Uno Svedese durante la Rivoluzione Americana: 1781

Newport, 9 gennaio 1781.

Nessuna novità per quanto riguarda le nostre operazioni militari, mio caro padre. Sembra che noi tutti si sia, da ogni lato, sulla difensiva, ed è davvero difficile sapere chi darà inizio alla prossima campagna; ciò dipenderà probabilmente dall’arrivo di rinforzi dall’Europa: chi li riceverà per primo, secondo me, approfitterà del vantaggio per attaccare gli altri. Se i rinforzi che, come dicono, sono stati destinati a noi dalla Francia, stanno davvero arrivando, in un solo istante sarà nostra la supremazia sul mare. È il solo modo di procedere per por fine ad una guerra lunga e rovinosa. Finché non saremo padroni del mare, dovremo evitare che gli Inglesi entrino all’interno, ma nulla li obbligherà a lasciare la costa; il loro commercio è sempre fiorente, e fornirà loro i mezzi di sussistenza, che perderebbero senza tale attività. Finché saranno loro i padroni di Quebec, Halifax, New York, Charleston e Jamaica, non si piegheranno a contrattare la pace; lo faranno solo nel caso in cui il loro commercio sia rovinato e una o due delle loro postazioni siano catturate. Quest’anno abbiamo perso l’occasione di prendere la Jamaica, e non credo affatto che ci si ripresenterà mai. Si dice che in Francia si stanno preparando per noi i rinforzi attesi, sarebbero otto navi da guerra: una con cento cannoni, tre con settanta e una con sessantaquattro. Non abbiamo idea del numero di uomini. Abbiamo avuto queste notizie da un mercantile che è arrivato a Boston da Nantes in trentotto giorni. Per tutto il tempo che siamo rimasti qui non abbiamo ricevuto lettere. Una tale dimenticanza da parte del ministero, o del ministro, è imperdonabile.

La campagna nel Sud sembra essere più vivace di questa nostra, nel Nord. …omissis… si dice che la divisione di Cornwallis sia accerchiata a Cadmen; che soffre molto per le malattie e per la fame, tanto che i soldati si siano ridotti a mangiare i loro propri cavalli; queste dicerie sono però da confermare. Più certa è la notizia dell’imbarco di duemilacinquecento uomini da New York, diretti al Sud. La loro destinazione sarebbe di ricongiungersi con un corpo di uguale dimensione fuori Cape Fear, marciare insieme da qui fino a Camden, trovare Cornwallis, se è ancora di stanza lì, congiungersi con lui ed iniziare le operazioni. Se tale ricongiunzione sarà effettuata, e ci sono scarse possibilità che fallisca, il Sud è perso; gli Americani non hanno armate laggiù, l’unica che avevano è stata distrutta sotto il comando del Generale Gates, il poco che ne rimane non merita il nome di armata; gli uomini sono privi di divise, scarpe, armi; non ci sono truppe ben disciplinate ed esperte da opporre, ma solo una milizia selvaggia, che si raduna solo quando il pericolo diventa imminente, e che fugge quando questo diventa grande.

Questo è lo stato delle cose nel Sud; da noi non va meglio. Siamo costretti ad essere quieti spettatori della perdita di quella parte dell’America, senza poter far altro. Non ho ancora attraversato il paese, molti altri ufficiali dell’armata l’hanno fatto. Aspetto il loro ritorno, trarrò profitto dalle loro esperienze e dai loro errori; aspetto il mese di marzo.

I differenti Stati d’America hanno preso la risoluzione di arruolare per tre anni ventimila uomini; il carico di ogni stato è già deciso, e le menti sono di nuovo eccitate. Sperano di avere le nuove reclute entro il 1 marzo. Io lo desidero, ma non sono troppo convinto che la cosa avrà un seguito. Alcuni saranno reclutati per tre anni, altri per tutto quest’anno; ma nessuno si arruolerà senza avere un compenso; e ci saranno grandi lamentele solo per arrivare a completare l’arruolamento dei reggimenti. Il denaro è scarso, si può dire che non ce n’è affatto; le tasse non bastano: senza credito, niente risorse. Questo è il momento in cui potremmo esser loro di qualche utilità, e riscattare la nostra pigra ed inutile campagna fornendo loro il denaro e gli indumenti di cui hanno necessità. Tuttavia noi stessi siamo in pericolo di aver penuria di entrambi, se non saranno inviate derrate dalla Francia, e potremmo esser ridotti al mortificante espediente di pagare con banconote.

