Maledetta primavera – Quarta parte

LA MILONGA

Sedute in prima fila, nella sala del Comune attendiamo in religioso silenzio l’inizio dello spettacolo.

Le luci in sala si spengono; si attenuano sull’improvvisato palco della sala consiliare. Sulla destra compare  il tanguero: serio, alto e snello, capelli scuri lucidi di gel. Camicia bianca, bolero, pantaloni neri affusolati, lucide scarpe stringate di vernice nere. Di fronte la dama, lisci capelli neri stretti in un basso chignon. Abito attillato con generoso scollo sulla schiena, vertiginoso spacco sulla gamba sinistra, sandaletti dorati come il vestito. Gli sguardi esprimono il desiderio di incontrarsi. Al ritmo di una travolgente “Comparsita” i due corpi si allacciano struscianti in una eleganza passionale; sguardi, gesti, passi che trasudano sensualità. Movenze sinuose, bocche che si avvicinano senza toccarsi, occhiate piene di promesse, intreccio di gambe; un dito del tanghero scorre delicatamente dall’attaccatura della nuca fino alla vita della dama; un fremito che coinvolge. Un dialogo corporeo senza volgarità che istiga i sensi. Un appassionato casquè finale pone fine alla magia.

«Qui è tutto uno schizzare  ormoni!», commenta Liliana infervorata.

«Sembrava una coppia di amanti che si incontrano dopo tanto tempo.»

TANGO GALEOTTO

Durante la notte sogno, forse ad occhi aperti, di spogliarmi  dell’invisibile e ormai stretto abito monacale che mi sono cucita addosso.

Questo sogno ha un nome.

Tra infinite telefonate, qualche caffè, apericena, lunghe passeggiate, tante chiacchierate, balli,  sono ormai passati sei mesi con un estenuante tiramolla fra me e Alessandro.

Domenica pomeriggio.

Dopo un allegro cha-cha-chaTango!

Balliamo con trasporto in una atmosfera magica. Occhi negli occhi fino alla fine di uno struggente “A media luz”.

Seduti sulla sedia, siamo molto silenziosi. Poco prima dell’ora di chiusura mi chiede se ci possiamo vedere la sera stessa dopo cena.

Rispondo di sì spiegandogli dove abito.

«Non lo fare salire subito in casa.», si raccomanda Giulia appena la informo della decisione presa.

«Ma figurati, sono mica scema.»

Fredda sera di febbraio, piove, indosso una giacca ed esco, lo attendo davanti al cancello.

Lo vedo scendere dall’auto parcheggiata nella via poco illuminata. Man mano che si avvicina noto e apprezzo l’ abbigliamento: giacca cammello, pantaloni antracite, camicia azzurra, cravatta bordeaux. In mano un mazzo di fiori, una mescolanza di orchidee, gerbere, bocche di leone e velo di sposa, non proprio di mio gusto, di sicuro acquistati al supermarket dove lavora come sommelier.

«Piove, fa freddo, dove vogliamo andare, ti va di salire?». Spiazzato dalla mia audacia, non  risponde né sì né no mentre mi segue. Lo invito ad accomodarsi sul  divano mentre mi accingo a riempire d’acqua un vaso per riporre i fiori. Gli offro un amaro, parliamo di musica. Dalla tasca della giacca estrae un cd che metto sul lettore; una musica soft si diffonde. Sulle note di un languido slow mi avvolge fra le braccia allontanandoci dalla sala. Il tubino nero scivola ai piedi.

«Eh! Ma sei matta? Subito così?». Quasi urla Giulia nel cellulare il giorno dopo.

«Ha detto che anche lui è la prima volta che prova questo turbamento…»

«Dicono tutti così!»

IL  TRADIMENTO

Donata, la nostra personal trainer, felice d’essere diventata nonna, vuole condividere l’evento anche con noi allieve invitandoci  tutte a casa sua per una “pizzata”.

Abita a Luvinate e per raggiungere la sua abitazione, si passa davanti al supermercato dove Alex lavora. Mi farò consigliare una bottiglia di buon vino da portare alla neo nonna. Non  sono mai stata sul suo posto di lavoro, gli farò una bella sorpresa.

