Il trentennio d’oro della Letteratura russa

La letteratura russa è proceduta a scatti, nulla o quasi fino ai primi dell’800, poi emerge prepotentemente.

Qualche timida apertura all’Occidente c’era stata con Pietro il Grande e con Caterina II che, mezzo secolo dopo, aveva ospitato a San Pietroburgo Diderot e Voltaire, ma di letteratura russa si comincerà a parlare solo con Puškin (1799-1837) che, ancora ragazzo, scrisse i suoi primi versi osservando, dalla finestra del suo liceo di Carskoe Selo, l’esercito zarista in marcia per fermare le armate di Napoleone.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell’Ermitage

Alessandro I fu il primo Zar ad affacciarsi con autorità sulla scena politica europea e contemporaneamente apparvero tre meteore letterarie, la loro vita fu brevissima ma folgorante: Puškin, Lermontov e Gogol’. Dal 1850 al 1880, durante il così detto trentennio d’oro”, quasi contemporaneamente debuttarono Dostoevskij con Povera Gente (1846), Turgenev coi racconti Memorie di un cacciatore (1847), Ivan Gončarov con Oblómov e Lev Tolstoj con Infanzia (1852). Si continua con Padri e figli (1860) di Turgenev che aprì la strada ai grandi romanzi epici come Guerra e Pace e Delitto e castigo usciti quasi in contemporanea, come I Demoni e Anna Karenina. Il trentennio d’oro si chiuse con I Fratelli Karamazov l’ultimo monumentale romanzo di Dostoevskij, edito nel 1879, due anni prima della sua morte.

Fëdor Dostoevskij – 1872 Vasilij Perov (Galleria Tret’jakov, Mosca)

Dostoevskij terminò un’epoca, politicamente segnata dall’assassinio, nel marzo 1881, di Alessandro II che portò con sé il definitivo fallimento delle riforme sociali e l’inizio dello sfascio dell’autocrazia zarista che riuscirà a reggere, malamente, per circa quarant’anni.

Il “trentennio” è stato sicuramente un periodo grandioso, nel quale si levarono possenti voci a denunciare una situazione politica, sociale e morale disastrosa. La crisi si palesò in tutta la sua gravità dopo la disastrosa sconfitta militare nella guerra di Crimea (1853-1856) che esasperò le endemiche debolezze di un sistema arretrato e ottuso che, rifiutando caparbiamente ogni cambiamento, teneva il Paese in uno stato di arretratezza di secoli rispetto alle altre potenze europee. Furono gli artisti e gli scrittori a divenire testimoni del malessere sociale stigmatizzando nelle loro opere le cruciali questioni politiche: l’abolizione del servaggio della gleba, la riforma agraria ed economica e la fine dell’asfissiante regime poliziesco che soffocava ogni anelito popolare.

Non era facile affrontare quelle questioni, la censura zarista non lasciava spazio e il rischio era di essere condannati al silenzio, ma le loro storie affrontavano continuamente le Prokljatye voprosy, le questioni maledette del tempo e l’inquietudine di un popolo costretto ad una visione di futuro privo di spiragli. Soprattutto Tolstoj e Dostoevskij scavavano in profondità nelle ragioni del disagio morale e politico, della loro epoca indagando, quasi ossessivamente sulla questione etica della responsabilità di fronte a fatti e scelte. Qui sta la grande caratteristica e attualità del romanzo russo ottocentesco nel quale i protagonisti, si chiedono continuamente “che fare?” in quanto sono posti davanti a scelte definitive, quindi impossibili da eludere se non rinunciando alla loro dignità di uomini. Seguì un ventennio di apparente pacatezza in cui le questioni poste, parvero più intime e meno urgenti, e sulla scena letteraria comparve Anton Čechov a raccontare la vita com’è, coi suoi squallori, le sue delusioni, senza però mai calarsi negli angosciosi meandri dell’animo umano:

Prendi qualche cosa dalla vita reale d’ogni giorno, senza trama e senza finale….A me pare non tocchi al letterato risolvere problemi come quello di Dio, del pessimismo, del futuro……L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi ma loro testimone …..Chi scrive dovrebbe riconoscere che a questo mondo non si capisce nulla, come a suo tempo lo riconobbero Socrate e Voltaire.