Vedete, mio caro padre, da queste considerazioni, che sono del tutto corrette, quali sono le ragioni che impediscono la formazione di un’armata, che può essere reclutata e mantenuta solo in forza del denaro. Aggiungete a ciò il fatto che il patriottismo esiste sono nei capi e negli individui più eminenti della nazione, quelli che hanno fatto i sacrifici maggiori; gli altri, e cioè la maggioranza, pensano solo ai loro interessi personali. Il denaro è il primus movensdi ogni loro azione; pensano solo al modo di guadagnare, nessuno si cura del bene pubblico. Gli abitanti dei paesi lungo la costa, che sono tutti eccellenti rappresentanti del Wighs, portano beni di ogni specie alla flotta Inglese, all’ancora nella Gardner’s Bay; e questo perché gli Inglesi pagano bene. Quanto a noi, ci trattano come dei pezzenti, i prezzi sono esorbitanti, in tutti i contatti che abbiamo con loro ci trattano più da nemici che da alleati. La loro cupidità non ha eguali; il denaro è la loro divinità; la virtù, l’onore non sono nulla al paragone con il prezioso metallo. Non intendo dire che non è una popolazione degna di stima, dotata di un carattere nobile e generoso, ce ne sono tanti. Io intendo parlare della nazione in generale; credo che questo tratto derivi più dagli Olandesi che dagli Inglesi.

Questa, mio caro padre, è la mia opinione su questo paese, sui suoi abitanti, e su questa guerra; del resto è conforme a quella di persone più sagge di me, e in posizione tale da vedere e giudicare meglio le cose. Con un maggior numero di uomini, navi, e molto più denaro, tutto potrebbe cambiare; se però il governo non ci manda abbastanza di quest’ultimo per soddisfare le nostre necessità e quelle dei nostri alleati, non si pone rimedio a nulla, e il ministro Francese potrà solo coronare la sua propria follia.

Proprio ora abbiamo ricevuto alcune notizie molto tristi; e cioè quella della diserzione della “linea di Pennsylvania”, che è come loro chiamano i duemilacinquecento uomini arruolati in quello Stato. Si sono consegnati agli Inglesi a causa del loro scontento per il fatto di mancare di tutto. Non avevano vestiti né scarpe; erano stati lasciati senza cibo per quattro giorni. Ci sono voci che affermano che mentre stavano così procedendo, abbiano pensato meglio a ciò che stavano facendo e siano tornati sui loro passi, al loro dovere. Avrebbero inviato al Congresso sei sergenti per negoziare i termini entro i quali avrebbero continuato a servire, queste ultime voci non sono state affatto confermate. Se anche fosse così, questa diserzione costituisce un esempio pericolosissimo, prova che su simili truppe si può fare pochissimo affidamento. Non abbiamo notizie fresche dal Sud, e non sappiamo proprio nulla di ciò che sta avvenendo laggiù.

Newport, 14 gennaio 1781.

Abbiamo ricevuto i dettagli di due imprese di poco conto nel Sud in cui gli Americani hanno avuto la meglio. Sono stati soltanto respinti piccoli distaccamenti. La “linea della Pennsylvania” non è stata presa dagli Inglesi; si è arroccata in una posizione molto forte a Morristown. Tutto è stato fatto nel modo più ordinato. Al comando ci sono i sergenti, non hanno ufficiali. Mantengono la guardia in modo perfetto, si approvvigionano di ciò che è loro necessario inviando delegati in tutto il paese, dando ricevute che, assicurano, saranno pagate dal Congresso. Il Generale Clinton ha inviato loro due spie con una lettera nella quale offriva di pagar loro i quattordici mesi di stipendio che sono loro dovuti al presente, oltre ad un premio in denaro ed anche nuove divise. In seguito sarebbero pagati come le truppe Inglesi. Ha promesso di formare per loro un corpo distinti all’interno dell’armata Britannica, comandato dai loro stessi ufficiali; ai loro comandanti ha promesso avanzamenti di rango e premi considerevoli.

Nonostante tutte queste promesse, hanno arrestato le spie e le hanno impiccate. Il Congresso ha appena inviato tre suoi delegati per trattare con loro, ed essi hanno conferito a sei dei loro sergenti l’incarico di negoziare. Chiedono che siano loro pagati i quattordici mesi di arretrati che sono loro dovuti, con nuove divise e mezzi per la loro sussistenza in futuro. Queste richieste saranno certamente esaudite; la difficoltà è nel reperire il denaro necessario, è sempre difficile trovarne. Questo sarebbe il momento giusto per rassicurare gli Americani e fornirli di tutto ciò di cui necessitano per evitare l’ammutinamento; purtroppo noi non abbiamo nulla, e, a meno che non si riceva un immediato aiuto dalla Francia, entro un mese non avremo più neppure di che pagare la nostra stessa armata.

