Uno svedese durante la Rivoluzione Americana: 1782-1783

1782

Williamsburg, 25 marzo 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, era datata 4 marzo, da Philadelphia. Sono partito di là il 9 marzo con il Cavaliere di Luzerne, siamo giunti qui il 17. Abbiamo fatto un viaggio piacevole, e le confezioni di provviste che il Cavaliere aveva preso con sé erano ben fornite con paté, prosciutti, vino e pane, evitandoci di dover sperimentare la miseria che regna negli alloggi, dove non si trova altro che carne di maiale salata e senza pane. In Virginia la gente non mangia altro che focacce fatte con la farina di mais, che cuociono sul fuoco, così formano una crosticina esterna, ma all’interno rimangono molli e non cotte. Non bevono altro che rum, un liquore fatto con lo zucchero, mescolato con acqua; lo chiamano “grog”. Quest’anno la produzione di mele è stata insufficiente, impedendo di avere il sidro. A 250 miglia da qui, in una parte della Virginia che i locali chiamano “le montagne” le cose sono del tutto differenti. È una regione più ricca, è là che si coltiva il tabacco, il suolo produce anche grano e ogni sorta di frutta. Invece, nella zona vicina al mare, dove siamo noi, non si coltiva altro se non il mais.

Il prodotto principale della Virginia è il tabacco; non è che questo Stato, il più grande dei tredici, non sia in grado di produrre altri coltivi, l’ostacolo maggiore all’industriosità è invece la pigrizia e la supponenza degli abitanti. Sembra proprio che i Virginiani siano un’altra razza di uomini; invece di darsi da fare con le loro fattorie e di metterle a profitto, ciascun possidente terriero vuol far di sé un lord. Non c’è mai un solo uomo bianco che lavori, ma, come nelle isole delle Indie Occidentali, tutto il lavoro viene svolto da schiavi negri, sottoposti ai comandi di bianchi e di sorveglianti di ordine inferiore.

In Virginia ci sono circa venti negri per ogni bianco, cosicché questo Stato ha arruolato pochi uomini. Chiunque lavori è considerato inferiore agli altri, che dicono che non si tratta di gentiluomini, e con i quali non condividono la vita di società. Tutti questi Virginiani hanno istinti aristocratici, e quando li si osservi diventa difficile capire come hanno fatto a entrare in una confederazione generale e ad accettare un governo fondato sulla perfetta uguaglianza. Il medesimo spirito che li ha spinti a scrollar via il giogo Inglese può però portarli a compiere azioni dello stesso genere rivolte verso altri, e non mi stupirei di veder la Virginia staccarsi dagli altri Stati, una volta firmata la pace. Non sarei neppure stupito di vedere l’intero governo Americano diventare un’aristocrazia assoluta. 

Qui non ci sono novità politiche, sapete già della presa di Saint-Christopher, un bel possedimento che gli Inglesi hanno appena perduto. Si parla molto dell’evacuazione di Charleston. Trenta imbarcazioni da trasporto sono arrivate a New York per trasportare le truppe. Quaranta o cinquanta erano già là, equipaggiate per fare il medesimo servizio. Tra i nostri politici c’è chi dice che stanno concentrando tutte le loro forze a New York; il che a me sembra poco probabile; altri invece parlano di una spedizione per soccorrere la Jamaica, in caso di necessità. Dopo la cattura e la completa dispersione del convoglio di M. de Guichen gli Inglesi possono sentirsi sicuri in quella direzione, e io condivido piuttosto il parere di quanti non credono affatto che sia in atto un’evacuazione. Ciò che mi rende dubbioso su ciò è il fatto che il Generale Clinton non vorrà mai affrontare un simile passo senza ordini precisi dalla sua Corte, che tali ordini possono solo essere il risultato di un piano per una campagna militare, e che nessun piano, sempre che sia stato fatto, ha avuto il tempo di arrivare qui.

La cattura di una parte del convoglio di M. de Guichen è una terribile perdita per noi. A parte le munizioni belliche e le scorte di commissariamento di cui le navi erano cariche, che possono essere rimpiazzate, abbiamo perso tempo che non potremo recuperare, e la spedizione in Jamaica fallirà. L’Ammiraglio Rodney è arrivato nelle Indie Occidentali con dieci velieri non in linea e truppe. Questo lo rende superiore a M. de Grasse, e può cambiare del tutto l’aspetto delle cose in questa parte del mondo.

Williamsburg, 25 aprile 1782 [alla sorella Sophie]

Non ci sono parole, sorella mia cara, per dirvi quanto mi abbia reso felice ricevere vostre notizie. Alla fine, la vostra lettera è arrivata; e anche quella del 26 ottobre da Mälsaker, e quella del 14 dicembre da Ljung, che sono arrivate dieci giorni fa. Non riesco a dirti quanto sono felice. Prima di rispondere, devo assolutamente dirvi cosa mi ha impedito di scrivervi prima. Non appena abbiamo saputo che la fregata era arrivata a Newport, M. de Rochambeau ha inviato un incaricato per incontrarsi con il messaggero che portava le lettere. Newport dista settecento leghe da qui. Il nostro incaricato fu rapido, tutti erano soddisfatti, io in modo speciale. Aveva portato parecchie lettere per me, cinque dalla Svezia, e alcune da Parigi. Buon Dio, com’ero felice! Ero completamente perso nella mia gioia, quando fui convocato dal Generale. Mi ordinò di partire immediatamente e andare a ritirare le lettere ufficiali. Il messaggero si era limitato a portare le lettere private dei soldati. Le lettere ufficiali del Governo Francese erano state lasciate là. Mi ordinò di andare a Philadelphia a prenderle. Sono partito di qui martedì 16, alle otto del mattino, e sono arrivato a Philadelphia sabato 20, alle otto del mattino. Martedì 23, alle otto di sera, ero già di ritorno a Williamsburg. Avevo percorso settecento miglia inglesi (sette miglia inglesi sono pari a una lega svedese). La gente ci credevano a stento. Mi hanno detto che una simile impresa non si era mai sentita da queste parti, dove non ci sono posti di cambio, si è costretti a percorrere cinquanta miglia sullo stesso cavallo, e ad attraversare sette fiumi larghi due miglia e mal provvisti di mezzi adeguati per il guado. Questo viaggio ha aumentato la reputazione di rapidità che mi ero già conquistata nell’esercito. Siamo sempre qui, in questo putrido buco di Williamsburg, dove ci si annoia a morte. Non c’è nessuna occasione di andare in società, e comincia a far molto caldo. Attendo con grandissima impazienza il ritorno di Lauzun, che sarà il segnale per la nostra partenza. Devo concludere: a dispetto del caldo, devo iniziare il mio turno di lavoro. 

Williamsburg, 27 maggio 1782.

C’è fra noi grande costernazione a proposito di una battaglia navale nelle Indie Occidentali. Inizialmente, le notizie che ci erano arrivate ci davano un vantaggio; ieri però abbiamo saputo di più tramite i canali Inglesi, e cioè la gazzetta di New York, che riporta che la nave “Ville de Paris”, con 110 bocche da fuoco, e sulla quale era imbarcato il Conte de Grasse, è stata catturata, con altre sei navi, e che noi siamo alla completa disfatta. Questa notizia sembra certa, per via dei particolari che l’accompagnano. Le navi catturate sono designate con il loro nome, il numero dei caduti e dei feriti su ciascuna nave è specificato, e, in breve, sembra impossibile che si tratti di una notizia manipolata da un notiziario.

Non sopportiamo bene questo rovescio del destino; mi rendo conto che ci lasciamo deprimere facilmente. Si potrebbe pensare che non eravamo troppo abituati ai successi, data la gioia eccessiva dimostrata quando ne abbiamo avuto qualcuno, e la tristezza nella quale sprofondiamo al minimo rovescio delle cose.

Questa sconfitta, tuttavia, è notevole, e renderà inutile l’intera campagna condotta fin qui; rende agli Inglesi il potere nelle Indie Occidentali; se sapranno agire bene potranno danneggiarci enormemente, e i rinforzi dall’Europa, se ne avranno, potranno causare la perdita delle nostre conquiste. Questo disastro avrà grandi effetti su di noi, e potrà obbligarci all’inattività per tutta la durata della campagna. Questo sarebbe terribile, soprattutto se saremo così sfortunati da rimanere in questa posizione. Il caldo è già ora estremo, immaginatevi cosa sarà in luglio e agosto.

Non abbiamo ancora avuto notizie di M. de Lauzun; le aspettiamo con grande impazienza, almeno, così è per me, e cominciamo a sentirci a disagio.

Philadelphia, 8 agosto 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, era datata 6 luglio, sempre da Philadelphia. Sono arrivato qui con M. de Rochambeau, che ha avuto ieri un rendez-vous con il Generale Washington per decidere insieme le operazioni della campagna. Il risultato dell’incontro fu che io fui inviato il 19 luglio a Yorktown, Virginia, con un incarico, allora segreto, non più tale ora: si trattava di imbarcare, quanto prima possibile, la nostra artiglieria d’assedio che avevamo lasciata a West-Point, otto leghe da Yorktown sullo stesso fiume, e portarla su. dalla baia di Chesapeake a Baltimora. Questa operazione richiedeva grande segretezza e molta rapidità, infatti avevo soltanto una nave con quaranta cannoni per scortare il convoglio, e gli Inglesi con due fregate avrebbero potuto catturarci all’uscita del fiume York, o perlomeno catturare alcune delle navi da trasporto.

