Dachau – Capitolo 5: ricordiamo

In totale passarono da Dachau 206.206 prigionieri, furono circa 30.000 i morti, dei quali 27.500 durante la prigionia e 2.000 dopo la liberazione. Va inoltre ricordato che Dachau aveva anche 30 sottocampi direttamente sotto il suo controllo. Tra i piu conosciuti quello di Kaufering e quello di Muhldorf.

Padre Giulio Girotti: religioso domenicano, nato ad Alba il 19 luglio 1905, annoverato tra i giusti tra le nazioni per le sue azioni a favore degli ebrei durante l’olocausto, per i quali sacrificò la propria vita. Morì a Dachau nel giorno di Pasqua, 1 aprile 1945.

Enrico Vanzini: lo ricordiamo poiché ultimo tra i testimoni di Dachau. Ha fatto parte del Sonderkommando costretto a lavorare nelle camere a gas e nei forni crematori del primo lager fatto costruire dal Reich. Era internato nella baracca n. 8. Sul suo braccio è ancora visibile il numero tatuato: 123343.

Memoriale Internazionale
La scultura è di Nandor Glid. Sono rappresentati dei pali recintati, fossati e filo spinato, rappresentazioni delle misure di sicurezza installate attorno al campo. Lo scheletro umano commemora coloro che, in atto di disperazione, si gettarono tra il filo spinato dove la corrente elettrica li folgorava.

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Questa scultura non è solo simbolica, essa difatti riporta anche la storia dei numerosi suicidi avvenuti in quel modo nel campo di Dachau.

Vicino vi è poi un’altra parte del monumento: “un rilievo con dei triangoli attaccati ad una catena”, questa ricorda le targhette a forma di triangolo che distinsero ogni detenuto dal 1937. Il rilievo non espone però il triangolo nero che distingueva i cosiddetti asociali, né il triangolo verde che indicava i criminali né tanto meno quello rosa degli omosessuali.

Il monumento è stato creato nel 1968 su iniziativa del Comitato internazionale dei prigionieri politici. Sono dunque commemorate tutte le categorie di prigionieri che furono accettate come gruppi riconosciuti perseguitati, dopo il 1945, perciò, solo per motivi politici, razziali o religiosi. Il destino degli altri, le cosidette “vittime dimenticate” divenne argomento di ricerca solo dopo gli anni 80. Alla fine del monumento troviamo la scritta “Mai Più“, in yiddish, in caratteri ebraici, francese, inglese, tedesco e russo.monument01

Sulla parte anteriore del monumento vi è un’urna contenente le ceneri del prigioniero sconosciuto del campo, che ricorda la sorte delle migliaia di persone i cui cadaveri furono bruciati nel forno crematorio. Sul lato sinistro, infine, un pannello del monumento riporta: “questo monumento è stato eretto in onore delle decine di migliaia di martiri che qui morirono vittime della tirannia nazionalsocialista ed è stato inaugurato l’8 settembre del 1968 dal CID“.

Dachau – Capitolo 4: verso la liberazione

Negli ultimi giorni del 1945, nel campo di Dachau regnava la disorganizzazione. Il lager era stato continuamente invaso da un continuo afflusso di prigionieri provenienti dai campi di Buchenwald, Natzweiler, Flossenburg e Auschwitz. Contemporaneamente anche lo stesso campo di Dachau doveva essere evacuato per evitare che migliaia di detenuti venissero liberati dall’arrivo, oramai imminente, delle forze americane.

A tal proposito il 14 aprile 1945 il Reichführer Himmler aveva inviato ai comandanti del lager un ordine telegrafico in cui veniva chiaramente specificato che il campo doveva 7essere immediatamente evacuato e che nessun prigioniero avrebbe dovuto cadere vivo nelle mani del nemico. Nel frattempo però la guarnigione del campo era stata ridotta per esigenze belliche, mentre alcune SS seriamente preoccupate per la loro sorte si erano già date alla fuga travestite da civili se non addirittura da prigionieri. Fu così che molti di loro vennero rimpiazzati da uomini provenienti dalla divisione Viking, composta da ragazzi tra i 14 e i 16 anni.

