Lungo il Giordano e più in giù

Nello scendere, sia da Gerusalemme verso Gerico, come da Nazareth verso Tiberiade, ad un certo punto l’occhio cade su un cartello stradale, buono solo per soddisfare la curiosità dei turisti, che ci informa a quale altezza, -100, -200 – 300 BSL (Below Sea Level – Sotto il Livello del Mare) ci troviamo.

Questo di trovarsi al di sotto del livello del mare è il denominatore comune di tutti i luoghi bagnati dal fiume Giordano e, là in fondo e ancora più in basso, dal mar Morto.  Per la verità, già alcuni altri luoghi, dei quali si è raccontato in precedenza avevano questo in comune: il mar di Galilea, con i suoi centri abitati e i suoi siti sulle sue rive. Là eravamo a poco più di 200 metri sotto il livello del mare. Da là, in direzione sud, non si fa che scendere ancora e ancora, fino agli oltre 400 metri del mar Morto. Più si scende, più sale la temperatura dell’aria. Ci inoltriamo all’interno di una vasta frattura geologica, creata dalle placche tettoniche africana e asiatica che qui si toccano, si urtano e di tanto in tanto provocano terremoti. Siamo nel luogo più basso della Terra. E, scendendo, il territorio via via si inaridisce. Non dappertutto, non allo stesso modo.

La valle del Giordano e l’omonimo fiume

Con il muso dell’auto puntato a sud, abbiamo a sinistra la Giordania, con i suoi campi vicini al fiume di anno in anno sempre più verdi e coltivati. Ciò si è reso possibile grazie all’Accordo di Pace con Israele del 1994, con cui i due Stati si riconoscono reciprocamente il diritto ad attingere alle sue acque, il cui letto traccia anche la linea di confine. Sulla nostra destra, invece, il terreno è stepposo per divenire più giù, quando infine si entra nel deserto di Giuda, totalmente arido. Quel cambiamento di paesaggio si nota maggiormente quando, ad un certo punto del percorso, si lascia lo Stato di Israele per entrare in Cisgiordania, nei territori palestinesi, da alcuni definiti occupati dagli israeliani, mentre altri li indicano come contesi, termine formalmente neutro, sostanzialmente ipocrita. Il fatto è che, fintanto che non verrà chiarito e accettato a chi debbano appartenere, su quelle terre pochi sono disposti ad investire capitali. Per questo resta tutto allo stato naturale. Quasi tutto. Qui e là, anche da questo lato del fiume si notano macchie di verde e piccoli centri abitati. Pochi di questi sono minuscoli villaggi arabi, ma per la maggior parte si tratta di nuclei abitativi di coloni israeliani che, azzardando di andarci a vivere, scommettono su a chi sarà infine assegnato quel territorio. Lo possono fare grazie alla compiacenza, talvolta palese, talaltra dissimulata, dei governi di Israele e nell’impotenza, unita a colpevoli ambiguità e inconfessabili interessi particolari, delle amministrazioni palestinesi. Intanto già così, con le acque del mar di Galilea (fatte di acqua dolce), sempre più drenate per irrigare i campi e per l’uso domestico, e allo stesso modo quelle del fiume Giordano lungo l’omonima valle, il mar Morto là in basso sembra sempre più una pozza salata, di anno in anno più piccola. Il fiume stesso, che esce dal mar di Galilea con una portata d’acqua di tutto rispetto, quando giunge alla sua destinazione a sud-est di Gerico, confluendo nel mar Morto, è ormai ridotto a poco più di un torrentello. Le organizzazioni ambientaliste israeliane insorgono, perennemente sul piede di guerra, ma una soluzione, un progetto concreto per ovviare a quel disastro, al momento, non si vede. A dirla tutta sono in corso dei lavori che dovrebbero portare l’acqua dal mare del golfo di Aqaba, sul mar Rosso, per riversarla nel mar Morto. Acqua che, oltretutto, potrebbe venire usata, desalinizzandola, in itinere, per irrigare i terreni dell’Aravà, la zona pianeggiante di deserto che si trova tra quei due mari. È un progetto condiviso tra Giordania e Israele. Però, i lavori, per quanto si possa capire, procedono davvero a rilento. La Giordania, che da anni sta sopportando il peso economico e sociale di 1.200.000[1] rifugiati, soprattutto siriani e iracheni, sul suo territorio, si trova a dover far fronte a enormi difficoltà finanziarie, oltre a tensioni interne con i connessi rischi di destabilizzazione politica. In altri termini: ha ben altro a cui pensare, e al momento le sue scarse risorse sono indirizzate altrove.

Valle del Giordano – la Statale 90

Se viaggi lungo quel tratto di Cisgiordania su un’auto con targa israeliana e non hai permessi particolari, la strada su cui guidi, la solita statale 90, è l’unica dove ti è permesso stare. Non puoi deviare, se non nelle “immediate adiacenze”, per raggiungere le pur vicine città di Nablus, o Jenin, o ancora Ramallah, sia perché le strade per tornare sui colli sopra il livello del mare sono poche e malmesse; sia, e soprattutto, perché se capita un incidente, un furto di gomme, o se un palestinese insofferente ti scaglia una pietra contro il parabrezza, l’assicurazione auto non risponde dei danni. Gli accordi tra Israele e Autorità Nazionale Palestinese parlano chiaro. Le compagnie di assicurazione offrono maggiori coperture a quegli israeliani che vivono negli insediamenti dei territori palestinesi, per raggiungere i quali si deve uscire dalle strade convenzionate; tuttavia, non li possono mettere al riparo da esperienze spiacevoli, quando non drammatiche. In effetti sulla statale il traffico è scarso. Si vedono autocarri, pochi mezzi militari e, per il resto, auto, sia con targa israeliana che palestinese. Il paesaggio circostante, in sé, è gradevole la mattina, abbagliante di giorno, suggestivo al tramonto, inquietante con il buio.

mar Morto – Aurora

inquietante con il buio. Quel lungo tratto di strada non è solo una via di transito da un punto ad un altro. Chi è curioso di cose al di fuori dagli usuali circuiti turistici, trova pane per i suoi denti. E non mi riferisco a esperienze come quella di quando ci toccò superare, adagio adagio, un’enorme mandria – qualcuno ha sostenuto aver contato almeno duecento capi – di dromedari, con al seguito qualche miliardo di mosche e insetti vari che invadevano anche l’interno dell’auto. Per tacere dell’odore….


[1] Dei quali solo 730.000 sono censiti e seguiti dall’UNHCR; tutti gli altri sono per lo più allo sbando.

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