Arrivo con notevole anticipo sull’orario di chiusura, parcheggio e nel chiudere la portiera, lo vedo uscire dalla porta del personale. Non sapevo che quella sera avrebbe finito in anticipo il suo turno. Agito la mano con le chiavi ma non mi vede.

Lo vedo dirigersi verso un lampione che lo illumina debolmente;  in una mano tiene un cestello verde con bottiglie di vino, nell’altra un grosso vassoio, forse sushi, sa che mi piace tanto. Sorrido, di sicuro s’è dimenticato che stasera sono invitata dalla Donata e sì che glielo avevo detto. Mi affretto per raggiungerlo, mi blocco all’istante quando individuo una sconosciuta con cuffia di lana nera, calcata  in testa, che gli si fa incontro prendendogli il vassoio; lui con il braccio ormai libero le cinge la vita accompagnandola alla sua macchina. Il clak del telecomando è un tuono nelle mie orecchie; le apre la portiera, la richiude dopo averla fatta salire. Gira dietro l’auto a passo saltellante, sale, ingrana la marcia e vedo l’auto scivolare verso l’uscita. Un raggio di luna  illumina il viso di chi gli sta accanto: Giulia!

Le ali di un enorme pipistrello avvolgono tutto nelle tenebre.

«No, no, no» urlo in silenzio devastata picchiando pugni sul volante.

Un dolore già vissuto mi fa sprofondare nell’inferno. Che sabato terribile, illusa, il peggior traditore seriale doveva capitarmi.

«La mia vita finisce con te», bugiardo, bugiardo e ladro, ladro di sentimenti. E adesso faccio un tuffo nel lago visto che non so nuotare? O vado in stazione e non ascolto la voce da cornacchia che dice di allontanarsi dalle strisce gialle? Due piccioni con una fava: mostro! Due piedi in una scarpa; prendi due paghi… vaneggio. Mi appoggio allo schienale e mi lascio addormentare per sempre? Farnetico. Ho la febbre.

Telefono a Donata per scusarmi dell’assenza: «Si sente che sei raffreddata “anche tu” , curati, ci vediamo lunedì in palestra».

«Anche tu?»

E domani mi devo alzare alle cinque per portare mia madre alle terme, a Premia. Quella cavolo della sua amica Carolina che ogni anno le regala un cavolo di pacchetto Spa. Incuranti dei miei impegni, prendono appuntamento e io devo essere disponibile. Per giunta le devo andare a riprendere prima di sera perché loro no, “non dormiamo se non nel nostro letto”.

Le ultra novantenni si danno alla pazza gioia mentre io sprofondo nella pazzia. Mina canta “Sognando”. Farò la stessa fine?

E domani è il mio compleanno.

Domenica mattina.

Arrivate a destinazione aiuto le due anziane donne a svolgere le pratiche d’accesso. Cure inalatorie per la  rinite, sinusite, faringite. Si fa tardi, pranzo con loro dopo aver approfittato di una sauna. Mi rifaccio il trucco e riparto nel primo pomeriggio.

Voglio andare a vedere come si comportano con me i due rinnegati.

L’amica nemica seduta al solito posto; lo spergiuro strimpella la chitarra e gracchia “donna amante mia”. Tenta di catturarmi lo sguardo, azzarda  un sorriso ma io mi limito ad uno stentato cenno con la mano.

Mi alzo dalla sedia: «Andiamo in balcone a fumare?», propone la fintona.

«No, vado alla toilette», mento.

E invece vado sul ballatoio che costeggia tutta la sala da ballo, mi dirigo sul fondo da dove, attraverso una fessura della persiana chiusa, posso vedere i musicisti senza essere vista. Il traditore  sorride annuendo in direzione del mio posto: ma io non sono lì seduta! Sposto lo sguardo, vedo l’impostora che, compiaciuta, rotea l’indice destro.

«Già, tutto ok!», rientro con un groppo in gola.

Rifiuto un ballo accampando un forte mal di testa.

«Si vede, hai una faccia», dice la falsa, «avete fatto le ore piccole ieri sera dalla Donata?»

«Pensa alle tue di ore piccole, amica  infedele. Eravate gli unici a sapere i miei spostamenti quindi avete avuto campo libero».

Poco prima della pausa per la merenda, solo due parole per avvertirla che parto per Premia a recuperare le due vegliarde.

Durante il viaggio di ritorno il cellulare continua a squillare, lo spengo.