Nel piazzale dell’appello cominciarono ad accendere dei falò al fine di bruciare le documentazioni compromettenti, tuttavia, nella confusione vennero risparmiati diversi registri di detenzione, dove tra l’altro venivano riportati i decessi e le ragioni degli arresti di vari detenuti.

Nella confusione generale molte barriere erano cadute e i detenuti, prima rigidamente inquadrati nelle loro squadre di lavoro e nelle baracche di appartenenza, avevano ora maggiori occasioni di frequentarsi e di trasmettersi notizie. Nonostante il gran numero di decessi avvenuti nel lager dovuti a deperimento fisico, alla denutrizione, ai maltrattamenti, al lavoro sfibrante, alle esecuzioni, ai criminali esperimenti medici attuati dai dottori Schilling e Rascher, ed infine da un’epidemia di tifo petecchiale scoppiata in gennaio e mai seriamente fronteggiata, con gli ultimi arrivi la popolazione dei detenuti era sensibilmente aumentata.

Erano però contemporaneamente cresciuti anche i cumuli di cadaveri che oramai andavano decomponendosi all’aperto, dal momento che i  Leichen Commandos, cioè le squadre addette alla rimozione dei cadaveri non erano più in grado di provvedere. Mentre da una parte alcuni detenuti pensavano di ribellarsi altri consigliavano di attendere nel timore che ciò potesse portare le SS ad anticipare uno sterminio di massa. 5Un’importante decisione venne comunque presa: aumentare ad ogni costo il caos che dilagava e sfruttando la confusione e l’indecisione dei comandanti tentare, per quanto possibile, di nascondersi e mescolarsi con prigionieri di altre baracche, nascondendo le proprie sigle indicanti la nazionalità.

Si arrivò cosi al 26 aprile del 1945 quando, nelle prime ore del pomeriggio, giunse l’ordine di evacuazione per gli ebrei, 2.400 circa, molti dei quali non erano neppure più in grado di reggersi in piedi.  Ore dopo arrivò un secondo ordine di adunata, questa volta per gli anti-nazisti austriaci e tedeschi, ex combattenti repubblicani in Spagna e per un primo contingente di russi, in tutto circa 7.000 uomini.

I 7.000 furono costretti ad intraprendere il viaggio scortati dalle SS, probabilmente diretti verso Innsbruck nel Tirolo. I kapò la sera comunicarono che il giorno dopo tutti i deportati russi e italiani avrebbero dovuto lasciare il campo ma a causa di un violento temporale la partenza fu rimandata e i detenuti escogitarono un piano per boicottare la successiva partenza nascondendosi nelle varie baracche, fu così che nuovamente adunati, molti di loro, grazie a scambi di nazionalità, non furono più reperibili. Ricercare in quel momento tutti coloro che mancavano all’appello era a dir poco impossibile e fu così che fecero ritornare tutti nelle baracche.

All’alba del 28 aprile un deportato di nome Karl Riemer dopo un’estenuante fuga riuscì a raggiungere le truppe americane tentando di convincere gli ufficiali alleati a inviare velocemente truppe verso il lager al fine di evitare lo sterminio di massa che oramai incombeva. I piani degli alleati però prevedevano di dirigersi verso Monaco se non che grazie a coloro che sorvolarono il campo fu possibile comprendere che la situazione a Dachau era realmente pessima e che laggiù stava sicuramente accadendo qualcosa di strano e di insolito. Alla fine la spedizione fu organizzata per il mattino successivo.