Fra il Generale Washington e M. de Rochambeau c’è freddezza, l’offeso è il generale Americano; i nostri non conoscono la causa di ciò. M. de Rochambeau mi ha incaricato di consegnare una lettera al Generale Washington; devo anche informarmi sulla causa del dissidio e rimuoverla, se possibile. Se invece la questione fosse di maggiore importanza, dovrò fare rapporto immediatamente. Così, mio caro padre, vedete che sto facendomi strada nella diplomazia; è la prima volta per me, e farò di tutto per cavarmela al meglio.

Newport, 3 aprile 1781.

È impossibile dare un giudizio sulla campagna che qui stiamo conducendo; non posso neppure fare un piano senza aver prima visto che piega potranno prendere gli eventi in seguito. La guerra non può durare a lungo – non più di una, al massimo due campagne. Penso persino che se quella attuale è davvero vigorosa come sembra, sarà anche l’ultima. Questo paese non è in grado di sopportare una lunga guerra. È in rovina; niente denaro, niente soldati; se la Francia non interviene con un aiuto intensivo, bisogna fare la pace. Fino ad ora non abbiamo fatto grandi sforzi. Negli ultimi dieci mesi la nostra unità su quest’isola non è stata altro che un manipolo di uomini; non siamo stati di alcuna utilità, il Sud è stato devastato dagli Inglesi; non possiamo inviare truppe da qui, a causa dell’esiguo numero, e se gli Inglesi sapranno comportarsi in modo opportuno l’intero Sud sarà catturato; ne conseguirà un generale scoraggiamento, e la pace sarà la certa conseguenza.

Stiamo ora attendendo notizie da laggiù; Lord Cornwallis, che là comanda le truppe Inglesi, è stato costretto a ritirarsi, dopo un’imprudente avanzata. Si dice che abbia conquistato una posizione molto favorevole, che però è circondata dalla milizia della regione, e che, secondo tutte le apparenze, può essere furiosamente attaccato, o massacrato durante la ritirata. Però è ormai già un mese intero che mancano le conferme di queste notizie, mi è difficile crederci ancora. Le prossime notizie che arriveranno fino a noi saranno molto interessanti.

Vi avevo scritto, mio caro padre, che Arnold era stato inviato alla baia di Chesapeake per causarvi tutto il danno possibile. È qui dal mese di gennaio. Era stato deciso di spedire un distaccamento per tentare di catturarlo, con un’azione combinata con quella di millecinquecento Americani agli ordini di M. de Lafayette. Millesettecento uomini erano stati imbarcati su una flotta al comando del Barone di Viomesnil; le operazioni cominciarono l’8 marzo. Allego a questa lettera un rapporto di quanto è successo, e dei combattimenti che si sono avuti qui; potrete vedere che non siamo stati in svantaggio; potrei dire che abbiamo vinto, ma in realtà non abbiamo centrato il nostro obiettivo, perché gli Inglesi sono ancora dove volevano essere, e noi siamo stati costretti a tornare qui. Finora avevo sempre creduto che in guerra un distaccamento non era vittorioso finché non avesse ampiamente completato la finalità per la quale era stato inviato. Due delle nostre navi erano così danneggiate che quando M. Destouches diede il segnale di riprendere la battaglia, queste due navi segnalarono il loro stato di grave deterioramento. Solo quattro navi Inglesi erano impegnate da vicino, le altre combattevano da una posizione distante. Il numero dei morti e dei feriti dalla nostra parte è di circa trecento uomini; il rapporto ne menziona solo duecento. Ho corretto le imprecisioni più grossolane in una delle copie che vi spedisco; se si cercasse di correggerle tutte, si dovrebbe riscriverle.

Newport, 11 aprile 1781.

Nel Sud gli Inglesi, sotto Lord Cornwallis, hanno appena ottenuto un considerevole vantaggio sul generale Greene, che comanda l’armata Americana da quelle parti. Non sappiamo quale risultato può ottenere da tale vantaggio. Io credo, per quanto mi riguarda, che non ne avrà alcuno, se non quello di assicurare a Cornwallis una ritirata più sicura. Era avanzato troppo all’interno, e cominciavano a mancargli i rifornimenti. Se non avrà altri frutti da questa vittoria è pur sempre una gran cosa. Ho sentito tutti incolparlo di leggerezza e incapacità; io però non posso pensare che sia da ritenere un cattivo generale un uomo che, fino ad ora, ha sempre avuto successo e che, essendo penetrato troppo a fondo in territorio nemico, circondato – come si dice – da tutte le parti, e certo di essere catturato, comincia una ritirata di fronte al nemico, si ferma in una posizione molto vantaggiosa, batte i nemici, li obbliga a ritirarsi a venti miglia di distanza dal campo di battaglia, e si aggiudica in tal modo una ritirata agevole. Questa guerra onora gli Inglesi, anche se i loro generali si comportano male in America. Temo che la guerra non darà altrettanto credito alla nostra armata.

