Eraclito l’antipatico

Eraclito di Efeso (535 a.C.-475 a.C.) è il primo dei pensatori isolati che si trova nella storia della filosofia greca. Dal carattere altero e superbo, ostile al regime democratico della sua città (che aveva condannato all’esilio l’amico Ermodoro) si ritirò nel tempio di Artemide e qui visse isolato e in contemplazione. Per il suo pensiero di difficile comprensione, lo stesso Aristotele lo definì “Skoteinòs” oscuro.


Che dire di Eraclito, il più oscuro e antipatico dei filosofi? Quello che diceva che lessere non esiste e che al massimo lo si sarebbe potuto definire come il divenire visto da lontano.

Quello che se guardava un paesaggio, non vedeva vallate o mare, lui vedeva solo una guerra:

ovunque volgi lo sguardo troverai sempre una guerra: un pesce che mangia un pesce più piccolo, un uccello che divora un insetto, un agnello che bruca un filo d’erba e un uomo che mangia un agnello.

E via così di distruzione in distruzione.

Per lui la natura è un insieme di specie che per sopravvivere sono obbligate a distruggersi vicendevolmente. Persino le sostanze inermi, se viste da vicino sono in lotta tra loro: il fuoco contro la terra, la terra contro l’acqua, l’acqua contro il fuoco.

A pensarci bene anche  Leopardi sosteneva più o meno la stessa tesi.

Per Eraclito l’universo è contesa, perché ovunque c’è vita c’è guerra. Polemos (la guerra che in greco è di genere maschile) è il padre di tutte le cose ed anche gli dei che stanno su nell’Olimpo, sono sottoposti al suo volere.

Ma è mai possibile, verrebbe da chiedergli, che in tutto l’universo non ci sia un angolino tranquillo, uno minuscolo spazio, dove la Natura riposa?

“Eh no” direbbe lui “nemmeno per idea! La natura desidera i contrasti: l’intero e il non intero, il consonante e il dissonante. Più distanza c’è tra gli opposti e più la natura è appagata, giacché da tutte le cose ne deriva una sola e da una sola derivano tutte. Tutto si concatena, tutto è inizio e fine nello stesso momento. Guardate il cerchio, e la sua armonia che deriva da un estremo che va a toccare l’altro, esattamente come fa la vita che tra una nascita ed una morte genera armonia”.

È inutile cercare di discutere con quel supponente di Eraclito, lui la gira e la volta e pretende sempre di aver ragione. È inutile dirgli che “Creazione” e “Distruzione” non possono coesistere, perché se una prevale l’altra deve necessariamente soccombere. Lui, come niente fosse, risponderebbe che non è corretto procedere per esclusioni, ma per congiunzioni, che non bisogna pensare in termini di “questo o quello”, bensì di “questo e quello”. Eros e Thanatos si combattono ma entrambi abitano nello stesso uomo ed erizein (il verbo combattere in greco) è il loro modo di esprimersi: costruisci una casa e distruggi un bel prato verde e se distruggi una casa crei un bel prato verde con tanto di margherite.

Inutile dirgli che questo lo dice anche Empedocle il quale sostiene che nascita e morte non esistono, ma solo amicizia e contesa che mescolano continuamente le cose. Lui risponderebbe con supponenza che Empedocle lo ha sempre copiato è che non c’è differenza tra uccidere e generare.

Del resto dalle sue parti, Bios significava vita e Bia morte.

Inutile discutere con Eraclito, il più oscuro e antipatico dei filosofi.

Il mestiere e il male di vivere

Il 27 agosto di settant’anni fa, nella camera di un albergo di Torino moriva suicida Cesare Pavese. Sul tavolino lasciò una copia del suo Dialoghi con Leucò, sulla prima pagina aveva scritto:

perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi.

Qualche giorno prima, sul diario, che  diverrà Il Mestiere di Vivere, aveva scritto:

questo è il consuntivo dell’anno non finito, che non finirò. La cosa più segretamente temuta accade sempre ci vuole umiltà non orgoglio. Un gesto. Non scriverò più.

Aveva scritto in maniera febbrile per tutta la vita e dalla vita prendeva commiato congedandosi dalla scrittura. C’era un biglietto tra le pagine dei Dialoghi con Leucò:

L’uomo mortale, Leucò non ha che questo di immortale, il ricordo che porta e il ricordo che lascia. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso la pena di molti, ho cercato me stesso.

Il suo essere scrittore aveva superato la vita e quando la scrittura non è bastata più, la vita, che per lui era diventata un labirinto di disperazione, prese il sopravvento.

Kierkegaard è stato il sottile maestro nella vita di Pavese, una vita che era consapevolezza che vivere è nostalgia di aver vissuto senza vita vera e premonizione di una morte sulle macerie della memoria. Un realismo che diviene metafisico, le macerie di una memoria di vita che divengono esse stesse metafore metafisiche. Come cultura greca e mito, nel momento in cui la logica incontra la ragione, divengono dissolvenza degli dei, il suicidio non è decadenza ma convivenza con le rovine di una civiltà rappresentata dal diavolo che scappa sulle colline per cercare una casa che non trova, trova invece quella luna che illumina i falò. Poderosa allegoria della ragione cui fa da scenario costante la memoria che si annulla nella morte che verrà e avrà i tuoi occhi. Tutto si perde e si disperde e si consegna alla morte coi suoi dialoghi, solo il Leucò trovò il suo mestiere di vivere che è stato mestiere di scrivere.

Questo era lo struggente Pavese metafisico, scrittore e intellettuale di sinistra, scomodo e anticonformista, mai supini a prefissati schemi ideologici, che si oppose sempre alle ideologie delle sinistre ponendo al centro della sua letteratura l’uomo, lasciando un messaggio anche a nome dei tanti vinti che reclamano dignità.