Domenica 29 aprile un distaccamento motorizzato della fanteria americana appartenente alla divisione Rainbow della 7° armata puntò dritto verso Dachau e dopo aver superato qualche resistenza delle truppe regolari tedesche oramai allo sbando, giunse nella cittadina verso le 10:30, a seguito però della distruzione del ponte sul fiume Amper fu pressoché impossibile raggiungere il campo velocemente. Il genio militare si attivò dunque per costruire il più velocemente possibile un ponte di fortuna. Giunti al lager sulla torretta di guardia già sventolava una bandiera bianca, simbolo di resa. Nonostante la resa, molti nazisti furono uccisi e i loro cadaveri percossi, vilipesi e calpestati dai detenuti. In seguito si venne a sapere che la stessa sera, quella del 29 aprile alle ore 20, tutti i deportati sarebbero stati uccisi mediante un lancio di bombe sul lager. Un colonnello americano sottolineò che a Dachau al momento della liberazione vi erano circa 32.000 prigionieri e che la mortalità era di circa 200 uomini al giorno principalmente per fame e tifo. Gli italiani vivi al momento erano 2.184 ma ne morirono circa 300 in seguito. Il lager più vecchio di tutti finiva di esistere ma non cessava di uccidere.

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Dopo la liberazione del campo fu necessario occuparsi di 60.000 sopravvissuti e del loro rimpatrio nei paesi d’origine. Si dovette combattere l’epidemia di tifo, assistere i malati e provvedere alla sepoltura di centinaia di morti. Solo alla fine di luglio del 1945 anche l’ultimo gruppo di ex detenuti poté lasciare il campo. Per molti tuttavia non ci fu un ritorno a casa dato che i loro famigliari erano stati sterminati. Gli alleati si videro così costretti ad allestire per loro un campo separato “Displaced Person DP”e molti restarono in Germania per anni prima di poter emigrare in Palestina, negli USA o in qualche altro paese occidentale. Il 3 maggio del 1945 gli alleati obbligarono gli abitanti di Dachau a visitare il campo, il crematorio e a vedere la montagna di cadaveri in attesa di essere sepolti.

Al termine della guerra gli alleati istituirono dei tribunali militari con il compito di giudicare crimini e criminali nazisti. A Dachau uno di questi tribunali tenne la sua prima seduta già alla fine del 1945 e i processi che si tennero nell’ex lager servirono da modello per i seguenti. Con l’inizio della Guerra Fredda, tuttavia, l’interesse a perseguire penalmente i crimini nazisti diminuì e nonostante vennero aperti numerosi provvedimenti poche furono le sentenze di condanna. Molti crimini rimasero impuniti. All’interno dell’ex lager vennero internati, in un campo appositamente allestito, un gran numero di responsabili nazisti, alti funzionari e appartenenti alle SS. Arrivarono a contarne 25.000. Molti di loro con le prime avvisaglie della Guerra Fredda vennero rimessi in libertà.

Nel 1948 l’amministrazione bavarese, responsabile dell’assistenza ai profughi, prese possesso delle baracche e ne fece delle abitazioni. Il campo perciò rimase aperto per circa 20 anni sviluppando una propria infrastruttura urbana. All’inizio di questo utilizzo ci fu la catastrofica penuria di abitazioni, ma anche la tendenza a non volere fare i conti con la reale storia del lager. Nel 1955 il CID intenzionato a creare un memoriale, chiese lo sgombero del campo profughi e la demolizione dei numerosi edifici costruiti nell’immediato dopoguerra.