Pare proprio che l’inverno qui sia terminato: ci stiamo godendo il tempo più bello del mondo intero; talvolta fa persino molto caldo.

Newport, 13 maggio 1781.

Dalla mia ultima, nulla è accaduto qui. In tutta tranquillità, noi restiamo a Newport, gli Inglesi a New York e il Generale Washington a New Windsor, sul fiume Hudson. Dio sa quando potremo uscire dalla nostra posizione; è ormai da moltissimo tempo che siamo qui. La campagna nel Sud sta per finire, l’estate si avvicina, e in quella stagione qualunque operazione militare diventa impossibile senza considerevoli perdite di uomini per il calore e la malaria.

Come già ebbi occasione di dirvi, Lord Cornwallis si era inoltrato troppo nel territorio nemico, ed è stato costretto alla ritirata. Il Generale Greene, con quattromila soldati regolari ed ancor più ausiliari, ha messo in pericolo la sua ritirata. Lord Cornwallis si è procurato una buona posizione, ha atteso il Generale Greene e ha combattuto contro di lui. Tutta la milizia, dopo il primo assalto, ha lasciato il campo e se ne è tornata a casa; nessuno di loro si è fermato prima di aver raggiunto la propria abitazione. Il resto è stato respinto e costretto a ritirarsi per dodici miglia. Dopo di che, Lord Cornwallis ha continuato la sua ritirata fino a Camden, e quindi, io credo, fino a Charleston, dove passerà l’estate e preparerà una nuova campagna per l’autunno.

Stiamo preparandoci per la marcia; ciascuno sta riordinando il suo equipaggiamento. Vi avevo già detto, mio caro padre, cosa comprende il mio. I miei camerati hanno confezioni di provviste; io però penso che siano troppo costose e inutili. Probabilmente avrò meno comodità, ma non importa, sarebbe davvero troppo costoso.

Newport, 17 maggio 1781.

E’ impossibile fare qualsiasi congettura sulla campagna che stiamo per intraprendere; nulla è trapelato delle notizie che il nostro generale ha ricevuto dalla Francia, così noi siamo all’oscuro dei rinforzi che ci sono stati inviati: c’è chi parla di 650, chi di 1500 uomini; altri ancora sostengono che M. de Grasse, che è arrivato nelle Indie Occidentali con 21 navi e una truppa di 10.000 uomini, ci raggiungerà con parte delle sue forze quando la stagione umida che in questa regione, va detto, sarà nei mesi di luglio ed agosto, renderà impossibile qualsiasi operazione. Se così fosse, potremmo subito porre d’assedio New York, e avere una ragionevole prospettiva di successo. Senza di ciò il tutto diventerebbe una chimera ed un’impresa impossibile, alla quale noi abbiamo tanto sacrificato. Se rinforzi di entità pari a quella che vi ho detto non arriveranno, evacueremo l’isola; stabiliremo i nostri approvvigionamenti a Providence, dove abbiamo già inviato parte dell’artiglieria e dei carri da trasporto. Quindi marceremo lungo il North River e ci avvicineremo a New York per metterla in pericolo e impedire al Generale Clinton di fare uscire dei distaccamenti. Questo darebbe tempo al Generale Washington di raggiungere la Virginia, superare Arnold e distruggere gli insediamenti che gli Inglesi sembrano inclini a formare laggiù. Potrebbe darsi che gli Americani rimangano nei pressi di New York, e che noi si sia incaricati della spedizione in Virginia; questa sarebbe la soluzione che preferirei.

Questo era il piano del nostro generale prima dell’arrivo della fregata che ha portato il nuovo ammiraglio e i dispacci da Court. Dopo di che io non so quali cambiamenti possano esser stati fatti; penso però che, a meno che non arrivi M. de Grasse, non ce ne sarà nessuno. Fra breve il Generale Washington e M. de Rochambeau conferiranno nello stesso posto dello scorso anno, cioè in Hartford, quaranta miglia da qui. Lì decideranno probabilmente il piano della campagna militare. Speriamo che ciò si realizzi, e che si concluda qualche cosa, questo è tutto ciò che io desidero. Siamo stati troppo tempo in inattività, un’inattività mortificante. Sarebbe stato più utile all’America se si fosse inviato il denaro che la nostra permanenza qui costa al re di Francia; gli Americani lo avrebbero impiegato meglio. Avevamo pensato di avere qui un’armata di 15.000 uomini, ne sono stati mandati solo 5.000, che sono stati di guarnigione a Newport senza essere utilizzati in alcun modo, tranne che per mangiarsi le provviste e renderle più costose. Spero che presto saremo fuori da questa palude e in attività.

