Una seduta di magnetismo

[Personaggi: alcuni famigliari di Axel von Fersen, e cioè sua madre, Hedvig e Sebastian Klinkowström, figli adolescenti della sorella maggiore di Axel Fersen, morta da pochi mesi; “papà” Klinkowström, vedovo della stessa sorella; Ulla Fersen, una cugina di Axel Fersen, con la famiglia; la duchessa, moglie del duca Carl, fratello del defunto re Gustav III di Svezia; Fredrik Sparre, gran cancelliere. Un invitato speciale è il signor Carl Göran Silverhjelm, ufficiale dell’esercito studioso del “magnetismo animale” o mesmerismo, e fondatore della prima società svedese a ciò dedicata].


Mercoledì 4 febbraio 1795, Stoccolma.

Tempo grigio, vento, pochissima neve, -8; -5; -10 gradi. Pranzo a casa. Cena dal re. Al mattino ho portato Hedvig con me sulla slitta. Siamo stati con la duchessa a fare la prima colazione a Hagalund con molta allegria: in estate quel posto dev’essere proprio incantevole. La locanda è stata costruita mentre io ero all’estero, insieme ai lavori per il padiglione estivo di Haga. A pranzo c’era Ulla Fersen, sua figlia, suo marito, il barone Mörner, e il signor Silverhjelm, il grande magnetizzatore. Si sarebbe fatto un esperimento: far parlare nel sonno indotto [ipnosi] Hedvig o il piccolo Sebastian, che mia madre aveva fatto partecipare a quel pranzo. Mia madre, infatti, aveva dichiarato, e a ragione, che non le era possibile credere a tutti quegli esperimenti di cui si parlava, a meno che non fossero riusciti su qualcuno di cui lei si fidasse. Dopo che ci fummo alzati da tavola ebbero inizio gli esperimenti. Silverhjelm si sedette su una sedia collocata proprio accanto a quella di Hedvig, alzò le mani mettendogliele davanti al viso, le chiuse gli occhi con le dita, poi fece con esse mille gesti strani. Ma dopo dieci minuti buoni, dichiarò che la ragazza non si sarebbe addormentata, che già dopo pochi minuti è possibile capire, dagli occhi, se il soggetto si addormenterà o no. Fu poi il turno del piccolo Sebastian, di mio fratello – che pure ha una grande propensione a cadere addormentato – e persino di “papà” Klinkowström, che durante tutte le fasi precedenti dell’esperimento aveva dormito sulla sua sedia, ma il sonno non fu indotto in nessuno di loro. Io ero un pochino tentato di provare, mi trattenne però il timore di dire cose, che poi mi sarei pentito di aver detto, davanti a tutta quella gente.

Il barone Silverhjelm ci salvò dalla delusione con i suoi racconti, è veramente un tipo del tutto pazzo. Riferì che il duca Carl, che si addormenta se solo il barone lo guarda, nel 1788 aveva predetto tutta la rivoluzione francese e tutto il sangue che sarebbe scorso, e persino l’assassinio di re Gustav, la sua reggenza e la composizione dell’attuale governo, con la nomina di Fredrik Sparre e molto altro, che non era ancora conosciuto da nessuno. Silverhjelm ha raccontato anche che i sonnambuli dicono sempre i loro più intimi segreti. Dall’anno 1788, prima della rivoluzione, hanno cominciato a parlare, e qui come a Lione parlavano tutti nello stesso momento. Tutto ciò è più fantasioso di una favola; per quanto mi riguarda, non crederò mai se non a ciò di cui sono stato testimone con i miei occhi.

20 giugno 1791 – La fuga del re di Francia

Dai diari e dall’epistolario del conte Axel von Fersen

Il 14 luglio 1789 segnò l’inizio di un evento, la rivoluzione francese, che avrebbe fatto tremare tutti i regni europei. Ai primi segni di disordini, Gustav III, in quel momento impegnato nella guerra della Svezia contro la Russia, aveva congedato il Conte Hans Axel Fersen perché si recasse in Francia come osservatore degli eventi.

Ecco l’opinione del Barone Evert Taube, amico intimo di Axel Fersen e della sua famiglia: “Se Vostra Maestà vuole ottenere i servigi del “lungo Axel” [così soprannominato a causa della statura], Vostra Maestà dovrebbe legare a sé per sempre quella Persona [riferimento a Marie Antoinette] che di questi tempi di interessa a lui più che a chiunque altro non importa in quali servigi Vostra Maestà voglia ottenere, è sufficiente che si assicuri il favore della suddetta Persona. Posso assicurare Vostra Maestà che Axel vi servirà con lealtà e devozione, proprio in questo periodo egli è più prono a mettersi al servizio di Vostra Maestà di chiunque altro, e Vostra Maestà può contare sulla sua perpetua riconoscenza.” 

Quando la Rivoluzione Francese travolse il regno di Francia e sconvolse le altre potenze europee, Gustav III non avrebbe mai smesso di liberare la famiglia regale di Francia dalla prigionia dei rivoluzionari, e i servigi del “lungo Axel” a Sua Maestà e alla famiglia del re di Francia sarebbero andati ben oltre l’immaginabile. I limiti di questa rubrica non permettono di discutere i molteplici aspetti della rivoluzione, perciò riporterò solo alcune testimonianze del tentativo di fuga del 20 giugno 1791, fallito a Varennes. Questo evento causò una svolta decisiva agli eventi, ponendo la famiglia reale nello stato di ostaggi per negoziazioni per il riconoscimento della nuova Francia, che non sarebbero mai avvenute a causa delle troppe fazioni, dei differenti interessi e della confusione all’interno del corpo rivoluzionario. In due articoli successivi si pongono a confronto i diari e qualche lettera del responsabile dell’organizzazione del tentativo di fuga, Hans Axel von Fersen, con le descrizioni di Parigi all’indomani della fuga, come furono vissute da due testimoni oculari, un collaboratore di Fersen e un giacobino di Parigi, l’editore Nicolas Ruault.

Occorre premettere che da questo momento il poi molte delle lettere di Fersen e dei suoi corrispondenti sono scritte in “inchiostro invisibile” o con una cifratura complessa, la cui chiave era nota solo ai due corrispondenti (così almeno si sperava). La corrispondenza è complessa, riguarda il re di Svezia con l’intermediazione del barone Taube, i due generali responsabili dei movimenti di truppe alla frontiera, che dovevano accogliere la famiglia reale e consegnarla illesa alle truppe austriache, e il padre, il Conte Fredrik Axel von Fersen. Molti personaggi citati erano nobili francesi fuoriusciti, persone coinvolte nel tentativo di fuga e nel mantenere i contatti con i sovrani stranieri (in particolare austriaci), ambasciatori ed ex ambasciatori. Bruxelles brulicava di tali personaggi. Crauford e la sua convivente Eleonora Sullivan, di sovente nominati, erano amici di Fersen, che abitò presso di loro per un lungo periodo. La donna divenne anche sua amante.

[Lettera al padre] 15 febbraio 1791.

La mia posizione qui è diversa da quella di chiunque altro. Sono sempre stato trattato con gentilezza e distinzione in questo paese sia dai ministri, sia dal re e dalla regina. La vostra reputazione e i vostri servigi, mio caro padre, sono stati il mio passaporto e la mia raccomandazione; forse anche una condotta giudiziosa, circospetta e discreta mi hanno guadagnato approvazione, stima e qualche successo. Sono affezionato al re e alla regina, e sarei tenuto ad esserlo per il modo, così pieno di cortesia, che essi mi hanno sempre riservato quando erano in grado di farlo. Sarei vile e ingrato se li abbandonassi, ora che non possono far più nulla per me, mentre invece io ho ancora la speranza di poter essere loro di qualche utilità. A tutti i grandi favori di cui mi hanno ricoperto, essi hanno ora aggiunto una distinzione lusinghiera – quella della confidenza; tanto più lusinghiera in quanto è limitata a quattro persone, delle quali io sono il più giovane.
Se posso ancora servirli, che grande piacere avrò di restituire in parte i molti obblighi che riconosco loro, che dolce gioia per il mio cuore se potrò contribuire al loro benessere! Anche voi, mio caro padre, condividete questi sentimenti, e non potete che approvarmi. Questa è l’unica condotta degna di vostro figlio, e, anche se vi costerà un po’ di denaro, dovreste essere voi il primo ad ordinarmi di seguirla, seppur io fossi capace di comportarmi altrimenti. Nel corso della prossima estate tutti questi eventi avranno di certo il loro sviluppo e la decisione finale: se l’esito fosse sfortunato e fosse persa ogni speranza, niente potrà trattenermi dal tornare presso di voi.