Dachau – Capitolo 3: i luoghi del campo

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  • JOURHAUS
    Edificio di guardia del comandante del campo. Originariamente l’unica via di accesso, passando per questa porta ci si imbatteva in uno degli slogan preferiti dalla propaganda nazista, l’agghiacciante motto ARBEIT MACHT FREI. Qui i nuovi arrivati, venivano accolti con 25 frustate al fine di spezzare fin da subito la loro personalità. Seguiva il taglio dei capelli, il tatuaggio riportante un numero identificativo, la divisa e il triangolino simbolo che specificava che tipo di detenuto si fosse.
  • PIAZZA DELL’APPELLO
    Appena superata la Jourhaus vi era la piazza dell’appello dove al mattino venivano contati i prigionieri e veniva affidato loro il lavoro da svolgere. Il piazzale era in grado di accogliere fino a 50.000 persone.
  • EDIFICIO DELLA MANUTENZIONE
    Era posto a sud. Sul suo tetto vi era dipinto un altro slogan di propaganda che recitava: “C’è un cammino verso la libertà. Le sue tappe sono l’obbedienza, l’onestà, la pulizia, la sobrietà, la diligenza, l’ordine, lo spirito di sacrificio, la veridicità, l’amore per la Patria”. Qui oggi è ospitata la mostra del campo.
  • BUNKER
    Ancor oggi ben conservato, al suo interno è ospitata la mostra che racconta della storia e dell’uso degli edifici del campo nonché della triste sorte che spettava ai prigionieri ivi internati. I prigionieri erano costretti a soggiornare in spazi angusti, tenuti al buio per giorni o settimane e di rado vedevano un pasto caldo.
  • BARACCHE
    Tutte le baracche del campo (ben 34) vennero demolite alla fine della guerra. Sono state ricostruite solamente le prime 2 con l’intenzione di mostrare ai visitatori uno spaccato della cruda realtà che lì si viveva. È comunque possibile vedere le fondamenta sulle quali sorgevano le baracche lungo la “strada del campo”. Ricordiamo che le baracche erano state costruite per 6.000 persone ma che al momento della liberazione nel campo ve n’erano più di 30.000. I posti letto per1 camerata erano 52 per un totale di 208 a baracca ma si arrivò a 1.600. Ricordiamo la baracca 26 detta la baracca dei preti, nel campo vi erano 2.720 religiosi di cui 2.579 cattolici, ne morirono 1.034. La 29 e la 30 erano dette l’anticamera della morte. Cinque erano adibite ad area ospedaliera, poi divenute 13 Krankenbau. Una era adibita a zona lavoro, una come spaccio (sempre vuota), due ad infermeria ed una ad obitorio. La numero 15 chiamata “Della compagnia di punizione” era riservata a coloro che subivano i trattamenti peggiori: gli ebrei.
  • FORNO CREMATORIO
    Situato in un luogo appartato, il cui accesso era limitato ad un numero ristretto di persone. Il crematorio, inizialmente, serviva per eliminare i cadaveri del campo e data l’alta mortalità funzionava giorno e notte. Successivamente, per il progetto “Soluzione Finale” venne costruita nelle vicinanze una lugubre camera a gas camuffata da locale docce. Oggi vicino al crematorio sorgono monumenti commemorativi tra i quali una chiesa cattolica, una protestante e un memoriale ebraico.

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I primi prigionieri che arrivarono nel campo furono prigionieri politici, soprattutto aderenti al Partito Comunista ai quali si aggiunsero anche dei socialdemocratici. Il primo comandante del campo fu Hilmar Wackerle, un ufficiale tedesco figlio di un notaio di Monaco. Nel 1933 fu scelto da Himmler, suo vecchio amico, sotto i suoi diretti ordini Wackerle stabilì speciali misure di trattamento riservate ai politici. Istituì nel campo un vero e proprio regime del terrore, includendo l’esecuzione per insubordinazione o istigazione alla disobbedienza. Pochi mesi dopo sempre per ordine di Himmler a causa di scandalose uccisioni avvenute nel campo, verrà destituito. Morirà a Leopoli nel 1941 in guerra.

Il suo posto verrà preso da Theodor Eicke il cui motto era: “tolleranza è sinonimo di debolezza”.  Eicke era nato a Hudingen nel 1892, quando la Lorena era ancora territorio tedesco. A 17 anni si era arruolato nell’esercito imperiale partecipando alla Prima Guerra Mondiale. Ricevette anche la Croce di Ferro per il coraggio dimostrato. Il 1 dicembre 1924 si iscrisse al Partito Nazista diventando molto presto uno dei più brutali capi delle SA. Nel 1933 venne nominato comandante del campo di Dachau e delle cosidette Totenkopf ovvero teste di morto. Himmler lo promosse successivamente SS Brigadeführer e nel maggio 1934 Ispettore dei Campi di Concentramento. Fu sua la decisione di chiudere i campi più piccoli e potenziare quelli più grandi. Morì il 26 febbraio 43 ad Orel, sul fronte orientale dopo che il suo aereo venne abbattuto dal fuoco russo. Va ricordato che quando divenne  comandante del campo di Dachau sviluppò un piano organizzativo cosi ben delineato e dettagliato che fu preso a modello per tutti gli altri campi. Fu lui a volere una suddivisione in aree, spazi per prigionieri continuamente5 sotto controllo, un’area dei comandi con edifici amministrativi e caserme per le SS.