È tutto il giorno che sono fuori casa, non ho voglia di rientrare. Per un po’ vago senza meta in preda a brutti pensieri finché decido di rientrare.

Come ho fatto a dimenticare aperto il cancello? Per fortuna non ho più il cane altrimenti sarebbe scappato e adesso sarei in giro a cercarlo nella notte; ecco domani andrò al canile a prenderne uno tradito e abbandonato, come me. Con la nebbia negli occhi non trovo nemmeno la serratura quando la porta si spalanca facendomi quasi rovinare a terra. Amiche e amici tra  palloncini colorati, stelle filanti, festoni variopinti, trombette dal suono acuto mi accolgono cantando: “…tanti auguri a teee…”  In alto un grande striscione:

BUON COMPLEANNO LUCREZIA

Con gli occhi abbraccio tutta la sala: sul buffet  tra pizzette, tartine, stuzzichini, olive e salumi: il grosso “vassoio”.  Sotto al tavolo, seminascosto dai lembi della tovaglia: “il cestello verde” per bottiglie, vuoto.

Quasi non reggo per l’emozione quando vedo Alessandro che mi viene incontro porgendomi un mazzo di rose gialle cantando: «… se, per innamorarmi ancora, tornerai maledetta primavera …».

Avvolta dalle sue braccia sento svanire tutta la disperazione, la delusione, la sofferenza e finalmente piango.

In accappatoio, davanti al primo caffè fumante del mattino: «Ma che film ti era fatta… certo che ne hai di fantasia!»

Maledetta primavera – Terza parte

PRIMO ROUND ALLA PANCHINA

Dopo la palestra del lunedì, in compagnia della Carla facciamo due passi sul lungo lago. Nonostante l’inverno sia alle porte, approfittiamo degli ultimi tiepidi raggi di sole; sediamo su una panchina in riva al lago di Monate dopo esserci rifornite di brioche e cappuccino in un bicchiere d’ asporto.

Un signore interrompe la nostra conversazione chiedendomi una certa via. Carla mi si avvicina all’orecchio: «Solita scusa per attaccar bottone».

A seguito della mia risposta negativa: «Signora, si ricorda di me?»

«Lei chi è?»

«Sono il musicista, ricorda? Ci siamo visti al Centro incontro.»

«Ah… sì… beh, buona giornata.», lo liquido cortesemente rimanendo seduta a gambe accavallate.

«Ma lo conosci o no?», mi domanda la Carla.

«Forse, vagamente, ma non mi va di dare troppa confidenza.»

Lo osserviamo mentre si allontana, jeans color coccio, polo a righe in tinta, scarpe chiare della Nike; tiene il braccio sinistro in conserte poggiandoci il gomito destro; il dito indice di traverso tra il naso e la bocca mentre, a testa reclinata, guarda all’indietro perplesso con sorriso sornione.

La domenica successiva, ci ripresentiamo in sala da ballo.

«Ciao, ciao, ciao, baci e abbracci»

«Giulia, ma cos’è tutta questa confidenza?»

«Non fare la sofistica, si usa così, ad una certa età si diventa come bambini. Certo che tu non lo sai non partecipi a niente. Non sei cambiata con la vecchiaia.»

Stavolta sul portone un manifesto con la foto di un brizzolato “LORY DEI BLAK BOY”.

Con bella voce  modula“Una rotonda sul mare”. Ci informano che tutte le domeniche  il complesso cambia. Sediamo allo stesso posto della domenica prima. La musica prosegue con i balli di gruppo che vanno tanto in voga. La mia amica si avventura, io rimango seduta a lungo perché non mi piace il genere.

«Scusi, è libero?», domanda un signore in principe di Galles sfiorandomi la spalla.

Alzo di poco gli occhi.

«Sì, prego.»

Siede e mi tende la mano.

«Alessandro, piacere.»

«Lucrezia, buongiorno.», gli sorrido mentre si accomoda.

Terminati i vari “cico-cico”, i balli riprendono con un lento.

«Balliamo?», sussurra all’orecchio il mio vicino. Mi aspettavo un “signora, permette questo ballo?” ma forse non si usa più. Ballando non fa domande banali tipo che bella giornata, ieri faceva più freddo, domani pioverà, l’anno scorso si stava peggio, come fanno un po’ tutti. Figurarsi, io non ricordo il tempo dall’oggi al domani. L’alito sa di mentine. Si limita a canticchiare sottovoce  sulla musica di“come prima, più di prima”. Tornati a posto parliamo un po’ delle canzoni dei nostri tempi coinvolgendo anche Giulia.