Non vi dico nulla delle mie faccende personali, mio caro padre, perché ve ne avevo già parlato nella mia ultima lettera, e da allora non è successo nulla di nuovo, o perlomeno io non ho avuto sentore di alcuna novità riguardo a ciò. Desidero molto che quella faccenda vada in porto, perché comincio a stancarmi di essere con M. de Rochambeau. Mi tratta con rispetto, è vero, e io ne sono consapevole; ma è inaffidabile in modo sgradevole e a volte persino insultante. Ha più confidenza con me che con i miei camerati, ma anche ciò è insignificante; non dice molto di più nemmeno ai suoi ufficiali generali, che ne sono assai dispiaciuti, come anche gli ufficiali superiori dell’armata. Hanno, tuttavia, il buon senso di assentirgli, e di collaborare per il bene della causa.

Facciamo così tanta economia sulle spese che non abbiamo nemmeno una spia a New York, perché ci costerebbe circa cinquanta luigi al mese; preferiamo invece ricevere le notizie direttamente dal Generale Washington, e lasciare agli Americani, che non hanno denaro per pagare le notizie, il compito di ottenerle. Le spie qui fanno questo servizio per amor di patria. Perciò le informazioni ci arrivano con grave ritardo, e finiremo per non averne più, dato che la gente si stanca di fare gratuitamente un lavoro che può portare alla forca.

Stiamo preparandoci alla marcia, ma non saprei dire quando ciò avverrà davvero. Parte delle munizioni di artiglieria e il bagaglio pesante della divisione sono già immagazzinate a Providence. Gli ufficiali generali stanno preparando ora i loro equipaggiamenti.

La nostra divisione è poco disciplinata, proprio come usa esserlo una qualsiasi armata Francese. Tuttavia, i capi sono molto severi, raramente passa giorno senza che due o tre ufficiali vengano posti in arresto. Ho assistito a scene indecenti, interi corpi che meritavano di essere congedati, ma siamo solo 5.000 e non possiamo perdere nemmeno un solo uomo.

Ieri la flotta ha ricevuto l’ordine di salpare, e noi abbiamo fornito 500 uomini per completare la ciurma delle navi; non hanno lasciato quasi nessun marinaio in cambio, e si è dovuto provvedere con uomini di terra. Ciò ha causato cattivo umore nei colonnelli, e a ragione; mi fa male pensarci: cinquecento uomini in meno, quando avremmo avuto bisogno di ciascuno dei nostri sodati! Penso che lo squadrone stia per incontrarsi con il convoglio che si dice stia dirigendosi verso di noi.

Newport, 3 giugno 1781.

Finalmente si parte; fra otto o dieci giorni l’armata sarà in marcia. Questo è il risultato dell’incontro fra i due generali. Quale sia il piano della campagna e dove stiamo per andare è mantenuto segreto, dovrebbe essere uno solo. Spero che saremo in servizio attivo, e che non ci facciano lasciare Newport solo per porci di guarnigione in qualche altra piccola cittadina. La nostra flotta resta qui, sorvegliata dalla milizia Americana e da 400 dei nostri.

Non è successo niente da queste parti, dopo la mia ultima. Gli Inglesi sono avanzati nel Sud; mettono tutto a ferro e fuoco, ma hanno denaro da spendere, e ciò li rende amici; fra un po’ avranno conquistato tutta quella parte dell’America; allora gli Inglesi riconosceranno l’indipendenza degli Stati del Nord, o per lo meno li tratteranno come indipendenti, e si terranno gli Stati del Sud. Immagina quanto sarebbe glorioso tutto ciò per l’armata Francese! Ciò che mi conferma in questa ipotesi è che tutto fa pensare che New York sarà completamente evacuata; hanno già inviato altrove alcuni distaccamenti; l’ultimo, pochi giorni or sono, era di duemilacinquecento uomini. Non basta, spediscono una gran quantità di generi d’ogni sorta nottetempo, dopo il silenzio, quando agli abitanti della città non è permesso di stare fuori casa. Se stanno evacuando completamente New York per trasferire a sud le loro forze, stanno agendo bene. Sono costretto a chiudere.

6 agosto 1781 [alla sorella Sophie]

La mia lettera del 16 luglio è andata persa, mia cara sorella; la nave che la portava è naufragata mentre usciva dal porto. Ve ne ho scritta una che sarebbe passata da Boston. Non so che strada prenderà questa. Ma mi sembra che non dovrebbe metterci così tanto tempo, perciò sono in dubbio.

Yorktown, 23 ottobre 1781.

Poiché non ho avuto il tempo di scrivervi nemmeno il più piccolo dettaglio dell’assedio, allego qui un breve diario delle nostre manovre. Per quest’anno sono concluse, ci stiamo ora trasferendo nei quartieri d’inverno nei dintorni. Lo stato maggiore sarà a Williamsburg, una cittadina di campagna che ha piuttosto l’aria di un villaggio.

diario delle operazioni durante l’assedio e la resa di Yorktown.