Dai diari:

11 giugno 1791, sabato – Da Stegelman e da Sullivan. Lafayette ha raddoppiato la guardia e ha ispezionato tutte le carrozze nel palazzo reale. Montmorin gli ha detto che doveva esserci stato un ulteriore impedimento. Non mi azzardo di dire nulla.

12 giugno, domenica – Tempo incerto. Alle 14 ero dalla Regina. Pranzo da Sullivan. Il viaggio è rimandato al 20 a causa di una cameriera.

13 giugno, lunedì – Tempo incerto, freddo. Da Albert. Ho pranzato a casa. Da Lei fra le 18 e le 20, poi Opera buffa e da Sullivan. Gli ufficiali prestano giuramento.  Ciò significa che saranno raddoppiati i posti di guardia e che tutte le carrozze saranno ispezionate.

14 giugno, martedì – Tempo incerto, freddo. Ho fatto la mia visita a Corte. Pranzo da Sullivan. Partita a carte da Sullivan.

15 giugno, mercoledì – Tempo incerto, pioggia. Da Albert. Ho pranzato a casa. Opera buffa, da Sullivan. Ho domito da lei.

16 giugno, giovedì – Tempo incerto, pioggia. Pranzo da Sullivan. Da Lei alle sei e mezza, portate le casse per i bagagli, nessuno ha sospettato nulla, nemmeno in città. Gli ufficiali prestano giuramento. Questo farà sì che molti lascino l’esercito.

17 giugno, venerdì – Tempo incerto, piovigginoso. Sono stato a Bondy e Bourget. Ho pranzato a casa. Stegelman è partito. Da Sullivan. Ho dormito da lei.

18 giugno, sabato – Abbastanza bello. Da Lei dalle due e mezza alle sei. Opera buffa. Ricevuta una lettera dall’imperatore Leopoldo. Si ritiene che la flotta inglese sia uscita dai porti.

19 giugno, domenica – tempo grigio. Dal Re. Ho preso in consegna 800 libbre e i sigilli del regno. Pranzo da Sullivan. Sono stato da lei tutta la serata. Ho dormito da lei. Fra le undici e mezzo e mezzanotte sono stato al palazzo reale.

20 giugno, lunedì – Entrambi i due personaggi [i cui nomi sono stati cancellati da Fersen, probabilmente i due fratelli del re di Francia] mi hanno detto che non era più possibile esitare, che loro erano in ogni caso obbligati a partire. Ci accordammo sull’ora, basandoci sul rintocco delle campane, e altri particolari del genere. Inoltre, nel caso essi fossero stati catturati, io dovrei andare a Bruxelles e cercare di fare qualcosa per loro. Prendendo congedo da me, il re mi disse: “Signor von Fersen, qualsiasi cosa accada, io non dimenticherò mai ciò che avete fatto per me.” La regina pianse molto. La lasciai alle sei. Ella uscì per la sua solita passeggiata con i bambini. Non furono prese misure eccezionali di sicurezza. Io mi recai nel mio appartamento per mettermi in ordine. Alle sette ero da Sullivan per accertarmi che avessero portato lì la mia carrozza, alle otto ero di nuovo a casa. Scrissi alla regina per cambiare il luogo convenuto per il ritrovo, spiegarlo bene alle cameriere, e perché mi facesse sapere il segnale convenuto per la partenza. Andai con la lettera. Tutto era tranquillo. Alle otto e 45 vennero da me le guardie reali con una lettera [di Luigi XVI] per Mercy, diedi loro tutte le istruzioni. Andai poi a casa per spedire il mio calesse e così poter dare loro il mio cocchiere e i miei cavalli, per il viaggio. Andai poi a tirar fuori la carrozza. Credetti di aver perso la lettera per Mercy; alle dieci e un quarto ero nella Cour des Princes. Alle 11 e un quarto uscirono i bambini (Madame Royale e il delfino), che entrarono nella carrozza senza difficoltà. Alla stessa ora Lafayette passò due volte. Poi arrivò Madame Elisabeth seguita dal re, e per ultima la regina. Alla mezzanotte in punto eravamo per strada. Diressi la carrozza verso la Barriére Saint-Martin. Alla una e mezza eravamo a Bondy, dove cambiarono la carrozza. Presi una scorciatoia, alle tre ero a Bourget e continuai su quella via.

21 giugno – Bel tempo, tutto era andato bene. Un ritardo fra Maretz e Le Câteau. Il comandante del presidio militare mi chiese le generalità, mi spaventai molto. Cambiai strada dirigendomi a Le Quesnoy e passai il confine a S:t Vaast.

22 giugno – Bel tempo. Durante la notte fece molto freddo. Arrivai a Mons alle sei. Lì erano già giunti Sullivan, Balbi, Monsieur e un gran numero di altri Francesi, i quali erano tutti molto soddisfatti. Un monaco sulla strada mi chiese se il re era in salvo. Sono uscito da Mons alle undici. Sono tutti molto felici del fatto che il re sia al sicuro.

23 giugno – Bel tempo, ma freddo. Arrivato ad Arlon alle 11 di sera. Ho incontrato Brouillé. Seppi così che il re era stato arrestato. Nessuna conosceva i dettagli, solo che un drappello distaccato non aveva fatto il suo dovere. Il re aveva dimostrato di non avere rapidità e presenza di spirito. Mi sono fermato lì per la notte.

[Lettera al padre] Mons, 22 giugno 1791. 6 a.m.

Sono arrivato in questo istante, mio caro padre. Il re e tutta la famiglia hanno lasciato Parigi in tutta sicurezza il 20 a mezzanotte. Li ho condotti fino alla prima tappa [il Re aveva impedito a Fersen di accompagnarli lungo l’intero percorso]. Dio permetta che il resto del viaggio sia altrettanto fortunato. Aspetto qui Monsieur[il fratello minore del re] da un momento all’altro. Continuerò il mio cammino lungo la frontiera per raggiungere il re a Montmédy, se sarà così fortunato da arrivarci.

Axel Fersen.

[Lettera al barone Taube] Mons, 22 giugno 1791. 11 a.m.

Mio caro amico,
Il re, la regina, Madame Elisabeth, il delfino e Madame Royale hanno lasciato Parigi lunedì a mezzanotte. Li ho accompagnati a Bondy senza incidenti. In questo momento sto aspettando di incontrarli.

Axel Fersen.

 [Lettera al re Gustav III] 23 giugno 1791. Mezzanotte.

Sire,
Tutto è fallito. Il re è stato fermato a sedici leghe dalla frontiera e riportato a Parigi. Sono andato ad incontrare M. de Mercy e ho ricevuto da lui una lettera da parte del re, nella quale chiede all’imperatore di fare qualcosa per lui. Da Brussels verrò a trovare Vostra Maestà.
Sono, con il più profondo rispetto, il servitore umilissimo e molto ubbidente di Vostra Maestà,
Axel Fersen.

24 giugno – Partii alle quattro e mezzo del mattino. Bel tempo. Tutti sono dispiaciuti per l’arresto del re. Io ero profondamente addolorato. Tutto il Lussemburgo è disperato per la cattura del re. Come tutto è cambiato ora! Sono arrivato a Namur alle 11 di sera. Lì ho incontrato Monsieur.

25 giugno – Tempo bello e caldo. Mi sono messo in viaggio alla una di notte. Sono arrivato a Bruxelles alle due del pomeriggio. Un gran numero di Francesi era ospite dell’Hotel Bellevue. Lì non ho incontrata la Sullivan. Da Mercy, gli ho lasciato la lettera del re. Pranzo da Sullivan. Ho trascorso da lei tutto il pomeriggio. Venne una gran quantità di gente a chiedermi com’era andata. In serata ho parlato con Mercy, si è deciso di fare un tentativo di scrivere, lui vede tutto nero. Sono determinato a non dire una parola ai Principi. Bisogna cominciare tutto daccapo. Nessun ordine è arrivato qui a parte due lettere dell’imperatore per la regina. È un tipico italiano, quel Leopoldo.