Sono partito già ammalato, con una tremenda infreddatura, considerevolmente aggravata dalla fatica e dal calore. Non appena ebbi supervisionato l’imbarco, e visto che tutto andava bene, sono ritornato a fare rapporto a M. de Rochambeau, che era con l’armata a Baltimora. Dopo aver trascorso con lui un paio di giorni, sono partito con il Cavaliere de Chastellux per Philadelphia, dove il Cavaliere di Luzerne mi ha riempito di cure, attenzioni, gentilezze e amicizia.

L’armata lascerà Baltimora il 15 agosto per venire qui, e proseguire lungo il fiume Hudson. Aspetterò qui il suo arrivo; ho bisogno di riposo, e non avrei potuto trovare un altro alloggio dove fossi meglio accolto e potessi stare perfettamente a mio agio.

La campagna di quest’anno non sarà brillante come quella dell’anno scorso. La disfatta del Conte di Grasse, la dispersione del convoglio di M. de Guichen, la cattura di quello che era destinato alle Indie – tutti questi disastri insieme hanno deviato i nostri piani e reso irrealizzabili tutti i progetti. Adesso non ci rimane altro da fare, in questo paese, se non mettere New York sotto assedio, ma siamo troppo deboli per una simile impresa, il cui successo dipende interamente dalla supremazia marinaia, che noi non abbiamo ottenuto. L’Ammiraglio Kodney ha fatto le cose con gran cura; del resto, quand’anche noi avessimo la supremazia, non sapremmo come trarne profitto.

Aspettiamo ogni giorno notizie dalla Francia. Ci è stato detto che stanno preparando l’assedio di Gibilterra; fino al momento attuale non c’è stato altro che un blocco infruttuoso. Se i Francesi hanno intrapreso un’operazione così difficile, temo che la nostra campagna sarà del tutto inattiva, e non comporterà altro che lunghe marce laboriose. Dubito che riusciranno a prendere Gibilterra, temo del resto che gli Spagnoli giustificheranno chi rispondesse a un amico che voglia paragonare questa situazione all’assedio di Troia: “Si, ma gli Spagnoli non sono Greci”.

Qui il caldo è molto intenso, io le sopporto benissimo. La siccità è stata straordinaria; tutte le fonti sono secche, e la nostra armata ha enormi difficoltà nell’approvvigionamento di acqua, che è del tutto indispensabile con questo tempo così caldo.

Philadelphia, 17 agosto 1782.

Il giorno 8 di questo mese l’armata era a Baltimora, una cittadina sita all’estremità nord della baia di Chesapeake.

Di qui, il giorno 15 dello stesso mese, si è intrapresa una marcia verso il fiume del Nord, cioè il fiume Hudson. Le voci e i segni che abbiamo ricevuto dall’Inghilterra mentre eravamo diretti a New York hanno però rallentato la nostra marcia, e non potremo riprenderla fino al 20 di agosto. Questo è l’ordine derivato dalla decisione presa all’unisono dal quartier generale. Da queste notizie giunte dall’Inghilterra (dalla Francia non ne abbiamo avuta alcuna) sembrerebbe che la pace sia vicina.

Gli Americani non desiderano altro, adesso che la Corona Inglese ha dichiarato la loro indipendenza, e penso che l’Olanda non ritenga di aver sufficienti benefici dal continuare la guerra.

Gli Inglesi, in queste regioni, sembrano comportarsi con minore ostilità; hanno proibito ai loro partigiani, chiamati “tories” o “rifugiati”, di condurre incursioni o spedizioni all’interno del paese senza un permesso firmato dal comandante della stazione. Hanno spedito indietro dall’Inghilterra tutti i prigionieri, senza pretendere nessuno scambio. Il Generale Carleton, comandante a New York, ha informato il Generale Washington, in una lettera assai formale, che il re, suo diretto superiore, ha garantito l’indipendenza dell’America, che ha mandato a Parigi un ambasciatore con pieno potere di negoziare, che propone al Generale Washington di acconsentire ad uno scambio di prigionieri. Tutto ciò sembra un indizio di pace; tutti noi pensiamo che, se il trattato non è ancora stato firmato, certamente lo sarà nel corso dell’inverno, e che potremo imbarcarci in primavera Questa prospettiva causa gioia in tutti, la mia è così grande da non poterla esprimere; la speranza di vedervi di nuovo, mio caro padre, è cosa che io posso solo tenere in cuore.

[John Adams, Franklin, Jay, and Laurens firmarono un preliminare trattato di pace a Parigi, il 30 novembre 1782. Gli Inglesi evacuarono Charleston il 14 dicembre.]

Camp at Crompond [?], 3 ottobre 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, era stata scritta in agosto. Da allora sono sempre stato impegnato nelle marce, e non ho avuto l’opportunità di scriverne altre. L’armata ha attraversato il Delaware e anche il fiume Settentrionale, cioè lo Hudson, ora siamo accampati a dieci miglia da quest’ultimo, ventiquattro miglia dall’isola di New York. Tutto fa credere che termineremo qui la nostra campagna, e inizieremo da qui a preparare i quartieri invernali; nessuno ancora sa dove saranno situati, e mi rincresce di non potervi dire nulla.

Charleston è stata evacuata, si dice; di conseguenza gli Inglesi non avrebbero lasciato nulla nel Sud di questo continente. I loro possedimenti si riducono a Long Island, Staten Island, e all’isola di New York. Ci sarebbe molto da raccontare sull’evacuazione di quest’ultima, personalmente non ci credo: finché era vivo Lord Rockingam sembrava ben determinato a ciò, ma adesso tutto è cambiato. I nostri generali ci credono, ma io non sono della stessa opinione. Penso invece che stanno inviando un contingente di duemila fanti Inglesi nelle Indie Occidentali, lasciando i Tedeschi a New York con il resto, diecimila in tutto. Se ci sarà l’evacuazione, a noi non resterebbe altor da fare che ritornare in Francia.

Benché il nemico non si sia fatto vedere, la nostra campagna è stata molto aspra. Abbiamo sofferto molto per via del caldo, e adesso il tempo freddo sta diventando difficile da sopportare. Da parte mia, tollero magnificamente questi sbalzi, non sono mai stato meglio di salute. Quest’anno ho una tenda con un materasso di paglia; le coperte non sono gran che, ma un mantello può integrare questa mancanza.

Boston, 30 novembre 1782.

L’ultima lettera che ho avuto l’onore di scrivervi, mio caro padre, portava la data del 3 novembre, scritta da Hartford, dove l’armata si è fermata per otto giorni mentre la flotta di M. de Vaudreuil veniva approntata. Abbiamo cominciato la marcia il 4 e il 10 siamo giunti a Providence, dove la nostra sosta si è prolungata fino a che la flotta non fu pronta per prenderci a bordo. Ho approfittato di questa pausa per andare a Newport, che dista solo dieci leghe da Providence, per far visita agli amici che ho lì e prender congedo da loro.

Abbiamo lasciato Providence il giorno 4 e siamo arrivati qui il 6, ci siamo imbarcati tutti in una sola volta. Io ero sul “Brave”, settantaquattro cannoni, con il Conte de Deux-Ponts, e le nostre tre prime compagnie. Il Cavaliere d’Amblimont è il comandante della nave; costui si è comportato molto male nell’azione del 12 aprile; era scappato via senza obbedire ai segnali, e quando M. de Bougainville lo interrogò, chiedendogli ragione di una condotta tanto irregolare, rispose che “poiché la flotta era perduta, era meglio salvare almeno una nave per il re”. È un uomo amabile, molto corretto, e ha una buona nave. Io sono ben acquartierato, e lui fa servire una buona tavola. È tutto ciò di cui io ho bisogno, non lo giudico quanto a coraggio. Sembra certo che siamo diretti al Capo, sotto il comando di Don Galvez; si cercherà di certo di tentare un assedio in Giamaica, quando quello di Gibilterra, che ormai si protrae da cinque anni, si risolverà, con una vittoria o una sconfitta; si deciderà dopo luglio se anche noi parteciperemo all’assalto in Giamaica, è probabile che il rientro in Francia dipenda da tale decisione. Una persona degna di fede, e in posizione tale da conoscere lo stato delle cose, mi assicura che non rimarremo a lungo nelle Indie Occidentali, e che saremo di certo in Francia la prossima estate.

Non sappiamo ancora se gli Inglesi hanno evacuato Charleston. Ti potrebbe sembrare molto singolare; è strano che, avendo un’armata a sole dieci leghe da lì, noi si abbia certezza di un evento tanto importante per noi. Il fatto è che in questo paese le comunicazioni sono così lente e incerte che nella maggior parte dei casi le notizie ci arrivano tramite la “New York Gazette”. Un espresso percorre, al massimo, otto leghe al giorno, quando potrebbe farne dodici o tredici; ma forse l’errore è nell’organizzazione.

C’è molto da dire sull’evacuazione di New York; si dice che gli Inglesi stessi ne parlino; io non credo una sola parola di tutto ciò. La resa di tale posizione potrebbe avere un peso rilevante nel trattato di pace.

M. de Rochambeau ci ha lasciati a Providence, l’intero contingente lo rimpiange, e con ragione. È andato a Philadelphia, dove si è imbarcato sulla fregata “La Gloire”. Gli ho consegnata una lettera uguale a questa, che riceverete simultaneamente. Questa partirà con la fregata “Iris”. Il Barone de Viomesnil è ora a capo dell’armata, sarà lui a portarci nelle Indie Occidentali; là giunto, ci lascerà appena arrivato, per tornare in Francia.

Vi ho scritto nella mia ultima lettera che il Duca di Lauzun rimarrà in America con la sua legione. Pensavo che avremmo tolto i nostri mezzi di assedio, ma questa decisione è cambiata; resteranno a Baltimore, dove già ora si trovano con quattrocento uomini distaccati da differenti reggimenti, e un numero all’incirca equivalente di malati, che saranno di nuovo in buona salute in primavera. Fa in tutto mille quattrocento uomini sotto il comando di M. de Lauzun, che probabilmente non avrà altro da fare se non aspettare che la pace sia conclusa. Il Duca e la sua legione sono acquartierati a Wilmington, nove leghe a Sud di Philadelphia.

