Betlemme: quel venerdì di ramadan

Conversando con un’amica suora che vive a Gerusalemme, quel giorno le dissi: “domani porto il mio gruppo a Betlemme”. L’avevo deciso senza guardare il calendario, né le festività. Fu un grave errore.

Lei mi rispose soltanto: “domani è il primo venerdì di Ramadan, troverai un po’ di confusione”. Ramadan è il nome del nono mese dell’anno nel calendario lunare musulmano, nel quale, secondo la tradizione islamica, Maometto ricevette la rivelazione del Corano. La festività dura tutto quel mese, durante il quale si devono rispettare specifiche prescrizioni alimentari e rituali. Convinto intendesse dire che ci sarebbe potuta essere un po’ più di gente in giro, non diedi importanza a quella considerazione. Ma avrei dovuto. 

Quella mattina ci portammo di buonora alla fermata del pullman a Gerusalemme. Notai però che di pullman ne transitavano parecchi, ma erano vuoti e nessuno si fermava. Chiesi ad un ragazzo che passava di lì come fare a raggiungere Betlemme. Era arabo ed era ben informato al riguardo. Ci spiegò che ogni primo venerdì di Ramadan, la città di Betlemme, come le altre città della Cisgiordania, quasi si svuota; i loro abitanti si riversano a Gerusalemme per unirsi alla preghiera che si tiene alla Spianata delle Moschee. Spiegò quindi che i pullman passavano per andare nei vari paesi a raccogliere tutte quelle decine di migliaia di persone (quell’anno la polizia stimò fossero 150 mila!) dirette a Gerusalemme, senza raccogliere passeggeri in uscita dalla città, dei quali peraltro non vi era traccia. C’eravamo solo noi, replicai io. Allora il ragazzo fece una grande cosa. Con un cenno l’autista di uno dei pullman di passaggio si fermò subito. Gli spiegò la situazione e l’autista ci fece salire, poiché, guarda il caso, era diretto a Betlemme. Sorpresi e contenti prendemmo quel passaggio, oltretutto gratuito, fino a destinazione. Una volta scesi, però, dovemmo fare un lungo tratto a piedi per raggiungere il centro. Dovemmo superare una lunghissima coda di mezzi pubblici di varie dimensioni, tutti in attesa di caricare i fedeli, man mano che superavano i controlli al check point per condurli a Gerusalemme. Visitammo quindi la città, insolitamente poco affollata. Anche per rientrare, la sera, a Gerusalemme dove alloggiavamo, dovemmo rifare a piedi un percorso un po’ diverso, ma altrettanto lungo. La strada da un certo punto in poi correva lungo il “muro” che separa Israele dalla Cisgiordania. Visto da vicino è ancora più opprimente. Passammo accanto alla Tomba di Rachele, biblica moglie del patriarca Giacobbe. Non si trova proprio a Betlemme, ma poco più a nord, già a Efrat. Nel Libro del Genesi è scritto che morì dando alla luce suo figlio Benjamin e che Giacobbe la seppellì proprio lì, anziché a Hebron, dove si trovavano già le tombe degli altri patriarchi e matriarche. Betlemme – Efrat è il terzo luogo più santo dell’ebraismo, dopo il Muro Occidentale (del “Pianto) di Gerusalemme e le tombe dei Patriarchi di Hebron. Gli ebrei vi fanno pellegrinaggio fin dai tempi antichi, poiché la matriarca rappresenta un pilastro dell’identità ebraica. I musulmani, dal canto loro, rivendicano il sito come islamico. Negli ultimi decenni, attorno alla tomba di Rachele si sono verificati diversi scontri e attentati con molte vittime, sia israeliane che arabo palestinesi. Oggi è protetta da mura e le possibilità di farvi visita sono scarse. 

Il Walled Off Hotel

Camminando lungo il muro, si notano diversi graffiti, alcuni di Bansky, uno dei più importanti esponenti della street art del mondo. Ma il luogo più curioso è proprio “the Walled off hotel” (l’albergo murato), un piccolo albergo posto di fronte al muro di separazione, che contiene decine di opere proprio di Bansky. Alcune di esse si trovano nelle sue dieci camere; altre, invece, sono nella hall e sono liberamente accessibili ai visitatori esterni. 