……………omissis………….

28 giugno – Tempo bello e caldo. Colazione, pranzo e te da Sullivan. Lettera da Parigi sul ritorno del re. Barnave e Pethion sulla carrozza, è insopportabile. Nessuno applaudì. Un’altra lettera da Brouillé, negativa. Crawford si è offerto di recarsi in Inghilterra.

Da questo momento il Axel Fersen condurrà vita da fuoriuscito, muovendosi fra Bruxelles, Vienna e Germania, inserito in una cerchia di ex diplomatici, oppositori della rivoluzione, principi e nobili che preparavano una guerra contro la Francia, di cui il re di Svezia Gustav III era il più irriducibile sostenitore. Ottiene dal suo re una missione a Vienna, per sondare i propositi dell’imperatore Leopoldo. Anche dopo la morte di Gustav III resterà a Bruxelles, profugo, finché anche l’ultimo membro della famiglia reale francese, il decenne Louis XVII, non sarà morto. 

Uno Svedese durante la Rivoluzione Americana: 1780

Nel 1778 Axel von Fersen decise di tornare in Francia: “Vorrei tornare a Parigi per lavorare con Creutz o per arruolarmi nell’esercito. Preferirei la seconda soluzione, ma mi sottoporrò volentieri alla decisione di mio padre in proposito”, aveva scritto alla sorella, dopo il rifiuto ricevuto dalla giovane inglese che avrebbe dovuto sposare. Fu la seconda ipotesi a realizzarsi. Le relazioni di alleanza fra i due regni, di Francia e di Svezia prevedevano l’integrazione di militari svedesi, di solito ufficiali aggiunti, nell’esercito francese. Il giovane Conte chiese di arruolarsi dapprima per una programmata aggressione alle coste inglesi, che non si fece mai. Un anno più tardi, nel 1780, Axel von Fersen ottenne dal suo re e dal monarca di Francia un posto di aiutante di campo del generale Rochambeau. Destinazione: Rhode Island, Rivoluzione Americana. I diari relativi a questo periodo sono stati distrutti, ma sono rimaste le numerose lettere scritte al padre, che testimoniano delle esperienze del giovane Conte. In America avrebbe conosciuto George Washington (grazie alla sua conoscenza dell’inglese faceva da intermediario per Rochambeau), Lafayette e altri personaggi quasi leggendari, se non fossero solidamente storici.

Per il loro interesse, riporto quasi integralmente la traduzione delle lettere, suddividendole in tre articoli, uno per ogni anno di guerra. Quando non altrimenti precisato accanto alla data, sono inviate al padre.

Parigi, 2 marzo.

Mi trovate, caro padre mio, al vertice dei miei desideri. Una grande spedizione di 12.000 uomini sta per essere iniziata, ma c’è persino chi mi assicura che arriverà a contarne oltre 20.000. Ho avuto il permesso di parteciparvi come aiutante in campo del generale, che è M. de Rochambeau; ma mi è stato raccomandato di mantenere il segreto, perché il posto è stato rifiutato a molti altri. Tutti vogliono partire, perciò hanno preso la ferma decisione di mandare solo gli ufficiali dei reggimenti di fanteria. Io sono obbligato per questa preferenza a M. de Vergennes; è lui che si prese a cuore la cosa.
Sono in uno stato di gioia indescrivibile. Quando conferii con M. de Rochambeau, mi rivolse ogni sorte di complimenti, e mi parlò a lungo di voi, padre, terminò asserendo che era felice di avermi con sé, e di poter dimostrare quanto grande fosse la sua stima per voi, e quanto sinceramente vi fosse legato. I generali che sono con lui sono: il Marchese de Jaucourt, il Conte de Caraman ed il Marchese de Viomesnil; di questi, gli ultimi due hanno una grande reputazione; quella di M. de Rochambeau è ben certa; in generale, questa è la miglior scelta che si potesse fare.
Ci sono tre reggimenti Tedeschi: Anhalt, Royal-Deux-Ponts, and Royal-Corsican. Non mi è ancora stato possibile vedere l’elenco dei reggimenti Francesi, ma i loro colonnelli hanno l’ordine di essere a Brest il 15 – noi il 25, per salpare dal 1 al 4 aprile. Il convoglio sarà scortato da dodici navi e da un numero sufficiente di fregate. M. Duchaffaud comanderà la nostra flotta, il Conte d’Estaing la vedetta, che rimarrà nella Manica durante tutto l’inverno. L’irritazione di quanti vi sono a bordo farà esplodere la nave; io penso tuttavia che ciò sia per il bene dell’operazione.

Brest, 4 aprile 1780.

Il nostro imbarco procede: l’artiglieria, le munizioni e il commissariato sono già a bordo, e noi ora ci occuperemo dell’imbarco della truppa. Il primo reggimento arriva oggi, e sarà imbarcato a partire dal 8 aprile. M. de Rochambeau intende arrivare il giorno 10, così da poter salpare il 12 o il 13. Sono così contento che non riesco a contenermi, ma la mia gioia sarà perfetta solo quando avremo doppiato Capo Finisterre.
Vi avevo scritto, caro padre, che la nostra divisione (dato che di certo non la si può chiamare armata) sarebbe stata di 7683 uomini; il numero è stato ridotto a 5000 dalla negligenza ed inefficienza con cui tutto viene fatto in questo paese. Giudicate voi stesso: quando si ipotizzò questa spedizione la prima volta, era stato deciso che vi avrebbero partecipato 4000 uomini. Con un numero così esiguo, M. de Rochambeau rifiutò; sostenne di non poter accettare il comando se c’erano meno di 7000 uomini. Tutti lo biasimarono per il numero, ancora troppo modesto, ed egli rispose che era sicuro che ne avrebbe avuti più di quanti avrebbe potuto trasportare. Gli eventi dimostrarono la precisione delle sue previsioni: per esempio, gli erano state assegnate 30.000 tonnellate di carico da M. de Sartine [Ministro della Marina], ma le navi da trasporto convenute a Brest potevano portare solo 10.000 tonnellate; ed è permesso il trasporto di un uomo ogni due tonnellate – un terzo di quanto era stato promesso! Comunque, siamo riusciti a lasciare a terra solo 2.595 uomini e salpiamo con 5.088.
Tutto ciò ci getta nella disperazione, e non possiamo impedirci di essere sorpresi ed indignati che non si sia mai pensato di mandare navi da Havre e Saint-Malo a Brest durante l’inverno, senza aspettare la primavera, quando i pirati del Jersey impediscono le comunicazioni fra i tre porti. È ciò che sta accadendo ora, avevamo contato sull’arrivo di 10 o 12 grandi navigli da Havre e Saint-Malo; invece dovettero ritornare in porto per timore di essere catturate. Abbiamo scritto a Bordeaux per averne altre. Le aspettiamo da un giorno all’altro; se però non arrivano prima del 12, dovremo partire senza di loro, e il resto della nostra piccola armata ci raggiungerà quando sarà possibile. Ho motivo di credere che questi rinforzi saranno aumentati a 4000 uomini; è assolutamente necessario.
Abbiamo quattro generali di brigata: il Cavaliere de Chastellux, il Cavaliere ed il Barone de Viomesnil (due fratelli), e M. de Wichtenstein, in passato colonnello del reggimento Anhalt. Abbiamo molta artiglieria; l’apparato d’assedio è molto importante. Abbiamo provviste per quattro mesi in mare, e tre mesi in porto. Saremo scortati da sette imbarcazioni di linea: il ” Duc de Bourgogne,” 80 cannoni, il “Neptune,” 74, il ” Conquerant,” 74, il ” Jason,” 64, l’” Eveillè” 64, il ” Provence,” 64, l’” Ardent,” 64 (quello che era stato catturato dagli Inglesi lo scorso anno), e due fregate. Il convoglio è di 24 navi da trasporto.