Non posso dirvi, mio caro padre, quanto sia affezionato al Duca de Lauzun, e quanto mi piaccia; è l’anima più nobile e giusta che io conosca. Fra gli effetti personali lasciati, tutte cose abbandonate che lui aveva raccolto, c’erano alcuni oggetti per me, di cui avevo necessità e che in parte gli avevo chiesto di portarmi. Non ha mai voluto dirmi quanto costassero, mi ha sempre risposto che erano solo bazzecole, non valeva la pena di parlarne. Non finirei mai, se dovessi raccontarvi tutte le sue premure e gentilezze nei miei confronti.

L’intera armata è seccata di dover andare nelle Indie Occidentali, io stesso non ne sono affatto entusiasta. Abbiamo assistito alla partenza di M. de Rochambeau con tristezza, tutti noi avremmo voluto continuare ad essere sotto il suo comando. Si dovranno avere gli stessi sentimenti per il Barone di Viomesnil. Per quanto mi riguarda, personalmente non posso che dirmi soddisfatto; il Barone mi ha sempre trattato con speciale riguardo e cortesia. È impulsivo e ha reazioni rapide; non ha il prezioso sangue freddo di M. de Rochambeau, il solo uomo in grado di comandarci qui, e di mantenere quella perfetta armonia che regnava fra due nazioni così diverse quanto a condotta, principi morali e lingua, e che, a pelle, non hanno simpatia l’una per l’altra. Non ci sono mai stati litigi fra le due armate durante tutto il tempo in cui siamo stati insieme; però ci sono stati spesso motivi di lamentela da parte nostra. I nostri alleati non si sono sempre comportati bene nei nostri confronti, e il tempo che abbiamo speso con loro non ci ha portati a stimarli. Lo stesso M. de Rochambeau non sempre è stato trattato bene, ma nonostante ciò ha sempre mantenuto una condotta uniforme. Il suo esempio ha imposto all’armata di fare lo stesso, gli ordini netti che impartiva trattenevano ciascuno di noi e rinforzavano quel raro grado di disciplina che era ammirato da tutti coloro che ne fossero testimoni, Americani e Inglesi. Il comportamento saggio, prudente e semplice di M. de Rochambeau è stato più efficace, per conciliare gli Americani, di quanto non avrebbero mai potuto ottenere le vittorie riportate in quattro battaglie.

La nostra flotta a Boston è formata da tredici navi, di cui allego l’elenco… Salperanno non appena il vento lo permetterà. La flotta Inglese, di ventitré velieri, ha lasciato New York in due divisioni; la prima, dodici navi sotto il comando dell’Ammiraglio Pigott, è partita il 27 ottobre, la seconda, undici navi, è uscita dal porto il 21 di questo mese, così si dice. Sta in agguato per catturarci, o è in viaggio per trasportare la guarnigione di Charleston nelle Indie Occidentali? Non lo sappiamo, ma il tempo chiarirà questo mistero.

Boston, 21 dicembre 1782.

Non si sa se Charleston sia stata evacuata; una gazzetta di Philadelphia, che è appena arrivata, dice che gli Inglesi stanno costruendo due nuove ridotte laggiù, e che il segnale di resa che avevano richiesto, e che si supponeva fosse un segno sicuro dell’evacuazione, è stato ritirato, e l’evacuazione non è avvenuta.

Noi ci imbarcheremo tutti questa sera; le navi sono pronte, e se il vento sarà favorevole salperemo domattina. Non appena avremo raggiunto le Isole delle Indie Occidentali vi manderò mie notizie, mio caro padre, e avrò il piacere di darvi certezza della mia rispettosa affezione.

1783

Alla fine della campagna americana, dopo la capitolazione degli inglesi, i soldati delle forze francesi non furono riportati subito in Europa, ma dovettero attendere fino alla firma del trattato di pace. Fersen trascorse tale periodo in Venezuela, a Porto Cabello. 

Porto-Cabello, marzo 1783 [alla sorella Sophie]

Sono sfinito dall’attesa delle vostre lettere. Sono il solo motivo di piacere che ho in questo posto terribile. Qui ci annoiamo da morire, siamo smagriti, rinsecchiti, diventiamo vecchi e gialli con tutto questo caldo. Non c’è nessuna risorsa, in questo putrido buco, non c’è la possibilità di soddisfare uno solo dei cinque sensi che sono stati dati all’uomo perché se ne possa servire. Non si incontrano che neri – non un singolo bianco, da nessuna parte. Non è un posto per uomini, qui possono vivere solo tigri, orsi e alligatori. Abbiamo sentito che Caracas, a trentasei leghe da qui, è una bella città, con vita di società e donnine allegre che non hanno altro di nero, se non gli occhi. Spero di poterci andare fra pochi giorni, e vedere di persona. Se la guerra continua, ho deciso che rimarrò qui. Se invece finirà, me ne andrò, ma anche in questo caso spero di poter rimanere nell’esercito francese. Forse potrei restare come colonnello proprietario di un reggimento [tale posizione si comperava]. Non ditelo a nessuno, per ora. Sono, comunque, molto contento: tutti mi trattano bene, qualcuno per educazione, altri per affetto. Quello che mi manca per essere del tutto felice è di potervi baciare. Domani, con Deux-Ponts e Dubourg, partiamo per Caracas. Staremo via un paio di settimane. Al mio ritorno, potrò magari sentire la notizia della firma del trattato di pace.

Le truppe francesi fecero ritorno in Francia nel giugno 1783. Lì un ordine di Gustav III ingiunse al Conte di accompagnarlo durante il viaggio intrapreso in Germania, Italia e Francia. Solo alla fine del 1784 il Conte Fersen poté far ritorno in Svezia e rivedere i famigliari.La campagna in America gli aveva fruttato una pensione, che pochi anni dopo, all’inizio della rivoluzione francese, gli sarebbe stata ridotta di un terzo e infine revocata, un avanzamento di grado nell’esercito svedese, il posto di colonnello proprietario del Royal Suédois, in parte donatogli dal re di Francia, e che avrebbe dovuto perdere alla vigilia della fuga dei reali conclusasi a Varennes, e la croce dell’Ordine di Cincinnati, decorazione che non poté mai portare, perché Gustav III non permetteva che gli ufficiali del suo regno sfoggiassero decorazioni conferite da un repubblica.


Fonti:

  1. Diary and Correspondence of Count Axel Fersen, relating to the Court of France. Translated by Katharine Prescott Wermeley. Illustrated with portraits from the original. New York Brentano’s Publishers 1902.
  2. De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926

Uno Svedese durante la Rivoluzione Americana: 1780

Nel 1778 Axel von Fersen decise di tornare in Francia: “Vorrei tornare a Parigi per lavorare con Creutz o per arruolarmi nell’esercito. Preferirei la seconda soluzione, ma mi sottoporrò volentieri alla decisione di mio padre in proposito”, aveva scritto alla sorella, dopo il rifiuto ricevuto dalla giovane inglese che avrebbe dovuto sposare. Fu la seconda ipotesi a realizzarsi. Le relazioni di alleanza fra i due regni, di Francia e di Svezia prevedevano l’integrazione di militari svedesi, di solito ufficiali aggiunti, nell’esercito francese. Il giovane Conte chiese di arruolarsi dapprima per una programmata aggressione alle coste inglesi, che non si fece mai. Un anno più tardi, nel 1780, Axel von Fersen ottenne dal suo re e dal monarca di Francia un posto di aiutante di campo del generale Rochambeau. Destinazione: Rhode Island, Rivoluzione Americana. I diari relativi a questo periodo sono stati distrutti, ma sono rimaste le numerose lettere scritte al padre, che testimoniano delle esperienze del giovane Conte. In America avrebbe conosciuto George Washington (grazie alla sua conoscenza dell’inglese faceva da intermediario per Rochambeau), Lafayette e altri personaggi quasi leggendari, se non fossero solidamente storici.

Per il loro interesse, riporto quasi integralmente la traduzione delle lettere, suddividendole in tre articoli, uno per ogni anno di guerra. Quando non altrimenti precisato accanto alla data, sono inviate al padre.

Parigi, 2 marzo.

Mi trovate, caro padre mio, al vertice dei miei desideri. Una grande spedizione di 12.000 uomini sta per essere iniziata, ma c’è persino chi mi assicura che arriverà a contarne oltre 20.000. Ho avuto il permesso di parteciparvi come aiutante in campo del generale, che è M. de Rochambeau; ma mi è stato raccomandato di mantenere il segreto, perché il posto è stato rifiutato a molti altri. Tutti vogliono partire, perciò hanno preso la ferma decisione di mandare solo gli ufficiali dei reggimenti di fanteria. Io sono obbligato per questa preferenza a M. de Vergennes; è lui che si prese a cuore la cosa.
Sono in uno stato di gioia indescrivibile. Quando conferii con M. de Rochambeau, mi rivolse ogni sorte di complimenti, e mi parlò a lungo di voi, padre, terminò asserendo che era felice di avermi con sé, e di poter dimostrare quanto grande fosse la sua stima per voi, e quanto sinceramente vi fosse legato. I generali che sono con lui sono: il Marchese de Jaucourt, il Conte de Caraman ed il Marchese de Viomesnil; di questi, gli ultimi due hanno una grande reputazione; quella di M. de Rochambeau è ben certa; in generale, questa è la miglior scelta che si potesse fare.
Ci sono tre reggimenti Tedeschi: Anhalt, Royal-Deux-Ponts, and Royal-Corsican. Non mi è ancora stato possibile vedere l’elenco dei reggimenti Francesi, ma i loro colonnelli hanno l’ordine di essere a Brest il 15 – noi il 25, per salpare dal 1 al 4 aprile. Il convoglio sarà scortato da dodici navi e da un numero sufficiente di fregate. M. Duchaffaud comanderà la nostra flotta, il Conte d’Estaing la vedetta, che rimarrà nella Manica durante tutto l’inverno. L’irritazione di quanti vi sono a bordo farà esplodere la nave; io penso tuttavia che ciò sia per il bene dell’operazione.