Ai politici comunisti e socialdemocratici si aggiunsero presto i liberali, i conservatori e i sindacalisti. I primi ebrei del campo furono anch’essi prigionieri politici. Negli anni successivi però nuovi gruppi furono deportati a Dachau:

  • ebrei,
  • zingari,
  • omosessuali,
  • testimoni di Geova,
  • sacerdoti,
  • prostitute,
  • alcolizzati,
  • barboni,
  • malati di mente,
  • e molti altri.

Tutti erano stati definiti da Himmler come parassiti del popolo. È certo che dopo la notte dei cristalli (10-11 novembre 1938) furono inviati al campo 10.000 ebrei. È questo il periodo in cui gruppi di visitatori tedeschi e stranieri venivano condotti al campo affinchè potessero rendersi conto di persona dell’infondatezza della propaganda ebraica a base di notizie raccapriccianti. Dachau era un campo modello dove regnava l’ordine e la pulizia. Fra gli ebrei accusati di cattiva propaganda ricordiamo Max Jelonek di Dusseldorf arrestato nel maggio 1940 e morto poche settimane dopo nel campo di Dachau nel quale era stato internato.

Con il tempo, i campi divennero veri e propri centri di liquidazione. Il detenuto perse via via il diritto al rilascio e fu declassato al rango di soggetto puramente servile. Il campo restò chiuso dalla fine di settembre del 1939 a febbraio del 1940 per consentire l’addestramento delle unità di prima linea della divisione SS Totenkopf. Da febbraio a dicembre del 1940 giunsero nel campo 13.375 polacchi per lo più provenienti dai territori annessi al Reich.

I prigionieri a quel tempo erano considerati alla stregua delle bestie. Il duro lavoro, spesso inutile come portare a spalla o con una carriola grossi pesi da un punto all’altro del campo fino allo stremo, era all’ordine del giorno. Sempre più frequentemente accadeva che alla fine del giorno molti detenuti fossero moribondi o addirittura morti. Molti altri, invece, una volta rientrati dai campi di lavoro venivano costretti a rimanere in piedi per ore sul piazzale dell’appello.

Le angherie continuavano poi nelle baracche. Tutto ciò al solo scopo di impedire che il detenuto sfinito potesse godere anche di un solo momento di quiete o di riposo. A causa poi delle razioni da fame di cibo che venivano distribuite, gli internati deperivano rapidamente sia fisicamente sia psicologicamente. Fu così che da dicembre del 1940 alla fine di maggio del 1941 un quarto dei prigionieri era deceduto.

Per spezzare poi la solidarietà fra detenuti, i nazisti utilizzarono il metodo “Teile und herrsche!” nonché “Divide et impera!”, attuando differenziazioni su base razziale e nazionale. Sul gradino più basso vi erano i cechi, poi i polacchi, i russi, gli italiani e i francesi. Gli ebrei non avevano neppure una posizione.

La posizione più privilegiata l’avevano i detenuti tedeschi ai quali quasi sempre veniva riservata l’autogestione diretta del campo e a cui spesso veniva concesso di portare un manganello per poter affermare la propria superiorità razziale. Molti di loro collaboravano con le SS. La direzione del campo esigeva da costoro e dalle guardie che venissero segnalate il maggior numero di infrazioni.

Una delle punizioni più frequenti per gli accusati era quella di essere legati appesi ad un palo con le braccia dietro la schiena. Questa era la punizione per un letto mal fatto, un armadietto pulito male, per non aver salutato una SS senza togliersi il berretto, per un bottone strappato o non chiuso bene o per il solo fatto di avere le mani in tasca.

