L’epopea di Celestino V

Nel Canto III dell’Inferno, Dante ci racconta il suo incontro con gli ignavi, persone così spregevoli da non meritare neanche di essere nominate. Infatti, caso molto raro nella Commedia, non viene nominato nessuno tra le anime di questi dannati che sono costretti a correre dietro ad uno stendardo per l’eternità punti da mosconi e calabroni. È la dura legge del contrappasso: in vita non avete preso un’idea chiara (simboleggiata dalla bandiera) e ora vi aspetta la pena eterna che vi costringe a correre dietro ad uno stendardo qualsiasi.

Tra le anime delle persone

che visser sanza ’nfamia e sanza lodo

Inferno III, 36

Dante ne intravede una che lo colpisce particolarmente ma non la nomina apertamente e semplicemente dice:

vidi e conobbi l’ombra di colui 
che fece per viltade il gran rifiuto.

Inferno III, 59-60

Sappiamo tutti che la curiosità da gossip è sempre esistita, non è una prerogativa dei nostri tempi. Sono bastate questa parole poco chiare per scatenare una vera e propria caccia all’identità di questo signore. La critica pensa con una buona certezza che possa trattarsi di Celestino V. Mi sono reso conto che in effetti di questo papa, in generale, sappiamo ben poco e che si è limitato a rinunciare al suo incarico.

Vorrei intraprendere un viaggio con voi che ci porti dal centro Italia sino a Lione, scendendo a Napoli e terminando in provincia di Frosinone. Tappe fondamentali della vita di questo papa così poco conosciuto e duramente castigato da Dante.

Il papa della confusione

La storia di Celestino V è caratterizzata dalla confusione, come avremo modo di vedere anche in merito al suo pontificato. Il caos inizia già dal nome, ne ha quattro (più una variazione!):

  • Pietro Angelerio, o anche Angeleri
  • Pietro da Morrone, chiamato così perché si era trasferito in questo luogo per dedicarsi alla sua attività di eremita
  • Petro Celestino, il nome con il quale viene venerato
  • Celestino V, il nome con il quale viene normalmente conosciuto nella Storia

Teniamo a mente questo fattore della confusione, per favore. Quando arriva il momento di parlare del suo pontificato ne vedremo delle belle.

Le elezioni sono una cosa difficile

L’epopea dell’elezione al soglio pontificio di Celestino V termina durante il conclave di Perugia il 5 luglio 1294. L’incoronazione (si chiama proprio così) avverrà a L’Aquila nella basilica di Santa Maria di Collemaggio. A quanto pare la confusione continua.

Papa Celestino V (XVII secolo)
Giulio Cesare Bedeschini
Museo nazionale d’Abruzzo, L’Aquila.

Come si è arrivati a questa elezione e perché siamo a Perugia e non in Vaticano? Apriamo una breve parentesi storica.

Nel 1273 Pietro da Morrone (usiamo il suo nome da eremita) deve recarsi a Lione per perorare la causa del suo ordine durante il secondo concilio organizzato nella città francese. All’epoca ci si spostava in carrozza o a piedi. Pietro era un povero eremita con pochi mezzi economici, quindi: a piedi.

Siamo in inverno, il futuro Celestino V inizia il suo viaggio. La stagione non è delle migliori per viaggiare e una sera deve rifugiarsi in una chiesa (forse in stile cistercense) dedicata a Santa Maria dell’Assunzione. La notte è agitata per il povero Pietro da Morrone che sognerà niente meno che la dedicataria della basilica. Nel sogno parla con la Vergine e si mette d’accordo con lei per la costruzione di una nuova chiesa. Impegno che Pietro da Morrone manterrà e che lo legherà particolarmente alla chiesa (nella quale poi sarà anche incoronato papa).

Veniamo ora all’importanza della sua presenza al Concilio. L’ordine che Pietro da Morrone aveva fondato (si chiamavano Fratelli di Santo Spirito, dopo l’elezione del loro fondatore si facevano chiamare i celestini). Durante il Concilio si sarebbe deciso se sopprimere o meno questo ordine e il nostro Pietro doveva perorare la causa. Ovviamente, riuscendo nel suo intento.

