuare a fare di più per salvare Fersen. Il tumulto fu, sì, sedato per un secondo, ma un po’ per volta quelli si intrufolarono in mezzo ai soldati e circondarono la truppa, anche dall’altra parte della linea che proteggeva Fersen, che a quel punto non fu più protetto dai militari. Alla fine Fersen arrivò alla Rådhus (Palazzo di Giustizia) e si trovò al riparo in una delle stanze dove ebbe un attimo di respiro, ma venne di nuovo lasciato senza alcuna difesa, nemmeno quella del personale di guardia che era lì di posta. Quelli che lo volevano massacrare lo raggiunsero di nuovo, gli strapparono di dosso quel che restava dei suoi vestiti, lo trascinarono quasi nudo nel cortile della Rådhus, dove cadde a terra, ormai privo di forze. I suoi torturatori lo picchiarono ancora, e saltarono sul suo corpo, calpestandolo, finché alla fine vilipesero anche il suo cadavere. Non mi fu possibile vedere con i miei occhi, dalla finestra dietro alla quale avevo assistito all’evento, questi ultimi atti brutali dell’assassinio, però dopo che l’omicidio era stato consumato, notai che un manipolo di popolani aveva raggiunto il generale aggiunto, che sempre a cavallo presidiava l’ingresso alla Rådhus: e gli consegnarono l’orologio di Fersen, la sua agenda tascabile, gli anelli con il sigillo, e altre cose di valore che egli aveva con sé. Il generale aggiunto prese quei trofei con manifestazioni di grande dolore e disperazione per quanto era accaduto, mentre gli aggressori continuarono a mostrare la loro impudenza, applaudendo il generale aggiunto, accarezzandone il cavallo, come se volessero ringraziarlo per non aver impedito il massacro.

Benché tutto ciò si fosse svolto in pieno giorno e in mezzo a una gran folla, i veri massacratori e gli assassini non furono mai riconosciuti ed arrestati. Taluni furono convocati ed interrogati, come un grossista, tale Lexow, l’attore Lambert, e altri due nati in Finlandia, il commerciante Granberg di Åbo, Tandefeldt di Syssmä, ed altri. Ma su nessuno furono poste gravi imputazioni, tranne che su Tandefelt, un uomo di pessima fama, che tutti dicevano esser stato il primo a saltare a piè pari sul torace di Fersen, affrettandone la morte, ma anche questo non fu riconosciuto in termini di legge [L’autopsia parla di fratture costali prodotte dopo la morte, nessuna lesione mortale sarebbe stata causata quando la vittima era ancora in vita.]. Quel tale Tandefeldt fu tenuto in una cella della fortezza di Carlsten per qualche tempo, poi espulso dalla Svezia.

Tuttavia i disordini non erano terminati, benché l’atto più atroce fosse stato compiuto. Dopo che il cadavere di Fersen fu sottratto agli oltraggi della plebaglia, questa continuò ad agitarsi, minacciò di invadere le case di Fabian Fersen e della contessa Piper; e persino quelle del conte Uggla e di molti altri personaggi che non erano direttamente coinvolti. Giunsero i generali Adlercreutz e Vegesack, e altre persone di alto rango, che cercarono di tranquillizzare gli animi e obbligare i più forsennati ad allontanarsi, ma il loro intervento sembrò non ottenere altro se non maggiore arroganza e pretese. In tal modo capii in fretta che non si poteva aver ragione con parole sagge e con generosità di un popolo eccitato, che addirittura si sentiva il vincitore di una battaglia. Tanto è vero che, durante i tentativi che furono fatti per sedare la rivolta con le buone, avvenne che il generale Adlercreutz, che in passato aveva salvato l’intera nazione e che tutta la Nazione stimava, in questa occasione si prese anche lui le sue brave bastonate, e andò vicino ad essere malmenato anche peggio. Allora, quando, fu chiaro che non c’era altra via d’uscita si ordinò ai soldati, che nel frattempo erano stati provvisti di munizioni, di aprire il fuoco sulla folla, così che ci furono alcuni morti e parecchi feriti. Prima che ciò avvenisse, e quando mi resi conto che il tumulto non si sarebbe acquietato tanto presto, avevo preso la via verso l’abitazione in cui vivevo, nella zona Nord, nei pressi di Fredsgatan. Da lì si sentivano gli spari e la confusione che ancora regnava nella città e in Slottbrinken, dove era avvenuta quella brutta storia. Dopo che la rivolta fu sedata laggiù, ecco che un gruppo di scellerati, giunti nelle vicinanze di casa mia, dalla parte di Drottningatan, cominciarono a spaccare le finestre della casa del conte Uggla, e Dio sa cosa non avrebbero fatto in seguito, se non fosse giunto un corpo di dragoni e non avesse cominciato a colpire gli esaltati più violenti, che in parte furono feriti, cosicché la sedizione popolare fu sedata anche in quel luogo.