Nel campo esisteva anche, come detto in precedenza, un’infermeria che a dire il vero era più che altro una fabbrica degli orrori. La dirigeva un medico-capò delle SS, ogni reparto poi aveva il suo medico, anch’egli delle SS. Generalmente si trattava di medici appena diplomati che avevano seguito corsi abbreviati all’Accademia di Medicina a Graz, gestita dalle SS. La maggior parte di essi si trovava lì per imparare a operare, si interessavano di tutto tranne che della salute e della guarigione dei detenuti. Tra i detenuti vi erano diversi medici ma a loro era proibito esercitare o lavorare presso l’infermeria del campo, dove regnava incontrastato il dispotico e sadico Kapo Josef Heiden. Costui torturò fino 4alla morte migliaia di detenuti, molti invece li soppresse con iniezioni. Tra l’altro, nessun infermiere aveva delle competenze necessarie in materia; Cosi i pazienti definiti difficili o che sporcavano i letti venivano direttamente uccisi.

Aumentando notevolmente il numero dei detenuti richiesti come forza lavoro, si decise per il “Trattamento Speciale 14 F 13” di tutti coloro che non erano più in grado di lavorare. Per questo motivo 2.674 prigionieri furono immediatamente gassati, ne seguirono 4.000 considerati prigionieri di guerra sovietici e così via.

In contrasto con tutto ciò la dolce musica suonata nel cortile dell’appello dal 1941 dal “Kommando Lager Musik” in occasione delle numerose visite da parte di alti dignitari nazisti o di delegazioni straniere. Suonavano anche quando qualcuno veniva torturato. La domenica, invece, suonavano solamente per i compagni di detenzione. Alla fine del 1944, il sovraffollamento del campo divenne insostenibile e drammatico a causa delle pessime condizioni igieniche e alimentari tanto da provocare un’epidemia di tifo che costerà la vita a migliaia di prigionieri.

Va assolutamente sottolineato che fino allo scoppio della guerra Himmler scelse personalmente i comandanti del campo di Dahau. Facciamo così un breve riepilogo di questi personaggi selezionati con tanta cura:

  • 22 marzo 1933 – 26 giugno 1933: Hilmar Wackerle
  • 26 giugno 1933 – 4 luglio 1934: Theodor Eicke
  • 4 luglio 1934 – 22 ottobre 1934: Alexander Reiner
  • 22 ottobre 1934 – 12 gennaio 1935: Berthold Maak
  • 12 gennaio 1935 – 31 marzo 1936: Heinrich Deubel (sostituito perché troppo debole)
  • 31 marzo 1936 – 7 gennaio 1939: Hans Loritz
    Con lui si ricorda una delle fasi peggiori di tutta la storia del lager. Era un membro delle SS e della NSDAP dal 1930. Nel 1939 dopo Dachau assunse il comando di Sachsenhausen. Morì suicida nel 1946.
  • 7 gennaio 1939 – 2 gennaio 1942: Alex Piorkowski
  • 3 gennaio 1942 – 30 settembre 1943: Martin Weib
  • 30 settembre 1943 – 26 aprile 1945: Wilhelm Weiter
  • 26 aprile 1945 – 28 aprile 1945: Martin Weib
  • 28 aprile 1945: Johannes Otto
  • 28 aprile 1945 – 29 aprile 1945: Heinrich Wicker

Dachau – Capitolo 2: storia del campo

Nel 1933, esattamente il 29 gennaio, Adolf Hitler diventa cancelliere del Reich ed è in quello stesso anno che viene utilizzato il primo campo per prigionieri politici. Il giorno dopo l’incendio del Reichstag, avvenuto il 27 febbraio 1933, incominciarono delle vere e proprie ondate di arresti di massa.

Inizialmente venne accusato un militante comunista olandese di nome Marinus van den Lubbe, ma pare sia stata solo una messa in scena del Reich per poter fare piazza pulita degli avversari politici. A seguito dei numerosi arresti, le prigioni non tardarono a riempirsi e i detenuti vennero trasferiti in altri luoghi, chiamati poi campi di concentramento.