Non tutti capirono e Pavese restò il sospetto e scomodo, incostante e talvolta disorganico uomo di cultura che rifiutava il precodificato. Un Intellettuale scontroso, solitario, antifascista, iscritto al Partito Comunista ma che, nella egemonia culturale della sinistra, rimase sempre avulso dallo storicismo marxista. Portò la colpa di aver fatto pubblicare autori proibiti, ne ricavò critiche e censure, come quando decise di far stampare il reazionario rumeno Mircea Eliade, uno dei più grandi studiosi di religiosità antiche e di antropologie comparate. Quando il Partito intervenne ne fu molto contrariato, perché per lui ogni tipo di censura era da condannare. Scrisse a Ernesto De Martino:

Che Eliade abbia fama di fascista che paura può fare?

Che paura poteva fare, si chiedeva Pavese, senza capacitarsi del fatto che il suo orizzonte divergeva dall’intellettualismo collettivo, stava più con Vico che con Marx, era attratto dal mistero del sacro più che dallo storicismo hegeliano, più dalle langhe che dalle fabbriche, sempre cercando, nella magia degli anni dell’infanzia, quella fede che gli era mancata.

I dissidi con la sinistra ne  avvilivano il morale lo criticarono per aver scritto ne’ La Casa in Collina pagine di troppa umana pietà per i morti dell’altra parte, quella sbagliata:

Ogni guerra è guerra civile, ogni caduto somiglia a chi resta e gliene chiede ragione.

Pubblicò l’Antologia Einaudi e l’Unità la stroncò senza tanti riguardi: troppa America, troppo irrazionalismo. Lucio Lombardo Radice su Rinascita lo paragonò a Moravia e rimproverò entrambi di decadentismo. Mario Licata recensendo La luna e i falò ne denunciò l’ambiguità, Rinascita se la prese col suo saggio sul mito e  anche La bella estate venne giudicata troppo intimista. Cesare Pavese nell’ovattato silenzio delle segreterie era stato scomunicato.

Adesso a settant’anni dalla sua morte è il tempo di restituirlo alla verità e al mito.

Golda Meir, la pioniera dello Stato d’Israele

I capelli sono grigi e ricciuti, il viso stanco e grinzoso, le gambe gonfie di una massaia che ha la saggezza di chi ha sgobbato tanto nella vita

Oriana Fallaci descriveva così Golda Meir. Sembrava davvero una nonna ingrigita con gli occhi tristi e il naso importante, che per l’occasione si è messa l’abito migliore ma non vede l’ora di toglierselo per rimettersi il grembiule e tornare alla sue faccende.

Ma l’accostamento è fuorviante, porta fuori strada, perché dietro quella maschera si celava una tempra di diamante, “Lady di ferro” la chiamavano e di lei David Ben Gurrion diceva: “è l’unico uomo al governo”.

Quella signora dall’apparenza dimessa ha tenuto nelle sue mani i destini di una nazione e la rinascita di un popolo che si era calato in una terra difficile, dura, a volte spietata. Proprio questa apparente contraddizione tra ciò che è e ciò che appare è l’esatta cifra del personaggio e della sua complessità, perché a  ben guardare, Golda Meir più che di una nonna aveva l’aspetto e lo spirito di una matriarca uscita dall’Antico Testamento.

Per le cancellerie del mondo era “la leonessa”, conoscevano bene la sua tenacia e la sua determinazione, sapevano che era stata lei, dopo i tragici fatti di Monaco del 1972 ad ordinare l’eliminazione sistematica dei terroristi responsabili di quell’eccidio, “Collera di Dio” fu chiamata quella operazione di cui si assunse l’intera responsabilità.

Era nata in Ucraina a Kiev il 3 Maggio 1898, il suo nome era Golda Mabovič, sarà David ben Gurrion, il padre del moderno Stato di Israele, nel 1955 a darle un cognome più tipico: Meir, che in ebraico significa  illuminato. Una infanzia dura la sua, miseria, fame e persecuzioni, l’Ucraina era parte dell’impero russo ed essere una famiglia ebrea dove per giunta si professavano idee socialisteggianti non aiutava. Per i Mabovič non restava altra via  che emigrare  in America per tentare un futuro migliore. Si stabilirono a Milwaukee nel Wisconsin e per Golda, bambina di otto anni, fu davvero la scoperta dell’America: quel mondo nuovo, così diverso dall’abbandonata Europa, terra di libertà ancora intrisa di pionierismo le rimarrà per sempre nel cuore. Golda cresceva e faceva tutto in fretta: la scuola, l’università, la passione per  il socialismo e la dedizione al sionismo, poi l’ incontro con Morris Meyerson che sposa a diciannove anni il 24 dicembre 1917. Nel 1921 i Meyerson emigrarono in Palestina, allora protettorato inglese, per andare a vivere il Sionismo in un Kibbutz; lei ricorderà sempre quel periodo come il più felice della sua vita. Per anni il loro fu un matrimonio felice, poi diverrà un tasto dolente: la famiglia trascurata per troppo lavoro e troppa politica e quando Morris morì  d’infarto nel 1950, lei con amarezza disse: “con una donna diversa da me avrebbe potuto essere felice”.

Il suo impegno politico e sociale non venne mai meno e durante gli anni della Seconda guerra mondiale si dedicò anima e corpo all’immigrazione illegale dei profughi che giungevano dall’Europa. Finito il conflitto iniziò a lavorare al progetto di istituzionalizzazione dello Stato d’Israele, e in tale veste tornò negli Stati Uniti alla ricerca di fondi e di appoggi alla causa.  Il 14 maggio 1948 nacque finalmente lo Stato cui tanto agognava e lei fu tra i ventiquattro firmatari della dichiarazione d’indipendenza e divenne anche membro del Consiglio provvisorio dello Stato.  Quello spirito pionieristico che tanto l’aveva affascinata negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, l’aveva portata ad essere una pioniera della indipendenza d’Israele. Sarà la prima ambasciatrice israeliana a Mosca, poi ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale e quindi Ministro degli Esteri e in tale veste nel 1956 si trovò a gestire la crisi di Suez, ossia il conflitto derivante dalla occupazione della più importante via di collegamento al mondo, da parte di Gran Bretagna, Francia e Israele.  L’Egitto, sostenuto dalla Unione Sovietica si oppose con forza e quando, preoccupati dal possibile allargamento del conflitto, intervennero gli Stati Uniti, costrinsero gli inglesi e i loro  alleati a retrocedere. Dopo un momentaneo ritiro, per motivi di salute, dagli incarichi istituzionali, il 17 marzo 1969 venne nominata Primo Ministro. La curiosità che la sua nomina suscitò fu notevole e lei sin da subito diede prova del suo temperamento stringendo ancora di più i rapporti con gli Stati Uniti di Nixon e con la potente ed influente comunità ebraica americana. Poi arrivarono i giorni drammatici di Monaco 1972 e quelli della guerra dello Yom Kippur. Il 6 Ottobre 1973, durante la solenne festività ebraica dell’Espiazione, Israele fu attaccato simultaneamente su due fronti: gli Egiziani dal Sinai e i Siriani dal Golan. I giorni che seguirono furono drammatici, il giovane stato rischiava l’annientamento, poi, grazie alla forza e alla determinazione dei comandanti sul campo, l’attacco venne respinto. La guerra terminò il 26 ottobre grazie all’intervento diplomatico di Stati Uniti e Unione Sovietica, in Israele però il contraccolpo psicologico dell’attacco, che aveva colto impreparati politici e alti gradi dell’esercito, fu pesante: Golda Meir, Moshe Dayan ministro della difesa e il capo di Stato maggiore David Elazar furono costretti a dimettersi.