È giunta l’ora della “merenda”. Tutti seduti, la sala si svuota.

«Mi scusi, vado a salutare i colleghi.», si allontana seguito dagli sguardi di parecchie signore. Lo osservo anch’io: che strano, ho sempre ritenuto mi piacessero gli uomini longilinei, dinoccolati, guarda invece questo che fisico massiccio, non grosso, non basso, passo deciso sicuro di se. Camicia azzurra, cravatta regimental bianca e blu;  anche Giulia lo guarda con interesse.

«Sì è carino, sorridente ma non saresti né la prima né l’ultima.», lei ha già capito tutto.

«Perché lo conosci?»

«No, ma si vede.»

Mi chiedo da che cosa si vede. Non trovo  risposta.

Riprende la musica e Alessandro mi invita ad un altro ballo. Parliamo volentieri di musica, di vacanze al mare, in  montagna; la conversazione è piacevole. Abbiamo gusti molto simili. Prima di accomiatarsi mi chiede un appuntamento “per un caffè” che rifiuto. Mi porge un biglietto da visita. Mentre si allontana lo seguo con lo sguardo noto lo strano gesto che mi aveva incuriosita quel giorno sulla panchina con Carla. Guardo il cartoncino. Altro non è che il poster in formato piccolo: Alex e il suo complesso. “Alessandro alias Alex”. È vero, non sono fisionomista.

La domenica successiva ci si ritrova tutti al centro, ormai sta diventando un appuntamento fisso.  Alessandro si siede accanto.

«Speravo mi telefonassi uno di questi giorni, il mio numero è sul biglietto che ti ho lasciato.»

Un venerdì, dopo la palestra, con Liliana, Carla, Simona e Laura ci concediamo una sosta al bar K2 di Luino per fare colazione. Davanti ad un insipido tè verde, al di là della vetrata mi distrae una mamma con espressione stanca  che strattona un bambino recalcitrante. Non si accorge che il piccolo ha perso una scarpina. Ragazzi che sfrecciano su rumorosi motorini fanno pericolose evoluzioni. Assaporo le mie giornate senza più patemi, impegni, vincoli, orari da rispettare; ora ho tutto il tempo che voglio per pensare solo a me stessa.  Sul tavolino,  sotto la zuccheriera c’è un volantino. Liliana lo prende e legge ad alta voce:

MAGIA DEL TANGO A BESOZZO
-Siete tutti invitati, ingresso gratuito-

«Ci andiamo?», chiede ricevendo pieno assenso di tutte.

Con il cellulare scatto la foto al volantino e la invio WhatsApp a Giulia con un laconico “ci vieni?” che, stupefatta dalla mia iniziativa, conferma la sua presenza.

Maledetta primavera – Seconda parte

ALEX E GLI EVERGREENBAND

Entriamo sulla scia delle note di “Only you”. Ci accolgono occhi curiosi, colpetti di gomito, ammiccamenti.

Tra le coppie che ballano, in fondo al locale  si intravvede il complesso composto da tre musicanti: chitarra, tastiera e batteria.  Come sfondo un poster che fa tanto Honolulu: mare, spiaggia, palme…Ai lati due tendoni di un celeste sbiadito trattenuti da un triste fiocco. Qua e là quadretti appesi: l’immancabile ritratto di Papa Giovanni XXIII, un’ istantanea incorniciata ricordo dell’ultima gita a Riccione dei pensionati; altra foto a pranzo con bicchieri alzati. Un vecchio calendario di Frate Indovino. Ad una parete un festone colorato sgualcito che pende dal soffitto, forse dimenticato all’ultima festa di carnevale.

Tutt’attorno una fila di sedie di legno occupate per lo più da donne che non hanno un cavaliere, come noi.

Ci indicano dove  sederci.

«E adesso cosa facciamo, non conosciamo nessuno», dico a Giulia che al contrario di me è perfettamente a suo agio.