L’attraversamento del check point, quella sera, fu un evento drammatico. Centinaia di persone, stanche, sudate e urlanti, incanalate in uno stretto corridoio delimitato da un alto muro su entrambi i lati, premevano in modo dissennato per passare attraverso l’unica porta girevole lasciata aperta dalle autorità israeliane. Oltre quella porta, vi era un solo soldato preposto al controllo passaporti, per cui faceva passare una sola persona alla volta, pressata da una calca che rendeva difficoltoso perfino respirare.

Il riattraversamento del check point di quel primo venerdì di Ramadan rimarrà nella mia memoria come uno degli episodi più inquietanti dei miei viaggi, un’esperienza di cui poter fare volentieri a meno. 

Questo è ciò che accade una sola volta l’anno, quando l’attraversamento del check point si deve necessariamente effettuare attraverso il transito pedonale, non essendoci mezzi pubblici disponibili in partenza direttamente da Betlemme. Nelle altre giornate, il rientro a Gerusalemme avviene attraversando su di un pullman il passaggio carraio ed è decisamente più routinario; tuttavia, mi lascia sempre un po’ di amaro in bocca. All’arrivo al posto di blocco, che di fatto è il confine tra lo Stato di Israele e i Territori della Cisgiordania, i passeggeri palestinesi devono scendere per il controllo dei loro lasciapassare (non dispongono di un passaporto in quanto non sono cittadini di un vero Stato sovrano). Ciò accade poiché non di rado i loro documenti non sono in regola, sono scaduti o quant’altro e doversi mettere a discutere dentro gli spazi angusti della cabina di un pullman non è la migliore condizione per affrontare quelle circostanze. I pochi altri passeggeri in possesso di passaporto, per lo più turisti occidentali, invece, possono rimanere al loro posto. Un poliziotto o un soldato israeliano sale sul mezzo e passa ad effettuare il controllo. I palestinesi poi risalgono a loro volta uno ad uno sul pullman e, infine, si può ripartire. Non posso tuttavia ogni volta non notare i loro occhi bassi, i volti scuri, umiliati e offesi per quella diversità di trattamento. Provo sempre un forte senso di disagio nei confronti di quelle donne, quegli uomini, di quei ragazzi, a causa di una situazione che non riesce a trovare una soluzione accettabile per tutte le parti coinvolte.

Graffito di Banksy al Walled Off Hotel

A quelle latitudini la sera scende in fretta. In lontananza si vedono già accendersi le luci di Gerusalemme. Secondo la tradizione ebraica, il tramonto segna già l’inizio di un nuovo giorno.

Betlemme: fortezze e piscine

Anche la basilica della Natività, culla della Cristianità, come tanti altri siti sacri di questo mondo tanto affascinante quanto tormentato, fu teatro di un episodio di violenza.

Nella primavera del 2002, durante i mesi della seconda Intifada, l’esercito israeliano la pose sotto assedio, nel tentativo di catturare dei militanti palestinesi che vi si erano rifugiati a decine, in quanto ricercati per atti violenti contro cittadini israeliani. Uno di essi, già ferito, non sopravvisse. Insieme ad essi vi rimasero bloccati anche quaranta religiosi cristiani, oltre a diversi palestinesi che si trovavano in quel sito per diversi motivi. Dopo un assedio durato trentanove giorni, grazie anche all’instancabile opera di mediazione dell’egiziano Ibrahim Faltas, frate francescano della Custodia di Terra Santa, fu infine raggiunto un accordo che prevedeva l’esilio dei ricercati, inviati o nella Striscia di Gaza o in Paesi europei, tra cui l’Italia, disposti ad ospitarli. Durante quelle settimane d’assedio, dalla basilica furono trafugati icone, candelabri, candele e libri antichi, solo in parte ritrovati o restituiti. Lo stato della basilica era penoso, con muri anneriti dai fuochi accesi all’interno per scaldarsi o cucinare, dappertutto sporcizia, disordine e devastazione. Fu probabilmente a seguito di ciò che le autorità religiose si risolsero a dare il via ad una serie di interventi di restauro e di manutenzione straordinaria e, potesse almeno essere di consolazione, ora quella basilica è tornata ad essere davvero architettonicamente e storicamente un monumento prezioso.