Rimase, però, ancora nella politica attiva fino a che nel 1974, affaticata e malata,  si ritirò definitivamente dalla scena pubblica per dedicarsi alla sua biografia, “My Life” pubblicata in Italia da Mondadori. L’8 dicembre 1978 la vita di una delle donne più coraggiose del ‘900 si spense, di lei restò il ricordo ed una delle sue più celebri frasi: “Essere o non essere non è la questione, o sei o non sei”.

Lei certamente è stata, ed è ancora.

Il trentennio d’oro della Letteratura russa

La letteratura russa è proceduta a scatti, nulla o quasi fino ai primi dell’800, poi emerge prepotentemente.

Qualche timida apertura all’Occidente c’era stata con Pietro il Grande e con Caterina II che, mezzo secolo dopo, aveva ospitato a San Pietroburgo Diderot e Voltaire, ma di letteratura russa si comincerà a parlare solo con Puškin (1799-1837) che, ancora ragazzo, scrisse i suoi primi versi osservando, dalla finestra del suo liceo di Carskoe Selo, l’esercito zarista in marcia per fermare le armate di Napoleone.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell’Ermitage

Alessandro I fu il primo Zar ad affacciarsi con autorità sulla scena politica europea e contemporaneamente apparvero tre meteore letterarie, la loro vita fu brevissima ma folgorante: Puškin, Lermontov e Gogol’. Dal 1850 al 1880, durante il così detto trentennio d’oro”, quasi contemporaneamente debuttarono Dostoevskij con Povera Gente (1846), Turgenev coi racconti Memorie di un cacciatore (1847), Ivan Gončarov con Oblómov e Lev Tolstoj con Infanzia (1852). Si continua con Padri e figli (1860) di Turgenev che aprì la strada ai grandi romanzi epici come Guerra e Pace e Delitto e castigo usciti quasi in contemporanea, come I Demoni e Anna Karenina. Il trentennio d’oro si chiuse con I Fratelli Karamazov l’ultimo monumentale romanzo di Dostoevskij, edito nel 1879, due anni prima della sua morte.

Fëdor Dostoevskij – 1872 Vasilij Perov (Galleria Tret’jakov, Mosca)

Dostoevskij terminò un’epoca, politicamente segnata dall’assassinio, nel marzo 1881, di Alessandro II che portò con sé il definitivo fallimento delle riforme sociali e l’inizio dello sfascio dell’autocrazia zarista che riuscirà a reggere, malamente, per circa quarant’anni.

Il “trentennio” è stato sicuramente un periodo grandioso, nel quale si levarono possenti voci a denunciare una situazione politica, sociale e morale disastrosa. La crisi si palesò in tutta la sua gravità dopo la disastrosa sconfitta militare nella guerra di Crimea (1853-1856) che esasperò le endemiche debolezze di un sistema arretrato e ottuso che, rifiutando caparbiamente ogni cambiamento, teneva il Paese in uno stato di arretratezza di secoli rispetto alle altre potenze europee. Furono gli artisti e gli scrittori a divenire testimoni del malessere sociale stigmatizzando nelle loro opere le cruciali questioni politiche: l’abolizione del servaggio della gleba, la riforma agraria ed economica e la fine dell’asfissiante regime poliziesco che soffocava ogni anelito popolare.

Non era facile affrontare quelle questioni, la censura zarista non lasciava spazio e il rischio era di essere condannati al silenzio, ma le loro storie affrontavano continuamente le Prokljatye voprosy, le questioni maledette del tempo e l’inquietudine di un popolo costretto ad una visione di futuro privo di spiragli. Soprattutto Tolstoj e Dostoevskij scavavano in profondità nelle ragioni del disagio morale e politico, della loro epoca indagando, quasi ossessivamente sulla questione etica della responsabilità di fronte a fatti e scelte. Qui sta la grande caratteristica e attualità del romanzo russo ottocentesco nel quale i protagonisti, si chiedono continuamente “che fare?” in quanto sono posti davanti a scelte definitive, quindi impossibili da eludere se non rinunciando alla loro dignità di uomini. Seguì un ventennio di apparente pacatezza in cui le questioni poste, parvero più intime e meno urgenti, e sulla scena letteraria comparve Anton Čechov a raccontare la vita com’è, coi suoi squallori, le sue delusioni, senza però mai calarsi negli angosciosi meandri dell’animo umano:

Prendi qualche cosa dalla vita reale d’ogni giorno, senza trama e senza finale….A me pare non tocchi al letterato risolvere problemi come quello di Dio, del pessimismo, del futuro……L’artista non deve essere giudice dei suoi personaggi ma loro testimone …..Chi scrive dovrebbe riconoscere che a questo mondo non si capisce nulla, come a suo tempo lo riconobbero Socrate e Voltaire.