Concilio di Lione II
A favor di Storia, vorrei ricordarvi che il secondo Concilio di Lione aveva all’ordine del giorno due punti molto importanti: il finanziamento per le crociate e per l’atto di unione con i greci (che andrà male perché i greci hanno dovuto accettare un atto scritto e rivisto solo dai cattolici romani). Cosa c’entrava il povero Pietro? Torniamo alla sua storia e vediamolo insieme.

Ora, permettetemi di tratteggiare una breve e superficiale panoramica riguardo gli eventi che portarono all’elezione di Celestino V.

Ovviamente, Nicolò IV era morto (4 aprile 1292) e i 12 porporati che all’epoca dovevano eleggere il nuovo pontefice non riuscivano a mettersi d’accordo. A questo aggiungiamoci una bella peste che blocca il conclave e ha causato la morte di un porporato elettore. Quando i lavori possono finalmente riprendere, ripartono anche le liti tra gli 11 superstiti per l’elezione del luogo del conclave (la Sistina verrà costruita solo il 1471 e il 1481 circa) e la scelta era tra Roma e Rieti. Alla fine riuscirono a mettersi tutto d’accordo il 18ottobre 1293: Perugia!

Vespri siciliani
I siciliani poco tolleravano la presenza dei Francesi (i d’Angiò) e li consideravano invasori.
Nel 1282 da Parlermo partì una ribellione che allontanò i francesi a favore degli Aragonesi.

I porporati forse non se ne resero conto ma stavano tergiversando un po’ troppo e stavano tirando la cosa troppo per le lunghe. Capirono di aver esagerato quando Carlo d’Angiò insieme al figlio (Carlo Martello) si presentò a Perugia nella sala conciliare per far sapere di aver bisogno di un papa, per una pratica che aveva in sospeso e serviva la firma del successore di San Pietro.

Carlo d’Angiò, in effetti, aveva bisogno della firma di un papa sulla stipula per la trattativa che gli avrebbe permesso di rientrare in possesso della Sicilia alla morte di Giacomo II d’Aragona.

Ora, non è così difficile immaginare la reazione dei porporati che non si aspettavano di essere disturbati mentre erano impegnati in uno dei loro compiti più importanti. Carlo d’Angiò fu fatto uscire rapidamente dalla sala grazie all’intervento poco ortodosso di uno dei presenti, un certo cardinal Benedetto Caetani (segnatevi questo nome… ci sarà un colpo di scena alla fine della storia). Nonostante il trambusto causato dal nostro amico d’Oltralpe, i cardinali capiscono che arrivato il momento di decidere o rischiavano grosso.

Nel frattempo il Cardinale Decano (il Presidente) del Collegio dei Cardinali, Latino Malabranca, riceve una lettere da Pietro da Morrone. Non una lettera qualsiasi ma una vera e propria profezia che annuncia “gravi castighi” se non si arriva prima possibile all’elezione del nuovo Papa.

Il collegio dei cardinali (forse spaventato dalla lettera) prende una decisione all’istante. Il Cardinale Decano Latino Malabranca riesce a fatica a far accettare ai suoi colleghi il fatto che Pietro da Morrone non sia un cardinale ma, senza ombra di dubbio è la persona giusta per diventare il nuovo Papa. Oggettivamente è rispetto e conosciuto in tutta Europa e può essere la scelta migliore.

Anche per il Cardinal Benedetto Caetani è la scelta giusta. In effetti Pietro da Morrone non è molto colto, è sufficientemente impreparato e soprattutto anziano. Tutte caratteristiche che gli garantiscono di poter gestire il Papa a suo piacimento.

Ritratto di Carlo I d’Angiò (1845)
Henry Decaisne
Pinacoteca della Reggia di Versailles

E così, dopo ben 27 mesi di sede vacante, il 5 luglio 1294 il trono di Pietro viene nuovamente occupato. Eletto il Papa a Perugia, bisogna andarlo a prendere, perché si trovava sul Monte Morrone e, oltretutto, bisognava informarlo. Tre messi ecclesiastici si presentano davanti all’eremita, gli comunicano la novità e si inginocchiano in segno di rispetto e lui si inginocchia davanti a loro in segno di rispetto nei loro confronti. Finita questa serie di convenevoli non rispettosi del protocollo, il Papa neo-eletto rifiuta l’incarico. Non se la sente. Qui entrano in atto le doti dialettiche dei tre delegati che riescono a fatica a convincere Pietro da Morrone (sarà l’ultima volta che lo chiamo così).