Se il mondo di Tolstoj era quello di ieri, quello di Čechov divenne quello del giorno dopo, è il mondo borghese ad essere descritto, privo di riferimenti aristocratici ma povero anche di metafisica e alti sentimenti. La borghesia descritta da Čechov è tutta presa ad accumulare beni e ricchezze, ricavandone solo grettezza, avidità e risentimenti, tutto il resto è silenzio o segreto personale da seppellire al più presto. Nessuna intesa intellettuale tra Čechov e Tolstoj. Troppo diversi. Tolstoj nutre una speranza nella riscossa morale umana, Čechov col suo pessimismo vede unicamente una società che va alla deriva, schiacciata da un materialismo che impedisce ogni speranza di resurrezione.

Fotografia di Anton Čechov all'età di 29 anni
Fotografia di Anton Čechov all’età di 29 anni

I personaggi di Čechov sono dei perdenti che perdono perché non osano. Nei suoi racconti e nelle sue commedie, ma soprattutto ne Il gabbiano, Il giardino dei ciliegi, Zio Vanja, Ivanov emergono aspirazioni, lasciano intravvedere la possibilità di un mondo migliore, ma poi vengono soffocate da rinunce forzate o volontarie. La debolezza dei personaggi di Čechov è la debolezza dell’uomo di fronte a scelte capitali:

meglio dormire e non pensare che pensare e non dormire.

La sua visione del destino umano porta con sé una rassegnazione dolorosa e inevitabile: l’uomo è poca cosa, crede di essere immenso, può individuare il molto, ma è prigioniero del sistema in cui è costretto a vivere. L’uomo vive di ciò che ha, non di ciò che è.

Dopo Čechov si aprirono anni tumultuosi segnati dal trionfo del simbolismo tipico della prima decade del ‘900 ove su tutti risuonò la voce di Aleksandr Blok, poi a ridosso della Prima Guerra Mondiale irruppe il futurismo, fragoroso ed irriverente di Majakovskij e Chlebnikov destinato a dominare gli ultimi scampoli dello zarismo agonizzante. Sarà poi la rivoluzione a scardinare tutto, mettendo in crisi valori e sistemi pregressi e aprendo ipotesi, rivelatesi fallaci, di nuovi orizzonti.

Sarà Majakovskij a raccontare il cataclisma nel suo Mistero Buffo (1918) poi Bulgakov con Guardia Bianca (1925) e Isaac Babel’ con Armata a cavallo (1926) e non sarà solo letteratura ma anche musica con Prokof’ev e Šostakóvič e la visionaria pittura di Chagall e Kandinskij. Ma oramai un’altra forza politica autocratica si era insediata al potere ed anch’essa, iniziò a guardare con sospetto e palese irritazione alle geniali e incontenibili avanguardie. Saranno di nuovo divieti, censure, ed emarginazioni. Un’altra storia russa.

Tolstoj #2: lo Zar, il Generale e la scandolosa Anna

Guerra e pace occupa quasi dieci anni di lavoro, nel ripercorrere le campagne napoleoniche, fino a quella del 1812 che vide la Russia trionfare sull’Armée imperiale francese, Tolstoj da un lato, esalta la saggezza e l’intuito di Michail Kutuzov il generale a capo delle armate russe e dall’altro scredita l’immagine dell’esitante e pavido Zar Alessandro I.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837)
Franz Krüger
Museo dell’Ermitage

L’abbandono al nemico di Mosca, deciso da Kutuzov dopo l’esito incerto della battaglia di Borodino, era stato condannato ma si rivela la decisione che porta alla vittoria. Aveva ragione Kutuzov, l’uomo che sapeva cosa il suo esercito voleva da lui, che pur non amando né stimando chi comanda da lontano, nel Palazzo d’Inverno. Tolstoj consegna col suo romanzo, non a chi decide nei ministeri o a chi scrive libri, ma al popolo la centralità della storia che gli è stata negata, riscrive la storia dalla parte di chi l’ha vissuta. Per questo le battaglie, nel romanzo sono così appassionanti, perché sono viste nella loro realtà, non c’è un vincitore o un vinto, ci sono i soldati che si battono e muoiono spesso per la confusione di ordini non chiari, in posizioni che si rivelano errate o in azioni dissennate che non ottengono i risultati sperati.