Se il mondo di Tolstoj era quello di ieri, quello di Čechov divenne quello del giorno dopo, è il mondo borghese ad essere descritto, privo di riferimenti aristocratici ma povero anche di metafisica e alti sentimenti. La borghesia descritta da Čechov è tutta presa ad accumulare beni e ricchezze, ricavandone solo grettezza, avidità e risentimenti, tutto il resto è silenzio o segreto personale da seppellire al più presto. Nessuna intesa intellettuale tra Čechov e Tolstoj. Troppo diversi. Tolstoj nutre una speranza nella riscossa morale umana, Čechov col suo pessimismo vede unicamente una società che va alla deriva, schiacciata da un materialismo che impedisce ogni speranza di resurrezione.

Fotografia di Anton Čechov all'età di 29 anni
Fotografia di Anton Čechov all’età di 29 anni

I personaggi di Čechov sono dei perdenti che perdono perché non osano. Nei suoi racconti e nelle sue commedie, ma soprattutto ne Il gabbiano, Il giardino dei ciliegi, Zio Vanja, Ivanov emergono aspirazioni, lasciano intravvedere la possibilità di un mondo migliore, ma poi vengono soffocate da rinunce forzate o volontarie. La debolezza dei personaggi di Čechov è la debolezza dell’uomo di fronte a scelte capitali:

meglio dormire e non pensare che pensare e non dormire.

La sua visione del destino umano porta con sé una rassegnazione dolorosa e inevitabile: l’uomo è poca cosa, crede di essere immenso, può individuare il molto, ma è prigioniero del sistema in cui è costretto a vivere. L’uomo vive di ciò che ha, non di ciò che è.

Dopo Čechov si aprirono anni tumultuosi segnati dal trionfo del simbolismo tipico della prima decade del ‘900 ove su tutti risuonò la voce di Aleksandr Blok, poi a ridosso della Prima Guerra Mondiale irruppe il futurismo, fragoroso ed irriverente di Majakovskij e Chlebnikov destinato a dominare gli ultimi scampoli dello zarismo agonizzante. Sarà poi la rivoluzione a scardinare tutto, mettendo in crisi valori e sistemi pregressi e aprendo ipotesi, rivelatesi fallaci, di nuovi orizzonti.

Sarà Majakovskij a raccontare il cataclisma nel suo Mistero Buffo (1918) poi Bulgakov con Guardia Bianca (1925) e Isaac Babel’ con Armata a cavallo (1926) e non sarà solo letteratura ma anche musica con Prokof’ev e Šostakóvič e la visionaria pittura di Chagall e Kandinskij. Ma oramai un’altra forza politica autocratica si era insediata al potere ed anch’essa, iniziò a guardare con sospetto e palese irritazione alle geniali e incontenibili avanguardie. Saranno di nuovo divieti, censure, ed emarginazioni. Un’altra storia russa.

Tolstoj #3: una tomba senza nome

Nel 1881 muore Alessio II, ucciso da una bomba di terrorist. Gli succede il figlio Alessio III che apre una nuova stagione di repressione, censure e di oscurantismo. Tolstoj ne prende subito le distanze, chiede al nuovo Zar clemenza per gli attentatori, ma non viene ascoltato, i colpevoli vengono giustiziati.

Inizia la lunga stagione di battaglie per l’abolizione della pena di morte, primo passo della sua teoria della resistenza al male con la non violenza. Sfida continuamente il Governo, gli mette sotto gli occhi la disastrosa situazione sociale, inizia a predicare l’obiezione di coscienza e il rifiuto della leva, contesta la politica religiosa che perseguita chi è ostile alla religione ufficiale che fa tutt’uno col  potere politico.

Diventa davvero un personaggio molto scomodo, ma è troppo famoso per metterlo semplicemente a tacere e la polizia politica lo controlla, tenta di fargli il vuoto intorno arrestando i suoi collaboratori e proibendo la diffusione delle sue opere.

Durante la terribile carestia del 1891, denuncia l’inefficienza dei piani governativi ed organizza una campagna di raccolta fondi per acquistare cibo che distribuisce personalmente alla popolazione stremata: uno schiaffo all’inetta burocrazia zarista che avrà un eco in tutto il mondo.

L’ultima sua battaglia è contro la Chiesa Ortodossa, corrotta e collusa col governo zarista. L’accusa apertamente di avere smarrito la radice cristiana della Fede, si immerge nello studio delle scritture, scrive l’esegesi del Vangelo, chiede e si chiede come fare a riallinearsi all’insegnamento del Cristo che è stato corrotto da secoli di compromessi e di conformismo coi potenti della terra. Un percorso che racconta né “La Confessione” edita in Russia nel 1882 e subito sequestrata perché ritenuta blasfema, sarà poi ripubblicata nel 1884 a Ginevra. Un cammino il suo dalla perdita della Fede sino alla scoperta della vera parola evangelica, semplice e potente, grandiosamente scevra dei troppi dogmi accumulatisi nei secoli.

La Fede è armonia con il creato, moralità profonda e rispetto delle leggi di natura: ognuno la deve cercare e trovare da sé e in sé. Così hanno fatto i suoi personaggi da Pierre Bezuchov in Guerra e Pace a Levin in Anna Karenina fino a Nechljudov de La Resurrezione edita nel 1889. Ma è un cammino faticoso e lungo, occorre scrollarsi di dosso secoli di facili formule, di passiva accondiscendenza e di genuflessioni imposte, solo così si potrà arrivare alla vera essenza di Cristo. È troppo, la Chiesa Ortodossa non può tollerare l’aperta sfida e così dapprima censura poi, nel 1901, scomunica. È una decisione che sconcerta il mondo dei credenti e così quando nove anni dopo, nel 1910, Lev Tolstoj agonizza a causa della polmonite, cerca di ricucire il rapporto e manda i suoi emissari per somministrare l’estremo Sacramento a rimedio della condanna di un decennio prima. Vengono respinti, e Lev muore, avendo solo l’intima sicurezza della sua fede in un Dio misericordioso che non conosce né scomuniche né dogmi.

La sua tomba sarà a Jasnaja Poljana in terra sconsacrata, un tumulo coperto d’erba e senza croce. La terra è più giusta di qualsiasi confessione.