Brest, 4 aprile [alla sorella Sophie]

Sono qui, mia cara, alla fine della prima parte del mio viaggio. Sono partito da Parigi il 23 marzo, ma la pessima qualità delle strade e dei cavalli mi hanno costretto a fare in sei giorni un viaggio che non ne avrebbe richiesti che tre o quattro, in condizioni migliori. Sono felicissimo al pensiero che siamo davvero sul punto di partire, che andrò in guerra, dove finalmente potrò fare qualcosa. Qui tutti mi trattano molto bene. Il generale, che conosce molto bene mio padre, è molto gentile con me. In tutto, siamo in sei con la qualifica di suoi aiutanti in campo. Siamo molto impegnati per tutta la giornata; solo le serate sono un po’ noiose. La vita di società a Brest non è certo vivace. Presto però avremo degli spettacoli, nel teatro che sta per aprire. Ci sono molti giovani parigini che frequentavano la Corte, che sono colonnelli e aiutanti in campo nell’esercito. Mi trovo bene con loro; sono molto amichevoli, spesso ceniamo insieme. Il conte di Damas, uno dei miei camerati, è quello che ci intrattiene a cena. Abita da suo zio, e ha a disposizione tutta la casa, dato che lo zio vive a Parigi. È lì che andiamo a divertirci dopo la giornata di lavoro. Dal giorno 8 dovremo stare sempre a bordo, si intende salpare il giorno 12 o 13. Non sappiamo ancora quale sarà la nostra destinazione, ma dovunque si vada a finire, siate certa, cara Sophie, che penserò sempre a voi, che continuerò ad amarvi e ad avervi cara come la migliore dei miei amici…”

Brest, 27 aprile 1780, a bordo della “Jason”. [alla sorella Sophie]

Credo, cara, di avervi già ringraziata per la vostra lettera che ho ricevuta il 24 marzo, il fatto è che non mi stancherei mai di dirvi quanto piacere mi abbia fatto. Un piacere che si intensifica ogni volta che ne faccio menzione. Il mio solo rimpianto è che sarò senza notizie per un tempo tanto lungo. Ma continuate a volermi bene e non dimenticate un fratello che vi amerà teneramente per tutta la vita. Non ho nulla di nuovo da dirvi. Siamo ancora confinati a bordo, e ci è proibito di scendere a terra se non per qualcosa di davvero urgente. Come potete immaginare, questo “qualcosa” capita a ciascuno – e capita spesso anche a vostro fratello. Mi piace scendere a terra; e devo dirlo, ne ho abbastanza della nave. Del resto, sono in buona compagnia. Il capitano è gentile, allegro e geniale. Mi ha dato una cabina, che ho potuto sistemare a mio piacere, lì posso ritirarmi a leggere, scrivere e lavorare. Trascorro la maggior parte del giorno lì dentro, e non mi trovo meglio da nessun’altra parte, sulla nave. I venti sono ancora contrari e, con mia grande disperazione, nessuno sa quando salperemo. L’altro ieri, durante la notte, si ricevette il segnale di salpare l’ancora; subito dopo però il vento girò di nuovo contrario, e fummo costretti ad attendere, una volta di più. Spiegheremo le vele non appena sarà di nuovo favorevole; attendo con impazienza quel momento. Addio, mia carissima amica, da un fratello che vi adora.

In navigazione, lunedì 16 maggio 1780, a bordo della “Jason” al largo di Finisterre.

Ho a malapena il tempo di scrivervi due parole per dirci che sto bene. Non ho sofferto di mal di mare. Abbiamo già superato una tempesta, che ha rotto l’albero maestro una delle nostre navi. Il vento è favorevole, e secondo il mio parere potremmo arrivare in America in quaranta giorni. Abbiamo avvistato un grande vascello che si tiene a distanza, non so se sia amico o nemico. Non ho tempo per scrivere di più.

Newport, in Rhode Island, 5 agosto 1780.

La lettera che vi scrissi il 16 luglio, che ritornò a Newport il 23, a causa della comparsa della flotta Inglese, è ormai in fondo al mare. La nave che avrebbe dovuto trasportarla è affondata non appena salpata dal porto il 30 luglio, per aver urtato uno scoglio. Nella missiva vi avevo inviato un resoconto di una battaglia navale da noi combattuta, con anche il piano della battaglia e un breve estratto del nostro viaggio dal mio diario. Non ho tempo di descrivervi di nuovo la battaglia, né di ridisegnare il piano della stessa, quanto al diario, eccolo:
– 4 maggio: lasciata Brest; l’11 incontrata una burrasca nel golfo di Biscaglia; il 17 doppiato Capo Finisterre; diretti verso Sud fino al 27esimo grado di latitudine; poi virato ad ovest.
– 20 giugno: al largo delle Bermuda incontrammo cinque imbarcazioni Inglesi e combattemmo con essi per due ore senza riportare grandi danni. Essi scomparvero approfittando del buio della notte, la nostra scorta non ci permise di seguirli. Intendevamo gettare le ancore nella baia di Chesapeake, ma il 4 luglio, quando eravamo distanti solo tredici leghe, avvistammo undici imbarcazioni che prendemmo per velieri armati; ciò ci indusse a cambiare rotta e levammo le vele verso Rhode Island, dove arrivammo sani e salvi la sera del giorno 11, e gettammo l’ancora nella rada. Grande fu il nostro timore di incrociare la flotta Inglese sulla nostra via per uscire da Chesapeake; il che non era senza motivo, dato che l’Ammiraglio Graves, incaricato dall’Inghilterra di intercettarci e, se possibile, attaccarci, raggiunse New York il 13, imbarcò altri marinai ed apparve davanti alla nostra rada il 17. Se fosse riuscito ad entrarci prima di noi, avrebbe occupato Rhode Island, e noi avremmo potuto entrarci solo dopo una battaglia che di sicuro avrebbe distrutto il nostro convoglio.
Non posso dirvi nulla, mio caro padre, sulla nostra campagna, perché io stesso non ne so nulla. Abbiamo intenzione di raggiungere il Generale Washington, che si trova solo a 25 miglia da New York, poiché riteniamo che questa sia l’unica manovra possibile e il solo modo di fare qualcosa. Non so se questo avvicinamento sia possibile. Al momento siamo bloccati da venti velieri, dieci dei quali sono vascelli. Ogni giorno si avvicinano molto alla costa; si dice che non faranno nulla, e così credo anch’io. Aspettiamo l’arrivo del Generale Clinton da un momento all’altro; è salpato da New York con 10.000 uomini; siamo pronti a riceverlo, tutte le disposizioni sono state date; spero che venga, ma mi è difficile credere che egli intenda commettere una tale pazzia.

Newport, 8 settembre 1780.

