La bellezza delle statue antiche è anche sofferenza

A metà del ‘700 Johann Joachim Winckelmann, archeologo e storico dell’arte tedesco, scriveva a proposito del fascino dell’arte della Grecia classica:

come la profondità del mare resta immobile per quanto agitata sia la superficie, tal è la bellezza delle statue antiche.

L’immaginario occidentale nei riguardi della classicità greca culla da sempre il mito di un mondo fatto di armonia, ordine e serenità, capace di attraversare indenne i secoli.

È facile quindi immaginare l’irritazione che nel 1872 produsse la pubblicazione del libro La nascita della tragedia di Friedrich Nietzsche che all’epoca era ancora un oscuro professore di filosofia all’università di Basilea. Il filosofo tedesco sosteneva che se guardiamo a quello che si nasconde dietro quella grecità tanto celebrata:

troviamo la notte […] non possiamo che contemplare se non i prodotti di una fantasia abituata a cose orrende […] Ciò che è così tanto bello in superficie, nasconde terribili profondità.

In sintesi, per Nietzsche era sbagliato guardare e giudicare il mondo classico greco pensando unicamente al dio Apollo e al suo concetto ideale di armonia e bellezza; bisognava invece guardare a Dioniso la divinità dell’estasi, dell’ebrezza, della pazzia e del dolore.

Nasce qui l’intuizione dell’opposizione fra apollineo e dionisiaco, una delle asserzioni più famose del filosofo ed anche una delle più fraintese.

Laocoonte e i suoi figli

Distinguere tra apollineodionisiaco non è celebrazione del caos; è piuttosto una profonda riflessione sull’arte, sulla sua importanza e sul suo significato. La leggerezza, la grazia, la forma e la bellezza non sono doni piovuti dal cielo, sono faticosa conquista che può maturare solo in chi sa guardare dietro il velo delle cose, perché solo così si può scoprire la realtà per quella che è nel cieco disordine, privo di senso, del continuo alternarsi di creazione e distruzione. 

La realtà è “desiderio di essere”, c’è una sorta di primordiale ebrezza nello sperimentare l’istinto di essere e di sentirsi parte di un insieme più grande in cui è possibile perdersi, come trascinati da una musica travolgente. 

L’arte non nasce, per Nietzsche, da un mondo perfetto e armonico, bensì dal tentativo, che è l’unico possibile, di mettere ordine e confrontarsi con la vita in tutta la sua selvaggia e caotica prepotenza. Se invece si preferisce lasciarsi incantare dal mito di un mondo ideale, si finisce per perdere la capacità di comprendere l’arte in quanto non può esserci conoscenza senza sofferenza e solo conoscendo si può giungere a gioire della bellezza.

In tanti pensarono allora, e la cosa non è poi tanto diversa oggi, che fossero vagheggiamenti di un invasato, ma un pregio questa teoria ce l’ha ed è quella di essere riuscita a cogliere, dietro quel falso ideale di sereno distacco, il “mistero greco” che è il risultato di una saggezza di vivere conquistata faticosamente.