«Lo dici te, vedi quelle che vengono verso di noi, le trovo tutte a Meina dove vado a giocare a burraco e poi qualcuna la conosci anche tu, era nella compagnia di Mercurago. Vedrai anche qualche nostra vecchia compagna di scuola, se la riconosci».

«Non vedo facce note», ribadisco.

Le signore si avvicinano.

«Ciao, Lucrezia come stai… sempre uguale…», bugia, «mi riconosci?»

Giulia mi informa a labbra strette: «È la Mirella Cantalupi».

«Ma certo che ti riconosco, ciao Mirella, come ti trovo bene…», altra bugia mentre la rinsecchita signora in pizzo mi porge una mano ossuta.

«E la Laura Pesenti, te la ricordi, sì?». Oddio, aiuto.

«Sei quella che cantava mentre il professore di religione faceva lezione, mi facevi morire dal ridere…», tiro ad indovinare.

«No, quella era la Lella Campagna.», quasi offesa per averla scambiata.

«È che lei non è fisionomista, non riconosce mai nessuno.», mi viene in aiuto Giulia.

Un signore in completo blu mi invita a ballare, sono indecisa, Giulia interviene: «Sai chi è questo? Il Giampa, quello che ai tempi ti moriva dietro. Vai.» mi esorta l’amica.

«Giulia, hai visto come sono invecchiate?»

«Guarda che loro adesso stanno dicendo la stessa cosa di noi.»

Durante un lento “Sapore di sale, sapore di mare” mi accorgo dello sguardo insistente che mi rivolge il chitarrista ogni qualvolta che, ballando, gli passiamo davanti. Finito il ballo mi siedo.

«Giulia, il Richard con la chitarra del manifesto, continua a fissarmi e a sorridermi.»

«Ho visto, ho visto, farà così con tutte quelle nuove… piuttosto ma come balli? Stai con la testa tutta girata, pare ti dia delle arie da gran ballerina.»

«Provaci tu a ballare “vis a vis” con uno che ha mangiato l’aglio a pranzo…», ridiamo.

Mi piace quando ride di gusto con quella voce gorgogliante che mi fa pensare ad un ruscello di montagna.

Il bel Richard appoggia in un angolo la chitarra, si mette alla tastiera “guai chiamarla pianola, si offendono” sussurra una dietro di noi. Suona una mazurka ciondolando allegramente da una gamba all’altra.

Verso le sedici e trenta i musicisti smettono di suonare e si allontanano lasciando una musica di sottofondo. Siamo tutti invitati a sedere, ognuno al proprio posto, mentre sopraggiungono alcuni volontari che distribuiscono bevande, fette di torta, indossando guantini bianchi di gomma.

«Merenda!», urla qualcuno sul fondo mentre cominciano a distribuire bicchieri di plastica e tovaglioli di carta.

«Oddio, Giulia, mi sembra di essere in una casa di riposo!»

«Poco ci manca!», risponde serafica.

Durante lo spuntino si formano piccoli assembramenti. Tornano da noi le signore di prima e inizia il chiacchiericcio. La Giuseppina ci presenta un amico e, tra vari ricordi e pettegolezzi,  i discorsi scivolano pian piano sugli uomini: «Tu come lo vorresti?», è la domanda preponderante che si pongono l’una con l’altra, tutte vedove.Ognuna esprime la sua opinione. La mia amica ha gusti ben precisi.

«Io lo vorrei più giovane di me, sportivo, desideroso di viaggiare.»

«Non hai già viaggiato abbastanza con tuo marito? Eravate sempre in giro.»

«Tu piuttosto come lo vorresti?», mi chiedono.

«Io non voglio proprio nessuno, sto’ così bene da sola, chi me lo fa fare di impegolarmi in una relazione alla mia età, via siamo serie.»

Riprende la musica.

Altro ballo con un piccoletto tutto tondo in camicia e pantaloni neri, due aloni di sudore sotto le ascelle; si crede Fred Astaire e mi strattona da tutte le parti guardandosi in giro pavoneggiandosi. Fingo di non guardare in direzione dell’orchestra, ma sbircio con la coda dell’occhio; il chitarrista non sorride a tutte!

“Fred” mi accompagna alla sedia, sussurra un grazie, si allontana; noto che ha le gambe dei pantaloni sospese a mezz’asta che mettono  in mostra calzini  corti su bianche gambette.   

«Guarda che quel Richard Gere sorride solo a me!»,  informo la scettica.

