Mar di Galilea #4 – Suggestioni e sapori

Quello dei Corni di Hattin, fra l’esercito del Saladino e le forze crociate, fu uno scontro epico, ancor oggi oggetto di studio nelle locali scuole militari. Con la spiegazione di quanto maldestramente si mossero i Crociati, gli insegnanti si propongono di far capire ai loro allievi cosa non si deve fare, quali sono le tattiche da non mettere in atto prima e durante una battaglia. Se il Saladino era un esperto condottiero e un abile stratega, i Crociati in quella occasione sbagliarono proprio tutto. E con ciò, se non altro, insegnarono qualcosa ai posteri.

Le dimensioni di quella sconfitta, di quella tragedia, si possono ancora cogliere ai giorni nostri. In uno dei miei soggiorni attorno al lago, ho alloggiato fuori Tiberiade, proprio nei pressi del campo aperto che fu teatro di quella battaglia, dove ora gli agricoltori hanno dissodato e coltivato il terreno. Con i loro aratri hanno riportato alla luce una quantità di punte di freccia, di lancia, di materiali vari abbandonati in quelle ore di combattimento disperato. Io mi trovavo ospite ad Arbel, un “moshav”, un insediamento agricolo che, a differenza del kibbutz, ha la forma giuridica di una cooperativa di famiglie che uniscono le loro risorse e le loro energie negli appezzamenti agricoli che coltivano, collaborando tra loro. Ai giorni nostri alcune di queste famiglie hanno parzialmente ristrutturato i loro alloggi per poi affittarli. Era un ottobre con una temperatura davvero gradevole. La mattina si faceva colazione in terrazzo, che beneficiava dell’ombra di grandi alberi, attorno ai quali e dentro i loro rami si aggiravano coloratissimi colibrì. Dominava il silenzio e un gran senso di pace. Una notte in cui non riuscivo a prendere sonno, mi alzai per andare a sedermi sul terrazzo. La luna piena illuminava la vallata che si intravvedeva tra le foglie degli alberi. Tutto era fermo, immobile e silenzioso, quasi come un respiro trattenuto; nemmeno una piccola brezza scuoteva le foglie e l’aria era tiepida, avvolgente. Rimasi a contemplare quello scenario che avrei ricordato a lungo, fino ad oggi. La suggestione dei racconti ascoltati il giorno precedente dal proprietario, mentre mi mostrava i cimeli ritrovati e tirati a lucido, fece il resto. Poco alla volta, da lontano mi parve di sentire giungere suoni, voci e urla e soprattutto, ciò che avvertivo più distintamente e con inquietudine, era il clangore delle armi che si incrociavano per difendersi, o colpire, uccidere. Riuscii a non voler vedere, a non farmi comparire davanti agli occhi anche i volti feroci, irosi, morenti. Guardai invece la luna che così grande e splendente in un cielo terso non ricordavo aver mai visto prima e mi riuscì di distrarmi, immergendo gli occhi nella sua luce. Rimasi a lungo così, fermo a contemplarla. Ciò che mi attraversò corpo e anima non è cosa che si possa scrivere.  Tornai infine in camera con un che di triste e pesante dentro di me.

Nazareth – Basilica dell’Annunciazione

Forse Gesù è passato nei pressi di quei luoghi, dove nel ‘900 fu edificato il moshav Arbel, andando o tornando da Nazareth, che oggi è la più popolosa città araba di Israele. Ospita la moderna, e – mi si consenta – di dubbio gusto, Basilica dell’Annunciazione. La sua cupola è molto simile a quella della chiesa dei frati minori della Brunella a Varese, poiché entrambe le chiese, guarda il caso, sono state progettate dallo stesso architetto italiano Giovanni Muzio. O anche da Cafarnao, dove peraltro Gesù è vissuto, ospite di Pietro, e a Cana, dove, secondo il Vangelo di Giovanni, Gesù ha trasformato l’acqua in vino. Sarà anche passato da Migdal, pochi chilometri a nord di Tiberiade, in riva al lago. È il villaggio dove viveva una certa Miriam ha-Migdalit, ovvero Maria la Maddalena. Migdal significa torre. Quel villaggio veniva così indicato poiché vi era una torre, dove si conservava il pescato del lago. Ora è un sito archeologico e i reperti più interessanti si trovano al museo di Israele, a Gerusalemme. Pochi anni fa, durante gli scavi sono state ritrovate anche delle piccole ampolle con ancora all’interno i resti di quelli che dovevano essere dei profumi. Con un discutibile senso commerciale, alcuni hanno pensato di riprodurli e venderli come “i profumi della Maddalena”. No comment, naturalmente.

