Murano e l’invenzione del cristallo

La Storia del Vetro in Italia. L’arte del vetro in Italia affonda le radici nell’Età del Bronzo. Venezia, con Murano, fu il fulcro della produzione nel Medioevo e nel Rinascimento, dando inizio ad una delle grandi eccellenze del nostro Paese.


Il vetro è ottenuto fin dall’antichità (Età del Bronzo) sottoponendo a fusione un miscuglio di silice, contenuta nella sabbia, calce e alcali, come la soda e la potassa, elementi che rimasero i suoi componenti di base fino alla nascita del vetro al piombo, nel XVII secolo.

Mastro vetraio di Murano

Questo miscuglio, sottoposto all’azione del calore, diventa morbido e malleabile, e può assumere una vasta gamma di forme e di misure attraverso varie tecniche di lavorazione. La tecnica di gran lunga più sfruttata a partire dal I secolo a.C. fu quella della canna da soffio, rimasta in uso per ben due millenni. Con questa tecnica i maestri vetrai, supportati dal levavetro, dal grangarzone e dal portantino, producevano ogni tipo di contenitore, dai calici alle bottiglie fino a spettacolari oggetti artistici, così come vetro piano per le finestre delle cattedrali e delle residenze nobiliari.

In seguito alle invasioni barbariche dell’Europa durante il IV e V secolo d.C. il lusso, le tecnologie avanzate e l’elevato livello della cultura dell’impero romano scomparvero rapidamente e anche le tecniche vetrarie andarono quasi a scomparire.

Come avvenne per tutti gli altri settori dell’arte fu l’ambiente ecclesistico a mantenere una manifattura di recipienti e utensili comuni in vetro anche se piuttosto scadenti. Dobbiamo attendere la metà del XV secolo per ritrovare nell’Europa meridionale, e in particolare a Venezia e ad Altare, piccolo paese situato nell’odierna provincia di Savona, la produzione di un sottile vetro sodico incolore. In particolare quello veneziano, conosciuto col nome di “cristallo”, stava per assicurare all’industria vetraria della città lagunare la supremazia su tutte le altre. Fino al XIV secolo l’attività vetraria veneziana fu simile a quella di altri centri europei, poi il rifiorire della cultura nel periodo rinascimentale diede un nuovo impulso all’attività artistica.

Diversi furono i fattori che condussero Venezia alla definitiva supremazia durante il Rinascimento: tra i più importanti va ricordata la posizione geografica, che consentì alla città di stabilire legami commerciali sia con l’Europa occidentale sia con Costantinopoli e l’Oriente. Col sacco di Costantinopoli del 1204 e il conseguente trasferimento delle sue opere d’arte a Venezia, l’Italia venne in contatto con la più raffinata cultura orientale mentre i rapporti stabiliti durnte le crociate con i Regni d’Oltremare portarono la città lagunare a conoscnza  del vetro smaltato prodotto in Siria, in particolare a Damasco e Aleppo. Gli oggetti smaltati di quei centri erano molto in auge in Europa e non può essere una coincidenza che lo sviluppo del vetro smaltato veneziano si sia verificato dopo l’estinzione dell’industria siriana susseguente al saccheggio di Damasco operato dai Mongoli.

Venezia fu molto attenta a mantenere il più alto tenore qualitativo consentito dalla tecnologia dell’epoca per soddisfare la domanda sempre cresciente di vetri di lusso.

Nel 1271 venne stilato il “Capitolare” dei vetrai, documento che rivela quanto stretto fosse il controllo esercitato su quest’arte: si proibiva l’importazione di vetro straniero, si proibiva ai vetrai stranieri di lavorare a Venezia, erano fissate le dimensioni delle fornaci, la sabbia doveva essere della migliore qualità, ottenuta esclusivamente macinando i ciotoli del Ticino, e la soda doveva essere ottenuta esclusivamente dalla cenere di erbe palustri importate dalla Siria o da Alicante.

Nel 1291 le autorità decretarono il trasferimento di tutte le vetrerie cittadine nell’isola di Murano. Sebbene certamente il trasferimento fu dettato dalla preoccupazione di ridurre i rischi di incendio in città, la decisione consentì anche di aumentare ulteriormente il controllo del Doge sulla corporazione vetraria, ai cui maestri fu vietata la possibilità di lasciare Venezia per lavorare altrove, a pena addirittura della morte.

Ma torniamo al cristallo, la pietra miliare della ricchezza veneziana.