La bellezza delle statue antiche è anche sofferenza

A metà del ‘700 Johann Joachim Winckelmann, archeologo e storico dell’arte tedesco, scriveva a proposito del fascino dell’arte della Grecia classica:

come la profondità del mare resta immobile per quanto agitata sia la superficie, tal è la bellezza delle statue antiche.

L’immaginario occidentale nei riguardi della classicità greca culla da sempre il mito di un mondo fatto di armonia, ordine e serenità, capace di attraversare indenne i secoli.

È facile quindi immaginare l’irritazione che nel 1872 produsse la pubblicazione del libro La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche che all’epoca era ancora un oscuro professore di filosofia all’università di Basilea. Il filosofo tedesco sosteneva che se guardiamo a quello che si nasconde dietro quella grecità tanto celebrata:

troviamo la notte […] non possiamo che contemplare se non i prodotti di una fantasia abituata a cose orrende […] Ciò che è così tanto bello in superficie, nasconde terribili profondità.

In sintesi, per Nietzsche era sbagliato guardare e giudicare il mondo classico greco pensando unicamente al dio Apollo e al suo concetto ideale di armonia e bellezza; bisognava invece guardare a Dioniso la divinità dell’estasi, dell’ebrezza, della pazzia e del dolore.

Nasce qui l’intuizione dell’opposizione fra apollineo e dionisiaco, una delle asserzioni più famose del filosofo ed anche una delle più fraintese.

Laocoonte e i suoi figli

Distinguere tra apollineodionisiaco non è celebrazione del caos; è piuttosto una profonda riflessione sull’arte, sulla sua importanza e sul suo significato. La leggerezza, la grazia, la forma e la bellezza non sono doni piovuti dal cielo, sono faticosa conquista che può maturare solo in chi sa guardare dietro il velo delle cose, perché solo così si può scoprire la realtà per quella che è nel cieco disordine, privo di senso, del continuo alternarsi di creazione e distruzione. 

La realtà è “desiderio di essere”, c’è una sorta di primordiale ebrezza nello sperimentare l’istinto di essere e di sentirsi parte di un insieme più grande in cui è possibile perdersi, come trascinati da una musica travolgente. 

L’arte non nasce, per Nietzsche, da un mondo perfetto e armonico, bensì dal tentativo, che è l’unico possibile, di mettere ordine e confrontarsi con la vita in tutta la sua selvaggia e caotica prepotenza. Se invece si preferisce lasciarsi incantare dal mito di un mondo ideale, si finisce per perdere la capacità di comprendere l’arte in quanto non può esserci conoscenza senza sofferenza e solo conoscendo si può giungere a gioire della bellezza.

In tanti pensarono allora, e la cosa non è poi tanto diversa oggi, che fossero vagheggiamenti di un invasato, ma un pregio questa teoria ce l’ha ed è quella di essere riuscita a cogliere, dietro quel falso ideale di sereno distacco, il “mistero greco” che è il risultato di una saggezza di vivere conquistata faticosamente.

Tolstoj #2: lo Zar, il Generale e la scandolosa Anna

Guerra e pace occupa quasi dieci anni di lavoro, nel ripercorrere le campagne napoleoniche, fino a quella del 1812 che vide la Russia trionfare sull’Armée imperiale francese, Tolstoj da un lato, esalta la saggezza e l’intuito di Michail Kutuzov il generale a capo delle armate russe e dall’altro scredita l’immagine dell’esitante e pavido Zar Alessandro I.

Ritratto equestre di Alessandro I (1837) Franz Krüger Museo dell'Ermitage
Ritratto equestre di Alessandro I (1837)
Franz Krüger
Museo dell’Ermitage

L’abbandono al nemico di Mosca, deciso da Kutuzov dopo l’esito incerto della battaglia di Borodino, era stato condannato ma si rivela la decisione che porta alla vittoria. Aveva ragione Kutuzov, l’uomo che sapeva cosa il suo esercito voleva da lui, che pur non amando né stimando chi comanda da lontano, nel Palazzo d’Inverno. Tolstoj consegna col suo romanzo, non a chi decide nei ministeri o a chi scrive libri, ma al popolo la centralità della storia che gli è stata negata, riscrive la storia dalla parte di chi l’ha vissuta. Per questo le battaglie, nel romanzo sono così appassionanti, perché sono viste nella loro realtà, non c’è un vincitore o un vinto, ci sono i soldati che si battono e muoiono spesso per la confusione di ordini non chiari, in posizioni che si rivelano errate o in azioni dissennate che non ottengono i risultati sperati.

Tutte le famiglienfelici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo.

Altro scandalo provoca Anna Karenina (1877), l’obiettivo questa volta è l’ipocrisia dell’alta società di San Pietroburgo che ritiene inscindibile il matrimonio ma è pronta a tollerare ogni genere di trasgressioni pur di salvare le apparenze. Così si comporta Stepàn detto Stiva, il fratello di Anna, così agisce la Principessa Betsy che favorisce la relazione di Anna con Vronskij purché resti un frivolo passatempo ma è la prima a condannare allorché si accorge che le buone regole sociali non vengono rispettate.

Ed ecco le domande che il romanzo pone ai lettori dell’Ottocento, sconvolgendoli: perché una donna giovane, bella e piena di vita deve soffocare in un matrimonio senza amore? Perché le è negato il diritto di vivere l’amore con un altro uomo e ritrovare con lui la passione fisica e la voglia di una gioiosa condivisione?

Keira Knightley nei panni di Anna Karenina, nel film di Joe Wright (2012)

Anna sfida il perbenismo e la società la rifiuta, la cancella facendo muro contro chi infrange la rassicurante menzogna di tutte le coppie per bene di tutto il mondo e non solo di San Pietroburgo e non solo dell’Ottocento. “Scagli la prima pietra” dice il Vangelo ed allora Tolstoj rivendica la libera scelta di Anna che ha il coraggio di sfidare la società farisea e bigotta. E alla fine Anna perderà, non può non perdere, ma non perché cede alla violenza dei preconcetti, perderà perché la sua passione per Vronskij non si trasforma in un sentimento completo e si riduce a mera volontà di possesso. L’ultimo monologo prima del suicidio, in cui analizza le ragioni del suo fallimento è un passo che andrebbe letto e riletto da chi crede di avere, nella vita, solo certezze.