Nel frattempo non dimentichiamoci di Carlo d’Angiò che aveva fretta di far firmare il documento. Si presenta lui in persona davanti al nuovo Papa e lo accompagna (forse con una cerca fretta) all’incoronazione. Il futuro Celestino V arriverà in dorso di mulo (aspetto importante per sottolineare la sua umiltà) a L’Aquila. Dove si trova la chiesa che era stata costruita per suo volere dopo il sogno e lì si farà incoronare.

Un pontificato breve ma intenso

Nei quattro mesi di reggenza, Celestino V firma un atto molto importante: la Bolla del Perdono. Si tratta niente meno che di un primo esempio di indulgenza plenaria, offerta a chi è pentito e confessato e visita la basilica di Santa Maria di Collemaggio (sempre lei) dai vespri del 28 al tramonto del 29 agosto. Siamo sei anni in anticipo rispetto al primo Giubileo (che si celebrerà nel 1300).

Celestino V si fida di Carlo d’Angiò e oltre ad eleggerlo “maresciallo” del futuro conclave, decide anche di affidarsi a lui e di considerarlo un vero e proprio consigliere. In questo modo il povero cardinale Caetani vedi cadere il castello delle sue macchinazioni.

Dopo la firma della famosa stipula, Carlo d’Angiò convince il Papa a trasferirsi a Napoli, dove gli è stata preparata una stanzetta arredata in modo sobrio a Castel Nuovo. Il Papa è contento e rilassato perché si sente protetto e al sicuro ma a dire il vero è più un ostaggio angioino che viene pesantemente influenzato nelle scelte da prendere.

Nei quattro mesi in cui ha ricoperto questo incarico, Celestino V deve aver meditato a lungo in merito alla possibilità di rinunciare e ritirarsi alla tanto amata vita da eremita. Queste sue riflessioni hanno trovato il sostegno di Caetani che, forte del suo essere un esperto di diritto canonico, lo rassicura in tutti i modi che è la scelta migliore. Non è il caso di dire, che nello stesso periodo, Carlo d’Angiò ha fatto di tutto per convincerlo che si trattava di una scelta sbagliata.

È difficile da dire ma Celestino V è stato un Papa decisamente ingenuo e anche un po’ ignorante. L’amministrazione pontificia non sapeva come comportarsi con lui e la burocrazia è caduta nella confusione più totale. Il primo fattore di destabilizzazione è stato l’incapacità del Papa di parlare latino, non conosceva la lingua ufficiale della Chiesa e con lui dovevano tutti parlare in volgare. Immaginatevi il disastro con i documenti che gli venivano sottoposti, tutti scritti in latino, che dovevano essergli tradotto e spiegati. La Chiesa, all’epoca, beneficiava di diversi monopoli e di posizioni importanti nell’economia e nella vita politica; molte persone richiedevano di poter essere assegnatari di alcuni di questi benefici e durante il breve pontificato di Celestino la Curia, nella confusione totale, ha assegnato uno stesso beneficio a più richiedenti.

Il 13 dicembre 1294 Celestino V rinuncia all’ufficio e si dimette. Alcuni hanno ipotizzato che la comunicazione si stata scritta direttamente da Caetani che fremeva per liberarsi di lui. Vera o no questa possibilità, un dato è certo: in 11 giorni di conclave viene eletto il nuovo Papa! Si tratta del cardinal Benedetto Caetani, che si farà chiamare Bonifacio VIII.

Celestino V spera di poter scappare da quel girone infernale e tornare ad una vita normale. Bonifacio VII lo fa mettere sotto stretto controllo (tecnicamente lo imprigiona) per paura che i cardinali filo-francesi, a cui non stava molto simpatico il nuovo Papa, prendessero Celestino V e lo rimettessero sul trono di Pietro.

Il povero Celestino V tenta la fuga ma viene ripescato da Bonifacio VIII che, per proteggerlo meglio, lo fa rinchiudere nella Rocca di Fumone (in provincia di Frosinone), proprietà di famiglia. Il Papa rinunciatario, prigioniero del nuovo Papa, morirà in questa Rocca a causa del deperimento fisico a seguito della prigionia.