Dopo aver trascorso undici mesi a Newport nella più totale inattività, la nostra armata ha cominciato, dal 12 giugno 1781, a inviare seicento militari di truppa e un migliaio di ausiliari, sotto il comando di M. de Choisy, brigadiere-generale, per difendere le opere che abbiamo costruito qui, proteggere la nostra piccola squadriglia di otto navi e coprire i nostri magazzini di Providence, dove abbiamo piazzato i pezzi d’artiglieria. I soldati furono trasferiti da Newport a Providence per via d’acqua, poi ha marciato nell’entroterra fino a Philipsburg, a quindici miglia da King’s Bridge, dov’è arrivata il 6 luglio, e si è accampata a sinistra degli Americani.

Per tutto il tragitto, la legione Lauzon ci ha protetto il fianco sinistro, marciando lungo la costa, a una distanza di otto o dieci miglia da noi. La nostra divisione era forte di circa cinquemila uomini; quella degli Americani di tremila. Durante la nostra permanenza a Philipsburg ci siamo approvvigionati abbondantemente di foraggio e abbiamo fatto ampie ricognizioni attorno a King’s Bridge.

Il 14 agosto abbiamo ricevuto notizie di M. de Grasse. Aveva lasciato le Isole il 24 luglio. Sono stato inviato indietro a Newport per sollecitare la partenza della flotta e l’imbarco della nostra artiglieria rimasta a Providence.

Il 17 agosto la armata ha lasciato Philipsburg e il 21 è arrivata al ferry di King’s Bridge, sulla riva settentrionale del fiume Hudson. 

Furono necessari quattro giorni per far passare il fiume alla truppa, il 25 cominciammo la marcia. Duemila Americani erano con noi; tremila erano stati lasciati di guardia all’uscita da Philipsburg. Tutto sembrava annunciare l’assedio di New York. L’allestimento di una fabbrica di pane a Chatham, a quattro miglia da Staten Island, la nostra traversata del fiume a nord, e la marcia che ci impegnò fino a Morristown sembravano indicare che eravamo diretti ad attaccare Sandy Hook, per facilitare l’ingresso delle nostre navi. Non eravamo, tuttavia, lungi dal capire che non era New York il nostro obiettivo, ma il Generale Clinton era rimasto completamente disorientato, e proprio questo era ciò che volevamo.

Abbiamo attraversato il Jersey, una delle più belle e meglio coltivate provincie d’America, e la divisione arrivò a Philadelphia il 3 settembre. Attraversò la città in parata, e suscitò l’ammirazione degli abitanti, che non avevano mai visto prima così tanti uomini armati allo stesso modo e con le stesse uniformi, e così ben disciplinati. Dopo esser rimasta lì per due giorni, l’armata si è messa in marcia per raggiungere la foce del fiume Elk, nel punto superiore dove termina la Chesapeake Bay.

Il 6 settembre venimmo a sapere che M. de Grasse era arrivato in quella baia il giorno 3, con ventotto navi, e che tremila fanti, al comando di M. de Saint-Simon, brigadiere generale, erano sbarcati ed avevano raggiunto gli ottocento che erano al comando del Marchese de Lafayette a Williamsburg

La marcia dell’armata fu per conseguenza accelerata, e il 7 settembre l’intera armata arrivò alla foce del fiume Elk. Una volta lì, si decise di imbarcarla; però la mancanza delle navi che gli Inglesi avevano catturato o distrutto durante i cinque mesi nei quali avevano preso il potere nella nostra baia, ci impedì di trasportare con le navi altro che i nostri granatieri e i cacciatori (ottocento uomini) e settecento Americani. Il resto, con bagagli ed equipaggiamenti, marciò fino ad Annapolis, dove fu imbarcato sulle fregate.

L’intera armata arrivò e si accampò a Williamsburg attorno al 26 settembre. Due giorni dopo il suo ingresso a Chesapeake, M. de Grasse avvistò una grande flotta Inglese di venti navi. L’Ammiraglio Hood aveva raggiunto, con dodici navi, le otto dell’Ammiraglio Graves. M. de Grasse uscì con venti navi tutte insieme, lasciandone quattro di guardia a New York e al fiume James. Dopo una battaglia, peraltro non molto furiosa, gli Inglesi si ritirarono. M. de Barras con otto navi si congiunse a M. de Grasse, e il giorno 8 di ottobre erano tutte nella baia.