Il tema principale di Anna Karenina, al di là della descrizione delle piccinerie dell’aristocrazia dell’epoca, è quello della colpa, Anna non è una dissoluta (com’è Stiva, il fratello che però Tolstoj non punisce con il suicidio), ma una persona che, per amore, va al di là della propria morale: è un personaggio che nasce tragico, con un destino che in qualche modo è già scritto. Piena d’angoscia Anna condanna se stessa nel momento esatto in cui si innamora e in quell’innamoramento si perde. In lei trova vita il conflitto interiore che accompagnava le riflessioni di Tolstoj mentre scriveva, solo più tardi comincerà a studiare i Vangeli e ad elaborare il proprio cristianesimo anarchico. Mentre scriveva Tolstoj era ancora diviso, come dice Igor Sibaldi, tra la resa al proprio mondo o “commettere adulterio staccandosene” e imparando un nuovo modo di vita. Tutto questo spaventava Tolstoj come la colpa spaventa Anna: condannare Anna, era quindi una maniera per autoaccusarsi e mettersi alla prova.

Il romanzo ha avuto, da subito un successo enorme, Dostoevskij ne parla come di un’opera d’arte perfetta e Nabokov come del “capolavoro assoluto della letteratura del diciannovesimo secolo”. Eppure accadde che, stanco di tutto il gran parlare che si faceva attorno, fosse proprio Tolstoj a rinnegare il romanzo: nel 1881 in una lettera al critico Strasov scrive: “io vi assicuro che per me quel romanzo non esiste più”.

Il Conte Tolstoj aveva cominciato una fase nuova della sua vita e non poteva sapere che quel conflitto, messo in scena nel romanzo, non lo avrebbe mai risolto e che lo avrebbe accompagnato sino alla morte.

Tolstoj #1: ritratto di un contestatore

Sono passati 110 anni dal 20 novembre 1910 data della sua morte di Lev Tolstoj, ma lui campeggia ancora nella storia e nella letteratura mondiale. Una vita lunga ottantadue anni la sua, quanto il regno di quattro Zar e per tutti è stato scomodo.

Lev Tolstoj

I suoi romanzi affondano le radici nella angosciata terra russa traendone linfa per lo spirito. I suoi personaggi hanno ancora oggi la forza di un secolo fa, hanno la stessa corrucciata insoddisfazione per l’umanità che li circonda. La sua ansia di capire il senso della vita ci è ancora oggi famigliare e le sue pagine sulla morte del Principe Andrej come di Ivan Il’ic sono un monito per tutti: prepariamoci alla morte, abituiamoci ad essa, perché è il “redde rationem” di come abbiamo vissuto.

Tolstoj nasce il 9 settembre 1828 sotto lo Nicola I, a otto anni perde entrambi i genitori e inizia a vivere sballottato, coi fratelli, tra zie e lontani parenti. Studia quanto è necessario, non di più, la sua gioventù è irrequieta, inizia gli studi universitari ma non li finisce, preferisce le donne e il gioco, e naturalmente perde, ma gli basta vendere qualcuna delle proprietà che ha ereditato per rimettersi in pari. Segue il fratello nell’esercito zarista romanticamente affascinato dall’idea di avventure e rischio.

Zar Nicola I

Sono anni turbolenti per la Russia, il Caucaso è in rivolta e c’è la guerra di Crimea (1853-1855) che rivela tutta la fragilità di un Paese arretrato e chiuso in sé stesso. Si fa mandare in prima linea e può vedere coi propri occhi lo sfacelo delle truppe russe, la vigliaccheria degli ufficiali e la colpevole disorganizzazione degli alti comandi, vive la sconfitta e la vergognosa ritirata.

In pochi mesi scrive I Racconti di Sebastopoli (1856), una spietata denuncia dell’establishment zarista in cui i veri eroi appaiono i soldati semplici, i contadini strappati alla terra e buttati nella fornace della battaglia, tema che riprenderà nel suo più famoso romanzo Guerra e Pace.  Il libro crea scandalo, non si ammette che un rampollo dell’aristocrazia svergogni lo stato maggiore dello Zar di tutte le Russie. Lascia l’esercito e si ritira nella sua tenuta di Jasnaja Poljana, il gran parlare che si fa di lui lo infastidisce, anche scrivere pare non interessarlo più dimtanto.

Zar Alessandro II

Nicola I muore nel 1855gli succede il figlio Alessandro II, che sarà lo Zar delle riforme attese da anni. Le tanto attese riforme vengono però fatte in maniera dissennata, l’abolizione della servitù della gleba (1862) sconquassa la società, la riforma agraria mette in ginocchio l’economia e sul lastrico i piccoli contadini devastati da una tassazione iniqua e vessatoria, di contro protegge i nobili che hanno dalla loro parte il capitale e le banche sempre pronte a concedere facili crediti e a far credere che l’incapacità gestionale di una classe sociale inetta e dormiente da secoli possa essere facilmente recuperata: Il Giardino dei Ciliegi (1904) di Anton Cechov, quarant’anni dopo dimostrerà quanto questo fosse vero.

Tolstoj si schiera subito dalla parte dei contadini: è vero che la riforma agraria ha dato loro il diritto ad avere un pezzo di terra tale da consentire loro la sopravvivenza, ma nelle mani della corrotta burocrazia zarista quel diritto si trasforma in una vergognosa truffa perché i latifondisti fanno a gara a cedere a cedere i terreni più aridi e improduttivi e i contadini, divenuti proprietari, vengono subissati di imposte e gabelle come se i loro magri poderi fossero i giardini dell’antica Babilonia. Si fa eleggere alla carica di giudice di pace e parte, lancia in resta, contro la propria classe dando, nelle controversie che gli vengono sottoposte, sempre ragione ai più deboli. Gli aristocratici fremono di sdegno, lo considerano un rinnegato, le autorità zariste lo guardano con sospetto e lo schedano.