Brest, 4 aprile 1780.

Il nostro imbarco procede: l’artiglieria, le munizioni e il commissariato sono già a bordo, e noi ora ci occuperemo dell’imbarco della truppa. Il primo reggimento arriva oggi, e sarà imbarcato a partire dal 8 aprile. M. de Rochambeau intende arrivare il giorno 10, così da poter salpare il 12 o il 13. Sono così contento che non riesco a contenermi, ma la mia gioia sarà perfetta solo quando avremo doppiato Capo Finisterre.
Vi avevo scritto, caro padre, che la nostra divisione (dato che di certo non la si può chiamare armata) sarebbe stata di 7683 uomini; il numero è stato ridotto a 5000 dalla negligenza ed inefficienza con cui tutto viene fatto in questo paese. Giudicate voi stesso: quando si ipotizzò questa spedizione la prima volta, era stato deciso che vi avrebbero partecipato 4000 uomini. Con un numero così esiguo, M. de Rochambeau rifiutò; sostenne di non poter accettare il comando se c’erano meno di 7000 uomini. Tutti lo biasimarono per il numero, ancora troppo modesto, ed egli rispose che era sicuro che ne avrebbe avuti più di quanti avrebbe potuto trasportare. Gli eventi dimostrarono la precisione delle sue previsioni: per esempio, gli erano state assegnate 30.000 tonnellate di carico da M. de Sartine [Ministro della Marina], ma le navi da trasporto convenute a Brest potevano portare solo 10.000 tonnellate; ed è permesso il trasporto di un uomo ogni due tonnellate – un terzo di quanto era stato promesso! Comunque, siamo riusciti a lasciare a terra solo 2.595 uomini e salpiamo con 5.088.
Tutto ciò ci getta nella disperazione, e non possiamo impedirci di essere sorpresi ed indignati che non si sia mai pensato di mandare navi da Havre e Saint-Malo a Brest durante l’inverno, senza aspettare la primavera, quando i pirati del Jersey impediscono le comunicazioni fra i tre porti. È ciò che sta accadendo ora, avevamo contato sull’arrivo di 10 o 12 grandi navigli da Havre e Saint-Malo; invece dovettero ritornare in porto per timore di essere catturate. Abbiamo scritto a Bordeaux per averne altre. Le aspettiamo da un giorno all’altro; se però non arrivano prima del 12, dovremo partire senza di loro, e il resto della nostra piccola armata ci raggiungerà quando sarà possibile. Ho motivo di credere che questi rinforzi saranno aumentati a 4000 uomini; è assolutamente necessario.
Abbiamo quattro generali di brigata: il Cavaliere de Chastellux, il Cavaliere ed il Barone de Viomesnil (due fratelli), e M. de Wichtenstein, in passato colonnello del reggimento Anhalt. Abbiamo molta artiglieria; l’apparato d’assedio è molto importante. Abbiamo provviste per quattro mesi in mare, e tre mesi in porto. Saremo scortati da sette imbarcazioni di linea: il ” Duc de Bourgogne,” 80 cannoni, il “Neptune,” 74, il ” Conquerant,” 74, il ” Jason,” 64, l’” Eveillè” 64, il ” Provence,” 64, l’” Ardent,” 64 (quello che era stato catturato dagli Inglesi lo scorso anno), e due fregate. Il convoglio è di 24 navi da trasporto.

Brest, 4 aprile [alla sorella Sophie]

Sono qui, mia cara, alla fine della prima parte del mio viaggio. Sono partito da Parigi il 23 marzo, ma la pessima qualità delle strade e dei cavalli mi hanno costretto a fare in sei giorni un viaggio che non ne avrebbe richiesti che tre o quattro, in condizioni migliori. Sono felicissimo al pensiero che siamo davvero sul punto di partire, che andrò in guerra, dove finalmente potrò fare qualcosa. Qui tutti mi trattano molto bene. Il generale, che conosce molto bene mio padre, è molto gentile con me. In tutto, siamo in sei con la qualifica di suoi aiutanti in campo. Siamo molto impegnati per tutta la giornata; solo le serate sono un po’ noiose. La vita di società a Brest non è certo vivace. Presto però avremo degli spettacoli, nel teatro che sta per aprire. Ci sono molti giovani parigini che frequentavano la Corte, che sono colonnelli e aiutanti in campo nell’esercito. Mi trovo bene con loro; sono molto amichevoli, spesso ceniamo insieme. Il conte di Damas, uno dei miei camerati, è quello che ci intrattiene a cena. Abita da suo zio, e ha a disposizione tutta la casa, dato che lo zio vive a Parigi. È lì che andiamo a divertirci dopo la giornata di lavoro. Dal giorno 8 dovremo stare sempre a bordo, si intende salpare il giorno 12 o 13. Non sappiamo ancora quale sarà la nostra destinazione, ma dovunque si vada a finire, siate certa, cara Sophie, che penserò sempre a voi, che continuerò ad amarvi e ad avervi cara come la migliore dei miei amici…”

Brest, 27 aprile 1780, a bordo della “Jason”. [alla sorella Sophie]

Credo, cara, di avervi già ringraziata per la vostra lettera che ho ricevuta il 24 marzo, il fatto è che non mi stancherei mai di dirvi quanto piacere mi abbia fatto. Un piacere che si intensifica ogni volta che ne faccio menzione. Il mio solo rimpianto è che sarò senza notizie per un tempo tanto lungo. Ma continuate a volermi bene e non dimenticate un fratello che vi amerà teneramente per tutta la vita. Non ho nulla di nuovo da dirvi. Siamo ancora confinati a bordo, e ci è proibito di scendere a terra se non per qualcosa di davvero urgente. Come potete immaginare, questo “qualcosa” capita a ciascuno – e capita spesso anche a vostro fratello. Mi piace scendere a terra; e devo dirlo, ne ho abbastanza della nave. Del resto, sono in buona compagnia. Il capitano è gentile, allegro e geniale. Mi ha dato una cabina, che ho potuto sistemare a mio piacere, lì posso ritirarmi a leggere, scrivere e lavorare. Trascorro la maggior parte del giorno lì dentro, e non mi trovo meglio da nessun’altra parte, sulla nave. I venti sono ancora contrari e, con mia grande disperazione, nessuno sa quando salperemo. L’altro ieri, durante la notte, si ricevette il segnale di salpare l’ancora; subito dopo però il vento girò di nuovo contrario, e fummo costretti ad attendere, una volta di più. Spiegheremo le vele non appena sarà di nuovo favorevole; attendo con impazienza quel momento. Addio, mia carissima amica, da un fratello che vi adora.

In navigazione, lunedì 16 maggio 1780, a bordo della “Jason” al largo di Finisterre.

Ho a malapena il tempo di scrivervi due parole per dirci che sto bene. Non ho sofferto di mal di mare. Abbiamo già superato una tempesta, che ha rotto l’albero maestro una delle nostre navi. Il vento è favorevole, e secondo il mio parere potremmo arrivare in America in quaranta giorni. Abbiamo avvistato un grande vascello che si tiene a distanza, non so se sia amico o nemico. Non ho tempo per scrivere di più.

Newport, in Rhode Island, 5 agosto 1780.

La lettera che vi scrissi il 16 luglio, che ritornò a Newport il 23, a causa della comparsa della flotta Inglese, è ormai in fondo al mare. La nave che avrebbe dovuto trasportarla è affondata non appena salpata dal porto il 30 luglio, per aver urtato uno scoglio. Nella missiva vi avevo inviato un resoconto di una battaglia navale da noi combattuta, con anche il piano della battaglia e un breve estratto del nostro viaggio dal mio diario. Non ho tempo di descrivervi di nuovo la battaglia, né di ridisegnare il piano della stessa, quanto al diario, eccolo:
– 4 maggio: lasciata Brest; l’11 incontrata una burrasca nel golfo di Biscaglia; il 17 doppiato Capo Finisterre; diretti verso Sud fino al 27esimo grado di latitudine; poi virato ad ovest.
– 20 giugno: al largo delle Bermuda incontrammo cinque imbarcazioni Inglesi e combattemmo con essi per due ore senza riportare grandi danni. Essi scomparvero approfittando del buio della notte, la nostra scorta non ci permise di seguirli. Intendevamo gettare le ancore nella baia di Chesapeake, ma il 4 luglio, quando eravamo distanti solo tredici leghe, avvistammo undici imbarcazioni che prendemmo per velieri armati; ciò ci indusse a cambiare rotta e levammo le vele verso Rhode Island, dove arrivammo sani e salvi la sera del giorno 11, e gettammo l’ancora nella rada. Grande fu il nostro timore di incrociare la flotta Inglese sulla nostra via per uscire da Chesapeake; il che non era senza motivo, dato che l’Ammiraglio Graves, incaricato dall’Inghilterra di intercettarci e, se possibile, attaccarci, raggiunse New York il 13, imbarcò altri marinai ed apparve davanti alla nostra rada il 17. Se fosse riuscito ad entrarci prima di noi, avrebbe occupato Rhode Island, e noi avremmo potuto entrarci solo dopo una battaglia che di sicuro avrebbe distrutto il nostro convoglio.
Non posso dirvi nulla, mio caro padre, sulla nostra campagna, perché io stesso non ne so nulla. Abbiamo intenzione di raggiungere il Generale Washington, che si trova solo a 25 miglia da New York, poiché riteniamo che questa sia l’unica manovra possibile e il solo modo di fare qualcosa. Non so se questo avvicinamento sia possibile. Al momento siamo bloccati da venti velieri, dieci dei quali sono vascelli. Ogni giorno si avvicinano molto alla costa; si dice che non faranno nulla, e così credo anch’io. Aspettiamo l’arrivo del Generale Clinton da un momento all’altro; è salpato da New York con 10.000 uomini; siamo pronti a riceverlo, tutte le disposizioni sono state date; spero che venga, ma mi è difficile credere che egli intenda commettere una tale pazzia.