Su Manger Square, dove la Basilica della Natività ha il suo angusto ingresso principale, si affaccia l’unica Moschea del centro città, costruita nel 1860. In uno stile architettonico che ricorda quello mamelucco, è dedicata al califfo Omar ed è inaccessibile ai non musulmani. È una elegante costruzione in pietra bianca e il suo altrettanto bel minareto svetta su tutta la piazza. Nel centro cittadino si vedono alcune chiese appartenenti a diverse confessioni cristiane. Ma di moschee non se ne vedono altre. Eppure, la maggioranza della popolazione è composta da arabi musulmani. Una spiegazione di questa apparente stranezza è che, fino ad una cinquantina d’anni fa era la componente cristiana a costituire i due terzi dei cittadini di Betlemme. Forse per tale ragione nella sua piazza principale si trova quell’unica moschea. Attorno alla piazza e nelle viuzze ad essa limitrofe si possono trovare diversi chioschi e piccoli ristorantini che tuttavia offrono per lo più sempre gli stessi piatti: pitta, il tipico pane a forma di focaccia; falafel, polpettine a base di ceci e altre verdure; hummus, una purea sempre di ceci e semi di sesamo, e verdure condite con tahina, una salsa a base di sesamo. Una volta il titolare di uno di essi, un signore dall’aria bonaria più o meno mio coetaneo, al momento di pagare il conto mi domandò: secondo te quanto hai speso? Basandomi sui prezzi di Gerusalemme, buttai là, un po’ dubbioso, un importo. Un largo sorriso di approvazione e una manata sulla spalla mi confermarono, con il senno del poi, che avrei potuto stare anche più basso, poiché a Gerusalemme tutto è più caro.

Pitta, Hummus, Falafel e verdure

Fuori città, a pochi chilometri di distanza, una meta di interesse per gli amanti della storia e dell’archeologia è quella strana collina a forma di tronco di cono che, procedendo verso sud est da Betlemme, si staglia contro il cielo, molto ben visibile già da lontano. Incuriosisce e, un po’, inquieta, poiché ha una forma davvero aliena rispetto al circostante paesaggio di morbide colline. Si tratta in effetti di opera dell’uomo. È una delle tante costruzioni volute da Erode il Grande. L’Herodion, così è conosciuto quel palazzo-fortezza circolare, è in parte immerso nel sottosuolo, mentre il resto si ergeva a dominare tutta la Giudea. Era una delle residenze del re e, su di un suo lato, vi era il suo monumento sepolcrale. Pochi anni or sono, nel 2007, fu ritrovato quello che si ritiene essere il sarcofago di Erode. Era stato fatto a pezzi dopo la sua morte, tanto era l’odio che quel re continuava a suscitare contro di lui. Merita una visita, sia per comprendere di cosa poteva essere capace un ambizioso regnante dell’antichità, sia per l’originalità della struttura, che per gli intonaci rigorosamente pompeiani di alcuni ambienti appena restaurati. Sia per la sua storia, anch’essa segnata da battaglie e da sangue.

Sulla strada del ritorno, non ci si può dimenticare poiché ci penserà di certo il taxista a ricordarlo, di fare una sosta a Beit-Sahour, dove si trova una meta fissa per i pellegrini cristiani: il “Campo dei Pastori”, con il santuario di “Gloria in Excelsis Deo”. Costruito nel 1953 su progetto dell’architetto italiano Antonio Barluzzi (che, come vedremo sarà l’artefice di diversi altri edifici religiosi di Terra Santa), è nei pressi delle rovine di un precedente monastero del V secolo. Questo luogo ha un valore squisitamente devozionale, poiché è qui che, secondo il racconto evangelico, è stata per la prima volta annunciata dagli angeli ai pastori, la nascita del Messia.