Nessuna novità dal mio ultimo dispaccio. Non abbiamo lasciato l’isola; la occupiamo pacificamente, e nell’ordine più completo, in un accampamento molto salubre, ben collocato e assai ben difeso da un fossato; i lavori non sono del tutto completi, ma procedono. Viene mantenuta una severa disciplina; non si prende nulla dagli abitanti se non con il loro libero consenso e pagando in contanti; non abbiamo ancora ricevuto nessuna lamentela contro le truppe. Una tale disciplina è ammirevole e meraviglia gli abitanti del luogo, abituati alle scorribande degli Inglesi e delle loro stesse truppe. Fra le due nazioni si è stabilito un rapporto di reciproca, grande fiducia e un’eccellente armonia; se ciò potesse bastare a garantire il successo alla nostra spedizione, potremmo essere sicuri di ottenerlo. Nelle ultime quattro o cinque ore non siamo più stati bloccati. Aspettiamo da un momento all’altro notizie dalla Giamaica; se queste fossero state intercettate, temo che non avremmo più molto da fare qui. Il Generale Sir George Clinton, comandante in New York, è ancora a Long Island con 20.000 uomini, dove ha accumulato grandi quantità di legname e di provviste commissariate. Sembra determinato a trascorrere lì l’inverno. Ho molta paura che dovremo trascorrerlo qui anche noi; mi consolerò se ci sarà una campagna in primavera. La nostra divisione è in ottime condizioni; sia gli ufficiali, sia i soldati sono pieni di buona volontà e di ardore per la causa comune. Di tanto in tanto ci sono episodi di futili litigi, ma ciò è inevitabile; l’ordine e la disciplina, tuttavia, regnano ammirevolmente, specialmente fra le truppe Francesi. Questo prova che costoro necessitano soltanto di un buon comandante. Non abbiamo ancora partecipato alle manovre, ma lo faremo fra pochi giorni.
Voi, mio caro padre, conoscete abbastanza bene i Francesi, e coloro che vengono chiamati cortigiani, per giudicare quanto siano disperati i giovani di tale condizione arruolati con noi. Si vedono obbligati a trascorrere l’inverno nella tranquilla noia di Newport, lontano dalle loro amanti e dai piaceri parigini: niente cene, niente teatro, niente balli. Sono disperati: null’altro che l’ordine di marciare contro il nemico potrebbe consolarli. Durante tutto il mese di agosto il caldo fu eccessivo; non ho mai avuto tanto caldo nemmeno in Italia. Ora l’aria è più fresca; il clima è superbo, il paese incantevole. 
Una settimana fa il generale fece un viaggio sulla terraferma. Io ero l’unico degli assistenti ad accompagnarlo. Siamo stati fuori due giorni e abbiamo esplorato una delle più belle regioni del mondo, – ben coltivata, posizione incantevole, prosperità degli abitanti, ma senza lusso né ostentazione; si accontentano del puro necessario, che da altre parti, è appannaggio delle classi inferiori; vestono bene, ma in modo semplice, e la loro moralità non è stata ancora contaminata dalla lussuria degli Europei. È un paese che di certo potrebbe essere felice, se solo potesse godere di un lungo periodo di pace, e se i due partiti che ora lo dividono non lo costringeranno a patire il destino della Polonia e di molte altre repubbliche. Questi due partiti si chiamano “Whig” e “Tory”: il primo sostiene totalmente la libertà e l’indipendenza, ed è composto da persone di bassa estrazione e senza possedimenti propri; la gran parte degli abitanti appartiene a questo ceto. I “Tories” parteggiano per gli Inglesi, o, per essere più corretti, per la pace, senza preoccuparsi troppo di libertà ed indipendenza. Queste sono persone di classe più elevata, le sole che possono avere una loro proprietà in America; alcuni hanno proprietà e parenti anche in Inghilterra; altri, per poter continuare ad essere i proprietari di ciò che qui appartiene a loro, parteggiano per gli Inglesi, che hanno maggior potere. I Whigs, quando predominano, li saccheggiano il più possibile. Ciò fa crescere fra di loro un astio ed un’animosità che si può estinguere con grande difficoltà, e rende sempre possibili grandi rivolte.

Newport, 8 settembre 1780 [alla sorella Sophie]
La gioia che mi procura scrivervi e assicurarvi del mio più costante ed ardente affetto, mia cara amica, è indicibile. La distanza serve solo a rendere più grande la mia amicizia per voi. Le occasioni di scrivervi sono così infrequenti che la loro importanza si accresce enormemente per me, la mia felicità va di pari passo quando ho la possibilità di farlo. Non ci siamo mai mossi da questo posto, da quando ci siamo arrivati e Dio sa quando potremo farlo. Finora siamo stati bloccati da uno squadrone inglese di venti navi, però stamane sembrano essere sparite.
Con il mio generale, ho intrapreso un viaggio di un paio di giorni all’interno del continente. Il capo è molto gentile con me, e io gli sono molto devoto. Mi trovo bene con i miei camerati, tutti sono corretti con me; qualcuno è persino amichevole, e io ne sono felice. Ciò che mi manca è la gioia di potervi vedere e abbracciare.
Vi ho già parlato della bellezza di quest’isola. Il clima è molto salubre. Per un paio di settimane è stato caldissimo. Ma ora il tempo è perfetto. La gente di Newport è educata e perbene. Mi manca il tempo per fare molte conoscenze. Frequento due o tre case, dove sono accolto cordialmente e dove vado a divertirmi un po’ dopo le occupazioni quotidiane. In una di queste, quella di Mrs. Hunter, c’è una ragazza diciottenne, proprio carina, allegra, amabile e di spirito, che suona il clavicembalo e canta alla perfezione. Le insegno il francese.

Newport, 14 settembre 1780.

Le notizie che vi posso inviare non sono né molto interessanti, né molto buone. C’è invece un evento assai penoso per noi: la disfatta del Generale Gates ad opera di Lord Cornwallis in South Carolina il 10 di agosto. Il generale americano ha commesso un’imprudenza nell’avanzare, così è stato attaccato; metà delle sue truppe sono state uccise, le altre catturate, lui stesso ha dovuto fuggire, con un assistente. Al momento non abbiamo altri dettagli della storia. M. de Rochambeau ha ricevuto la notizia per espresso l’altro ieri, ma non ha reso ancora pubblici gli eventi, non ne parla, benché tutta la città sappia cos’è successo.
Un Americano, con il quale ho parlato stamane, mi ha detto di aver inviato una lettera ad un membro del congresso, nella quale lo scrivente sostiene che fin dall’inizio dell’azione gli Inglesi avevano già superato completamente la formazione comandata dal Generale Gates. Se ciò fosse vero, come si sarebbe potuto far affidamento su una simile truppa? Sarebbe piuttosto da compatire l’audace cui ne fosse toccato il comando. Questa, mio caro padre, è la nostra attuale situazione, di certo non allegra. C’è solo da sperare in un cambiamento prima dell’arrivo della nostra seconda divisione, che aspettiamo con impazienza. La guarnigione di Newport sta riempendosi di una gran malinconia.

Newport, 14 settembre 1780 [alla sorella Sophie]

Posso scrivervi solo poche righe, mia cara sorella; è poca cosa ciò che vi scrivo da così grande distanza, ma poco è meglio di niente. Sono contento anche solo di potervi dire quanto mi siete cara. Mio padre vi dirà ciò che ho scritto a lui, non sono buone notizie. Qui siamo molto tranquilli. Di più, non facciamo nulla. Qualche volta riusciamo a divertirci, ma più spesso siamo annoiati. Tra gli uomini dell’esercito, ho scelto il mio piccolo e selezionato gruppo. Ho fatto proprio una selezione severa, siamo solo tre: il Duca di Luzun, Sheldon, un Inglese che si è arruolato nell’esercito francese, come Colonnello aggiunto degli ussari, il terzo sono io. Stiamo insieme per quanto ce lo permettono i nostri doveri. Dalle otto di sera a mezzanotte trascorriamo le serate da Mr. Hunter, la signora di cui vi ho già scritto, che ha una figlia molto carina. Lauzun, che è il più anziano e saggio del nostro triumvirato, si ritira per primo – Sheldon ed io prolunghiamo le serate musicali facendo le ore piccole del mattino. E queste serate ci piacciono molto. 
Addio, stanno aspettando le mie lettere, e devo chiudere. Affettuoso ricordo da vostro fratello che vi ama. Saluti altrettanto affettuosi per Hedda e Fabian [la sorella maggiore e il fratello più giovane], un bacio per il piccolo Dandy [Axel Adolf,il bambino di Sophie, di un paio d’anni] e una stretta di mano a Piper [il cognato, marito di Sophie].

Newport, 16 ottobre 1780.