Verso sera uscii di nuovo per vedere cos’era avvenuto. Piazza Gustav Adolf e Norrmalms Torg erano ancora piene di facinorosi. Nei pressi di Ponte Nuovo (Nya bron) fui testimone di un vero comizio demagogico, del quale io risi con indulgenza, anche se ancora non si capiva dove tutto ciò sarebbe andato a finire. – Accanto ad una delle pietre d’angolo verso la sede stradale si era piazzato un tizio che sembrava appena uscito da una fucina di fabbro, tutto nero e con un indumento di pelle accanto a sé. Questo eroe della libertà arringava con foga la folla che lo attorniava, gesticolava con entrambe le braccia, e spesso colpiva con un pugno il suo indumento di pelle. Pensai di essere al cospetto di una miniatura di ciò che era accaduto in grande stile in Francia, durante la Rivoluzione; ma dopo qualche minuto, ormai di nuovo calmo e in grado di considerare la cosa con giudizio, vidi il generale Adlercreutz che arrivava con una truppa di dragoni per disperdere i rivoltosi, perciò al mio domicilio. In quell’istante cominciò a cadere una pioggia copiosa, che continuò per diversi giorni, e che probabilmente fu l’evento che più di ogni altro fu in grado di raffreddare gli animi: la sera stessa infatti cessarono i disordini e non vennero più rinfocolati. Invece la Piazza e le vie più larghe furono invase da cannoni con le micce accese. Il re e la regina, che durante l’inizio dei tumulti erano nel castello di vacanza di Haga, rientrarono in città poco dopo che si era cominciato a sparare sulla folla. La contessa Piper seppe con grande coraggio sfuggire alla furia popolare. Si fece portare da un piccolo naviglio da Sheppsjolmen, a Stoccolma, alla fortezza di Waxholm, dove fortunatamente riuscì ad arrivare incolume, e lì si affidò alla protezione del Comandante.

Dopo che l’ordine fu ricostituito in città, tutti coloro che erano stati sospettati di aver avvelenato il Principe furono sottoposti a un’indagine severa, ma non emerse nulla a loro carico. Perciò il medico del Principe, tale Rossi, che aveva condotto con imperizia l’autopsia, fu espulso dal regno. Nonostante fosse stato promesso un compenso a chi avesse potuto portare le prove di un avvelenamento, semmai fosse esistito, non emerse mai nulla del genere. Ed è ancor più certo ora che le calunnie fossero infondate; infatti non si poté mai trovare che in quel tempo ci fosse in Svezia un potere Cabalistico (Massonico) o un partito politico che potesse aspettarsi qualsiasi vantaggio dalla morte del Principe. Il quale, oltretutto, non aveva nemici personali. E in tali condizioni è onestamente impossibile credere che qualcuno abbia voluto assassinare un Principe amato da tutti.

Il cadavere del Principe rimase per qualche tempo esposto al Castello, per permetterne le visite di prammatica a quanti gli erano amici, dopo di che si procedette alla sepoltura con rito solenne nella chiesa di Riddarholmen, senza che ci fossero altri disordini. Naturalmente erano state prese grandi precauzioni, così che nessuno potesse accedere alla chiesa o alle piazze e alle strade della processione funebre, ad eccezione di quelli che avevano i biglietti d’invito. Io me ne ero procurato uno e potei partecipare a tutta la cerimonia che fu veramente bella. La Chiesa era completamente addobbata di nero: sull’altare si vedeva Svea, rappresentata da un volto femminile che piangeva sopra un’urna. Il Vescovo Rosenstein lesse dal pulpito l’elogio della persona del Principe, e le orchestre dell’Opera con i Coristi diedero inizio e fine alla cerimonia con una musica molto commovente. L’attenzione di tutti era ormai diretta verso la scelta di un altro Successore al Trono, per la qual cosa i Membri Permanenti del Governo furono convocati a Örebro alla fine del mese di luglio. Durante tale Parlamento, dopo diversi tentativi di voto, venne scelto senza voti contrari come Principe della Corona Svedese l’attuale Re Carl XIV, che prima era noto come condottiero Francese sotto il nome di Bernadotte e Principe di Pontecorvo.