Un altro sito evocativo si trova a sud di Betlemme. Un errore di valutazione mi fece credere di poterci arrivare facilmente con una breve passeggiata. Dopo più di un’ora di cammino e diverse richieste di indicazioni fatte a persone un po’ stupite nel vederci determinati a raggiungerle a piedi, arrivammo infine alle “Piscine di Salomone”. Ne avevo solo letto qualcosa e mi incuriosiva andare a vedere. Si tratta di tre enormi cisterne fatte costruire dai Romani nel I secolo d.C. per raccogliere l’acqua da canalizzare verso Gerusalemme. Acqua, poca, e canalizzazioni ci sono ancora. La brutta sorpresa è stata la condizione di degrado in cui si trovavano e nell’enorme quantità di rifiuti che le circondavano. Erano rifiuti tipici dei pic-nic. L’area è davvero gradevole, un angolo di montagna svizzera, con quel bosco di conifere di cui le cisterne sono circondate. È plausibile che folle di famiglie si riversino là per le loro scampagnate e lascino, sparso tutt’intorno, i loro ricordi, che poi, sembrerebbe di poter dire a giudicare dalla loro quantità, nessuno mai raccoglie. Ma perché quel nome “di Salomone”? Perché tradizione vuole che quel saggio re usasse trasferirsi lì, da Gerusalemme, a cercare un po’ di frescura nei mesi estivi. L’ambiente doveva essere, come tuttora è, talmente gradevole da avergli ispirato, sempre secondo tradizione, il “Cantico dei Cantici”. Nel 1618, il sultano ottomano Uthman Khan fece costruire vicino al sito una fortezza, il castello di Murad, per proteggere la preziosa acqua delle piscine. Oggi, ristrutturata, è stata in parte adibita a museo di storia ottomana. Accanto ad essa l’Autorità Nazionale Palestinese ha poi fatto edificare un enorme centro congressuale e alberghiero. Nuovo, magnifico e… totalmente deserto e abbandonato.

Betlemme: viaggiatori, pellegrini e… altri

Effetà Paolo VI di Betlemme è un istituto che si occupa della rieducazione audiofonetica di bambini sordi e, talvolta anche muti, il cui bacino è molto più ampio della municipalità di Betlemme e accoglie bambini da tutti i Territori palestinesi.

(Effetà, in aramaico, significa «Apriti» e fu la parola usata da Gesù per operare la guarigione di un sordomuto). L’istituto, gestito da suore cattoliche italiane, provvede annualmente alla formazione di circa 150 bambini a prescindere dalla loro appartenenza religiosa. Le loro famiglie, in particolare le madri, tengono molto a che i loro figli possano essere educati in quella struttura e fanno di tutto perché possano frequentarla con regolarità. Quel Centro diviene così anche punto di riferimento e di incontro per tante famiglie, non solo di Betlemme, ma anche di altri paesi. Ciò comporta una ricaduta collaterale positiva, in quanto in tal modo educa anche alla convivenza e alla comprensione interreligiosa all’interno del mondo arabo palestinese. Suonato il campanello, devo dire con non poca faccia tosta, ad aprirci venne una suora non più giovane e per nulla sorpresa dalla nostra presenza. Volevamo semplicemente visitare l’istituto e saperne di più e lei non fece altro che chiamare la superiora, la quale, dopo averci offerto un sacrosanto buon caffè all’italiana, con molta cordialità e semplicità, ci guidò negli ambienti interni. Sembrò quasi sconcertante la fiducia con la quale fummo accolti, senza domande, senza chiedere accreditamenti o quant’altro. Le domande, in realtà le facemmo noi. La risposta ad una di queste mi lasciò senza parole. La domanda era semplice: come mai tanti bambini sordi e/o muti? La risposta fu del tutto inattesa: tra i Palestinesi circa il 40% dei matrimoni è endogamico, combinato cioè all’interno della famiglia allargata o direttamente tra primi cugini; questa è la ragione principale per la qualei loro figli presentano più spesso simili patologie.  