Questa è la prima occasione sicura. È da molto tempo, mio caro padre, che avrei dovuto scrivervi. Sono sicuro che questa lettera arriverà fino a voi, e senza essere letta; partirà con una fregata che M. de Rochambeau sta per inviare in Europa. Il Duca de Lauzun manda con essa uno dei suoi servitori: ha promesso di consegnare la mia lettera al Conte Creutz, ho dunque approfittato di questa duplice opportunità per scrivere anche a lui. La fregata porterà in Francia un ufficiale che farà un rendiconto dello stato e della situazione dell’armata e dei suoi cari alleati, che sono entrambi pessimi quanto basta. Non so chi possa essere incaricato di tale commessa; tutti indicano me, alcuni degli ufficiali superiori, M. de Castellux e il Barone de Viomesnil, hanno parlato di me come di chi potrebbe in questo caso svolgere l’incarico del generale. Non so quale sarà il risultato, non farò nessun passo per ottenere l’incarico, e nemmeno lo rifiuterò se il generale me lo offrirà. Tuttavia, non desidero essere prescelto per questo servizio. In mia assenza potrebbe accadere qualcosa di interessante, e mi dispererei di aver perso tale occasione.
La nostra posizione è molto spiacevole. Stiamo vegetando per chiudere la strada al nemico, nella più triste e spaventosa indolenza ed inattività; a causa del nostro numero esiguo, siamo costretti a starcene in una posizione noiosamente difensiva; non siamo di nessuna utilità per i nostri alleati. Non possiamo lasciare l’isola che occupiamo senza esporre la nostra flotta al rischio di un attacco e persino della completa distruzione; infatti la flotta, uscendo, non potrebbe far altro che consegnarci a un nemico di gran lunga superiore per numero di navi e di uomini, l’attacco sarebbe inevitabile e il blocco di qualsiasi via di ritirata verso la terra ferma sicuro. Navi inglesi di varia dimensione fanno continue ricognizioni ravvicinate alle nostre posizioni; non osiamo attaccarle, perché hanno altre navi in rada a Gardner’s Island, venti miglia a sudest, e le navi che escono non sono quasi mai meno di quindici o venti. Finché non saremo noi i più forti, saremo obbligati a starcene qui, a meno che non si decida di salpare abbandonando l’isola agli Inglesi. Le due cose sono una l’inevitabile conseguenza dell’altra.
Ben lungi dall’essere di qualche utilità agli Americani, noi siamo solo un fardello sulle loro spalle; non diamo rinforzi alla loro armata, dato che distiamo da loro dodici giorni di marcia e siamo separati da bracci di mare che non si possono attraversare in inverno a causa delle lastre di ghiaccio che vi galleggiano sopra. Siamo addirittura una spesa, per loro, poiché consumiamo tanto da far scarseggiare le loro provviste, e inoltre, pagando con moneta corrente, facciamo scendere il valore delle banconote, che ora i commercianti rifiutano di scambiare con la loro merce. Così priviamo l’armata del Generale Washington dei suoi mezzi di sussistenza. La nostra situazione, quanto a denaro corrente, non è migliore della nostra posizione militare. Avevamo portato con noi due milioni e seicentomila franchi, la metà dei quali in moneta corrente e il resto in lettere di scambio per un banchiere di Philadelphia, M. Holcher. Avremmo dovuto averne il doppio. Questo genere di necessità, in una nazione in cui ciascuno non vuole altro che avere denaro in tasca, ci costringe a grandi economie, mentre invece sarebbe necessario disporne con munificenza e a profusione. Tutto ciò rovina il credito che abbiamo. L’approvvigionamento di foraggio è stato trascurato e lasciato nelle mani di un commissario, che si fidava degli appaltatori; questi ultimi non vedono la questione sotto un punto di vista militare, si preoccupano solo dei propri interessi personali. Invece di immagazzinare il foraggio delle isole e nel raggio di quattro o cinque miglia all’intorno, così che sia facile da trasportare, utilizzano completamente tutto quello che c’è qui vicino per le esigenze del momento attuale, lasciando per l’inverno le riserve più lontane. Dio solo sa come faremo per averle; già due volte siamo rimasti senza foraggio per due giorni, e ciascuno di noi è stato obbligato a comprarlo dove si poteva.
I generali non vanno d’accordo. L’intera armata è scoraggiata dal dover rimanere qui inattivi, per un tempo tanto lungo. La seconda divisione non è arrivata; senza di essa non possiamo far nulla, o per lo meno non granché. M. de Rochambeau ha inviato in Francia un rapporto delle sue condizioni, con la richiesta di rinforzi, sia di uomini, sia di denaro. Vedremo quale sarà il risultato.
Circa due settimane fa andai con M. de Rochambeau a Hartford, a quattro leghe da qui. Il gruppo era di sei persone: il generale, l’ammiraglio, il capo dei genieri, il Visconte de Rochambeau, figlio del generale, e due assistenti, uno dei quali ero io. Si doveva parlamentare con il Generale Washington. M. de Rochambeau mi inviò in avanguardia per annunciare il suo arrivo, così ebbi l’occasione di vedere questo illustre, per non dire unico, uomo della nostra era. Il suo viso nobile e maestoso, ma allo stesso tempo gentile e sincero, si accorda alla perfezione con le sue qualità morali; ha l’aspetto dell’eroe; è molto freddo, ma educato e civile. Un’aria di tristezza pervade la sua persona, che non gli si disdice, e lo rende ancor più interessante. Il suo seguito era molto più numeroso del nostro: c’erano M. de Lafayette, il Generale Knox, capo dell’artiglieria, M. de Gouvion, un Francese capo dei genieri, e sei assistenti. Aveva inoltre una scorta di venti dragoni, il che era indispensabile, dovendo egli attraversare una regione piena di nemici. Non essendoci poi stazioni di posta in questo Paese, si è obbligati ad usare cavalli propri, quasi sempre da sella, data la pessima qualità delle strade. In questa occasione, però, quasi tutti erano sui carri, ad eccezione di due degli assistenti. Ci vollero tre giorni, per noi, per raggiungere Hartford; lo stesso fu per il Generale Washington. Lungo il cammino ci giunse notizia dell’arrivo della flotta di Rodney a New York, ma continuammo il nostro viaggio. I due generali e l’ammiraglio parlarono fra di loro durante tutto il giorno in cui ci fermammo a Hartford. Il Marchese de Lafayette faceva da interprete, dato che il Generale Washington non sa parlare e nemmeno capisce il francese. Si separarono assai ben impressionati gli uni dagli altri; per lo meno così dissero. 
Il Generale Washington seppe del tradimento del General Arnold mentre già era sulla via del ritorno. Costui era uno dei suoi migliori generali; era stato trapassato da due palle di fucile e aveva sempre tenuto una condotta eccellente. Era stato il Generale Clinton ad imbrogliarlo; intendeva liberare West Point, dov’era il suo stato maggiore. Il Maggiore André, assistente del Generale Clinton, arrivò a West Point travestito da contadino, per esaminare le fortificazioni, e accordarsi sulle modalità di attacco e da che via il Generale Arnold avrebbe dovuto ritirarsi per evitare di sollevare sospetti. Una fregata avrebbe atteso l’assistente nel fiume Hudson, e ci sarebbe stata una barca nel punto sul quale si erano prima accordati. Dopo aver sistemato ogni cosa con il Generale Arnold, il Maggiore André andò a prendere la barca, ma non riuscì a trovarla. La fregata era stata obbligata a cambiare la sua posizione perché i cannoni di West Point la stavano prendendo di mira. Attendeva dunque quattro miglia più in giù, lungo il fiume. Il Maggior André, non sapendo nulla di tutto ciò, pensò che avrebbe potuto raggiugere New York via terra. Fu invece arrestato da un gruppo di gente del posto, che stavano pattugliando la regione con grande attenzione, a causa del passaggio del Generale Washington. André mostrò il suo lasciapassare, fornitogli dal Generale Arnold, ma quelli dubitarono della sua autenticità e, nonostante tutte le offerte che il prigioniero fece loro, lo consegnarono all’esercito.
In quello stesso momento il Generale Washington era arrivato a West Point da Hartford. Inviò i suoi assistenti dal Generale Arnold per annunciargli che intendeva pranzare con lui, e allo stesso tempo ispezionò il forte egli stesso. Gli assistenti trovarono il Generale Arnold che stava facendo colazione con sua moglie. Nello stesso momento in cui si erano seduti, qualcuno sussurrò qualcosa all’orecchio del generale, che si alzò, disse una parola a bassa voce alla moglie, ed uscì. Le sue parole erano state: “Addio per sempre.” La signora svenne. Gli assistenti la soccorsero, senza sapere cosa fosse mai accaduto, ma pochi istanti più tardi arrivò un corriere con le notizie riguardanti il Generale Washington. Inseguirono il traditore, ma era ormai troppo tardi. Se gli Inglesi fossero riusciti a prendere West Point, sarebbero stati padroni incontrastati di tutto il fiume Hudson; avrebbero potuto impedire tutte le comunicazioni e il ricongiungimento delle nostre forze con quelle degli Americani e Washington, che era accampato ad Orangeville, tra West Point e New York, si sarebbe trovato fra due fuochi e sarebbe certamente stato sopraffatto prima che noi potessimo dargli sostegno. Avrebbe forse potuto essere la completa disfatta per l’America, e noialtri avremmo avuto la vergogna di arrivare fin qui solo per essere spettatori della rovina dei nostri alleati. La nostra stessa posizione non sarebbe stata migliore, perché gli Inglesi, non più minacciati dagli Americani, avrebbero rivolto tutte le loro forze contro di noi, e non eravamo certo abbastanza forti da resistere al loro attacco. Per fortuna, il piano fallì. Si dice che il Maggiore André sia stato impiccato. Questo è molto penoso; era un giovane di ventiquattro anni, con grande talento. Il generale non ha notizie ufficiali di ciò, e io spero che non sia vero. 
Ti ho già detto, mio caro padre, che sono in relazione particolarmente intima con il Duca de Lauzun. Le opinioni su di lui sono contrastanti. Ti capiterà di sentire sia buoni, sia cattivi giudizi; i primi sono veri, i secondi falsi; se la gente lo conoscesse, potrebbe cambiare il suo giudizio e render giustizia al suo valore. Ha stretto amicizia con me, e propone, in modo assolutamente cortese, che io accetti il posto di colonnello al comando della sua legione, che è vacante. Vuole anche cedermi il posto fisso di qui ad un anno, quando intende ritirarsi dal servizio. La sua legione ha mille fanti e tremila ussari, con qualche piccolo pezzo di artiglieria. La proposta è per me troppo attraente e vantaggiosa per poterla rifiutare. Riguardo a questa faccenda, il Duca di Lauzun ha scritto alla regina, che ha con lui rapporti di grande favore, e un poco anche con me, e anch’io le ho scritto. Spero che la fregata che porterà la sua risposta porti anche il mio brevetto. Lauzun mi assicura che non ci possono essere difficoltà.