Il mistero della morte

Non possiamo, ovviamente, credere che una vita così surreale potesse terminare con una morte semplice e lineare. Per molti anni si è ipotizzato che Celestino V fosse stato ucciso. Il suo cranio, in effetti, presenta un foro di una decina centimetri di diametro. A seguito di ben due perizie avvenute nel 1313 e 1888, si è deciso che ad ucciderlo fosse stato un chiodo conficcato nella testa. Nel 2013 sono stati presentati i risultati di un altro studio che ha dimostrato che il foro è stato realizzato dopo la morte dell’ex pontefice.

Ovviamente, Bonifacio VIII era visto con sospetto. Non possiamo sapere se sia stata una decisione presa politicamente, rimorso o reale bontà ma il nuovo Papa portò il lutto per il suo predecessore (fatto inaudito e mai avvenuto prima), celebrò una messa pubblica in suo suffragio e aprì subito il processo per la sua canonizzazione… (scusate ma i punti di sospensione sono d’obbligo e rappresentano un silenzioso dubbio).

In buona compagnia

Dante la mette giù dura con il povero Celestino V, tanto che spesso la percezione è quella che sia stato l’unico a salutare la Curia e a ritirarsi in modo così vile. Però, come si suol dire, Celestino non è stato né il primo né l’ultimo:

  • Clemente I (4° papa, 88-97)
  • Ponziano (18° papa, 21 luglio 230-28 settembre 235)
  • Silverio (58° papa, 1º giugno 536-8 giugno 536) – detiene il primato per il pontificato più breve!
  • Benedetto IX (145° papa, 21 ottobre 1032-13 gennaio 1045)
  • Gregorio VI (148° papa, 5 maggio 1045-20 dicembre 1046)
  • Gregorio XII (205° papa, 19 dicembre 1406-4 luglio 1415)
  • Benedetto XVI (265° papa, 24 aprile 2005-28 febbraio 2013)

Inferno: gli ignavi (canto III)

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William Blake – La porta dell’Inferno

Varcata la porta con la celeberrima scritta:

Lasciate ogni speranza, voi ch’intrate

Dante e Virgilio si trovano nel vestibolo dell’Inferno; non si può non ricordare l’esperienza di Odisseo che riesce ad arrivare sino alla porta dell’Ade e a chiamare a sé gli spiriti dei morti senza superare la soglia. Dante lo fa e le parole che descrivono la porta sono di una bellezza senza eguali:

Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.

Dante viene subito assalito da grida di lamento e di dolore, come è giusto che sia, trattandosi di un luogo di sofferenza eterna. A dire il vero non siamo ancora entrati nell’Inferno vero e proprio, siamo in quella zona chiamata vestibolo. Qui le anime entrano e si dirigeranno verso la sponda del fiume Acheronte per essere traghettati sull’altra sponda e non veder mai più le stelle tanto amate da Dante.

In questo vestibolo si trova il peggio del peggio. La loro sorte è addirittura più infima rispetto a quella di coloro che sono condannati a scontare la loro pena nel punto più stretto dell’Inferno; sono persone così insulse e prive di ogni decenza da non meritare non solo di andare in Paradiso o in Purgatorio ma neanche nell’Inferno, quindi vengono lasciati fuori, alla Porta.

Si tratta degli ignavi. Una gran brutta categoria, dal momento che sono tutte quelle persone e non (vengono puniti qui anche degli angeli, come vedremo) che non hanno mai preso una posizione e non si sono mai schierati né con il bene né con il male. Siccome nell’Inferno dantesco vige la regola del contrappasso, ovvero la colpa che ti viene assegnata è direttamente collegata e contraria al peccato che ti viene imputato, queste anime sono costrette a fare quello che non hanno mai fatto in vita loro.