Migdal (Magdala) – particolare della sinagoga I sec. d.C.

Forse i sandali di Gesù hanno calcato la strada romana che collegava Damasco con Haifa, fermandosi a Zippori. L’antica Sepphori, che fu di Erode il Grande, distrutta dai Romani e riedificata e decorata con mosaici di un certo interesse (ma diciamolo: nulla di paragonabile per bellezza e qualità con quelli di Antiochia e ancor più con quelli della “villa del Casale” di Piazza Armerina in Sicilia, per tacere dei mosaici di Pompei conservati al Museo archeologico di Napoli). Il Jesus Trail, il “Sentiero di Gesù” attraversa da ovest a est la Galilea e i luoghi legati alla sua vita e alla sua predicazione, che si trovano su quel tracciato, sono molti. Si può fare a piedi, sono circa 70 chilometri percorribili in quattro/cinque giorni di cammino. È un sentiero senza particolari difficoltà, tra campi coltivati, colline, aranceti e boschi di pini piantumati, che si attraversano facendo sosta per la notte in ostelli o alberghetti. Passa anche presso il santuario dei Drusi a Nebi Shu’eib, a sua volta non lontano dai Corni di Hattin. La Galilea, insomma, ti regala sapori di un piccolo mondo antico, con profumi di sacro e acri odori di tragedia.

Zippori (Sepphoris) – pavimento a mosaico V – VI sec. d.C.

Betlemme: viaggiatori, pellegrini e… altri

Effetà Paolo VI di Betlemme è un istituto che si occupa della rieducazione audiofonetica di bambini sordi e, talvolta anche muti, il cui bacino è molto più ampio della municipalità di Betlemme e accoglie bambini da tutti i Territori palestinesi.

(Effetà, in aramaico, significa «Apriti» e fu la parola usata da Gesù per operare la guarigione di un sordomuto). L’istituto, gestito da suore cattoliche italiane, provvede annualmente alla formazione di circa 150 bambini a prescindere dalla loro appartenenza religiosa. Le loro famiglie, in particolare le madri, tengono molto a che i loro figli possano essere educati in quella struttura e fanno di tutto perché possano frequentarla con regolarità. Quel Centro diviene così anche punto di riferimento e di incontro per tante famiglie, non solo di Betlemme, ma anche di altri paesi. Ciò comporta una ricaduta collaterale positiva, in quanto in tal modo educa anche alla convivenza e alla comprensione interreligiosa all’interno del mondo arabo palestinese. Suonato il campanello, devo dire con non poca faccia tosta, ad aprirci venne una suora non più giovane e per nulla sorpresa dalla nostra presenza. Volevamo semplicemente visitare l’istituto e saperne di più e lei non fece altro che chiamare la superiora, la quale, dopo averci offerto un sacrosanto buon caffè all’italiana, con molta cordialità e semplicità, ci guidò negli ambienti interni. Sembrò quasi sconcertante la fiducia con la quale fummo accolti, senza domande, senza chiedere accreditamenti o quant’altro. Le domande, in realtà le facemmo noi. La risposta ad una di queste mi lasciò senza parole. La domanda era semplice: come mai tanti bambini sordi e/o muti? La risposta fu del tutto inattesa: tra i Palestinesi circa il 40% dei matrimoni è endogamico, combinato cioè all’interno della famiglia allargata o direttamente tra primi cugini; questa è la ragione principale per la qualei loro figli presentano più spesso simili patologie.  