Newport, 26 ottobre 1780.

Avete già sentito della disfatta del Generale Gates nel Sud. Vi ho scritto in proposito. Il Congresso l’ha proprio ora richiamato a Philadelphia e ha affidato il comando del suo corpo al Generale Greene. Gates è sospettato, perché era uno stretto alleato di Arnold. Sembra che la sua disfatta non abbia avuto ulteriori conseguenze. Tutto è tranquillo. Due battaglioni di granatieri e cacciatori, con distaccamenti da altri reggimenti, sono appena stati imbarcati a New York, in tutto sono quattromila, per servire nel Sud. È arrivata una flotta a New York da Cork in Irlanda, con un carico di provviste, delle quali là cominciava ad esserci penuria. La stressa flotta imbarca anche quattromila reclute, Inglesi e Tedeschi dell’Assia. Che razza di guerra è questa per gli Inglesi! Costretti a portare tutto, persino i generi di sopravvivenza! Questa Potenza deve avere grandi risorse per essere in grado di sostenere una guerra così lunga.

Newport, 13 novembre 1780.

La fregata che portava le nostre lettere è salpata il 28 del mese scorso; in 27 avevamo avvistato una flotta di tredici navi da Guerra, tuttavia, non avendola più scorta il mattino successivo, ed avendo sentito che era virata verso Est, tre delle nostre fregate lasciarono il porto, non so quale fosse la destinazione delle altre due. La faccenda di Arnold non ha avuto risultati. Il povero Maggiore André, un giovane uomo di ventotto anni, di grandissime promesse, amico del Generale Clinton, è stato impiccato. L’esecuzione ha commosso l’intera armata; i due ufficiali che il Generale Washington gli aveva dato come guardia d’onore per accompagnarlo all’esecuzione non ebbero la forza di seguirlo.
Il Generale Gates, della cui disfatta voi avete letto nella gazzetta, è stato richiamato a Philadelphia; si dice che il Congresso abbia dei sospetti su di lui, a causa delle sue intime relazioni con Arnold, a che questa sia la causa della chiamata.
I tre stati di New York, Connecticut e Massachusetts hanno appena nominato dittatore il Generale Washington, con poteri militari assoluti. Si pensa che gli altri dieci Stati faranno altrettanto.
Queste decisioni daranno un nuovo vigore agli avvenimenti, cambiando il loro aspetto e dando impulso all’indolenza vischiosa degli Americani. Quattordici navi Spagnole e nove Francesi hanno da poco catturate nei dintorni di Madeira un convoglio di cinquanta navi, che in parte arrivavano dalle Indie e in parte dalle Isole, con un ricco carico.
La nostra guerra non è molto attiva. Corrono voci di un leggero vantaggio ottenuto dagli Americani sugli Inglesi; questa notizia non è sicura, io ne dubito.
Tremila dei seimila uomini imbarcati a New York (quasi tutti granatieri e cacciatori) son già giunti a Chesapeake Bay. Si dice che il Generale Clinton naviga con il resto. Non c’è dubbio che questa è una spedizione verso il Sud, per occupare la North Carolina e la Virginia, o per danneggiarle quanto più possibile. Non incontrerà grande resistenza. Il corpo dell’armata Americana stanziato lì conta solo quattromila uomini in forza, oltre a poche milizie non facenti parte dell’armata. La metà, o forse i tre quarti, termineranno in gennaio il periodo di ferma, il che riduce l’Armata a niente. Il Generale Washington non può allontanarsi dalla sua posizione senza lasciare agli Inglesi l’intero corso del fiume Hudson e i territori ad esso adiacenti, d’altra parte noi, per la necessità di mezzi sufficienti, non possiamo lasciare la nostra isola, dove siamo obbligati a rimanere come un’ostrica nella conchiglia. Dunque, gli Inglesi avranno piena libertà di fare tutto ciò che vorranno nel Sud; hanno una guarnigione di seimila uomini a Charleston, con la quale possono procurare rinforzi, e hanno l’appoggio di metà del Paese. La loro posizione è eccellente, se sanno come approfittarne, la nostra situazione è disperata, a meno che non cambi qualcosa.
M. de Rochambeau ha appena inviato la legione di Lauzun nei quartieri sulla terraferma, a ventinove miglia da qui. Ciò è stato necessario dalla penuria di foraggio. Il Duca di Lauzun mi tratta sempre con la stessa familiarità; mi parla incessantemente della mia opportunità, di quanto sarebbe stato felice nel consegnarmi la proprietà di questa legione; non vuole compenso in denaro per ciò, e quando gliene accennai rispose: “Non vendo uomini – anche se ne ho comprati alcuni, talvolta; invece, do a me stesso una ricompensa trovando un uomo al quale affidare i miei combattenti, che amo come figli, con tutta la fiducia che ripongo in voi.”. Il modo di dire ciò era perfetto e rivela l’uomo. La speranza della rapida realizzazione di questo piano mi affascina e mi rende felice.

Newport, 13 novembre 1780 [alla sorella Sophie]

Nessuna novità, mia cara sorella, da quando vi ho scritto l’ultima volta, il 16 ottobre. Dal 1 del mese le truppe sono acquartierate per l’inverno in questa città, rimarremo del tutto tranquilli qui, cosa che mi fa molto arrabbiare. Alcuni ufficiali hanno avuto il permesso di lavorare all’interno del paese. Non appena ritorneranno, spero di fare anch’io lo stesso. Spero di poter lavorare su un vascello a tre alberi.
Fa molto freddo e le slitte sono buone come in Svezia. Abbiamo già avuta molta brina e una trentina di centimetri di neve. Questo paese mi ricorda la Svezia, e il ricordo me la rende cara. Sto benissimo e sono felice. Non si può desiderare di più. Il nostro triumvirato di recente è diventato un duumvirato. Il Duca di Lauzun, con i suoi ussari, è stato mandato a venti leghe da qui, e dovrà restare là durante tutto l’inverno. Qui siamo rimasti solo Sheldon ed io. Mi dispiace, sono amico del Duca con tutto il cuore. Addio, cara amica, amami quanto io amo te.

Newport, 7 dicembre 1780.

Vedete, mio caro padre, che siamo ancora qui, a Newport; neppure pensiamo di potercene allontanare. Viviamo tranquillamente nei quartieri invernali. L’armata di Washington vi è arrivata due settimane fa. L’Ammiraglio Rodney è ritornato nelle Isole con le sue dieci navi; ora noi abbiamo qui Arbuthnot, con sette imbarcazioni non in linea di combattimento e tre o quattro fregate. Nel Sud le cose stanno andando bene; il Colonnello Ferguson ha appena subito una disfatta dagli Americani, il suo corpo di 1400 uomini e stato distrutto quasi completamente; questo ha costretto Lord Cornwallis, che comanda le truppe inglesi in questa regione, a ritirarsi a Charleston con il suo corpo di quattromila uomini, molti dei quali stanno morendo di fatica e di malattia. Gli Inglesi hanno mandato il Generale di brigata Leslie con 2500 uomini per raggiungere Cornwallis. Da una lettera di questo ufficiale a Lord Cornwallis, che è stata intercettata, abbiamo saputo che ha fatto approdare le sue truppe a Portsmouth, Virginia, dove attende ordini per il ricongiungimento. Apparentemente non avverrà, in ragione della ritirata di Cornwallis; si dice persino che Leslie stia tornando a New York.
Prima di trasferirsi nei quartieri invernali, il Generale Washington ha voluto fare uno scalo a Staten Island; voleva distrarre l’attenzione degli Inglesi mentre foraggiava nella zona di Kingsbridge; ma quelli non ci sono cascati; tutte le loro postazioni a Staten Island sono state rafforzate, perciò Washington ha abbandonato il suo piano.
M. de Rochambeau ha appena concluso un breve viaggio di sei giorni sulla terraferma. Sono andato con lui, eravamo solo in tre, e lo spettacolo che ci si offrì non fu quello di un bel paese e di gente gradevole. Erano, in generale, pigri e pieni di sé; com’è possibile, con tali caratteristiche, renderli utili in guerra? 