Dante vede uno stendardo (una bandiera) che corre in questo enorme spazio e una moltitudine di gente è costretta a corriere dietro a questo vessillo. Non hanno mai preso posizione nella vita (la decisione è simboleggiata dalla bandiera), ora sono costretti a correre dietro ad una bandiera per sempre. Nel frattempo, giusto per farli penare maggiormente, vengono punti da vespe e da mosconi; dalle ferite che si procurano esce sangue che cola sino a terra dove viene mangiato dai vermi. Il sangue, la forza vitale di ognuno di noi, che esce dai corpi degli ignavi diventa cibo per i vermi; come se la loro vita non fosse altro che cibo per i lombrichi.

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Priamo della Quercia – Dante nel vestibolo dell’inferno (1403-1483 circa)

Dante è davvero duro con queste anime, tanto da non citare nessuno per nome, come se non meritassero neanche questo onore. Fra la moltitudine vede una serie di angeli, colpevoli di non aver preso una decisione da che parte stare durante la rivolta di Lucifero. Meglio sarebbe stato per loro prendere la decisione di far parte dei cattivi, sarebbero stati meno colpevoli, forse.

Viene indicata una persona, che Dante crede di intravvedere, e la descrive come colui che

fece per viltade il gran rifiuto

Essendo un’anima così vile, non viene neanche nominata e ciò dà adito a diverse interpretazioni.

Per alcuni l’anima vista da Dante è quella di Celestino V (al secolo: Pietro da Morrone), un eremita che venne eletto Papa nel 1294. La sua colpa (vedremo poi perché Dante non riesce a perdonarlo) è quella di non essersi sentito all’altezza del compito che gli veniva chiesto di assumere e decise di rinunciare all’investitura papale. A causa di questo suo rifiuto rivennero fatte le votazioni e fu eletto Papa Bonifacio VIII (la persona che meno di tutti Dante riusciva a sopportare).

Altri, invece, vedono in quest’anima quella di Esaù che barattò la sua primogenitura per un piatto di lenticchie. Essere primogeniti, per molto tempo, non voleva dire semplicemente essere nato per primo ma era un dovere di assumersi la responsabilità della famiglia ed Esaù ha preferito rinunciare per delle sane e buone lenticchie.

Altri ancora in questa figura ci vedono Ponzio Pilato, colui che non ha preso una decisione molte importante lavandosene le mani, facendo ricadere la colpa sugli altri.

Chiunque sia questa persona, la sua compagnia è fatta di anime di persone

che mai non fur vivi

e come tali non sono mai “esisti”, quindi continuano ad essere “ignoti” nell’aldilà.

L’unica città a cui si fa riferimento in questo terzo canto è Roma, capitale del potere papale.

Superata questa orda di esseri costretti a correre per l’eternità si arriva al fiume Acheronte e qui si avvicina Caronte sulla sua barca. Il traghettatore delle anime non è stato descritto per la prima volta da Dante, è una delle figure descritte da Virgilio nell’Eneide:

Caronte custodisce queste acque e il fiume e, orrendo nocchiero, a cui una larga canizie invade il mento, si sbarrano gli occhi di fiamma, sordido pende dagli omeri il mantello annodato.

Egli, vegliardo, ma dio di cruda e verde vecchiaia, spinge la zattera con una pertica e governa le vele e trasporta i corpi sulla barca di colore ferrigno.

Eneide VI

Una piccola curiosità: in epoca romana il Caronte era una vera e propria professione, era uno schiavo che aveva il compito di controllare che il gladiatore non graziato fosse effettivamente morto e se così non era, doveva infliggergli il colpo mortale.

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Gustave Doré – Caronte

Dante descrive con minuzia di particolari questa figura che è entrata ormai nell’immaginario collettivo. I versi dedicati alla descrizione di Caronte sono tra i più evocativi di questo canto.

Caronte ci viene presentato come un vecchio canuto:

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: “Guai a voi, anime prave!

Inferno III, 82-84

Come un nocchiere con la barba e gli occhi di fuoco:

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che ’ntorno a li occhi avea di fiamme rote.

Inferno III, 97-99

I tre versi che lo rappresentano come un demonio dal carattere severo e sistematico sono forse i più belli da un punto di vista artistico:

Caron dimonio, con occhi di bragia
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s’adagia

Inferno III, 109-111


Pubblicato su Latelier 91 il 15 aprile 2020 (https://latelier91.wordpress.com/2020/04/15/inferno-gli-ignavi-canto-iii/)