Dalla testimonianza diretta di quell’atroce tumulto, imparai che ci sono persone meno fortunate di me, io stesso sarei stato esposto ad evidenti pericoli se non avessi avuto la fortuna di potermene andar via. Poco a poco riuscii ad accettare meglio il mio destino, e a desiderare di continuare a vivere, almeno per poter essere di utilità ad altri [La Finlandia era da poco diventata parte della Russia, dopo una guerra rovinosa per gli Svedesi, 1809-1810. Chi scrive faceva parte della comunità finno-svedese, in genere ai vertici dello Stato].

L’educazione dell’élite: il grand tour

L’educazione dei rampolli di famiglie nobili facoltose e di rango elevato assomigliava a quella dei principi, e comprendeva una visita a Corti europee, il cosiddetto Grand Tour. Questa esperienza formativa, volta a conoscere altre realtà sociali, politiche e militari, e a farsi conoscere nelle Corti europee, era riservata alle classi elevate. Dato il costo di un complesso viaggio all’estero, era un’esperienza spesso riservata ai soli primogeniti: i figli minori potevano esserne erano esclusi, e di certo non faceva parte della formazione delle fanciulle, per le quali era in generale previsto il matrimonio, benchè non fossero del tutto escluse da un’educazione spesso raffinata.

Hans Axel von Fersen iniziò a scrivere il suo voluminoso diario nel giugno 1770, quando lasciò la Svezia e, accompagnato dal precettore ungherese, cominciò il suo gran tour. Il ragazzo, non ancora quindicenne, era educato e ben istruito, parlava o conosceva diverse lingue, e aveva studiato il latino. Il tour lo portò a Copenhagen, a Braunschweig in Germania, dove si fermò per raggiungere il primo degli obiettivi del viaggio: imparare il tedesco in una buona Accademia. Così il ragazzo descrive l’organizzazione delle sue giornate:

“…alle 6 mi alzo, dico le preghiere, mi vesto. Poi ripasso le lezioni di storia e di tedesco. Alle 8 prendo lezione di equitazione, alle 10 di storia, alle 11 di storia antica, tranne il mercoledì e il sabato, quando ho lezione di tedesco. Alle dodici e mezza pranzo, alle 2 ho lezione di lingua, alle 3 di clavicembalo, alle 4 di scherma. Il tempo restante lo impiego a passeggiare, oppure a leggere qualche libro piacevole. La cena è alle 8 e mezza, alle 10 mi corico per la notte…”

La routine era interrotta da giornate più brillanti. Il giovanotto racconta così le proprie impressioni di una prima esperienza a un ballo:

“Mercoledì 1 agosto c’era un ballo a Corte. Cominciò alle 19 e terminò alle 22, fu aperto da alcuni minuetti. La principessa Augusta mi fece l’onore di ballarne uno con me. Dopo però c’erano solo danze inglesi, che io non conoscevo, perciò lasciai perdere. Il principe Leopoldo allora mi si avvicinò e, saputa la ragione per cui non ballavo, mi invitò a provare comunque, ma io non osavo. Allora il principe, attribuendo il mio atteggiamento al fatto che non conoscevo nessuna delle dame presenti, ebbe la gentilezza di invitarne lui una per me. Era la signorina von Heim, una delle migliori danzatrici. Dopo che ebbi danzato quel ritmo indiavolato ripresi coraggio, tanto più che tutti dichiaravano che ero stato bravo. Il principe mi chiese se volevo cimentarmi anche con la danza successiva, naturalmente accettai. Allora egli andò a cercare la signorina Schliestedt, figlia del primo ministro, decisamente la miglior ballerina della città. È molto bella, e quando danza assume un’espressione languida che la rende veramente attraente. Al termine del ballo si cenò, dopo di che noi tornammo in città. Per quanto mi riguarda, dormii per tutto il viaggio, com’è mia abitudine, e nemmeno mi accorsi che rischiammo più volte che la carrozza si ribaltasse, così almeno seppi più tardi.”