«Si chiama Alex, non hai letto la locandina?»

Pantaloni neri, camicia grigia con leggeri accenni argentei, annodato al collo un nastrino di velluto nero lungo fino alla cintura, sono compiaciuta dall’interesse che prova per me.

«I musicanti sono come i marinai che hanno una donna in ogni porto, questi una in ogni sala da ballo.», sentenzia la Giulia.

«Ho sentito dire che il chitarrista è separato.»

«Dicono tutti così.», taglia corto la saputella.

Le tre ore scorrono veloci: sono le diciotto.

«Signore e signori, termina qui il pomeriggio danzante. ALEX E GLI EVERGREEN vi augurano  una buona serata e un arrivederci a presto.»

Il “sempreverde” mi fa ciao con la manina che fingo di non vedere.

Maledetta primavera – Prima parte

Durante il funerale percepisco solo silenzio. Don Piero parla, parla e gesticola; dalla sua bocca esce  solo una nuvoletta di vapore. A gesti invita i fedeli a scambiarsi un segno di pace. È tutto un voltarsi, sorridersi, stringersi mani. Un rituale che mi infastidisce. Non partecipo, lasciando credere di essere assorta in preghiera. Qualcuno tira su con il naso. Dall’altra parte della navata, alla mia sinistra, una inadeguata signora alquanto vistosa con cappotto rosso Tiziano, capelli biondi tinti, orecchini lampadari, cincischia con un fazzolettino che le cade a terra. Nell’abbassarsi per raccoglierlo mi guarda. Le invio un’occhiataccia mentre sposto dietro l’orecchio, sfiorando le due perline ai lobi, una ciocca del mio caschetto liscio, castano naturale. Cinque beghine in gramaglie, intente nella lettura dei salmi, mi guardano furtive senza voltare la testa, le fulmino con lo sguardo e immediatamente proseguono, ad alta voce, con un canto dalle parole incomprensibili, sembrano le note de: “la calunnia è un venticello”.

«Vai, traditore» bisbiglio, «non mi hai neanche dato il tempo di renderti pan per focaccia».

«Sei troppo arrabbiata. Salva le apparenze», mi sussurra Giulia dandomi una gomitata.

Il prete, impartisce una frettolosa benedizione sul cuscino funebre; l’invisibile pioggerella dell’aspersorio darà sollievo alle margherite gialle che stanno già appassendo in silenzio. Mi avvolgo nella mantella nera di lana, abbandono la scomoda panca di legno e mi avvio all’uscita canticchiando il motivo che dal risveglio mi perseguita: “Maledetta primavera.”

La tizia in rosso, mi supera sfiorandomi. La scia di “quel” profumo mi dà la nausea. Giulia, amica di sempre mi segue a breve distanza. Sul sagrato della chiesa tante persone invisibili. Abbracci, strette di mani, frasi fatte di circostanza, occhiali scuri, parole inutili. Non sento le voci, non vedo i volti. Portiere sbattute, ovattate ed un corteo di grosse e piccole formiche nere che si incolonna, procede e  lentamente si allontanano. Una delle formiche è rossa… la più velenosa. La cerimonia è finita, la leggera brezza non mi asciuga le lacrime perché non ve ne sono.

Giulia mi riaccompagna a casa. Si ferma a dormire per non lasciarmi sola. Beviamo un bicchiere di vino, fumiamo una sigaretta sedute in balcone. Le presto un pigiama  e ce ne andiamo a dormire in silenzio, proprio come ho fatto io con lei soltanto sei mesi prima nella stessa circostanza.

DUE ANNI DOPO

Un sabato mattina, con Giulia, passeggiamo sul lungo lago sotto un cielo plumbeo di fine settembre. Tra due filari di ippocastani calpestiamo le foglie secche che fanno il crepitìo della legna che brucia nel camino. Tra le foglie cadono anche grossi ricci che racchiudono frutti non commestibili. Inavvertitamente ne calpesto uno nascosto tra il fogliame. Da quell’involucro spinoso esce una grossa e lucida castagna d’India. Giulia si abbassa e la raccoglie mentre, seduta su una panchina, mi massaggio il piede dolorante.

«Tieni, così quest’inverno non prendiamo il raffreddore», dice nel porgermela mettendosene un’altra in tasca.