Poi la madre superiora aggiunse: da queste parti vi è poi anche un’altra realtà, quella delle ragazze che rimangono incinte fuori dal matrimonio. Possono perfino venire uccise dai loro parenti, padri, fratelli. Si tratta, per fortuna, di un’eventualità non frequente e tuttavia ancora oggi una gravidanza extra coniugale rimane un evento che rappresenta un grande disonore per le loro famiglie. Così, vuoi per la vergogna, la rabbia, o perché “è così che si deve fare”, esse, se proprio non rischiano la vita, è molto probabile che vengano allontanate in modo definitivo dalla famiglia; e che le aspetti di certo un futuro di marginalizzazione sociale. Per questo, constatata la gravidanza, si allontanano dalla famiglia per il tempo necessario a portarla a termine; partoriscono, lasciano il figlio in un istituto o altrove, presso parenti o altro, e tornano a casa. La famiglia, o parte di essa, ovviamente, sa cosa è successo, ma occhio non vede… onore salvo.

Porta dell’Umiltà

Per raggiungere il cuore cittadino è preferibile muoversi a piedi. Ci si impiegherebbe non più di un quarto d’ora, se non fosse che si attraversa un lungo suq che inevitabilmente, vuoi per la confusione, vuoi per la curiosità, fa rallentare l’andatura e allungare i tempi. Manger Square è il centro pulsante della città. È crocevia di pellegrini, di visitatori che si mescolano con i residenti, di venditori ambulanti, di questuanti. L’economia della città si regge in buona misura sul turismo religioso. Anche se ormai la componente cristiana dei cittadini di Betlemme è minoritaria, il sindaco deve essere, per regolamento municipale, un cristiano. Un sindaco cristiano non mancherà di aver cura dei suoi concittadini e correligionari e, per ricaduta, dei cittadini tutti.

Basilica della Natività

La Basilica della Natività, voluta dall’imperatore romano Costantino nel 326 d.C. è la chiesa più antica rimasta sempre in funzione dal tempo della sua costruzione. L’angusto pertugio, attraverso il quale entrarvi, è talmente basso che è necessario chinare il capo e ciò ha portato a pensare che quello fosse un, quantunque forzato, gesto di umiltà, da cui quella porta prende il nome. Pochi, tuttavia, ricordano volentieri che in tal modo si offre il collo a chi, stando ben preparato e protetto al suo interno, una volta quel collo poteva mozzarlo con un colpo di spada, se riteneva che l’ospite fosse ostile. La Basilica è greco-ortodossa e i suoi mosaici pavimentali, originali, sono di grande pregio, sia storico che artistico. Quelli alle pareti, in parte danneggiati, sono stati magistralmente restaurati in anni recenti da esperti provenienti da due scuole di restauro italiane, quella di Ravenna e quella di Prato. Ora si possono ammirare per lo splendore dei loro colori accesi che brillano alla luce naturale, proveniente dai finestroni posti in alto sulle pareti laterali. È quasi scontato dover fare una lunga fila per accedere alla grotta posta sotto l’altare maggiore. Difficilmente ci si impiega meno di un’ora in una calca crescente fino al parossismo, a mano a mano che ci si avvicina allo stretto ingresso al sito. Nell’attesa c’è chi prega in solitudine o in gruppo, chi parla, sfoglia brochures, guide turistiche o chiacchiera, o tutte quante queste cose insieme, come nessuna di esse. Poi tutto accade in fretta, in modo convulso. Mentre si transita dentro la grotta della Natività si è presi dall’ansia di dover fare quante più cose possibile nei pochi secondi concessi: una preghiera, un inchino, una carezza, o, riuscendoci perfino un bacio, alla “stella” a quattordici punte[1] dove il neonato Gesù fu adagiato, una candela da accendere accanto alla mangiatoia e, una – anzi diverse – foto, meglio se in posa. Davvero troppe cose tutte insieme. Una volta ho visto religiosi che pregavano e allo stesso tempo mangiavano un pezzo di pane… (o, forse, mangiavano un pezzo di pane, mentre pregavano…).

La “Stella” a 14 punte

La storia di quella basilica è molto più di tutto questo…


[1]In lingua ebraica ad ogni lettera dell’alfabeto corrisponde un valore numerico. Così la parola David, che si scrive con le sole tre consonanti DVD, ha, sommando il valore 4 delle D con il valore 6 della V, il valore 14. Il numero delle punte della stella della Natività vuole simbolicamente far risalire Gesù alla dinastia davidica.