Nel maggio del 1771 Axel Fersen è a Strasburgo, dove segue un corso di diritto naturale. Le sue giornate non sono molto diverse da quelle descritte in precedenza:

“Alle 7 ho lezione con il maestro di stile di scrittura, alle 8 mi vesto, alle 9 matematica, alle 10 tecniche di fortificazione, alle 11 ascolto una lezione di storia tedesca in francese. Il professore, signor Kock, è lettore presso il signor Schoepling, storiografo della casa reale. A mezzogiorno pranzo, e alle 2 viene un sergente da Zweibrücken per gli esercizi ginnici. Alle 3 vado dal signor Reiseisen, dalle 4 fino alle 5 scrivo gli appunti della lezione del mattino. Se è giorno di teatro, ci vado, altrimenti torno a casa e mi tengo occupato leggendo e scrivendo. Il giovedì sono libero dagli impegni scolastici, cosa di cui sono molto felice, perché così posso uscire a cavalcare o andare in carrozza, guidandola io stesso. Il posto che preferisco a teatro è una loggia sopra la scena: da lì riesco a vedere ciò che si svolge dietro il sipario, e osservare meglio le espressioni degli attori durante la rappresentazione.”

Un programma impegnativo, che il giocane Conte completò con entusiasmo e successo, e che continuò con visite in Svizzera, dove incontrò Voltaire e fu stupito dalla libertà delle donne, che uscivano di casa anche senza essere in compagnia di un uomo. Fu poi la volta di Torino, sei mesi all’Accademia Militare: Axel Fersen lasciò malvolentieri la città per recarsi a Milano e di lì a Parigi: quando ci arrivò aveva compiuto diciotto anni. In Francia, che sarebbe diventata il punto focale della sua vita adulta, il giovanotto fu introdotto nell’alta società e a Corte dall’ambasciatore svedese, il conte Creutz. Axel Fersen fa strage di cuori femminili, la figlia di Diderot, sua compagna di studi alla Sorbona, ogni mattino passa a prenderlo in calesse. Persino la giovane moglie del Delfino, Maria Antonietta, mantenendo l’incognito durante un ballo mascherato, gli dimostra particolare interesse. Lasceremo ad altri il racconto della loro storia d’amore, affetto fraterno ed estrema fedeltà reciproca. In maggio il Conte lasciò Parigi per completare il suo tour a Londra, donde fece ritorno a casa, ricco di conoscenze ed esperienze di vita, pronto per il suo ingresso nella società di eletti cui apparteneva per nascita.

Alla corte di Gustav III

Gustav III fu un re di grande intelligenza e carattere, amante della cultura e un illuminato innovatore. Decretò la libertà di culto (almeno per coloro che non erano cittadini svedesi) e di stampa, abolì la tortura e la degradazione dei condannati, per infamante che fosse la loro colpa. Amava la raffinatezza, la cultura e soprattutto il teatro, tanto da scendere egli stesso in scena. Fu perciò soprannominato “il re teatrante”, e di certo alla sua Corte non ci si annoiava, anche se non poteva confrontarsi con quella di Versailles, quanto a fasto. 

Tuttavia egli era anche molto temuto, usava i sottoposti come sul teatro organizzava le scene, era un abile dissimulatore con quanti non gli ispiravano fiducia e un nemico pericoloso e tenace. Al contrario, sapeva essere affabile e quasi disarmante con coloro che riteneva di poter “utilizzare”, come allora si diceva di chi poteva rendersi utile allo stato in cui viveva. 

Aveva posto termine alla dominanza dei partiti con un golpe militare, terminato senza spargimento di sangue dopo che il potere monarchico era stato ristabilito. Al termine di una turbolenta seduta parlamentare, il Conte von Fersen, padre di Hans Axel e capo del partito dominante, era stato anche incarcerato, anche se con un buon trattamento e per poche settimane.

Una lega di nobili pose fine alla vita di Gustav III nel marzo 1792, quando si stava adoperando con passione per salvare monarchi e monarchia in Francia. L’assassino, Ankarström, gli sparò un colpo di pistola al fianco durante un ballo in maschera, nel salone dell’Opera di Stoccolma. Il re morì dopo un’agonia durata due settimane, in seguito alla cancrena causata da proiettile, localizzato vicino al rene e che non era stato possibile rimuovere. La monarchia francese perse il suo più appassionato ed irriducibile sostenitore, e forse il solo alleato sincero.