Poi la madre superiora aggiunse: da queste parti vi è poi anche un’altra realtà, quella delle ragazze che rimangono incinte fuori dal matrimonio. Possono perfino venire uccise dai loro parenti, padri, fratelli. Si tratta, per fortuna, di un’eventualità non frequente e tuttavia ancora oggi una gravidanza extra coniugale rimane un evento che rappresenta un grande disonore per le loro famiglie. Così, vuoi per la vergogna, la rabbia, o perché “è così che si deve fare”, esse, se proprio non rischiano la vita, è molto probabile che vengano allontanate in modo definitivo dalla famiglia; e che le aspetti di certo un futuro di marginalizzazione sociale. Per questo, constatata la gravidanza, si allontanano dalla famiglia per il tempo necessario a portarla a termine; partoriscono, lasciano il figlio in un istituto o altrove, presso parenti o altro, e tornano a casa. La famiglia, o parte di essa, ovviamente, sa cosa è successo, ma occhio non vede… onore salvo.

Porta dell’Umiltà

Per raggiungere il cuore cittadino è preferibile muoversi a piedi. Ci si impiegherebbe non più di un quarto d’ora, se non fosse che si attraversa un lungo suq che inevitabilmente, vuoi per la confusione, vuoi per la curiosità, fa rallentare l’andatura e allungare i tempi. Manger Square è il centro pulsante della città. È crocevia di pellegrini, di visitatori che si mescolano con i residenti, di venditori ambulanti, di questuanti. L’economia della città si regge in buona misura sul turismo religioso. Anche se ormai la componente cristiana dei cittadini di Betlemme è minoritaria, il sindaco deve essere, per regolamento municipale, un cristiano. Un sindaco cristiano non mancherà di aver cura dei suoi concittadini e correligionari e, per ricaduta, dei cittadini tutti.

Basilica della Natività

La Basilica della Natività, voluta dall’imperatore romano Costantino nel 326 d.C. è la chiesa più antica rimasta sempre in funzione dal tempo della sua costruzione. L’angusto pertugio, attraverso il quale entrarvi, è talmente basso che è necessario chinare il capo e ciò ha portato a pensare che quello fosse un, quantunque forzato, gesto di umiltà, da cui quella porta prende il nome. Pochi, tuttavia, ricordano volentieri che in tal modo si offre il collo a chi, stando ben preparato e protetto al suo interno, una volta quel collo poteva mozzarlo con un colpo di spada, se riteneva che l’ospite fosse ostile. La Basilica è greco-ortodossa e i suoi mosaici pavimentali, originali, sono di grande pregio, sia storico che artistico. Quelli alle pareti, in parte danneggiati, sono stati magistralmente restaurati in anni recenti da esperti provenienti da due scuole di restauro italiane, quella di Ravenna e quella di Prato. Ora si possono ammirare per lo splendore dei loro colori accesi che brillano alla luce naturale, proveniente dai finestroni posti in alto sulle pareti laterali. È quasi scontato dover fare una lunga fila per accedere alla grotta posta sotto l’altare maggiore. Difficilmente ci si impiega meno di un’ora in una calca crescente fino al parossismo, a mano a mano che ci si avvicina allo stretto ingresso al sito. Nell’attesa c’è chi prega in solitudine o in gruppo, chi parla, sfoglia brochures, guide turistiche o chiacchiera, o tutte quante queste cose insieme, come nessuna di esse. Poi tutto accade in fretta, in modo convulso. Mentre si transita dentro la grotta della Natività si è presi dall’ansia di dover fare quante più cose possibile nei pochi secondi concessi: una preghiera, un inchino, una carezza, o, riuscendoci perfino un bacio, alla “stella” a quattordici punte[1] dove il neonato Gesù fu adagiato, una candela da accendere accanto alla mangiatoia e, una – anzi diverse – foto, meglio se in posa. Davvero troppe cose tutte insieme. Una volta ho visto religiosi che pregavano e allo stesso tempo mangiavano un pezzo di pane… (o, forse, mangiavano un pezzo di pane, mentre pregavano…).