Cristallo di rocca

Le corti rinascimentali italiane e la nobiltà si diedero uno stile di vita basato sugli ideali dell’uomo di corte colto. Le sue aspirazioni si riflettevano nel crescente interesse per le scienze e la storia naturale, e i principi gareggiavano nel raccogliere ogni sorta  di curiosità, tra cui pietre preziose e semipreziose, sia grezze che lavorate. Particolarmente apprezzato era il cristallo di rocca, un quarzo naturale che si riteneva fosse dotato di proprietà magiche e che veniva incastonato in oggetti religiosi di culto. Solo i più ricchi potevano permetterselo per usi domestici. Se ne cercò a lungo una imitazione fin quando verso la metà del XV secolo i vetrai veneziani riuscirono a perfezionare un vetro sodico quasi del tutto incolore molto simile al cristallo di rocca.

Questo “cristallo”, come veniva chiamato, era di gran lunga superiore a ogni tipo di vetro prodotto in precedenza, la sua pureza e la sua sottigliezza divennero fonte di meraviglia e ammirazione, e il cristallo andò gradualmente a sostituire il vetro colorato e più pesante usato fino allora.

Per ottenerlo non bastava utilizzare le materie prime migliori allora disponibili, che non erano molte e nessuna di esse poteva considerarsi pura, trattandosi di composti naturali e non di sintesi.

Forno per la purificazione dell’allume catino

Abbiamo già accennato alla sabbia, ottenuta macinando i ciotoli bianchi del Ticino, ma la materia prima più complessa e delicata era certamente il fondente, “l’allume catino”, una cenere di piante litoranee che Venezia importava dall’Oriente. Il suo commercio era protetto dal governo veneziano in modo da consentirne l’uso nelle sole vetrerie muranesi, ed era fatto espresso divieto di utilizzare ceneri di altri vegetali della laguna o di legno delle foreste dell’entroterra. L’allume era una miscela costituita principalmente da carbonati di sodio e di calcio e in minor misura di potassio e magnesio; accanto a questi sali che costituivano il vero e proprio fondente, ve ne erano altri, soprattutto cloruri e solfati in quantità notevoli, fin oltre il 50% in peso della cenere, che erano poco solubili nel vetro e il cui eccesso andava eliminato nel corso della fusione. Considerando poi che tra le impurezze della cenere vi erano componenti coloranti come il ferro e residui carboniosi riducenti, si può capire la difficoltà di impiego in vetreria di una simile materia prima.

Verso la metà del Quattrocento Angelo Barovier mise a punto un procedimento di depurazione della cenere vegetale che, macinata e setacciata, era sciolta in acqua bollente; la soluzione che ne risultava, una volta limpida, era filtrata e portata a secco. Se ne ricavava un sale bianco detto “sale di cristallo” o semplicemete “sale”, in pratica carbonato di sodio quasi puro.

Fondente e vetrificante accuratamente mescolati nelle opportune proporzioni erano riscaldati in un forno detto “calchera” a circa 700/800°, temperature sufficienti a sviluppare reazioni allo stato solido tra silice e carbonati, senza arrivare alla vera e propria fusione. Dopo alcune ore era pronta la “fritta”, un semilavorato che poteva essere utilizzato in un secondo momento per la fusione vera e propria in un secondo forno, la “fornasa”. La fritta, mescolata con rottame di vetro, veniva fusa in un crogiolo dove si provvedeva a correggere la tonalità desiderata mediante piccole aggiunte di alttre materie prime. Per la decolorazione del vetro, comunque necessaria nonostante la purezza delle materie prime, data la presenza di un residuo di ossido di ferro fino anche allo 0,2%, si usava il biossido di manganese.

Questa ricetta diede la supremazia al cristallo veneziano per quasi tre secoli, fino a quando il cristallo boemo, a base potassica invece che sodica, ma specialmente il cristallo inglese, prodotto sostituendo quasi totalmente i fondenti alcalini con l’ossido di piombo, misero sul mercato un cristallo ancora migliore di quello veneziano, scalzando la sua posizione dominante  e determinando la lenta decadenza di Murano, che però riuscirà a ritagliarsi quella produzione artistica di nicchia che ancora oggi rappresenta un vanto del made in Italy.


NOTA
Le notizie sul cristallo di Murano sono tratte dal Ricettario Darduin, un codice vetrario del Seicento, ritrovato e pubblicato dall’ingegner Luigi Zecchin, accademico di Ca’ Foscari e amministratore del comune di Venezia, pubblicazione promossa dalla Stazione Sperimentale del Vetro.