«Saranno pure dicerie, ma cosa mi costa darle questa soddisfazione?»

Sul grosso seme sosta una coccinella rossa a pois neri che poco dopo spicca il volo.

Con lo sguardo seguo l’insetto che ondeggia nell’aria.

«Lucrezia, sono anni che non andiamo a ballare, che ne diresti…»

«Ma cosa ti viene in mente adesso?»

«Oh, senti, quei due» dice alzando gli occhi e l’indice al cielo, «sono sistemati e stai certa che loro si svagano. Staranno parlando di calcio, di politica o di funghi come facevano da comuni mortali».

Un inaspettato tuono assordante, seguito da un improvviso acquazzone ci coglie di sorpresa.

«Hai sentito? Adesso stanno imparando anche a giocare alle bocce!»

«Ma sei scemaaa!?»

Scoppiamo a ridere precipitandoci nel primo bar che vediamo, dove ordiniamo due caffè ad un annoiato cameriere dal grembiule blu lungo quasi fino ai piedi ed una vistosa macchia di sugo sulla camicia a righine azzurre. Mischiando lentamente il dolcificante nella bevanda, Giulia torna alla carica.

«Conosco alcune signore, rimaste sole come noi, che alla domenica vanno al Centro Anziani e passano qualche ora in spensieratezza. Che c’è di male?»

«In mezzo ai vecchi!?»

«Guarda che hanno tutti più o meno la nostra età. Anche se sono più di trent’anni che non balliamo sarà come andare in bicicletta, non si dimentica mai e fa bene alla linea. Certo a loro non interessava il ballo, alla domenica esisteva solo la partita…»

La Giulia, fin da ragazza, aveva la smania di organizzare festicciole in casa, camminate nei boschi, corse in bicicletta e finiva sempre con il trascinarmi riluttante; come quella volta che aveva tanto insistito per provare l’emozione di fare l’autostop. Abbiamo avuto la fortuna che  il signore che ci aveva dato il breve passaggio fosse un amico dei nostri padri il quale, consegnando il paio di guanti che avevo dimenticato sul sedile dell’auto, pensò bene di riferire loro la nostra bravata. Tornate a casa abbiamo avuto le nostre. Botte no, rimproveri tanti. Mai più autostop. Da allora, ogni volta che Giulia organizzava qualche avventura, mi inventavo delle scuse per non farmi coinvolgere.

«Allora ci andiamo?», mi riscuote la Giulia.

«Tu non demordi mai eh? Se ti fissi su una cosa… chi te la toglie dalla testa? Dammi almeno il tempo per pensarci», sbuffo infastidita.

Due giorni dopo, al telefono, riprende l’argomento rimasto in sospeso.

«Ma come ci si veste per un posto simile? Tu cosa indosseresti?» chiedo quasi rassegnata.

«Oh, pantaloni neri, camicetta bianca, scarpe comode.»

«Non avevo dubbi.»

«Io metterei un abitino e tacchi alti.»

«Non avevo dubbi.», ci prendiamo in giro. Siamo così unite e così diverse.

Arriva la fatidica domenica.

Tutta la mattinata a passare in rassegna quello che c’è di più adatto da indossare nel pomeriggio; il letto sfatto si riempie di tutto; abiti , gonne, camicette. Per terra scarpe, sandaletti, solito dilemma “e adesso cosa mi metto”. Non c’è più chi mi avrebbe risposto un inutile “metti qualcosa”.

Opto per un tubino marrone a piccolissimi pois beige. Scarpe décolleté con tacco, borsetta in tinta, filo di perle al collo, orecchini abbinati.  Due spruzzi di J’adore, sposto la tenda della sala, vedo arrivare Giulia.

«Ciao, si può sapere almeno dove andiamo?», le chiedo sbattendo la portiera.

«Centro anziani di Ternate!»,  tutta giuliva.

    Arriviamo in un grande parcheggio. Noto delle signore che faticosamente si cambiano le scarpe stando sedute in macchina. Qualcuna dice “io me le cambio dentro poi le metto in borsa”. Ci incamminiamo al loro seguito, come fossimo ad una processione. Sul portone d’entrata spicca un grande poster che raffigura un bel tipo alla Richard Gere: camicia rossa, cravattino stile country; imbraccia una chitarra elettrica bianca e azzurra.