Nella lettera riportata in seguito si intravvede il suo carattere. 

Il Conte Hans Axel Fersen, da poco tornato in Europa dalla campagna militare in America, durante la rivoluzione americana, gli aveva chiesto aiuto per divenire colonnello proprietario del Royal Suédois, reggimento straniero accorpato all’esercito francese. L’ostacolo principale era il fatto che il severo padre di Axel Fersen, il conte Fredrik Axel von Fersen, si dichiarava impossibilitato a sostenere la spesa. Ecco l’intervento di re Gustav III.

Signor Conte von Fersen,
ho ricevuto ieri la vostra lettera del 17 luglio (1783) e le due, incluse nel plico, scritte dal giovane Conte Axel. Capisco perfettamente quale gioia vi procuri il ritorno a casa di un figlio tanto promettente, che corrisponde perfettamente a tutte le aspettative che voi avete il diritto di riporre in lui. Vi assicuro di condividerle e di offrire la mia amicizia ad entrambi. Capisco altrettanto bene quanto sia inquieto il vostro cuore paterno alla prospettiva di essere separato per un tempo ancora lungo da un figlio a voi così caro sotto ogni aspetto. Tuttavia, mio caro Conte, lasciatemi dire che mi sembra di poter esaudire il desiderio di entrambi in modo molto semplice. Inoltre, aiutando il vostro figliolo a realizzare i suoi piani, si otterrà di legarlo più stabilmente a noi che costringendolo a rinunciare.
È un’occasione straordinariamente favorevole, che potrebbe coinvolgere l’intera vostra casa, dato che vi assicuro di poter sistemare anche il vostro secondo figliolo. Il posto che il vostro figlio maggiore ricopre nei primi due corpi d’armata della mia guardia reale rende possibile e necessario che egli presti servizio presso di me e in patria per sei mesi, mentre nei sei mesi successivi egli risiederebbe in Francia, al comando del suo reggimento, nei modi che il suo rango e i suoi rapporti con la Corte di Versailles richiederanno. Sia voi, sia io avremmo dunque la gioia di averlo presso di noi per la metà dell’anno. Quando poi l’età, il matrimonio e i figli lo riporteranno in patria, potrà lasciare il suo reggimento, che si è così ben meritato con la sua campagna militare in America, a suo figlio, o magari a suo fratello.
Mi sembrerebbe di consigliarvi male, se vi distogliessi da un affare così sicuro e prestigioso. Da parte mia considero questa una possibilità estremamente vantaggiosa. Ne ho anche scritto a Monsieur de Staël [ambasciatore svedese in Francia e coniuge di Germaine Necker, la famosa M.me de Staël]. Tutto ciò che pretendo è la permanenza in Svezia del giovane Conte Fersen per sei mesi l’anno, e questa è cosa fatta, dato che la decisione dipende dagli accordi fra i due sovrani responsabili degli incarichi. Mi sento più sicuro nell’avere vostro figlio a mezzo servizio, piuttosto che saperlo affidato completamente ai vostri o ai propri voleri.
Per il resto, mio caro Conte, spero che voi possiate vedere in tutto ciò che vi ho scritto l’amicizia e l’interesse che provo per entrambi, ed è con questi sentimenti che chiedo a Dio che possa mantenervi sotto la sua altissima e santa protezione, e che io possa divenire
                                                           Il vostro affezionato amico
                                                                                   Gustav.

Fidanzamenti per procura e questioni economiche

Il matrimonio nelle famiglie in vista era una sorta di alleanza economica e di prestigio, affinità ed amore fra i coniugi erano auspicabili, ma accessori. Nel 1778 il Conte Hans Axel Fersen ritorna a Londra. Adeguatamente maritate le due figlie, suo padre ha deciso che è tempo anche per il maggiore dei suoi figli maschi di metter su famiglia e ha preso contatto con la famiglia (facoltosa) di una signorina londinese, Catherine Leijel. Abituato ad obbedire e, almeno in apparenza, piuttosto indifferente al matrimonio, Axel Fersen si reca dunque a chiedere la mano della suddetta signorina. Il resoconto dell’impresa è contenuto in una lettera alla sorella Sophie:

30 luglio 1778. Tutto è finito, mia cara, i genitori mi hanno ricevuto bene, ma la figlia mi ha rifiutato. Mi ha assicurato che non potrebbe mai lasciare i suoi genitori, e che non c’è alcuna speranza che cambi idea. Nonostante tutto, ho insistito; le ho detto che avrei cercato di assecondare in ogni modo tutti i suoi desideri, e che non avevo altro scopo che di piacerle e di renderla felice, ma lei continuò a replicare che il dolore di lasciare i genitori sarebbe stato per lei così grande da non potervisi risolvere. Ne parlò anche con suo padre, che discusse con me, dicendomi quanto egli fosse dispiaciuto, e facendomi mille complimenti. Mi assicurò di provare per me sentimenti di amicizia, e mi chiese di volerlo accettare come amico. Devo scrivere a mio padre, e sono costretto a comunicargli queste notizie. Sarei terribilmente infelice, se egli dovesse esserne deluso, tuttavia ho fatto del mio meglio. La ragazza è molto amabile, ha del talento, è di bell’aspetto, incantevole e di carattere dolce. Capisco bene cosa sto per perdere, eppure non riesco a biasimarla, perché so per esperienza quanto sia triste lasciare i genitori e la terra che si ama. Potrei facilmente consolarmi, se fossi sicuro che mio padre saprà fare altrettanto. …..omissis… Vorrei tornare a Parigi per lavorare con Creutz [all’Ambasciata Svedese] o per arruolarmi nell’esercito. Preferirei la seconda soluzione, ma mi sottoporrò volentieri alla decisione di mio padre in proposito.”

Hans Axel Von Fersen
Hans Axel Von Fersen

Axel Fersen si sarebbe poi arruolato come militare straniero nell’armata francese e, dopo un tentativo di partecipare ad un’aggressione francese all’Inghilterra che non fu mai realizzata, partì per combattere gli Inglesi nella Rivoluzione Americana. Forse il rifiuto della signorina Leijell non l’aveva lasciato poi così indifferente come avrebbe voluto lasciar credere ai suoi famigliari.

Fonte: De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926


Anche fra i nobili di campagna le questioni economiche e quelle sentimentali si intrecciavano in modo confuso. Nel palazzo dei nobili Lillje e Natt och Dag, vicini di casa della famiglia von Saltza quando ancora i figli erano piccoli, vivevano tre donne, una delle quali incorse in uno sfortunato legame prematrimoniale. Così racconta il Conte von Saltza nelle sue memorie:

La generalissima donna Metta Natt och Dag era un donnone d’insolita corpulenza, con due sottomenti insolitamente vasti e un viso tondo e rubizzo, nonostante fosse sull’ottantina. Era solita portare cuffie annodate con nastri e molto inamidate, indossava gonna e maglia nere, sotto ad un grembiule bianco. La signorina Cajsa Hård di Segerstad aiutava la nobildonna nell’amministrazione casalinga. Era costei una vecchietta piccola e rinsecchita, con una cuffia alta. Era una specie di ufficio postale, sapeva tutto, cos’era accaduto e cosa non era accaduto. In casa viveva anche la figliastra della nobildonna, la signorina Fiken Horn Natt och Dag. Il suo aspetto era quello di un pulpito sul quale fosse stata installata una credenza, ma era ben nota per la sua avarizia. Aveva un fidanzato, un tale che aveva sperperato tutti i suoi averi. La signorina chiese il parere di mia madre, se dovesse accettare o no di sposarlo. Mia madre le consigliò di non affidare i suoi beni a così cattive mani. La signorina obiettò che quell’uomo le doveva 300 talleri d’argento, come avrebbe mai potuto, in nome di Dio, farseli restituire se non sposandosi con lui? “E allora, sposalo.” Fu la risposta di mia madre. Ma la donna rinsavì e diede il benservito al fidanzato, che in cambio le presentò una nota di quanto aveva speso per venirle a far visita in qualità di promesso sposo, e dei francobolli per affrancare le lettere che le aveva scritto. Il totale ammontava a più di 500 talleri, ed egli minacciò di portare la cosa in tribunale. Così la signorina dovette dargli una ricevuta per i 300 talleri e quanto egli chiedeva in più.

Fonte: von Saltza Edvard Fredrik. Familje anekdoter och minnen från barndomen. Bokförlaget Rediviva, a collection of facsimile reprints of Swedish books. Stockholm 1987.