Non appena fummo arrivati a Williamsburg, cominciammo a darci da fare per portare a terra l’artiglieria da campo e gli equipaggiamenti; tutto fu pronto il 28 [di settembre], e l’armata si mise in marcia per travolgere Yorktown, dov’era Lord Cornwallis. Egli aveva occupato Yorktown, sul lato destro del fiume, e Gloucester, su quello sinistro. Il fiume è largo un miglio, e cioè, è necessario precisarlo, un terzo di una lega Francese. Noi arrivammo a terminare le nostre operazioni quello stesso giorno, ma gli Americani non poterono essere pronti che il giorno seguente. Dovevano attraversare una palude, il ponte era rotto, e furono costretti a costruirne un altro.  

Il 29 settembre l’armamento era completo e cominciammo a portare a terra i fucili e a preparare una quantità di fascine, fagotti di stracci, ostacoli e gabbie di metallo necessari per l’assedio. 

Il 30 il nemico portò fuori le strutture di difesa quasi pronte e si ritirò all’interno del suo piazzamento. Le attrezzature consistevano in due larghe ridotte e in una batteria di due cannoni, separati dalla città da una profonda frana di milleduecento yards. Li catturammo, e ciò ci permise un notevole avanzamento, rendendoci possibile stabilire la nostra prima linea parallela sul lato opposto della frana. Benché tutto ciò sia stato un errore grossolano fatto da Lord Cornwallis, lo si può forse scusare, dato che aveva avuto ordine espresso dal Generale Clinton di ritirarsi da quella posizione, accompagnato dalla promessa che Clinton l’avrebbe raggiunto.

Il 6 ottobre, alle otto di sera, aprimmo un varco di novecento yards nelle linee di difesa. Quella di destra era lungo il fiume, la sinistra sulla grande frana che scende perpendicolarmente dalla città alla linea di difesa, e da qui fino al fiume a destra della città. La nostra trincea si estendeva per ventun yards, ed era difesa da quattro ridotte a palizzate e cinque batterie. Il fondo, che attraversato in molto punti da piccole frane, facilitò il nostro approccio e ci permise di raggiungere la nostra trincea senza bisogno di copertura e senza costringerci a preparare una via laterale. Sulla nostra destra aprimmo un’altra trincea, confinante a sinistra con il fiume e a destra con un bosco. Lì avevamo piazzata una batteria di quattro mortai, due obici e due pezzi da ventiquattro che controllavano il fiume, rendendo insicura la comunicazione fra Yorktown e Gloucester e dando molta noia alle navi attraccate nel fiume. Il nemico non combatté molto durante la notte.

Nei giorni successivi lavorammo al perfezionare le trincee, porre palizzate intorno alle ridotte e posizionando le batterie pronte per sparare. 

Il 10 ottobre spararono tutte durante il giorno. Avevamo ventiquattro pezzi, fra cannoni, mortai e obici. La nostra artiglieria era apparata meravigliosamente bene; la qualità delle posizioni, su sabbia, non permetteva però ai cannoni, benché così ben puntati, di avere tutto l’efficacia che avrebbero avuto su un altro tipo di terreno; apprendemmo però dai disertori che le nostre bombe avevano avuto un grande effetto e che il numero dei morti e dei feriti andava crescendo. Gli assediati rispondevano debolmente; non avevano altro che piccoli cannoni, – il più grande era un pezzo da diciotto -; i loro mortai erano di soli sei o otto pollici, mentre i nostri erano di dodici. Durante il giorno spedivamo un buon numero di bombe e di granate reali; la notte il nemico posizionava i razzi. Di giorno di solito ritiravano i cannoni e li disponevano dietro il parapetto.

nella notte fra i giorni 11 e 12 di ottobre fu aperta la seconda linea parallela, lunga 360 yards, la linea a sinistra era affiancata, come la prima, alla frana, la destra a una ridotta. Non potemmo spingere la linea parallela lungo il fiume per la presenza di due ridotte degli Inglesi, distanti la metà di un tiro di moschetto dal nostro lato destro. Si decise di attaccare quelle posizioni nemiche e solo poi di terminare la linea parallela. 

Il 14 ottobre, alle otto di sera, quattrocento granatieri e cacciatori, supportati da mille uomini, attaccarono la ridotta e passarono alla carica spade alla mano. Lì dentro c’erano centocinquanta uomini, metà di loro Inglesi, metà Tedeschi; prendemmo solo trentaquattro prigionieri e tre ufficiali. Gli Americani rinforzarono l’altra ridotta; lavorarono tutta la notte per completare la trincea, il mattino del 15 era tutta ben coperta. Gli Inglesi ci tormentarono con le loro bombe quell’intera notte e il giorno seguente. 