La “Stella” a 14 punte

La storia di quella basilica è molto più di tutto questo…


[1]In lingua ebraica ad ogni lettera dell’alfabeto corrisponde un valore numerico. Così la parola David, che si scrive con le sole tre consonanti DVD, ha, sommando il valore 4 delle D con il valore 6 della V, il valore 14. Il numero delle punte della stella della Natività vuole simbolicamente far risalire Gesù alla dinastia davidica.

Betlemme: dentro e intorno

Betlemme si trova sullo stesso percorso che si deve fare per andare da Hebron a Gerusalemme, più o meno a metà strada. Di rado la raggiungo da sud, da Hebron, passando accanto a diversi insediamenti israeliani, posti appena in alto sui colli. Sono facilmente riconoscibili per le loro linee architettoniche, forse anche esteticamente belle, forse invece opinabili, ma di sicuro un pugno in un occhio rispetto al paesaggio e ai profili dell’edilizia locale.

Panoramica di Betlemme

Più spesso ci vado da Gerusalemme con le autolinee palestinesi che partono appena fuori dalla porta di Damasco, dove si trova la stazione degli autobus. Il tratto è di una decina di chilometri e, volendo, si potrebbe percorrerlo a piedi. Una volta, in un bel pomeriggio autunnale, l’ho fatto in direzione Gerusalemme. Ci si impiega un’ora e mezza e, come sempre accade, a piedi si possono osservare dettagli del paesaggio e della presenza umana, che dall’interno di un mezzo pubblico inevitabilmente sfuggono. Il percorso del pullman attraversa i quartieri meridionali di Gerusalemme, quelli che, durante i diciotto anni in cui la città rimase tagliata in due, con israeliani a ovest e giordani e arabi palestinesi a est, si trovavano in questa seconda zona. Quartieri tranquilli, edifici residenziali in stile coloniale britannico e aree di verde. Poi le case diradano e lasciano spazio al terreno naturale, la terra di Giudea, con ogni probabilità non dissimile a quella su cui possono aver camminato i re di Israele, le legioni romane, la famiglia di Gesù. O il Saladino, i Mamelucchi, o, ancora, i Turchi ottomani…. La fantasia corre e ce li fa immaginare lì a fianco a noi, sui loro cammelli, a piedi o forse a cavallo. Il pullman prende poi una deviazione; deve servire quartieri e villaggi situati a lato della strada principale. Lo stile architettonico degli edifici cambia e ci segnala che stiamo entrando in un altro mondo. Si passa nelle strade tortuose del centro di Beit Jala, un sobborgo a un paio di chilometri dalla nostra meta. L’autista deve essere esperto a destreggiarsi tra strade strette, curve e traffico disordinato, con l’agilità di un motociclista che va di fretta. L’arrivo si trova alla periferia di Betlemme. Appena scesi dal pullman si deve resistere al consueto assalto dei taxisti che offrono passaggi per ogni dove. Con loro bisogna essere risoluti e dichiarare con fermezza di non volersi avvalere dei loro servigi. Se invece li si vogliono utilizzare, allora è prima di tutto necessario trattare sul prezzo della corsa e qui bisogna essere abili. Ad insegnarmi come destreggiarsi tra la decina di persone che ogni volta ti si affolla attorno, è stata una persona incontrata per caso, proprio su uno di quei pullman. Sentita la lingua italiana con cui tra di noi parlavamo, una giovane signora, una quarantina d’anni molto ben portati, si intromise e, parlando in un italiano del nord, ci chiese dove fossimo diretti. Per farla breve ci si raccontò le solite cose, ma una fu una sorpresa: era una suora francescana originaria della Svizzera italiana. Da quelle parti i religiosi e le religiose cristiani là residenti, quando escono dai loro conventi quasi tutti indossano abiti civili. Quell’incontro era di una qualche decina di anni fa, quando il pullman fermava molto più lontano dal centro cittadino di quanto non faccia ora. Prendere un taxi era quindi necessario per non perdere troppo tempo. Fu proprio lei ad insegnarci come fare, senza creare confusione e, soprattutto, senza provocare tensioni tra gli stessi taxisti. La suora si spostava spesso tra Gerusalemme e Betlemme e per lei quella della trattativa con i taxisti era ormai prassi consolidata. Fu incredibile come quella gentile signora fosse stata in grado di digrignare i denti, guardare negli occhi a muso duro taxisti che malvolentieri trattavano condizioni con una donna, tenere a bada gli altri. Imparai bene come fare e, devo ammettere, ancora oggi funziona.

