Mar di Galilea #1: Pellegrini e Kibbutzim

“Mar di Galilea” è solo uno dei modi con cui indicare quello specchio d’acqua situato nella regione nordorientale di Israele. Talvolta è chiamato lago di Tiberiade, in riferimento all’omonima città, o di Genezareth, dal nome della piana che su quel lago si affaccia: o, infine Yam Kinereth di cui Genezareth è la forma grecizzata. Il termine Kinereth deriva da kinor con cui si indica l’arpa. In effetti, visto dall’alto, quel lago il profilo di un’arpa pure ce l’ha. Anche se talvolta lo si chiama mare, propriamente si tratta di un lago, essendo, la sua, acqua dolce e non avendo collegamenti con gli altri mari; non potrebbe averne, trovandosi a poco più di 200 metri sotto il livello 0, quello del mare. È alimentato da alcuni corsi d’acqua provenienti dai monti circostanti. Il fiume più importante, o forse soltanto il più noto, è il Giordano, le cui sorgenti si trovano più su a nord est, alle pendici del monte Hermon, a Banias, nei pressi dell’antica Cesarea di Filippo, territorio del Golan. 

Non saprei dire se ancora oggi, ma alcune decine d’anni fa, quando vi andai per la prima volta, dai rubinetti delle abitazioni scendeva acqua pescata direttamente dal lago. Era buona e potabile. Mi recai lì in piena estate, stagione in cui la temperatura è tropicale e l’umidità altissima, dovuta alla posizione del lago, così incastrato in basso e chiuso da tre lati dalle alture che lo sovrastano e trattengono l’abbondante evaporazione dell’acqua. Solo a sud rimane un varco, quello dove quelle acque, che là riprendono il nome di fiume Giordano, si insinuano e trovano una via di fuga tra una vegetazione in quel tratto rigogliosa, dirigendosi verso l’ancora più basso mar Morto a circa 140 km più a sud, in pieno deserto.

Già allora quelle zone erano frequentate da pellegrini in visita ai luoghi della vita e della predicazione del Nazareno. Erano per lo più gruppi provenienti dall’Europa occidentale o nord americani, appartenenti alle varie confessioni cristiane, accompagnati da guide locali e sempre anche dai loro sacerdoti o dai loro pastori. Successivamente, con il crollo dell’Unione Sovietica e l’apertura delle frontiere dei Paesi est europei, si cominciarono a vedere pellegrini russi, ucraini, con i loro Pope, e i cattolicissimi polacchi. Vennero poi anche dall’America latina, dall’Africa e dall’Asia cristiana.  Quei luoghi si riempirono ancor più di voci, di colori e suoni; l’austera solennità ortodossa, si mescolava, talvolta stridendo, con la vivacità, non di rado fuori luogo, dei gruppi sudamericani, con le alte e forti voci africane e l’inconsapevole comportamento poco rispettoso di giapponesi e sudcoreani, per lo più intenti a fare foto ad ogni cosa, senza cogliere – e rispettare – la sacralità di quei luoghi. 

Ho visitato più volte quei siti. La prima volta che vidi Kfar Nahum (il “villaggio di Nahum”, meglio conosciuto come Cafarnao o Capernaum), Tabga e il monte delle Beatitudini mi chiesi: tutto qui? E subito dopo: “come è stato possibile che la predicazione dell’uomo di Nazareth, che si rivolgeva a piccoli gruppi di pescatori, di contadini e pastori che vivevano attorno a quel lago, possa essere diventata la più diffusa religione monoteistica al mondo? Negli anni a seguire ho poi cercato delle risposte a quei quesiti, risposte ancor oggi non soddisfacenti.

I miei primi ricordi, ormai frammentari e imprecisi, sono però altri. Il kibbutz[1]è una fattoria collettiva, espressione del socialismo utopistico a cui i primi sionisti, a cavallo tra l’800 e il ‘900, si ispirarono per costruire, nella terra dei Padri, un modo di vivere basato sul lavoro e sulla messa in comune di ogni bene e di ogni risorsa. Tutte le attività sono gestite in modo collettivo, coordinate da un gruppo dirigente periodicamente rinnovato. Ogni suo membro svolge più attività a rotazione e solo pochi hanno una professione esterna alla vita del kibbutz. Pure i proventi del lavoro sono messi in comune e servono alla vita dei membri, oltre che ad essere reinvestiti nelle attività produttive. Ad ogni membro viene assegnato un piccolo miniappartamento, il cui livello di comfort dipende dal grado di benessere di cui il kibbutz complessivamente gode. Ci si va a dormire, più di rado vi si cucina, poiché risulta più comodo servirsi della mensa collettiva. I bambini crescono tra loro nei loro nidi e negli ambienti per loro costruiti a loro misura. Sono accuditi da personale dedicato e solo dopo il lavoro i genitori trascorrono qualche ora con loro. Una volta, ora accade molto meno di frequente, in quei loro locali essi perfino vi dormivano. I genitori, a turno, trascorrevano con loro la notte curandosi di tutti i bambini della comunità presenti in modo indistinto. Altri genitori, o comunque altri membri della fattoria, si alternavano nella vigilanza del kibbutz, effettuando turni di guardia per poter fronteggiare tentativi di incursione da parte di arabi ostili. Quasi tutti i kibbutzim venivano costruiti su terreni acquistati da proprietari arabi o turchi ottomani, utilizzando capitali provenienti da un Fondo comune. Molti edificati nei pressi dei confini, divenivano una sorta di presìdi di difesa. Quelli erano anni in cui le incursioni dei feddayin, i guerriglieri palestinesi dell’epoca, non erano infrequenti, con esiti talvolta devastanti. Inoltre, e fino alla guerra del ’67 nota come guerra dei sei giorni, dalle alture del Golan, che sovrastavano quel territorio dalla parte orientale del lago, venivano sparate quasi quotidianamente salve di cannoni e raffiche dei mitragliatori dei soldati siriani là posizionati. Ogni fattoria aveva dovuto costruire diversi bunker distribuiti all’interno dei loro abitati, proprio per potersi proteggere da quegli atti ostili. Solo dopo l’occupazione delle alture del Golan da parte dell’esercito israeliano, i centri abitati e i kibbutzim sottostanti poterono godere di una relativa sicurezza e i bunker, nel tempo, furono utilizzati soprattutto dai ragazzi come luoghi di ritrovo, dove ascoltare musica in compagnia (e in un luogo fresco).

Continua….


[1]Plurale kibbutzim, significa semplicemente “gruppo” –

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