Nel tempo degli Dei scomparsi

Nel tempo degli dei scomparsi si addice la nostalgia. Non è la nostalgia dell’Olimpo; è la nostalgia del divino, dell’intramontabile mentre noi tramontiamo, dell’eterno e dell’origine mentre noi siamo mortali e senza origine.

Gli dei pagani se ne sono andati e anche Dio se ne è andato, ne sentiamo la mancanza,  non lo si trova più nella vita della gente; da un po’ si fatica a trovarlo anche in chiesa, lascia un vuoto gigantesco e tutta la nostra vita ruota attorno a quel vuoto. 

Quando si dice “tutti gli dei furono immortali” si commette un errore perché declinare al passato l’immortalità è un non senso. Si dovrebbe dire “tutti gli dei furono creduti immortali”, ma oggi questa frase vale al contrario: “tutti gli dei sono creduti inesistenti”. In questo modo la questione però non riguarda più gli dei ma noi, le nostre convinzioni e le nostre esistenze. Nulla ci dice della loro esistenza o inesistenza, perché a morire non sono stati gli dei bensì la nostra percezione in loro.

Per Nietzsche Dio morì il 27 luglio 1849, quando nella canonica di Röcken morì il padre, pastore protestante e lui dovette lasciare la casa e il luogo della sua infanzia. Quando in età matura annunciò la morte di Dio vi traspose la morte del padre e la sua cacciata dalla casa del Signore.

Col trascorrere degli anni la scomparsa di Dio prese dapprima forma di teofobia e più di recente di ateismo praticante, rimuovere Dio senza affrontarlo. La scomparsa di Dio ha fatto proliferare una miriade di surrogati, si è sbandierata l’assoluta libertà dell’Io come  l’Homo Deus di Yuval Noah Harani: al posto di Dio c’è l’etica, la legge, l’umanità. 

Ma non c’è niente da fare, ancora non riusciamo a liberarcene, ancora viviamo l’angoscia di  consegnarci definitivamente all’ “uno terreno” perché l’ “Uno” si addice al cielo, non alla terra. Sulla terra la verità ci è preclusa, possiamo coglierne solo vaghi frammenti; la verità ha tanti lati e ne riusciamo a cogliere solo alcuni e il nome che diamo a questa nostra mancanza, a quello che non siamo, a ciò che non possiamo è Dio. Questo è il nostro limite, il mistero dell’Essere che possiamo intuire e mai pensarlo per intero, proprio come la verità. 

L’uomo è dentro l’arcano di una intelligenza che non riesce a cogliere, pensa in Dio perché l’Essere precede il pensiero e lo costituisce. Possiamo dire con Heidegger che noi sopravveniamo   tardi per gli dei e troppo presto per l’Essere, e così, piantati lì nel mezzo, viviamo con angoscia la sua assenza.

Ma al Dio, inteso come Essere o Logos, manca l’umano calore del Dio cristiano, manca la figura Gesù e il lato umano della sua storia, manca sua madre e i santi, manca la sua vita e la famigliarità col divino, manca la grazia premurosa della Provvidenza e il conforto della sua misericordia. In Dio riviviamo il padre, nella figura di Maria di Nazareth la madre e la sua tenerezza.

Illusioni? Superstizioni? Meglio del nulla diceva Vico, perché in fondo la superstizione è quanto resta di verità perdute.

Torniamo al presente, anzi torniamo all’infinito presente globale in cui siamo immersi. La scienza non nega e non conferma Dio, sposta solo il là la linea di confine del “non cognito”. Ma la scienza non può illuminare l’infinito, ci spinge avanti ma ci lascia al buio e a noi tocca scommettere con Pascal su Dio o sul nulla. Dio è un rischio e la scommessa va oltre il pensare e oltre la scienza. Ci tocca scommettere sull’Essere anziché sul niente; per gli imputati c’è almeno la regola “in dubio pro reo”, nell’incertezza tra Essere e nulla non resta che “in dubio pro Deo”.