Grotta del latte

Fu grazie a quella suora che conobbi il sito detto della “Grotta del latte”. Si trova a poche centinaia di metri dalla piazza principale e dalla chiesa della Natività. Allora era sconosciuta ai più e fu lei ad accompagnarci e a raccontarci la tradizione locale che la riguarda. Si narra che la Sacra Famiglia non lasciò Betlemme subito, ma vi abitò per un paio d’anni. Altri racconti affermano invece che si fermarono là solo per poco tempo, prima di recarsi in Egitto. Ad ogni modo, durante la permanenza in quello che a quei tempi doveva essere stato un piccolo villaggio, la famigliola di Gesù si stabilì in quella grotta. Durante l’allattamento del figlio, sua madre doveva aver perso del latte, che cadde a terra. Quel contatto trasformò la pietra rossastra che divenne bianca, come la si può vedere ancor oggi. Sempre la tradizione locale vuole che le donne che non riescono a generare figli, possano finalmente farlo, ingerendo un po’ del terriccio derivato dalla macinazione di quella roccia.Tornando a noi, appena scesi dal pullman, l’occhio cade su due siti: il primo è la sede locale dell’UNRWA (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees), a ricordare al visitatore che gli abitanti della città (ma, in generale, tutti gli arabi originari della regione palestinese a vario titolo e in varia misura), sono sostenuti sia sul piano economico, che sanitario, educativo e quant’altro, da quell’Organizzazione che fa capo alle Nazioni Unite, in attesa di una composizione del contenzioso territoriale che da ormai più di settant’anni tormenta quella parte di mondo. Il secondo edificio che si fa notare, è una bella struttura bianca a bordo strada, con una grande scritta: Effatà Paolo VI e una volta ci siamo andati in visita.

Hebron

Non si può pianificare una visita a Hebron, dicevo. Non so di questi tempi, ma fino a qualche anno fa si doveva decidere al momento, leggendo, la mattina stessa, i giornali o, in tempi più recenti, dando un’occhiata alle informazioni on line o ai bollettini del Ministero degli Esteri italiano. 

Scoppiavano spesso disordini tra manifestanti palestinesi ed esercito israeliano, presente in uno specifico settore della città a protezione dei settecento ebrei israeliani residenti nel loro antico quartiere e soprattutto dei circa settemila, quasi tutti ultraortodossi, che vivono arroccati in un quartiere attiguo, Kiryat Arba. La loro presenza rappresenta un affronto per quei palestinesi, la quasi totalità, che ritengono gli ebrei degli intrusi.