Newport, 8 settembre 1780.

Nessuna novità dal mio ultimo dispaccio. Non abbiamo lasciato l’isola; la occupiamo pacificamente, e nell’ordine più completo, in un accampamento molto salubre, ben collocato e assai ben difeso da un fossato; i lavori non sono del tutto completi, ma procedono. Viene mantenuta una severa disciplina; non si prende nulla dagli abitanti se non con il loro libero consenso e pagando in contanti; non abbiamo ancora ricevuto nessuna lamentela contro le truppe. Una tale disciplina è ammirevole e meraviglia gli abitanti del luogo, abituati alle scorribande degli Inglesi e delle loro stesse truppe. Fra le due nazioni si è stabilito un rapporto di reciproca, grande fiducia e un’eccellente armonia; se ciò potesse bastare a garantire il successo alla nostra spedizione, potremmo essere sicuri di ottenerlo. Nelle ultime quattro o cinque ore non siamo più stati bloccati. Aspettiamo da un momento all’altro notizie dalla Giamaica; se queste fossero state intercettate, temo che non avremmo più molto da fare qui. Il Generale Sir George Clinton, comandante in New York, è ancora a Long Island con 20.000 uomini, dove ha accumulato grandi quantità di legname e di provviste commissariate. Sembra determinato a trascorrere lì l’inverno. Ho molta paura che dovremo trascorrerlo qui anche noi; mi consolerò se ci sarà una campagna in primavera. La nostra divisione è in ottime condizioni; sia gli ufficiali, sia i soldati sono pieni di buona volontà e di ardore per la causa comune. Di tanto in tanto ci sono episodi di futili litigi, ma ciò è inevitabile; l’ordine e la disciplina, tuttavia, regnano ammirevolmente, specialmente fra le truppe Francesi. Questo prova che costoro necessitano soltanto di un buon comandante. Non abbiamo ancora partecipato alle manovre, ma lo faremo fra pochi giorni.
Voi, mio caro padre, conoscete abbastanza bene i Francesi, e coloro che vengono chiamati cortigiani, per giudicare quanto siano disperati i giovani di tale condizione arruolati con noi. Si vedono obbligati a trascorrere l’inverno nella tranquilla noia di Newport, lontano dalle loro amanti e dai piaceri parigini: niente cene, niente teatro, niente balli. Sono disperati: null’altro che l’ordine di marciare contro il nemico potrebbe consolarli. Durante tutto il mese di agosto il caldo fu eccessivo; non ho mai avuto tanto caldo nemmeno in Italia. Ora l’aria è più fresca; il clima è superbo, il paese incantevole. 
Una settimana fa il generale fece un viaggio sulla terraferma. Io ero l’unico degli assistenti ad accompagnarlo. Siamo stati fuori due giorni e abbiamo esplorato una delle più belle regioni del mondo, – ben coltivata, posizione incantevole, prosperità degli abitanti, ma senza lusso né ostentazione; si accontentano del puro necessario, che da altre parti, è appannaggio delle classi inferiori; vestono bene, ma in modo semplice, e la loro moralità non è stata ancora contaminata dalla lussuria degli Europei. È un paese che di certo potrebbe essere felice, se solo potesse godere di un lungo periodo di pace, e se i due partiti che ora lo dividono non lo costringeranno a patire il destino della Polonia e di molte altre repubbliche. Questi due partiti si chiamano “Whig” e “Tory”: il primo sostiene totalmente la libertà e l’indipendenza, ed è composto da persone di bassa estrazione e senza possedimenti propri; la gran parte degli abitanti appartiene a questo ceto. I “Tories” parteggiano per gli Inglesi, o, per essere più corretti, per la pace, senza preoccuparsi troppo di libertà ed indipendenza. Queste sono persone di classe più elevata, le sole che possono avere una loro proprietà in America; alcuni hanno proprietà e parenti anche in Inghilterra; altri, per poter continuare ad essere i proprietari di ciò che qui appartiene a loro, parteggiano per gli Inglesi, che hanno maggior potere. I Whigs, quando predominano, li saccheggiano il più possibile. Ciò fa crescere fra di loro un astio ed un’animosità che si può estinguere con grande difficoltà, e rende sempre possibili grandi rivolte.

Newport, 8 settembre 1780 [alla sorella Sophie]
La gioia che mi procura scrivervi e assicurarvi del mio più costante ed ardente affetto, mia cara amica, è indicibile. La distanza serve solo a rendere più grande la mia amicizia per voi. Le occasioni di scrivervi sono così infrequenti che la loro importanza si accresce enormemente per me, la mia felicità va di pari passo quando ho la possibilità di farlo. Non ci siamo mai mossi da questo posto, da quando ci siamo arrivati e Dio sa quando potremo farlo. Finora siamo stati bloccati da uno squadrone inglese di venti navi, però stamane sembrano essere sparite.
Con il mio generale, ho intrapreso un viaggio di un paio di giorni all’interno del continente. Il capo è molto gentile con me, e io gli sono molto devoto. Mi trovo bene con i miei camerati, tutti sono corretti con me; qualcuno è persino amichevole, e io ne sono felice. Ciò che mi manca è la gioia di potervi vedere e abbracciare.
Vi ho già parlato della bellezza di quest’isola. Il clima è molto salubre. Per un paio di settimane è stato caldissimo. Ma ora il tempo è perfetto. La gente di Newport è educata e perbene. Mi manca il tempo per fare molte conoscenze. Frequento due o tre case, dove sono accolto cordialmente e dove vado a divertirmi un po’ dopo le occupazioni quotidiane. In una di queste, quella di Mrs. Hunter, c’è una ragazza diciottenne, proprio carina, allegra, amabile e di spirito, che suona il clavicembalo e canta alla perfezione. Le insegno il francese.

Newport, 14 settembre 1780.

Le notizie che vi posso inviare non sono né molto interessanti, né molto buone. C’è invece un evento assai penoso per noi: la disfatta del Generale Gates ad opera di Lord Cornwallis in South Carolina il 10 di agosto. Il generale americano ha commesso un’imprudenza nell’avanzare, così è stato attaccato; metà delle sue truppe sono state uccise, le altre catturate, lui stesso ha dovuto fuggire, con un assistente. Al momento non abbiamo altri dettagli della storia. M. de Rochambeau ha ricevuto la notizia per espresso l’altro ieri, ma non ha reso ancora pubblici gli eventi, non ne parla, benché tutta la città sappia cos’è successo.
Un Americano, con il quale ho parlato stamane, mi ha detto di aver inviato una lettera ad un membro del congresso, nella quale lo scrivente sostiene che fin dall’inizio dell’azione gli Inglesi avevano già superato completamente la formazione comandata dal Generale Gates. Se ciò fosse vero, come si sarebbe potuto far affidamento su una simile truppa? Sarebbe piuttosto da compatire l’audace cui ne fosse toccato il comando. Questa, mio caro padre, è la nostra attuale situazione, di certo non allegra. C’è solo da sperare in un cambiamento prima dell’arrivo della nostra seconda divisione, che aspettiamo con impazienza. La guarnigione di Newport sta riempendosi di una gran malinconia.

Newport, 14 settembre 1780 [alla sorella Sophie]

Posso scrivervi solo poche righe, mia cara sorella; è poca cosa ciò che vi scrivo da così grande distanza, ma poco è meglio di niente. Sono contento anche solo di potervi dire quanto mi siete cara. Mio padre vi dirà ciò che ho scritto a lui, non sono buone notizie. Qui siamo molto tranquilli. Di più, non facciamo nulla. Qualche volta riusciamo a divertirci, ma più spesso siamo annoiati. Tra gli uomini dell’esercito, ho scelto il mio piccolo e selezionato gruppo. Ho fatto proprio una selezione severa, siamo solo tre: il Duca di Luzun, Sheldon, un Inglese che si è arruolato nell’esercito francese, come Colonnello aggiunto degli ussari, il terzo sono io. Stiamo insieme per quanto ce lo permettono i nostri doveri. Dalle otto di sera a mezzanotte trascorriamo le serate da Mr. Hunter, la signora di cui vi ho già scritto, che ha una figlia molto carina. Lauzun, che è il più anziano e saggio del nostro triumvirato, si ritira per primo – Sheldon ed io prolunghiamo le serate musicali facendo le ore piccole del mattino. E queste serate ci piacciono molto. 
Addio, stanno aspettando le mie lettere, e devo chiudere. Affettuoso ricordo da vostro fratello che vi ama. Saluti altrettanto affettuosi per Hedda e Fabian [la sorella maggiore e il fratello più giovane], un bacio per il piccolo Dandy [Axel Adolf,il bambino di Sophie, di un paio d’anni] e una stretta di mano a Piper [il cognato, marito di Sophie].

Newport, 16 ottobre 1780.