Il 16 ottobre, le nostre batterie erano pronte, e si lavorava a montare i cannoni. Il mattino seguente alle cinque il nemico fece una sortita con seicento uomini, entrarono dov’era una batteria e misero fuori uso quattro cannoni. Furono respinti all’unisono; dei nostri, venti uomini furono uccisi o feriti. Il nemico prese diciassette prigionieri, fra cui un ufficiale. I nostri soldati, che erano estremamente spossati fin dall’inizio dell’assedio, furono sorpresi nel sonno.

Il 17 ottobre il nemico sventolò una bandiera bianca, e Lord Cornwallis offrì di capitolare. Tutto il 18 ottobre fu occupato dall’inventario, il 19 fu firmata la capitolazione e le truppe deposero le armi. Furono lasciati sulposto dieci bombe da cannone e un missile. Nella nostra seconda linea parallela avevamo sei batterie e sessanta cannoni, che avrebbero aperto il fuoco il 17, e speravamo di essere in condizioni di sferrare un assalto il 18 o 19 ottobre. 

La legione di Lauzun, forte di ottocento soldati di truppa, navi e mille ausiliari, era sul lato di Gloucester, per impedire qualsiasi passaggio in quella direzione. La notte fra il 14 e il 15 ottobre Lord Cornwallis inviò duemila uomini a Gloucester per forzare una via verso di lui, che intendeva intraprendere una marcia di duecento leghe attraverso terre in mano dei nemici per raggiungere (New) York. L’impresa era imponente, ma folle; sarebbero bastati duecento uomini per condurla con successo. Il solo errore di Lord Cornwallis fu quello di essersi fermato a Yorktown; tuttavia non era lui responsabile di tale errore, ma il Generale Clinton, che gli aveva ordinato di fermarsi lì, ed egli poteva solo obbedire.

A Yorktown abbiamo catturato settecento sessanta uomini, dei quali duecento erano malati e quattrocento feriti, inoltre prendemmo quattrocento bei cavalli dei dragoni e cento settantaquattro cannoni, settantaquattro dei quali di bronzo. La maggior parte di questi cannoni sono piccoli mortai di sei pollici. Ci sono anche circa quaranta navi, per la maggior parte affondate o danneggiate. C’era una nave con quarantuno cannoni, che la nostra batteria di sinistra aveva messo sotto fuoco con proiettili incendiari, bruciandola.

La nostra divisione era composta da ottomila uomini; quella degli Americani era pressappoco altrettanto numerosa; in tutto, quindici o sedicimila uomini. Dei nostri uomini, i feriti e i caduti furono duecento settantaquattro, e dieci ufficiali.

Yorktown, 23 ottobre 1781.

Tutto fa pensare che condurremo la nostra campagna nel prossimo anno nei dintorni di Charleston, che termineremo con l’assedio di tale regione. Gli Inglesi non hanno intenzione di diminuire il loro presidio inviando truppe da New York in quella parte d’America, perciò penso che potremmo dover affrontare azioni belliche attive. Sembra che il Generale Clinton non abbia altro da fare. M. de Rochambeau ha richiesto rinforzi, a penso che M. De Grasse ritornerà qui dalle Antille con le sue ventotto navi. Se lasceranno il comando a lui porterà truppe con sé. Con le sue forze unite alle nostre saremo in grado di condurre una buona campagna. La presa di Savannah, là dove M. D’Estaing ha fallito, a quella di Charleston potranno ben essere il risultato della campagna, e coronare l’opera che abbiamo così ben cominciato.

Non ho dubbi che invieranno a M. de Rochambeau le truppe da lui richieste. Sa persino troppo bene come usarle, e ha ormai condotto un’operazione troppo importante per vedersi rifiutata la sua giusta richiesta in un momento simile. Ho paura solo della pace, e prego perché non venga fatta ora.

Tutti i nostri giovani colonnelli che dipendono dalla Corte Francese stanno per partire, per trascorrere a Parigi l’inverno. Alcuni torneranno; altri rimarranno qui, e saranno molto sorpresi se non saranno tutti nominati generali di brigata dopo aver partecipato all’assedio di Yorktown; pensano di aver compiuto la più della impresa del mondo.

Io resterò qui, non ho nessun motivo di tornare a Parigi al di fuori del mio personale piacere e divertimento, cose a cui posso ben rinunciare. I miei interessi possono andare avanti anche senza di me; dovrei spendere una gran quantità di denaro, e invece ci tengo ad essere attento. Preferisco impegnare quel denaro partecipando ad un’altra campagna qui e completare ciò che ho cominciato. Quando presi la decisione di venire qui avevo valutato le esperienze spiacevoli che avrei dovuto affrontare; è probabile che l’esperienza che ho acquisito debba costarmi qualcosa.


Fonti:

  1. Diary and Correspondence of Count Axel Fersen, relating to the Court of France. Translated by Katharine Prescott Wermeley. Illustrated with portraits from the original. New York Brentano’s Publishers 1902.
  2. De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926