Tutte le famiglienfelici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.

Altro scandalo provoca Anna Karenina (1877), l’obiettivo questa volta è l’ipocrisia dell’alta società di San Pietroburgo che ritiene inscindibile il matrimonio ma è pronta a tollerare ogni genere di trasgressioni pur di salvare le apparenze. Così si comporta Stepàn detto Stiva, il fratello di Anna, così agisce la Principessa Betsy che favorisce la relazione di Anna con Vronskij purché resti un frivolo passatempo ma è la prima a condannare allorché si accorge che le buone regole sociali non vengono rispettate.

Ed ecco le domande che il romanzo pone ai lettori dell’Ottocento, sconvolgendoli: perché una donna giovane, bella e piena di vita deve soffocare in un matrimonio senza amore? Perché le è negato il diritto di vivere l’amore con un altro uomo e ritrovare con lui la passione fisica e la voglia di una gioiosa condivisione?

Keira Knightley nei panni di Anna Karenina, nel film di Joe Wright (2012)

Anna sfida il perbenismo e la società la rifiuta, la cancella facendo muro contro chi infrange la rassicurante menzogna di tutte le coppie per bene di tutto il mondo e non solo di San Pietroburgo e non solo dell’Ottocento. “Scagli la prima pietra” dice il Vangelo ed allora Tolstoj rivendica la libera scelta di Anna che ha il coraggio di sfidare la società farisea e bigotta. E alla fine Anna perderà, non può non perdere, ma non perché cede alla violenza dei preconcetti, perderà perché la sua passione per Vronskij non si trasforma in un sentimento completo e si riduce a mera volontà di possesso. L’ultimo monologo prima del suicidio, in cui analizza le ragioni del suo fallimento è un passo che andrebbe letto e riletto da chi crede di avere, nella vita, solo certezze.

Il tema principale di Anna Karenina, al di là della descrizione delle piccinerie dell’aristocrazia dell’epoca, è quello della colpa, Anna non è una dissoluta (com’è Stiva, il fratello che però Tolstoj non punisce con il suicidio), ma una persona che, per amore, va al di là della propria morale: è un personaggio che nasce tragico, con un destino che in qualche modo è già scritto. Piena d’angoscia Anna condanna se stessa nel momento esatto in cui si innamora e in quell’innamoramento si perde. In lei trova vita il conflitto interiore che accompagnava le riflessioni di Tolstoj mentre scriveva, solo più tardi comincerà a studiare i Vangeli e ad elaborare il proprio cristianesimo anarchico. Mentre scriveva Tolstoj era ancora diviso, come dice Igor Sibaldi, tra la resa al proprio mondo o “commettere adulterio staccandosene” e imparando un nuovo modo di vita. Tutto questo spaventava Tolstoj come la colpa spaventa Anna: condannare Anna, era quindi una maniera per autoaccusarsi e mettersi alla prova.

Il romanzo ha avuto, da subito un successo enorme, Dostoevskij ne parla come di un’opera d’arte perfetta e Nabokov come del “capolavoro assoluto della letteratura del diciannovesimo secolo”. Eppure accadde che, stanco di tutto il gran parlare che si faceva attorno, fosse proprio Tolstoj a rinnegare il romanzo: nel 1881 in una lettera al critico Strasov scrive: “io vi assicuro che per me quel romanzo non esiste più”.

Il Conte Tolstoj aveva cominciato una fase nuova della sua vita e non poteva sapere che quel conflitto, messo in scena nel romanzo, non lo avrebbe mai risolto e che lo avrebbe accompagnato sino alla morte.