Lev Tolstoj pedagogo

Si mette anche in mente di riformare il sistema scolastico e comincia dalle scuole rurali, frequentate dai figli dei contadini. Nel 1860 pubblica il suo primo saggio sull’argomento, Osservazione e materiali pedagogici, con cui abbozza il suo progetto di istruzione popolare. Inutile, dice, imbottirli di nozioni apprese meccanicamente e subito dimenticate, occorre un diverso insegnamento, più attivo e coinvolgente, solo così possono assimilare competenze. Le sue idee pedagogiche scateneranno la veemente reazione dei docenti tradizionali, e saranno loro a vincere: divieto assoluto alla diffusione dei principi proposti dal Conte Tolstoj. Lui di rimando scriverà Abbecedario (1872) e I quattro libri di lettura (1875) che a sfida dedica

a tutti i fanciulli da quelli della famiglia imperiale a quelli dei contadini, perché ne traggano le loro prime impressioni poetiche

La breccia che portò Roma da Caput Mundi a Caput Italie

La storia a frammenti 
Si inaugura con questo articolo una collana intitolata “La storia a frammenti”. L’intento, che si spera gradito, è quello di divulgare, in un momento come quello attuale, ove pare contare solo il presente, la conoscenza di personaggi, eventi, fatti e talora misfatti del nostro passato. Si pensa ne valga la pena in quanto siamo sempre più convinti che l’oggi è figlio dell’ieri e scordare la storia equivale a perdere la memoria del nostro passato.
Buona lettura a tutti!

Il 20 settembre 2020 la breccia di Porta Pia ha compiuto centocinquant’anni, quel giorno del 1870 cadde il nostro muro e si riunificarono le due Italie: quella laica e quella cattolica e Roma rimpicciolì. Da caput mundi passò a caput Italiae anche se, a ben vedere, perso l’impero, oscurata la grandezza ecumenica medioevale, tramontata la bellezza artistica rinascimentale e barocca, la città eterna, di fatto, si era già  rimpicciolita.  

Il passaggio dalla Roma del Papa Re al Regno d’Italia non fu senza problemi; con Garibaldi che inveiva contro il Papa chiamandolo “metro cubo di letame” e i “papalini” che invocavano l’ira Divina sul capo dei profanatori responsabili della autoimposta prigionia di Pio IX “sub hostili potestate constitutus”(soggiogato ad un potere ostile).

Certo non vi fu alcun intervento dall’alto, ma il 28 dicembre di quello stesso anno Roma patì una tremenda alluvione, il Tevere tracimò e sott’acqua finirono le vie Ripetta, il Corso, il Babbuino, piazza del Popolo, piazza Navona, il Foro Romano e tutte le vie dei quartieri San Paolo e Testaccio. Ai Prati di Castello l’acqua arrivava a tre metri d’altezza. La ricostruzione, con relative speculazioni, portò alla nascita di quello che oggi conosciamo come quartiere Prati. Fu il ghetto a patire i danni maggiori, narra una cronaca dell’epoca:

si sentivano risuonare dolosamente per l’aria grida di gente che domandava soccorso contro le acque sempre crescenti… due case in quelle anguste stradine, presso la vecchia Pescheria, furono abbattute, facendo qualche vittima.

Dopo il 20 settembre gli ebrei romani furono pienamente integrati nella vita civile e sociale del Regno d’Italia. Era stato Paolo IV, Giovanni Pietro Caraffa, nel 1555 a confinare gli ebrei nel ghetto al rione di sant’Angelo (il serraglio dei giudei)  e a  privarli d’ogni diritto civile e sociale. Quasi trecento anni dopo nel 1848,  Pio IX ordinò di abbattere quelle mura abolendo così la segregazione dei suoi abitanti. Salvo poi, l’anno dopo, caduta la Repubblica Romana, imporre agli ebrei di rientrare nel quartiere sia pure privo di recinzione. Finito il potere temporale papale, il ghetto venne definitivamente abolito e gli ebrei assursero a pieno titolo al rango di cittadini del Regno d’Italia e Roma dal 1907 al 1913 ebbe anche un sindaco ebreo, Ernesto Nathan.

Dopo Porta Pia l’ostilità tra piemontesi occupanti e clericali non si smorzò, quando nel 1878 morì Pio IX la salma fu profanata dalle sassate contro il corteo funebre tirate da scalmanati che lanciavano bestemmie e maledizioni al feretro, senza curarsi delle legge delle Guarentigie che garantiva rispetto e incolumità al Papa. Nei primi anni del ‘900, i futuristi proclamavano di voler “svaticanizzare” l’Italia e le sinistre atee tuonavano contro preti e religione e ricevevano in cambio scomuniche.

Ci vollero i Patti Lateranensi per mettere un po’ di pace e, dopo la seconda guerra, l’avvento al potere della Democrazia Cristiana per sancire la completa ricucitura dello strappo provocato da quella breccia. Nel 1961 Giovanni XXIII celebrò il centenario dell’Unità d’Italia e dopo di lui Paolo VI, nel centenario di Roma capitale arrivò a definire provvidenziali quegli eventi che avevano liberato la Chiesa dal fardello del potere temporale permettendole di riprendere appieno la sua missione ecumenica urbi et orbi.

L’avvento di Roma capitale fu comunque un processo storico e politico epocale, solo con Roma si compì l’Unità d’Italia e il Sud si ricongiunse finalmente al Nord entrando nella storia comune del Paese. Solo con Roma l’Italia si ricompose geograficamente e il Centro-Sud iniziò ad integrarsi in quel processo unitario che fino ad allora era stato visto come una occupazione settentrionale. Con Roma capitale iniziava anche la faticosa integrazione del Mezzogiorno d’Italia, non più concepito come colonia ma come territorio a pieno titolo. Con Roma capitale nacque uno stato che iniziò ad attingere i suoi ranghi burocratici e dirigenziali in prevalenza al centro-sud e non più solo dal Piemonte sabaudo, sorse quella borghesia di Stato che almeno fino agli anni settanta del Novecento concorse assieme al vitalismo imprenditoriale del Nord a far cresce il Paese.

Quella spinta poi andò man mano attenuandosi fino a sembrare oggi quasi del tutto scomparsa; la vocazione industriale del Nord si è volta più alla finanza che alla fabbrica e la burocrazia ha virato allo statalismo parassitario.

