Tra accordi sull’emigrazione, miniere di carbone e conflitti coloniali, il percorso di molti italiani del dopoguerra si trasformò in un drammatico viaggio dalla ricerca di lavoro all’arruolamento nella Legione Straniera.
Al termine della guerra l’Italia non riesce ad assicurare lavoro ai suoi figli. Intanto si trova nella necessità di reperire materie prime, carbone anzitutto, per far ripartire le fabbriche. Le miniere si trovano dai nostri vicini, Belgio e Francia. Lì arriveranno emigrati Italiani, regolari e non, abbandonando i loro paesi in base agli accordi governativi stilati subito l’anno successivo alla fine del conflitto. Sono convenzioni basate sul reciproco bisogno. Do ut Des: di qua tante braccia desiderose di una sistemazione dignitosa, di là materia prima da scavare e portare a destinazione . Le richieste sono tante ed il patto lavorativo prevede solo poche migliaia di uomini.

E gli altri?
Non possono restare a guardare e tentano la via della clandestinità. Superare il confine alpino è possibile per quanto rischioso ma l’ostacolo è la gendermeria Francese che non fa sconti a nessuno, men che meno agli Italiani ancora caricati della colpa di aver accoltellato alle spalle quel paese quando era già a terra. Alcuni riescono a contattare direttamente le aziende che assumono e poi regolarizzano; altri i meno fortunati devono rispondere del reato di clandestinità: processo, galera, rimpatrio indecoroso. Per poi rimanere quello che eri prima di partire. A meno di una possibilità…
Molti di coloro che hanno avuto la fortuna di un lavoro si accorgono di quanto penoso e rischioso sia il loro incarico deciso da quei pochi che senza scrupoli e con il coltello dalla parte del manico li han gettati in fondo ad un pozzo; non tutti però accettano di bruciarsi i polmoni o alla peggio perdere la vita in un colpo a 1000 metri sotto terra; non è futuro essere finiti dentro ad un tunnel e ritrovarsi una volta di nuovo e con fortuna sotto il cielo, a dormire tra pidocchi nelle baracche che solo la guerra aveva saputo ricostruire; quegli uomini si ribellano al destino, fuggono da quei luridi capanni e si danno alla clandestinità.

Una volta individuati, la consuetudine degli organi di vigilanza francesi, ancorché senza indulgenza nei confronti di una nazione che manda immigrati, quindi più misera, ma anche dispostici e senza indulgenza, è di assicurare, o processo e galera, o “possibilità di un arruolamento” nella Legione Straniera; la prospettiva è incerta, manca la consapevolezza di quello che sarà la vita da quel momento in avanti, lontani dall’immaginare con quale quantità e qualità di orrori si dovranno fare i conti.
Qualcuno, più ingenuo di altri, immagina una vita avventurosa in giro per il mondo tra gesta da raccontare e le ammirazioni dei superiori. Non sono, però, solo coloro fuggiti dalle miniere o clandestini a far parte di quel corpo, in Legione ci sono i profughi, i prigionieri di guerra prelevati con il ricatto, e quelli chiamati con l’inganno da sordidi reclutatori da bar.
L’arruolamento in Legione Straniera con destinazione Algeria prima, Indocina dopo,assicura lo stipendio ed un buon vitto.

Ma sì, in fondo abbiamo ancora la guerra nella testa e qualcuno è pure in gamba con le armi. Questa volta, però, è un’altra cosa e lo si scoprirà di persona. Non si tratta di un conflitto dichiarato tra Stati, combattuto da eserciti regolari che si affrontano con regole più o meno condivise. Qui è ben diverso: c’è un occupante interstardito ed ostinato ad appropriarsi di ciò che è di altri per alimentare i propri interessi; dall’altra parte un popolo, ancor che un esercito, che non intende piegarsi di fronte all’odiosa violazione del proprio suolo e della propria libertà.
I Legionari dovranno misurarsi con indicibili barbarità, mettendo a nudo quella impenetrabile crosta bestiale che l’animo umano a volte nasconde. La Francia si muove, quindi, dentro un mare di polverosa e rabbuiante umanità, dove può, a piacimento, assicurare ad individui disperati e senza futuro quello da combattente, ben sapendo di farne uso bellicistico a perdere.

Messi quindi di fronte ad una scelta di fatto obbligata, quei giovani firmavano una ferma della durata di cinque anni, al termine della quale erano premiati con l’ottenimento della cittadinanza francese. Per raggiungere questo risultato, ambito da molti, bastava soddisfare una sola condizione: sopravvivere… per coloro che vi riuscivano.
