Maledetta primavera – Seconda parte

ALEX E GLI EVERGREENBAND

Entriamo sulla scia delle note di “Only you”. Ci accolgono occhi curiosi, colpetti di gomito, ammiccamenti.

Tra le coppie che ballano, in fondo al locale  si intravvede il complesso composto da tre musicanti: chitarra, tastiera e batteria.  Come sfondo un poster che fa tanto Honolulu: mare, spiaggia, palme…Ai lati due tendoni di un celeste sbiadito trattenuti da un triste fiocco. Qua e là quadretti appesi: l’immancabile ritratto di Papa Giovanni XXIII, un’ istantanea incorniciata ricordo dell’ultima gita a Riccione dei pensionati; altra foto a pranzo con bicchieri alzati. Un vecchio calendario di Frate Indovino. Ad una parete un festone colorato sgualcito che pende dal soffitto, forse dimenticato all’ultima festa di carnevale.

Tutt’attorno una fila di sedie di legno occupate per lo più da donne che non hanno un cavaliere, come noi.

Ci indicano dove  sederci.

«E adesso cosa facciamo, non conosciamo nessuno», dico a Giulia che al contrario di me è perfettamente a suo agio.

«Lo dici te, vedi quelle che vengono verso di noi, le trovo tutte a Meina dove vado a giocare a burraco e poi qualcuna la conosci anche tu, era nella compagnia di Mercurago. Vedrai anche qualche nostra vecchia compagna di scuola, se la riconosci».

«Non vedo facce note», ribadisco.

Le signore si avvicinano.

«Ciao, Lucrezia come stai… sempre uguale…», bugia, «mi riconosci?»

Giulia mi informa a labbra strette: «È la Mirella Cantalupi».

«Ma certo che ti riconosco, ciao Mirella, come ti trovo bene…», altra bugia mentre la rinsecchita signora in pizzo mi porge una mano ossuta.

«E la Laura Pesenti, te la ricordi, sì?». Oddio, aiuto.

«Sei quella che cantava mentre il professore di religione faceva lezione, mi facevi morire dal ridere…», tiro ad indovinare.

«No, quella era la Lella Campagna.», quasi offesa per averla scambiata.

«È che lei non è fisionomista, non riconosce mai nessuno.», mi viene in aiuto Giulia.

Un signore in completo blu mi invita a ballare, sono indecisa, Giulia interviene: «Sai chi è questo? Il Giampa, quello che ai tempi ti moriva dietro. Vai.» mi esorta l’amica.

«Giulia, hai visto come sono invecchiate?»

«Guarda che loro adesso stanno dicendo la stessa cosa di noi.»

Durante un lento “Sapore di sale, sapore di mare” mi accorgo dello sguardo insistente che mi rivolge il chitarrista ogni qualvolta che, ballando, gli passiamo davanti. Finito il ballo mi siedo.

«Giulia, il Richard con la chitarra del manifesto, continua a fissarmi e a sorridermi.»

«Ho visto, ho visto, farà così con tutte quelle nuove… piuttosto ma come balli? Stai con la testa tutta girata, pare ti dia delle arie da gran ballerina.»

«Provaci tu a ballare “vis a vis” con uno che ha mangiato l’aglio a pranzo…», ridiamo.

Mi piace quando ride di gusto con quella voce gorgogliante che mi fa pensare ad un ruscello di montagna.

Il bel Richard appoggia in un angolo la chitarra, si mette alla tastiera “guai chiamarla pianola, si offendono” sussurra una dietro di noi. Suona una mazurka ciondolando allegramente da una gamba all’altra.

Verso le sedici e trenta i musicisti smettono di suonare e si allontanano lasciando una musica di sottofondo. Siamo tutti invitati a sedere, ognuno al proprio posto, mentre sopraggiungono alcuni volontari che distribuiscono bevande, fette di torta, indossando guantini bianchi di gomma.

«Merenda!», urla qualcuno sul fondo mentre cominciano a distribuire bicchieri di plastica e tovaglioli di carta.

«Oddio, Giulia, mi sembra di essere in una casa di riposo!»

«Poco ci manca!», risponde serafica.

Durante lo spuntino si formano piccoli assembramenti. Tornano da noi le signore di prima e inizia il chiacchiericcio. La Giuseppina ci presenta un amico e, tra vari ricordi e pettegolezzi,  i discorsi scivolano pian piano sugli uomini: «Tu come lo vorresti?», è la domanda preponderante che si pongono l’una con l’altra, tutte vedove.Ognuna esprime la sua opinione. La mia amica ha gusti ben precisi.

«Io lo vorrei più giovane di me, sportivo, desideroso di viaggiare.»

«Non hai già viaggiato abbastanza con tuo marito? Eravate sempre in giro.»

«Tu piuttosto come lo vorresti?», mi chiedono.

«Io non voglio proprio nessuno, sto’ così bene da sola, chi me lo fa fare di impegolarmi in una relazione alla mia età, via siamo serie.»

Riprende la musica.

Altro ballo con un piccoletto tutto tondo in camicia e pantaloni neri, due aloni di sudore sotto le ascelle; si crede Fred Astaire e mi strattona da tutte le parti guardandosi in giro pavoneggiandosi. Fingo di non guardare in direzione dell’orchestra, ma sbircio con la coda dell’occhio; il chitarrista non sorride a tutte!

“Fred” mi accompagna alla sedia, sussurra un grazie, si allontana; noto che ha le gambe dei pantaloni sospese a mezz’asta che mettono  in mostra calzini  corti su bianche gambette.   

«Guarda che quel Richard Gere sorride solo a me!»,  informo la scettica.

«Si chiama Alex, non hai letto la locandina?»

Pantaloni neri, camicia grigia con leggeri accenni argentei, annodato al collo un nastrino di velluto nero lungo fino alla cintura, sono compiaciuta dall’interesse che prova per me.

«I musicanti sono come i marinai che hanno una donna in ogni porto, questi una in ogni sala da ballo.», sentenzia la Giulia.

«Ho sentito dire che il chitarrista è separato.»

«Dicono tutti così.», taglia corto la saputella.

Le tre ore scorrono veloci: sono le diciotto.

«Signore e signori, termina qui il pomeriggio danzante. ALEX E GLI EVERGREEN vi augurano  una buona serata e un arrivederci a presto.»

Il “sempreverde” mi fa ciao con la manina che fingo di non vedere.

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