Questa è la prima occasione sicura. È da molto tempo, mio caro padre, che avrei dovuto scrivervi. Sono sicuro che questa lettera arriverà fino a voi, e senza essere letta; partirà con una fregata che M. de Rochambeau sta per inviare in Europa. Il Duca de Lauzun manda con essa uno dei suoi servitori: ha promesso di consegnare la mia lettera al Conte Creutz, ho dunque approfittato di questa duplice opportunità per scrivere anche a lui. La fregata porterà in Francia un ufficiale che farà un rendiconto dello stato e della situazione dell’armata e dei suoi cari alleati, che sono entrambi pessimi quanto basta. Non so chi possa essere incaricato di tale commessa; tutti indicano me, alcuni degli ufficiali superiori, M. de Castellux e il Barone de Viomesnil, hanno parlato di me come di chi potrebbe in questo caso svolgere l’incarico del generale. Non so quale sarà il risultato, non farò nessun passo per ottenere l’incarico, e nemmeno lo rifiuterò se il generale me lo offrirà. Tuttavia, non desidero essere prescelto per questo servizio. In mia assenza potrebbe accadere qualcosa di interessante, e mi dispererei di aver perso tale occasione.
La nostra posizione è molto spiacevole. Stiamo vegetando per chiudere la strada al nemico, nella più triste e spaventosa indolenza ed inattività; a causa del nostro numero esiguo, siamo costretti a starcene in una posizione noiosamente difensiva; non siamo di nessuna utilità per i nostri alleati. Non possiamo lasciare l’isola che occupiamo senza esporre la nostra flotta al rischio di un attacco e persino della completa distruzione; infatti la flotta, uscendo, non potrebbe far altro che consegnarci a un nemico di gran lunga superiore per numero di navi e di uomini, l’attacco sarebbe inevitabile e il blocco di qualsiasi via di ritirata verso la terra ferma sicuro. Navi inglesi di varia dimensione fanno continue ricognizioni ravvicinate alle nostre posizioni; non osiamo attaccarle, perché hanno altre navi in rada a Gardner’s Island, venti miglia a sudest, e le navi che escono non sono quasi mai meno di quindici o venti. Finché non saremo noi i più forti, saremo obbligati a starcene qui, a meno che non si decida di salpare abbandonando l’isola agli Inglesi. Le due cose sono una l’inevitabile conseguenza dell’altra.
Ben lungi dall’essere di qualche utilità agli Americani, noi siamo solo un fardello sulle loro spalle; non diamo rinforzi alla loro armata, dato che distiamo da loro dodici giorni di marcia e siamo separati da bracci di mare che non si possono attraversare in inverno a causa delle lastre di ghiaccio che vi galleggiano sopra. Siamo addirittura una spesa, per loro, poiché consumiamo tanto da far scarseggiare le loro provviste, e inoltre, pagando con moneta corrente, facciamo scendere il valore delle banconote, che ora i commercianti rifiutano di scambiare con la loro merce. Così priviamo l’armata del Generale Washington dei suoi mezzi di sussistenza. La nostra situazione, quanto a denaro corrente, non è migliore della nostra posizione militare. Avevamo portato con noi due milioni e seicentomila franchi, la metà dei quali in moneta corrente e il resto in lettere di scambio per un banchiere di Philadelphia, M. Holcher. Avremmo dovuto averne il doppio. Questo genere di necessità, in una nazione in cui ciascuno non vuole altro che avere denaro in tasca, ci costringe a grandi economie, mentre invece sarebbe necessario disporne con munificenza e a profusione. Tutto ciò rovina il credito che abbiamo. L’approvvigionamento di foraggio è stato trascurato e lasciato nelle mani di un commissario, che si fidava degli appaltatori; questi ultimi non vedono la questione sotto un punto di vista militare, si preoccupano solo dei propri interessi personali. Invece di immagazzinare il foraggio delle isole e nel raggio di quattro o cinque miglia all’intorno, così che sia facile da trasportare, utilizzano completamente tutto quello che c’è qui vicino per le esigenze del momento attuale, lasciando per l’inverno le riserve più lontane. Dio solo sa come faremo per averle; già due volte siamo rimasti senza foraggio per due giorni, e ciascuno di noi è stato obbligato a comprarlo dove si poteva.
I generali non vanno d’accordo. L’intera armata è scoraggiata dal dover rimanere qui inattivi, per un tempo tanto lungo. La seconda divisione non è arrivata; senza di essa non possiamo far nulla, o per lo meno non granché. M. de Rochambeau ha inviato in Francia un rapporto delle sue condizioni, con la richiesta di rinforzi, sia di uomini, sia di denaro. Vedremo quale sarà il risultato.
Circa due settimane fa andai con M. de Rochambeau a Hartford, a quattro leghe da qui. Il gruppo era di sei persone: il generale, l’ammiraglio, il capo dei genieri, il Visconte de Rochambeau, figlio del generale, e due assistenti, uno dei quali ero io. Si doveva parlamentare con il Generale Washington. M. de Rochambeau mi inviò in avanguardia per annunciare il suo arrivo, così ebbi l’occasione di vedere questo illustre, per non dire unico, uomo della nostra era. Il suo viso nobile e maestoso, ma allo stesso tempo gentile e sincero, si accorda alla perfezione con le sue qualità morali; ha l’aspetto dell’eroe; è molto freddo, ma educato e civile. Un’aria di tristezza pervade la sua persona, che non gli si disdice, e lo rende ancor più interessante. Il suo seguito era molto più numeroso del nostro: c’erano M. de Lafayette, il Generale Knox, capo dell’artiglieria, M. de Gouvion, un Francese capo dei genieri, e sei assistenti. Aveva inoltre una scorta di venti dragoni, il che era indispensabile, dovendo egli attraversare una regione piena di nemici. Non essendoci poi stazioni di posta in questo Paese, si è obbligati ad usare cavalli propri, quasi sempre da sella, data la pessima qualità delle strade. In questa occasione, però, quasi tutti erano sui carri, ad eccezione di due degli assistenti. Ci vollero tre giorni, per noi, per raggiungere Hartford; lo stesso fu per il Generale Washington. Lungo il cammino ci giunse notizia dell’arrivo della flotta di Rodney a New York, ma continuammo il nostro viaggio. I due generali e l’ammiraglio parlarono fra di loro durante tutto il giorno in cui ci fermammo a Hartford. Il Marchese de Lafayette faceva da interprete, dato che il Generale Washington non sa parlare e nemmeno capisce il francese. Si separarono assai ben impressionati gli uni dagli altri; per lo meno così dissero. 
Il Generale Washington seppe del tradimento del General Arnold mentre già era sulla via del ritorno. Costui era uno dei suoi migliori generali; era stato trapassato da due palle di fucile e aveva sempre tenuto una condotta eccellente. Era stato il Generale Clinton ad imbrogliarlo; intendeva liberare West Point, dov’era il suo stato maggiore. Il Maggiore André, assistente del Generale Clinton, arrivò a West Point travestito da contadino, per esaminare le fortificazioni, e accordarsi sulle modalità di attacco e da che via il Generale Arnold avrebbe dovuto ritirarsi per evitare di sollevare sospetti. Una fregata avrebbe atteso l’assistente nel fiume Hudson, e ci sarebbe stata una barca nel punto sul quale si erano prima accordati. Dopo aver sistemato ogni cosa con il Generale Arnold, il Maggiore André andò a prendere la barca, ma non riuscì a trovarla. La fregata era stata obbligata a cambiare la sua posizione perché i cannoni di West Point la stavano prendendo di mira. Attendeva dunque quattro miglia più in giù, lungo il fiume. Il Maggior André, non sapendo nulla di tutto ciò, pensò che avrebbe potuto raggiugere New York via terra. Fu invece arrestato da un gruppo di gente del posto, che stavano pattugliando la regione con grande attenzione, a causa del passaggio del Generale Washington. André mostrò il suo lasciapassare, fornitogli dal Generale Arnold, ma quelli dubitarono della sua autenticità e, nonostante tutte le offerte che il prigioniero fece loro, lo consegnarono all’esercito.
In quello stesso momento il Generale Washington era arrivato a West Point da Hartford. Inviò i suoi assistenti dal Generale Arnold per annunciargli che intendeva pranzare con lui, e allo stesso tempo ispezionò il forte egli stesso. Gli assistenti trovarono il Generale Arnold che stava facendo colazione con sua moglie. Nello stesso momento in cui si erano seduti, qualcuno sussurrò qualcosa all’orecchio del generale, che si alzò, disse una parola a bassa voce alla moglie, ed uscì. Le sue parole erano state: “Addio per sempre.” La signora svenne. Gli assistenti la soccorsero, senza sapere cosa fosse mai accaduto, ma pochi istanti più tardi arrivò un corriere con le notizie riguardanti il Generale Washington. Inseguirono il traditore, ma era ormai troppo tardi. Se gli Inglesi fossero riusciti a prendere West Point, sarebbero stati padroni incontrastati di tutto il fiume Hudson; avrebbero potuto impedire tutte le comunicazioni e il ricongiungimento delle nostre forze con quelle degli Americani e Washington, che era accampato ad Orangeville, tra West Point e New York, si sarebbe trovato fra due fuochi e sarebbe certamente stato sopraffatto prima che noi potessimo dargli sostegno. Avrebbe forse potuto essere la completa disfatta per l’America, e noialtri avremmo avuto la vergogna di arrivare fin qui solo per essere spettatori della rovina dei nostri alleati. La nostra stessa posizione non sarebbe stata migliore, perché gli Inglesi, non più minacciati dagli Americani, avrebbero rivolto tutte le loro forze contro di noi, e non eravamo certo abbastanza forti da resistere al loro attacco. Per fortuna, il piano fallì. Si dice che il Maggiore André sia stato impiccato. Questo è molto penoso; era un giovane di ventiquattro anni, con grande talento. Il generale non ha notizie ufficiali di ciò, e io spero che non sia vero. 
Ti ho già detto, mio caro padre, che sono in relazione particolarmente intima con il Duca de Lauzun. Le opinioni su di lui sono contrastanti. Ti capiterà di sentire sia buoni, sia cattivi giudizi; i primi sono veri, i secondi falsi; se la gente lo conoscesse, potrebbe cambiare il suo giudizio e render giustizia al suo valore. Ha stretto amicizia con me, e propone, in modo assolutamente cortese, che io accetti il posto di colonnello al comando della sua legione, che è vacante. Vuole anche cedermi il posto fisso di qui ad un anno, quando intende ritirarsi dal servizio. La sua legione ha mille fanti e tremila ussari, con qualche piccolo pezzo di artiglieria. La proposta è per me troppo attraente e vantaggiosa per poterla rifiutare. Riguardo a questa faccenda, il Duca di Lauzun ha scritto alla regina, che ha con lui rapporti di grande favore, e un poco anche con me, e anch’io le ho scritto. Spero che la fregata che porterà la sua risposta porti anche il mio brevetto. Lauzun mi assicura che non ci possono essere difficoltà.