3Gli internati venivano rieducati tramite l’indottrinamento e il duro lavoro. Veniva promessa la liberazione a coloro che si fossero riabilitati, difatti nel Natale del 1933, circa 600 prigionieri vennero graziati e poterono fare ritorno a casa. Nella maggior parte dei casi, questi campi erano ufficialmente sottoposti al controllo delle forze di polizia regolari ma il servizio di guardia era per lo più assicurato da membri delle SS e delle SA, che nella loro veste di “poliziotti ausiliari” si appropriarono il diritto di regolare i conti con i loro avversari politici.

Queste strutture erano diventate di fatto un elemento inscindibile della repressione nazionalsocialista, totalmente fuori dalla giustizia ordinaria, senza i quali la Gestapo (temuta polizia segreta del partito) non sarebbe mai potuta diventare quella potente organizzazione dedita al terrore che noi tutti conosciamo.

Dachau si trova a circa 15 chilometri a nord ovest di Monaco, è un paese che vanta una storia millenaria legata ai conti di Dachau e alla famiglia Wittelsbach, che trasformarono l’antico castello dei conti in una magnifica residenza estiva. Il 21 marzo 1933 inizia per la cittadina il periodo più buio e drammatico di tutta la sua lunga esistenza. Gli abitanti infatti vennero raggiunti da un comunicato firmato da Heinrich Himmler, Presidente della polizia di Monaco e capo delle SS che diceva:

Mercoledì 22 marzo verrà aperto nelle vicinanze di Dachau il primo campo di concentramento. Abbiamo preso questa decisione senza badare a considerazioni meschine ma nella certezza di agire per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio.

Il 22 marzo, difatti, si aprirono i cancelli del campo di Dachau, era il primo campo di concentramento statale con una capacità di circa 5.000 detenuti, a forma di rettangolo di circa 300 metri di larghezza e 600 di lunghezza e con una scritta all’entrata che tutti noi ben conosciamo perché vista più volte:

ARBEIT MACHT FREI

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Si utilizzò una vecchia fabbrica di munizioni della Prima Guerra Mondiale e nel 1937 si iniziarono degli ampliamenti utilizzando il lavoro dei prigionieri. Venne cosi demolita l’antica fabbrica. I lavori terminarono nel 1938 e così rimase fino al 1945.

Tutto il lager è circondato da una recinzione (ricostruita in parte nel 1965) formata da tratti d’erba, fossi con un reticolato elettrico ed un muro. Su sette torrette gli uomini delle SS sorvegliavano l’intera area.

Dachau – Capitolo 1: l’importanza della memoria

Primo Levi scrisse:

quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo

e

se comprendere è impossibile, conoscere è necessario!

Queste citazioni hanno riscontrato un consenso così forte da diventare quasi un proverbio popolare, ma nonostante tutto siamo riusciti a chiuderlo dentro ad un cassetto così come molti libri di storia e testimoni.

È certo che noi siamo ciò che ricordiamo di essere stati e che senza memoria non vi è futuro. Tutto ciò che noi siamo ha le sue radici nel passato, questo era noto anche a quelli della SS che proprio per tale motivo andavano ripetendo ai prigionieri: “nessuno sopravviverà!”. E se per puro caso qualcuno sfuggirà e racconterà dell’accaduto, non verrà creduto. Senza memoria storica, una comunità rischia di perdere e smarrire la propria identità culturale e civile. Per questo motivo il luogo storico riveste notevole importanza.

campo-di-concentramento-di-dachau-monaco-germania-25Per luogo storico intendiamo il luogo stesso in cui è realmente accaduto ciò che forgia il ricordo e ne determina la memoria. Il campo di Dachau di cui parleremo a tal proposito svolge una funzione importantissima. Dachau è il luogo in cui si trova una delle prime strutture create per soffocare il dissenso e spezzare la resistenza al nazionalsocialismo. Esso è, difatti, ricco di fonti di informazione facilmente accessibili attraverso le esposizioni. È altresì ricco di resti autentici della originaria struttura detentiva.

