Le parole giuste

Fortunata la mia generazione che non si è imbattuta nell’orrore della guerra. È questo il più grande privilegio dei sessantenni di oggi.

Il non aver vissuto un conflitto armato non mi impedisce, però, di conservare nel profondo, ben radicati nel cuore e nella mente, le parole, i ricordi, i racconti di mia madre e di mio padre, non altrettanto fortunati.

Le mie domande non cadevano mai nel vuoto, per quanto non fosse facile parlare di guerra a una bambina, essi mi fornirono sempre risposte chiare e sincere.

Il balletto dei miei quesiti difficili iniziò quando avevo otto anni.

In preda a una curiosità esasperata, chiesi a mia madre come fosse stata la sua vita durante la guerra, visto che, al divampare del secondo conflitto mondiale, aveva la mia età.

Il mio era un interesse quasi morboso, non so che cosa mi aspettassi dal suo racconto.

Spargimenti di sangue? Violenze e torture? Marce e lavori forzati? Neppure oggi lo so. Ero spaventatissima, fremevo per quello che avrei potuto scoprire, ma volevo sapere.

La mamma mi invitò a sedermi accanto a lei sul divano.

Con il cuore che batteva all’impazzata, le mani sudaticce e tremanti incrociate in grembo, mi preparai ad ascoltare cose terribili.

Prese in mano il ricamo e, mentre faceva entrare e uscire l’ago dalla stoffa, cominciò a parlarmi con la voce incantata, quasi mi stesse raccontando una fiaba. Mi tranquillizzai all’istante.

“Ti racconterò un episodio che mi è successo durante la guerra…senti un po’, stenterai a crederci, ma è tutto vero.

Quella sera, dopo cena, mi ero distesa sulla panca dentro al camino… sì, tesoro, la panca era proprio dentro il camino, ce l’aveva messa il mio papà, perché nel resto del locale faceva tanto freddo.

Mi assopii godendo del tepore e del crepitio del fuoco.

Ero sola in cucina: mio padre era uscito in bicicletta nel tardo pomeriggio e a quest’ora sfidava il coprifuoco per procurarsi un po’ di riso in Piemonte; mia madre era al piano superiore a preparare il mio letto.

Schiamazzi insistenti e colpi sferrati contro la porta mi strapparono al sonno. Non pensai neppure per un attimo di chiamare mia madre, mi alzai dalla panca e, ancora insonnolita, spalancai la porta.

Non volevo credere ai miei occhi: sulla soglia un soldato tedesco, visibilmente ubriaco, sbraitava sguaiato.

Tra le mani tremanti, stringeva una bomba a mano, pronta per essere armata.

Il calore accumulato nel mio sonno accanto al fuoco, svanì. Avvertii il gelo penetrarmi nelle ossa, la paura mi pietrificò.

L’uomo mi spintonò bruscamente e si addentrò nel locale. Farneticava e urlava parole che non potevo capire.

Ero piccola, ma intesi subito che quell’uomo furente stava male, almeno quanto noi.

Fece un tentativo maldestro di armare la bomba per farla esplodere in casa mia. Io capii quello che stava per accadere, con un guizzo mi liberai di tutta la mia paura, mi aggrappai alla sua giacca con entrambe le mani e cominciai a piangere. Gli parlai, tra le lacrime, lo implorai di non rubarmi la casa e la vita.

L’uomo parve accorgersi di me solo in quell’istante: ripose la bomba a mano, mi accarezzò il viso e i capelli con una tenerezza che veniva da lontano. Si sedette sulla panca e frugò in una tasca della divisa, ne estrasse la foto spiegazzata di una bella bambina bionda, con grandi occhi azzurri, identici ai suoi. E fu lui, allora, a parlare tra le lacrime. Ripeteva due sole parole, forse le uniche che conosceva della nostra lingua: mia bam-bi-na. Pianse in silenzio per qualche istante, poi si alzò in piedi, mi accarezzò un’ultima volta i capelli e ripetè un’ultima volta mia bam-bi-na.  Improvvisamente sobrio, se ne andò dopo avermi salutato.

Ti rendi conto, bimba? Roba da non credere!”

Rapita dal racconto esclamai: “Mamma, tu hai salvato la casa e la tua famiglia!”

“Sì, tesoro, dicono così.”

Grazie mamma, per avermi raccontato della tua guerra.

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