Newport, 26 ottobre 1780.

Avete già sentito della disfatta del Generale Gates nel Sud. Vi ho scritto in proposito. Il Congresso l’ha proprio ora richiamato a Philadelphia e ha affidato il comando del suo corpo al Generale Greene. Gates è sospettato, perché era uno stretto alleato di Arnold. Sembra che la sua disfatta non abbia avuto ulteriori conseguenze. Tutto è tranquillo. Due battaglioni di granatieri e cacciatori, con distaccamenti da altri reggimenti, sono appena stati imbarcati a New York, in tutto sono quattromila, per servire nel Sud. È arrivata una flotta a New York da Cork in Irlanda, con un carico di provviste, delle quali là cominciava ad esserci penuria. La stressa flotta imbarca anche quattromila reclute, Inglesi e Tedeschi dell’Assia. Che razza di guerra è questa per gli Inglesi! Costretti a portare tutto, persino i generi di sopravvivenza! Questa Potenza deve avere grandi risorse per essere in grado di sostenere una guerra così lunga.

Newport, 13 novembre 1780.

La fregata che portava le nostre lettere è salpata il 28 del mese scorso; in 27 avevamo avvistato una flotta di tredici navi da Guerra, tuttavia, non avendola più scorta il mattino successivo, ed avendo sentito che era virata verso Est, tre delle nostre fregate lasciarono il porto, non so quale fosse la destinazione delle altre due. La faccenda di Arnold non ha avuto risultati. Il povero Maggiore André, un giovane uomo di ventotto anni, di grandissime promesse, amico del Generale Clinton, è stato impiccato. L’esecuzione ha commosso l’intera armata; i due ufficiali che il Generale Washington gli aveva dato come guardia d’onore per accompagnarlo all’esecuzione non ebbero la forza di seguirlo.
Il Generale Gates, della cui disfatta voi avete letto nella gazzetta, è stato richiamato a Philadelphia; si dice che il Congresso abbia dei sospetti su di lui, a causa delle sue intime relazioni con Arnold, a che questa sia la causa della chiamata.
I tre stati di New York, Connecticut e Massachusetts hanno appena nominato dittatore il Generale Washington, con poteri militari assoluti. Si pensa che gli altri dieci Stati faranno altrettanto.
Queste decisioni daranno un nuovo vigore agli avvenimenti, cambiando il loro aspetto e dando impulso all’indolenza vischiosa degli Americani. Quattordici navi Spagnole e nove Francesi hanno da poco catturate nei dintorni di Madeira un convoglio di cinquanta navi, che in parte arrivavano dalle Indie e in parte dalle Isole, con un ricco carico.
La nostra guerra non è molto attiva. Corrono voci di un leggero vantaggio ottenuto dagli Americani sugli Inglesi; questa notizia non è sicura, io ne dubito.
Tremila dei seimila uomini imbarcati a New York (quasi tutti granatieri e cacciatori) son già giunti a Chesapeake Bay. Si dice che il Generale Clinton naviga con il resto. Non c’è dubbio che questa è una spedizione verso il Sud, per occupare la North Carolina e la Virginia, o per danneggiarle quanto più possibile. Non incontrerà grande resistenza. Il corpo dell’armata Americana stanziato lì conta solo quattromila uomini in forza, oltre a poche milizie non facenti parte dell’armata. La metà, o forse i tre quarti, termineranno in gennaio il periodo di ferma, il che riduce l’Armata a niente. Il Generale Washington non può allontanarsi dalla sua posizione senza lasciare agli Inglesi l’intero corso del fiume Hudson e i territori ad esso adiacenti, d’altra parte noi, per la necessità di mezzi sufficienti, non possiamo lasciare la nostra isola, dove siamo obbligati a rimanere come un’ostrica nella conchiglia. Dunque, gli Inglesi avranno piena libertà di fare tutto ciò che vorranno nel Sud; hanno una guarnigione di seimila uomini a Charleston, con la quale possono procurare rinforzi, e hanno l’appoggio di metà del Paese. La loro posizione è eccellente, se sanno come approfittarne, la nostra situazione è disperata, a meno che non cambi qualcosa.
M. de Rochambeau ha appena inviato la legione di Lauzun nei quartieri sulla terraferma, a ventinove miglia da qui. Ciò è stato necessario dalla penuria di foraggio. Il Duca di Lauzun mi tratta sempre con la stessa familiarità; mi parla incessantemente della mia opportunità, di quanto sarebbe stato felice nel consegnarmi la proprietà di questa legione; non vuole compenso in denaro per ciò, e quando gliene accennai rispose: “Non vendo uomini – anche se ne ho comprati alcuni, talvolta; invece, do a me stesso una ricompensa trovando un uomo al quale affidare i miei combattenti, che amo come figli, con tutta la fiducia che ripongo in voi.”. Il modo di dire ciò era perfetto e rivela l’uomo. La speranza della rapida realizzazione di questo piano mi affascina e mi rende felice.

Newport, 13 novembre 1780 [alla sorella Sophie]

Nessuna novità, mia cara sorella, da quando vi ho scritto l’ultima volta, il 16 ottobre. Dal 1 del mese le truppe sono acquartierate per l’inverno in questa città, rimarremo del tutto tranquilli qui, cosa che mi fa molto arrabbiare. Alcuni ufficiali hanno avuto il permesso di lavorare all’interno del paese. Non appena ritorneranno, spero di fare anch’io lo stesso. Spero di poter lavorare su un vascello a tre alberi.
Fa molto freddo e le slitte sono buone come in Svezia. Abbiamo già avuta molta brina e una trentina di centimetri di neve. Questo paese mi ricorda la Svezia, e il ricordo me la rende cara. Sto benissimo e sono felice. Non si può desiderare di più. Il nostro triumvirato di recente è diventato un duumvirato. Il Duca di Lauzun, con i suoi ussari, è stato mandato a venti leghe da qui, e dovrà restare là durante tutto l’inverno. Qui siamo rimasti solo Sheldon ed io. Mi dispiace, sono amico del Duca con tutto il cuore. Addio, cara amica, amami quanto io amo te.

Newport, 7 dicembre 1780.

Vedete, mio caro padre, che siamo ancora qui, a Newport; neppure pensiamo di potercene allontanare. Viviamo tranquillamente nei quartieri invernali. L’armata di Washington vi è arrivata due settimane fa. L’Ammiraglio Rodney è ritornato nelle Isole con le sue dieci navi; ora noi abbiamo qui Arbuthnot, con sette imbarcazioni non in linea di combattimento e tre o quattro fregate. Nel Sud le cose stanno andando bene; il Colonnello Ferguson ha appena subito una disfatta dagli Americani, il suo corpo di 1400 uomini e stato distrutto quasi completamente; questo ha costretto Lord Cornwallis, che comanda le truppe inglesi in questa regione, a ritirarsi a Charleston con il suo corpo di quattromila uomini, molti dei quali stanno morendo di fatica e di malattia. Gli Inglesi hanno mandato il Generale di brigata Leslie con 2500 uomini per raggiungere Cornwallis. Da una lettera di questo ufficiale a Lord Cornwallis, che è stata intercettata, abbiamo saputo che ha fatto approdare le sue truppe a Portsmouth, Virginia, dove attende ordini per il ricongiungimento. Apparentemente non avverrà, in ragione della ritirata di Cornwallis; si dice persino che Leslie stia tornando a New York.
Prima di trasferirsi nei quartieri invernali, il Generale Washington ha voluto fare uno scalo a Staten Island; voleva distrarre l’attenzione degli Inglesi mentre foraggiava nella zona di Kingsbridge; ma quelli non ci sono cascati; tutte le loro postazioni a Staten Island sono state rafforzate, perciò Washington ha abbandonato il suo piano.
M. de Rochambeau ha appena concluso un breve viaggio di sei giorni sulla terraferma. Sono andato con lui, eravamo solo in tre, e lo spettacolo che ci si offrì non fu quello di un bel paese e di gente gradevole. Erano, in generale, pigri e pieni di sé; com’è possibile, con tali caratteristiche, renderli utili in guerra? 