I memoriali situati nei luoghi storici autentici con il loro muto e pressante invito alla riflessione ci portano al confronto con il tragico passato, dandoci modo visitandoli di comprendere razionalmente ed emotivamente la dura realtà del potere nazionalsocialista, il consenso e la resistenza. Questi memoriali offrono, per certo, spunti di riflessione che andrebbero successivamente ripresi e approfonditi in altre sedi. Ricordo le mia esperienza a Dachau, Nazweiler Srtrutof, Buchenwald e Mauthausen. Concludo questa mia introduzione sottolineando che la memoria storica può essere considerata il futuro di un popolo e che così come ciascun individuo fa tesoro dei propri errori al fine di migliorarsi, un popolo deve fare chiarezza sugli errori sfociati spesso in orrori commessi in passato dai suoi predecessori al fine di evitarne il ripetersi.

Verso il memoriale
1Per i sopravvissuti la lotta contro la rimozione e l’oblio divenne una questione di capitale importanza. In occasione delle varie commemorazioni molti di loro tornarono a Dachau. Dopo un primo incontro internazionale, avvenuto nell’aprile del 1955, i sopravvissuti si riunirono nel Comité International de Dachau e cominciarono a lottare per ottenere la creazione di un degno memoriale. Qualche tempo prima del 30 aprile 1950 ci fu l’inaugurazione del monumento al detenuto anonimo davanti al crematorio. La scelta dell’artista però fece alquanto discutere poiché lo scultore Fritz Koelle fu inizialmente perseguitato dai nazisti ma è anche certo che, in secondo tempo, sia sceso a compromessi
con il regime.

Obbiettivi del Comitato:

  • mantenere vivo il ricordo,
  • riportare il campo nello stato in cui si trovava nel 1945 e aprirvi un centro di documentazione e un museo,
  • la costruzione di un monumento commemorativo.

Il memoriale è stato aperto nel 1965 e nel 1968 è stato inaugurato sul piazzale dell’appello il monumento internazionale. Il governo bavarese e il comitato internazionale di Dachau hanno così ufficialmente assunto la comune responsabilità del memoriale.

Personalità che hanno contribuito alla nascita e formazione del memoriale
Degno di nota è sicuramente colui che ha rivestito x anni la carica di Presidente del Comitato Internazionale di Dachau: il generale belga Albert Guerisse morto nel 1989 fu imprigionato in vari campi, tra cui Dachau nel 1945, con ordine di esecuzione, che evitò a causa dell’annuncio dell’imminente arrivo degli alleati. Era membro del SOE un’organizzazione Britannica contro il nazionalsocialismo. Faceva altresì parte della resistenza.

Notevole anche l’apporto di un gruppo di ex perseguitati Bavaresi, che nel 1959 avevano dato vita ad un comitato di sostegno. Tra questi ricordiamo:

  • Alois Hundhammer (1900-1974)
    Nel 1932 era un deputato del partito popolare nel parlamento bavarese e nel 1933 venne internato per un mese a Dachau. Fu ministro dell’agricoltura, era un democratico.
  • Otto Kohlhofer (1915-1988)
    Venne arrestato nel 1935 per aver distribuito stampati e volantini contro il regime nazionalsocialista. Dopo 2 anni e mezzo di carcere venne internato a Dachau dove vi rimase fino alla fine della guerra. Era comunista.
  • Johannes Neuhausler (1888-1973)
    Teologo. Venne arrestato e deportato nel 1941 prima nel campo di Sachsenhausen e poi nel campo di Dachau. Rimase nel bunker lontano da tutti gli altri detenuti, fino alla liberazione. Ricevette favori dalla guardia che gli permise di ricevere visite e di uscire di tanto in tanto dalla cella finche non se la inimicò.
  • Ruth Jakusch (1914-1991)
    Originaria di Francoforte e di religione ebraica, tornò in Germania al seguito delle truppe americane come interprete. Si adoperò per compiere numerose e importantissime ricerche per il memoriale.
  • Leonhard Roth (1904-1960)
    Sacerdote e monaco domenicano, fu internato nel campo di Dachau nel 1943, dove si guadagnò il rispetto dei suoi compagni di prigionia prestando volontariamente assistenza ai malati di tifo. Dopo la liberazione restò nel campo come assistente spirituale degli ex guardiani SS, a loro volta internati. Da sacerdote fu anche un supporto ai profughi che furono sistemati nelle ex baracche del campo.

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