Città vecchia – edifici ottomani

Non che temessi per la mia incolumità o per quella delle persone che talvolta erano con me. A farmi trattenere dal recarmi in quella città senza verificare se vi fosse o meno calma, era il ricordo di quella volta che, anni addietro, sulla via del ritorno verso Gerusalemme da Betlemme, il taxista arabo, fattosi improvvisamente attento alle notizie della radio, trasmesse nella sua lingua, mi comunicò che al posto di blocco alla periferia della città, da dove saremmo dovuti transitare per raggiungere la fermata dell’autobus, c’era stato un “incidente”. Mentre cercavo di capire da lui cosa potesse essere successo, giungemmo sul rettilineo, in fondo al quale quel posto di blocco si trovava e che i soldati israeliani stavano chiudendo, bloccandoci a Betlemme chissà per quanto tempo. Avevamo intanto saputo, sempre grazie alla traduzione del taxista arabo, che c’era stato un morto. La donna, al sesto mese di gravidanza, che faceva parte del nostro piccolo gruppo, scoppiò a piangere spaventata. Allora fissai negli occhi il taxista arabo e gli ingiunsi, scandendo le parole: “portaci – fuori – da – qui”! Non se lo fece ripetere. Non trattai sul prezzo della corsa… Non sarei in grado di ricordare quali percorsi fece. Iniziò una specie di raid tra le colline di Giudea. Andammo su alture, strade sterrate, attraversammo piccoli villaggi arabi, arrancammo su ripide salite, sbandammo su curve cieche, infilammo strade strette. Si fermò infine a lato di una stradina secondaria, nei pressi della statale 60 che congiungeva Betlemme a Gerusalemme. Ci indicò, poco lontano, una fermata di autobus. Il buon taxista arabo non se la sentiva di proseguire oltre; aveva già commesso un reato eludendo il posto di blocco e non voleva finire davvero nei guai. Gli diedi, senza obiettare, lo sproposito di denaro che mi chiese. Tornammo finalmente a Gerusalemme con un pullman delle autolinee palestinesi. Ci andò bene, poiché poco dopo avrebbero iniziato a installare la barriera di separazione che avrebbe diviso israeliani e palestinesi e il buon taxista arabo nulla avrebbe più potuto fare. Il giorno seguente, leggendo i giornali, capimmo cosa era successo al posto di blocco di Betlemme. Un ragazzo palestinese aveva fatto un movimento brusco, nervoso, forse di insofferenza, verso il soldato israeliano che stava controllando i suoi documenti. Un secondo soldato, posto a qualche metro di distanza a sorvegliare i movimenti, interpretò quel gesto di intemperanza come un’aggressione al suo commilitone. E fece fuoco. In conclusione: l’ennesima famiglia araba in lutto e un disperato ragazzo israeliano in un carcere militare.

Città vecchia – Edificio ottomano

Una volta mi chiesero: perché Hebron? Cosa significa Hebron? Niente… e tutto, dissi, senza immaginare che quella stessa risposta, anni dopo, sarebbe stata messa in bocca al Saladino da Ridley Scott nel suo magnifico film “Le Crociate”, quando il cristiano Baliano gli chiese: “cos’è per te Gerusalemme”? “Niente. E tutto”.

Date le circostanze, già il nome di quella città ha un che di amaramente ironico. La sua denominazione ebraica, Chevron, ha la stessa radice di “amico” Chaver. Anche il suo nome arabo, “Al Khalil” ha il medesimo significato. Pare quel nome derivi da un patto di amicizia, o quantomeno di alleanza, tra quattro piccole tribù cananee confinanti. La sua storia è davvero molto antica e si confonde con il mito e con la leggenda. Ad uno sguardo superficiale si fatica a comprendere le ragioni per le quali l’Unesco l’abbia inclusa tra i siti patrimonio dell’umanità. Ma con un po’ di attenzione si può infine cogliere come il suo centro storico, con i suoi vicoli e le sue botteghe, sia uno stupendo esempio di architettura ottomana, se solo fosse messo un po’ più in ordine con qualche restauro, qualche edificio ripulito, qualche cavo dell’elettricità in meno a penzolare da un muro all’altro. Il suo “pezzo” forte rimane però l’edificio che gli arabi chiamano con l’equivalente arabo di “Moschea di Abramo” e gli ebrei con quello ebraico di “Tombe, o grotte, dei Patriarchi”. 

L’edificio erodiano delle Tombe dei Patriarchi

Per ebrei, arabi e cristiani, Hebron è la culla delle loro religioni, poiché, secondo la tradizione, al di sotto di quell’edificio, che ricopre alcune grotte, si trovano non solo le tombe di Abramo, Sara, Isacco, Rebecca, Giacobbe e Leah, ovvero, con la sola eccezione di Rachele, sepolta più a nord presso Betlemme – Efrat, i patriarchi e le matriarche delle religioni abramitiche; ma, che ci si creda o meno, anche le stesse tombe di Adamo ed Eva che, secondo una tradizione islamica, vissero qui dopo la cacciata dal giardino dell’Eden e qui morirono e furono sepolti. Non si può non segnalare inoltre che per il carico di storia ebraica di cui è testimone, per gli ebrei la santità di Hebron è seconda solo a quella del “Muro Occidentale” (o “del Pianto”) di Gerusalemme. Quel sito di Hebron è ritenuto il più antico e continuativo luogo di preghiera al mondo.