Newport, 7 dicembre 1780 [alla sorella Sophie]

Dopo tanto tempo, ecco un’altra opportunità di comunicare con voi, mia cara amica. È una delle più grandi gioie che posso avere. Della gioia di avere vostre notizie sono invece stato privato per un tempo lunghissimo. Ho sperato che prima o poi mi sarei abituato, ma so che non sarà mai possibile. Per ben sette mesi non ho saputo cosa state facendo, se pensate ancora a vostro fratello, persino se siete ancora in vita. Vi ho lasciata in condizioni critiche, e sono molto in ansia. Se dovessi avere la disgrazia di perdervi, avrei perso tutto. Dio mi risparmi una simile calamità. 
Non ho novità da raccontarvi di qui. Quelle che c’erano, le ho già spedite a mio padre. Non sono troppo annoiato. Vado ogni sera da Mrs. Hunter, di cui vi ho già detto. Questa signora stimata è piena di gentilezza e attenzioni con me. Sua figlia è incantevole. Le insegno il francese, lei mi insegna l’inglese, e lo fa meglio di quanto io non faccia con lei. Parla già abbastanza bene. In casa loro il tempo passa piacevolmente. Abbiamo da poco concluso un viaggio di ricognizione nel paese, durato sei giorni, io e un altro, con il Generale. Fra pochi giorni andremo a Boston. Lì incontrerò un Americano che è arrivato da Göteborg impiegando ventiquattro giorni. Mi hanno detto che ha portato alcuni ufficiali Svedesi che sono andati ad unirsi all’armata di Washington. Desidero molto di poterli incontrare. Spero che portino notizie della Svezia. È da molto tempo che non ne ricevo. Cosa succede alle vostre lettere?


Fonti:

  1. Diary and Correspondence of Count Axel Fersen, relating to the Court of France. Translated by Katharine Prescott Wermeley. Illustrated with portraits from the original. New York Brentano’s Publishers 1902.
  2. De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926

Messaggi criptati nella Rivoluzione Americana

Durante la rivoluzione Americana, il flusso di notizie che trascorreva le zone in guerra era vivace; le spie che portavano i messaggi rischiavano la vita. Un esempio, che lasciò perplessi già i contemporanei, fu quello del Maggiore André, impiccato come traditore dagli Americani. Non meritava l’accusa infamante: ufficiale inglese, stava portando segreti nemici ai suoi.

Le due parti utilizzavano sistemi differenti per criptare i messaggi che dovevano restare segreti, e ufficiali esperti nell’arte di decifrare i messaggi intercettati erano attivi su entrambi i fronti. 

Gli Inglesi usavano per lo più la cifratura del messaggio: il numero corrispondente alla “A” era indicato da punteggiatura di convenzione, eventualmente cambiato nel corso del messaggio. Alle altre lettere corrispondevano numeri nella sequenza dell’alfabeto britannico. “Ave Caesar”, per esempio poteva diventare, attribuendo il numero 4 alla A ed usando l’alfabeto inglese: “4 24 8 – 6 4 8 22 4 21”. Per complicare la decodificazione, si inserivano qua e là numeri privi di senso, lasciando ai membri dell’intelligenza il compito di interpretare l’inganno. Per velocizzare la decodificazione, si usavano attrezzi formati da due cerchi di metallo, uno con le cifre, l’altro con le lettere, che ruotavano l’uno sull’altro fino alla posizione desiderata.

Il generale George Washington, dal canto suo, raccomandava agli ufficiali della sua intelligence un testo del francese Turpin de Crissé, Essai sur l’art de la guerre, in parte dedicato ai metodi per scrivere, consegnare, ricevere ed eventualmente intercettare un messaggio criptato. L’autore raccomandava l’uso dell’inchiostro trasparente. Lo stesso Washington riceveva, dal fratello di John Jay, un medico, l’inchiostro simpatico che questi aveva formulato, e raccomandava, per non destar sospetti, di tracciare il testo invisibile fra le righe di un messaggio del tutto innocente o negli spazi e pagine bianche di una stampa di uso comune: calendari, registri, ecc.

Il libro di de Crissé proponeva anche di utilizzare un linguaggio codificato che utilizzava tabelle apposite e una parola-codice, che cambiava ogni volta che ciò fosse ritenuto opportuno. Il punto debole del sistema, per quanto complesso possa sembrare, era che almeno due persone dovevano conoscere la parola-codice e le tabelle usate. In genere, le persone di rango avevano un segretario addetto alla corrispondenza, e così il segreto cominciava ad essere rivelato ad una piccola schiera di persone.

Considerato come venivano trasmessi i messaggi in quei tempi, dobbiamo dichiararci fortunati dei poter tutelare i segreti della nostra posta elettronica con una password opportuna… stando attenti a non sbagliare il destinatario!

Sugli autori e le fonti

Carl Frederik von Breda - Ritratto di Hans Axel von Fersen (1800 circa)
Ritratto di Hans Axel von Fersen Carl Frederik von Breda (1800 circa)

Un personaggio di rilievo del periodo gustaviano è il Conte Hans Axel von Fersen (1755-1810). Monarchico di incrollabile fedeltà e primogenito di una delle famiglie più ricche e potenti del regno (suo padre fu a lungo il capo indiscusso del partito dominante degli “hattarna”), Axel Fersen ha lasciato un corpo monumentale di documenti, fra lettere ufficiali e personali, memoriali, resoconti di spese e diari. Questo materiale (circa 20.000 fogli manoscritti) è stato pubblicato solo in parte, e raramente nella lingua originale, il francese, che era la lingua della nobiltà dell’epoca, usata anche in famiglia. Il Conte partecipò attivamente agli eventi del suo tempo: in America fu aiutante in campo del generale Rochambeau durante la rivoluzione Americana, durante la rivoluzione francese fu a Parigi, in qualità di inviato alla Corte di Francia da Gustav III e di generale proprietario del reggimento Royal Suédois, integrato nell’armata di Francia. Coinvolto in una discussa relazione personale con la regina Marie Antoinette, ma fedele al suo re e rispettoso del re di Francia, sostenne una parte primaria nella famosa fuga della famiglia reale del 20 giugno 1791, fallita a Varennes. Dopo questo fallimento, anche personale, Axel Fersen seguì gli eventi che seguirono dall’osservatorio particolare di Bruxelles. Ritornò definitivamente in Svezia dopo la morte del giovanissimo Delfino, re di Francia in pectore dopo l’assassinio di suo padre. In Svezia trova un paese profondamente cambiato, ed è testimone del suo decadimento e della fine di una società, ancora feudale, che si stava trasformando in industriale e con maggiore influenza della borghesia.

Il Conte Axel Fersen fu massacrato nel centro di Stoccolma dalla folla, eccitata da una calunnia, il 10 giugno 1810, mentre rappresentava il re ai funerali di stato del principe danese che avrebbe dovuto ereditare la corona, ed era invece morto improvvisamente. Il massacro durò un paio d’ore, nessun servizio di stato intervenne a ristabilire l’ordine e salvare la vittima, presto riabilitata postuma da ogni accusa. Axel Fersen non era sopravvissuto al suo tempo, non vide il generale di Napoleone prendere le redini del suo paese. Gli scritti che ci ha lasciato ci offrono l’opportunità di vedere con gli occhi di un protagonista questo periodo della storia.

Ritratto del conte Edvard Frederik von Saltza
Ritratto del conte Edvard Frederik von Saltza

Un personaggio meno noto, il Conte Edvard Frederik von Saltza (1775-1859) era il terzogenito di un esponente della piccola nobiltà delle zone rurali nell’Östergötland. Di condizioni modeste, von Saltza era un uomo industrioso, sperimentatore entusiasta e instancabile lavoratore. Aveva migliorato la resa delle sue imprese, solo in parte ereditate, introducendo innovazioni tecniche. Un esempio fu un nuovo metodo per la produzione delle aringhe, che permise di rendere più produttive le saline e i laboratori di conservazione del pesce di sua proprietà. Intellettuale e mistico, produsse un ampio corpo letterario del quale è rimasto molto poco: qualche salmo, qualche novella di ambientazione storica. L’opera principale per la quale è conosciuto è una raccolta di memorie personali e di famiglia, caratterizzate da attenzione alle persone e ai dettagli del quotidiano, e dall’ironia con cui osservava il mondo rurale e feudale, lontano dal potere di Stoccolma, nel quale era cresciuto.

Un altro autore alla cui documentazione mi sono riferita per descrivere la reazione di Parigi alla fuga di Varennes, è l’editore e libraio parigino Nicolas Ruault, esponente di una facoltosa famiglia normanna. Le lettere scritte al fratello, parroco in un villaggio della Normandia, sono state raccolte e pubblicate da famigliari, insieme a stralci di altre corrispondenze e diari. Giacobino, amico di personaggi come Beaumarchais, era stato l’editore della raccolta delle opere di Voltaire curata da quest’ultimo (edizione di Kehl, 1784-1789). A Parigi faceva parte di una ampia e distinta cerchia di intellettuali. Fra i suoi clienti e corrispondenti troviamo addirittura Benjamin Franklin, il che non è indifferente, alla luce del ruolo giocato dall’amico Beaumarchais nella rivoluzione Americana. Nelle lettere si nota la sua tendenza all’ironia, spinta fino al sarcasmo e forse un certo cinismo. Si allontanò dalla rivoluzione quando questa assunse il carattere sanguinario che è ben noto, pur rimanendo sempre critico nei confronti della monarchia. Albrecht de la Chapelle era un nobile finlandese che, recatosi a Stoccolma in occasione dei funerali del principe ereditario, si trovò ad assistere dalla finestra dell’hotel in cui alloggiava alla parte finale del massacro del conte Fersen. Lasciò una descrizione della sua esperienza in un memoriale più ampio, scritto per i propri figli (Underrättelse till mina barn), oggi depositato presso l’archivio di Stato di Finlandia. La parte concernente l’assassinio di Fersen è accessibile sul sito della Riddarhuset (Casa della Nobiltà) di Stoccolma.