Newport, 7 dicembre 1780 [alla sorella Sophie]

Dopo tanto tempo, ecco un’altra opportunità di comunicare con voi, mia cara amica. È una delle più grandi gioie che posso avere. Della gioia di avere vostre notizie sono invece stato privato per un tempo lunghissimo. Ho sperato che prima o poi mi sarei abituato, ma so che non sarà mai possibile. Per ben sette mesi non ho saputo cosa state facendo, se pensate ancora a vostro fratello, persino se siete ancora in vita. Vi ho lasciata in condizioni critiche, e sono molto in ansia. Se dovessi avere la disgrazia di perdervi, avrei perso tutto. Dio mi risparmi una simile calamità. 
Non ho novità da raccontarvi di qui. Quelle che c’erano, le ho già spedite a mio padre. Non sono troppo annoiato. Vado ogni sera da Mrs. Hunter, di cui vi ho già detto. Questa signora stimata è piena di gentilezza e attenzioni con me. Sua figlia è incantevole. Le insegno il francese, lei mi insegna l’inglese, e lo fa meglio di quanto io non faccia con lei. Parla già abbastanza bene. In casa loro il tempo passa piacevolmente. Abbiamo da poco concluso un viaggio di ricognizione nel paese, durato sei giorni, io e un altro, con il Generale. Fra pochi giorni andremo a Boston. Lì incontrerò un Americano che è arrivato da Göteborg impiegando ventiquattro giorni. Mi hanno detto che ha portato alcuni ufficiali Svedesi che sono andati ad unirsi all’armata di Washington. Desidero molto di poterli incontrare. Spero che portino notizie della Svezia. È da molto tempo che non ne ricevo. Cosa succede alle vostre lettere?


Fonti:

  1. Diary and Correspondence of Count Axel Fersen, relating to the Court of France. Translated by Katharine Prescott Wermeley. Illustrated with portraits from the original. New York Brentano’s Publishers 1902.
  2. De Heidestam O.G. The lettres of Marie Antoinette, Fersen & Barnave. John Lane the Bodley Head Limited, London. 1926

Sugli autori e le fonti

Carl Frederik von Breda - Ritratto di Hans Axel von Fersen (1800 circa)
Ritratto di Hans Axel von Fersen Carl Frederik von Breda (1800 circa)

Un personaggio di rilievo del periodo gustaviano è il Conte Hans Axel von Fersen (1755-1810). Monarchico di incrollabile fedeltà e primogenito di una delle famiglie più ricche e potenti del regno (suo padre fu a lungo il capo indiscusso del partito dominante degli “hattarna”), Axel Fersen ha lasciato un corpo monumentale di documenti, fra lettere ufficiali e personali, memoriali, resoconti di spese e diari. Questo materiale (circa 20.000 fogli manoscritti) è stato pubblicato solo in parte, e raramente nella lingua originale, il francese, che era la lingua della nobiltà dell’epoca, usata anche in famiglia. Il Conte partecipò attivamente agli eventi del suo tempo: in America fu aiutante in campo del generale Rochambeau durante la rivoluzione Americana, durante la rivoluzione francese fu a Parigi, in qualità di inviato alla Corte di Francia da Gustav III e di generale proprietario del reggimento Royal Suédois, integrato nell’armata di Francia. Coinvolto in una discussa relazione personale con la regina Marie Antoinette, ma fedele al suo re e rispettoso del re di Francia, sostenne una parte primaria nella famosa fuga della famiglia reale del 20 giugno 1791, fallita a Varennes. Dopo questo fallimento, anche personale, Axel Fersen seguì gli eventi che seguirono dall’osservatorio particolare di Bruxelles. Ritornò definitivamente in Svezia dopo la morte del giovanissimo Delfino, re di Francia in pectore dopo l’assassinio di suo padre. In Svezia trova un paese profondamente cambiato, ed è testimone del suo decadimento e della fine di una società, ancora feudale, che si stava trasformando in industriale e con maggiore influenza della borghesia.

Il Conte Axel Fersen fu massacrato nel centro di Stoccolma dalla folla, eccitata da una calunnia, il 10 giugno 1810, mentre rappresentava il re ai funerali di stato del principe danese che avrebbe dovuto ereditare la corona, ed era invece morto improvvisamente. Il massacro durò un paio d’ore, nessun servizio di stato intervenne a ristabilire l’ordine e salvare la vittima, presto riabilitata postuma da ogni accusa. Axel Fersen non era sopravvissuto al suo tempo, non vide il generale di Napoleone prendere le redini del suo paese. Gli scritti che ci ha lasciato ci offrono l’opportunità di vedere con gli occhi di un protagonista questo periodo della storia.

Ritratto del conte Edvard Frederik von Saltza
Ritratto del conte Edvard Frederik von Saltza

Un personaggio meno noto, il Conte Edvard Frederik von Saltza (1775-1859) era il terzogenito di un esponente della piccola nobiltà delle zone rurali nell’Östergötland. Di condizioni modeste, von Saltza era un uomo industrioso, sperimentatore entusiasta e instancabile lavoratore. Aveva migliorato la resa delle sue imprese, solo in parte ereditate, introducendo innovazioni tecniche. Un esempio fu un nuovo metodo per la produzione delle aringhe, che permise di rendere più produttive le saline e i laboratori di conservazione del pesce di sua proprietà. Intellettuale e mistico, produsse un ampio corpo letterario del quale è rimasto molto poco: qualche salmo, qualche novella di ambientazione storica. L’opera principale per la quale è conosciuto è una raccolta di memorie personali e di famiglia, caratterizzate da attenzione alle persone e ai dettagli del quotidiano, e dall’ironia con cui osservava il mondo rurale e feudale, lontano dal potere di Stoccolma, nel quale era cresciuto.

Un altro autore alla cui documentazione mi sono riferita per descrivere la reazione di Parigi alla fuga di Varennes, è l’editore e libraio parigino Nicolas Ruault, esponente di una facoltosa famiglia normanna. Le lettere scritte al fratello, parroco in un villaggio della Normandia, sono state raccolte e pubblicate da famigliari, insieme a stralci di altre corrispondenze e diari. Giacobino, amico di personaggi come Beaumarchais, era stato l’editore della raccolta delle opere di Voltaire curata da quest’ultimo (edizione di Kehl, 1784-1789). A Parigi faceva parte di una ampia e distinta cerchia di intellettuali. Fra i suoi clienti e corrispondenti troviamo addirittura Benjamin Franklin, il che non è indifferente, alla luce del ruolo giocato dall’amico Beaumarchais nella rivoluzione Americana. Nelle lettere si nota la sua tendenza all’ironia, spinta fino al sarcasmo e forse un certo cinismo. Si allontanò dalla rivoluzione quando questa assunse il carattere sanguinario che è ben noto, pur rimanendo sempre critico nei confronti della monarchia. Albrecht de la Chapelle era un nobile finlandese che, recatosi a Stoccolma in occasione dei funerali del principe ereditario, si trovò ad assistere dalla finestra dell’hotel in cui alloggiava alla parte finale del massacro del conte Fersen. Lasciò una descrizione della sua esperienza in un memoriale più ampio, scritto per i propri figli (Underrättelse till mina barn), oggi depositato presso l’archivio di Stato di Finlandia. La parte concernente l’assassinio di Fersen è accessibile sul sito della Riddarhuset (Casa della Nobiltà) di Stoccolma.