Questa però non è più storia ma cronaca politica di oggi.

L’inganno della tragedia

Non facciamoci illusioni: la vita è irrazionale e qui sta l’inganno. Se la filosofia occidentale da sempre pretende di definire il bene e il male, la tragedia greca da sempre ne sbriciola l’ambizione. 

Oreste (nell’Agamennone prima delle tragedie che compongono l’Orestea di Eschilo) disperato e con la spada in mano chiede all’amico Pilade:“cosa debbo fare ?” e questo grido risuona in tante altre tragedie della Grecia classica che sono sempre in bilico tra estreme passioni e gesti disperati.

Platone, seppure fosse affascinato dalla rappresentazione della tragedia, arrivò però ad affermare che nel suo ideale di polis ben governata simili opere non potevano trovare posto, in quanto producevano una distorta visione di quel che siamo.

È chiaro che tra filosofia e tragedia c’è un antico conflitto, ne era consapevole anche Nietzsche allorché pubblicò, nel 1872, La nascita della tragedia greca ove introduceva i concetti di “apollineo” e “dionisiaco” per tentare di tratteggiare il fondo oscuro dell’esistenza umana.

In un mondo caotico la filosofia ha l’ambizione di cercare di ricomporre l’armonia che sta dietro il caos. La realtà ha una sua intima struttura razionale (“Logos”) che è il senso di ordine comprensibile alla ragione. C’è un rapporto certo tra l’uomo e la realtà e solo ragionando correttamente e non per sole teorie si può arrivare a comprendere dove sta il bene e il male. È questa anche la premessa della religione: Dio è arbitro del bene e del male prima che creatore di tutte le cose. A pensarci bene tutti speriamo che possa essere così: ci deve essere un senso in quello che accade, ci deve essere un distinguo tra bene e male.

È su questo punto che la tragedia scombussola tutto e ci mette davanti ad un’altra realtà: non c’è alcun senso in ciò che avviene, siamo immersi in un universo che non possiamo comprendere se non in minima parte e che non è di per sé maligno ma è indifferente, un universo che non è fatto a nostra misura e noi ci siamo dentro per caso. È la condizione dell’Edipo Re di Sofocle che crede di poter tutto grazie alla sua intelligenza, ma poi si trova a brancolare nel buio senza poter far nulla. Alla fine però gli dei, lontani e silenti, lo salveranno (Edipo a Colono ancora di Sofocle). Perché?

Come si può trovare ordine in mezzo al caos? Forse con le parole? In fondo usando bene le parole si può dare senso a quello che ci circonda. Ma le parole sono ambigue e si prestano alla manipolazione e lo vediamo nell’Orestea di Eschilo: tutti parlano pensando e pretendendo di aver ragione e l’unico risultato cui si arriva è che Clitennestra, per vendicare Efigenia, ammazza il marito Agamennone e Oreste, per vendicare il padre, ammazza Clitennestra la madre, salvo poi impazzire per il peso di quello che ha fatto. Ma gli dei (Apollo e Atena) lo salvano. Perché?

E poi, basta un buon ragionamento per prevalere? Nelle Troiane di Euripide, Menelao riconosce la validità di quanto dice Ecuba ma, alla fine, ad essere salvata è Elena, perché in fondo il mondo è selvaggio e il potere della ragione è limitato e il confine tra male e bene è così sottile che spesso non si riesce a distinguerli.

Ma allora aveva ragione Platone: quelle della tragedia sono storie estreme che non danno una rappresentazione corretta della nostra situazione. Per il filosofo è facile dirlo perché lui conosce il bene, si sforza di perseguirlo ed allora il problema quasi non si pone. Non così nella tragedia, dove in un mondo opaco eroi incerti non sanno dove andare e cosa fare: “Che debbo fare?” è il grido che risuona. Fragili e vulnerabili gli eroi tragici alla fine agiscono, anche sbagliando, perché solo così possono dare un senso a quello che sono e rivendicare la loro umana dignità.

Polemizzando col pensiero classico, Nietzsche aveva capito questo dualismo anche se, in definitiva, in cuor suo sognava una Grecia ideale, capace di sublimare il senso dell’ esistenza in una forma d’arte: proprio la tragedia in cui il dolore (il dionisiaco) e la compostezza (l’apollineo) trovano un equilibrio. Gli sfugge, però, il senso della grandezza di Euripide, che lui ritiene responsabile della fine della tragedia greca, perché nella sua opera dava troppa importanza alla ragione illudendosi di poter così spiegare tutto. In questo modo però trascurava che Euripide, con le sue trame contorte, è forse quello che meglio di tutti ha saputo mostrarci l’assurdità della condizione umana. 

Davvero le storie di Euripide finiscono sempre in situazioni di stallo e sono necessari interventi mirabolanti ed inverosimili per trarre d’impaccio i personaggi; basti pensare a Medea che ammazza i figli e poi se ne va sul carro del sole. Non è detto però che Euripide non sapesse quello che stava facendo: quegli effetti speciali dimostrano quanto sia per lui infondato il desiderio di una ricomposizione delle umane vicende. Euripide non credeva agli dei, men che meno al loro possibile intervento nelle vicende umane; secondo lui le cose accadono perché debbono accadere e per gli uomini son del tutto incomprensibili. 

Non è che Sofocle o Eschilo siano meno enigmatici. In Eschilo Oreste verrà assolto dalla sua città, ma rimarrà per sempre l’assassino della madre e il traditore della memoria di Ifigenia. È questo il trionfo del bene? E davvero Antigone, così colma di rancoroso odio verso le leggi della sua città (Tebe) rappresenta la migliore delle coscienze civiche?

I poeti greci non raccontano, né vogliono raccontare, storie edificanti ma questa è la grandezza della tragedia classica: guardare in faccia alla realtà in tutta la sua sfuggente complessità. La tragedia è un inganno, ci mostra storie esagerate ed inverosimili ma è un inganno che è capace di liberarci dalle nostre illusioni moraleggianti, rivelandoci tutte le nostre miserie. È un inganno in cui chi inganna è più giusto dell’ingannato.