Poesia. Dimensioni umane e dell’oltre umano

Vi è mai capitato di sentire che state vivendo nell’epoca sbagliata? Vi è mai capitato di avere nostalgia per luoghi che non esistono? Avete mai pensato che a volte il confine tra realtà e sogno è così labile da confondersi?

Se avete risposto affermativamente alle tre domande non siete pazzi ma avete dentro di voi parte di quello spirito che a suo tempo mosse i poeti e gli artisti simbolisti.

I simbolisti, come antichi sacerdoti, si riunivano per proteggere il mistero di un mondo invisibile ai sensi, alcuni li consideravano folli, a mio parere erano sognatori.

Il Simbolismo, movimento artistico e culturale, nasce in Francia nella seconda metà dell’800 coinvolgendo arti figurative, poesia e musica. La sua data di nascita ufficiale è il 18 settembre 1886, data in cui il poeta Jean Moréas pubblica sul quotidiano francese “Le Figaro” il Manifesto Simbolista.

Il Simbolismo nasce in contrapposizione al Realismo, con l’obiettivo di penetrare al di là delle apparenze del reale, per i simbolisti la realtà autentica non va individuata nell’esistenza oggettiva delle cose ma nelle idee: per i simbolisti l’essenza della realtà non sta in ciò che si vede con gli occhi ma in ciò che si percepisce con l’anima.

1886 - L'isola Dei Morti (Quinta Versione)
Arnold Böcklin – L’isola Dei Morti (1886)

Il Simbolismo si avvale di temi legati alla religione, alla mitologia, al sogno e alla nostalgia decadente di un mondo antico, ormai cancellato dalla “tirannia” della ragione che impone una realtà unica imposta dall’oggettività della Scienza.

Il legame tra letteratura e opere d’arte simboliste è molto stretto, come le emozioni evocate dai sinistri racconti di E. A. Poe e dalle poesie dei “poeti maledetti”: Baudelaire, Verlaine, Mallarmé, che daranno ispirazione per le opere dei pittori simbolisti.

Burne-Jones,_Edward_-_La_testa_funesta_(1885)
Edwar Burne-Jones – La testa finestra (1885)

Baudelaire e la sua “Elevazione”, un inno assoluto per le menti libere e scatenate in voli infiniti

Al di sopra di laghi e di montagne,
del mare, dei boschi e delle nuvole,
al di sopra del sole, oltre lo spazio,
al di là dei confini delle sfere celesti

navighi, mio spirito con agilità.
Nuotatore eccellente che gode dell’onda,
solchi allegramente l’immensità profonda
con un’indicibile e maschia voluttà.

Innàlzati ben lontano dai miasmi pestiferi
vai a purificarti nell’aria superiore,
e bevi, come liquore puro e divino,
il limpido fuoco degli spazi cristallini.

Abbandonando le noie e le profonde tristezze
che rendono pesante l’esistenza brumosa,
felice colui che può con ali vigorose
slanciarsi verso campi luminosi e sereni,

colui i cui pensieri, simili alle allodole,
liberi si slanciano verso i cieli al mattino,
chi plana sulla vita e comprende senza sforzo
il linguaggio dei fiori e delle cose mute!

(Traduzione di Marcello Comitini)

Essere spesso “altrove” e solo anche in mezzo alla folla, compiere voli intergalattici stando in piedi su un autobus strapieno o accarezzare un gatto o un cane stando seduti sul divano: questi momenti, come tesori, non ci potranno mai essere tolti.

Per Baudelaire la ricerca di un “altrove” si riconduce all’aspirazione di una terra, aspirazione ora pacata, ora terribilmente inquieta: Non Importa Dove, Fuori Dal

Mondo (Charles Baudelaire).

L’invito al viaggio

Sorella mia, mio bene,
che dolce noi due insieme,
pensa, vivere là!
Amare a sazietà,
amare e morire
nel paese che tanto ti somiglia!
I soli infradiciati
di quei cieli imbronciati
hanno per il mio cuore
il misterioso incanto
dei tuoi occhi insidiosi
che brillano nel pianto.

Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

Mobili luccicanti
che gli anni han levigato
orneranno la stanza;
i più rari tra i fiori
che ai sentori dell’ambra
mischiano i loro odori,
i soffitti sontuosi,
le profonde specchiere, l’orientale
splendore, tutto là
con segreta dolcezza
al cuore parlerà
la sua lingua natale.

Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

Vedi su quei canali
dormire bastimenti
d’animo vagabondo,
qui a soddisfare i minimi
tuoi desideri accorsi
dai confini del mondo.
– Nel giacinto e nell’oro
avvolgono i calanti
soli canali e campi
e l’intera città
il mondo trova pace
in una calda luce.

Là non c’è nulla che non sia beltà,
ordine e lusso, calma e voluttà.

(traduzione di Giovanni Raboni)

Il viaggio come evasione nel mondo dei sensi e in quello incontaminato e puro dell’immaginazione, un disagio di vivere a contatto con una società in cui non si riconosce, aspirazione a un mondo “altro” (questa poesia è stata musicata da Franco Battiato intitolata appunto “Invito al viaggio”).

Tra i simbolisti francesi spicca Stéphane Mallarmé autore de L’aprés-midi du faune, musicato da Claude Debussy, fautore delle corrispondenze tra oggetti e stati d’animo, quindi sulla possibilità, attraverso la contemplazione, di utilizzare un oggetto per illustrare un sentimento o passare da una sensazione a una cosa, grazie alla

libera azione delle analogie

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard
(Un colpo di dadi non abolirà mai il caso)

Paul Verlaine sceglie sapientemente la versificazione musicale e malinconica che traduce in sensazioni e moti interiori una vita travagliata, tra le sue poesie “Languore” è quella che assimila il suo languore interiore alla decadenza dell’impero romano

Sono l’Impero alla fine della decadenza, che guarda passare i grandi Barbari bianchi componendo acrostici indolenti dove danza il languore del sole in uno stile d’oro.

Arthur Rimbaud si dichiara un Prometeo che, dopo esserci spinto “oltre” con le sue sole forze e sfidando la divinità, deve creare un linguaggio per rendere la sua visione fruibile.

Nella poesia “Memoire” il poeta si serve di immagini e di analogie per tradurre in versi il sogno di un veggente

Oh, l’umido vetro distende le sue limpide bolle! l’acqua adorna d’oro pallido e senza sfondo i lettini pronti. Le vesti verdi e stinte delle bimbe fanno i salici da cui saltano gli uccelli sbrigliati.

Non solo i francesi ma anche gli italiani si distinguono per una poetica che è affine al simbolismo, tra cui Giovanni Pascoli, Gabriele D’Annunzio e Dino Campana.

La-poesiaIn questi tre autori rintracciamo singoli aspetti o componimenti che si rifanno ai principi-guida del Simbolismo, come il primato attribuito all’intuizione, l’accurata elaborazione formale, soprattutto sul piano fonico-visivo, e la concezione della poesia come unico strumento capace di indagare una realtà “altra” e superiore rispetto a ciò che è più direttamente visibile ad occhio nudo.

Un’evasione, quella di Pascoli, che si distingue per un ripiegamento interiore e per la ricerca di una realtà semplice e personale. I simboli ricorrenti sono figure che appartengono al mondo campestre e contadino: il nido,l’orto , la siepe, gli uccelli, i fiori simboli delle angosce e ossessioni interiori del poeta.

L’assiuolo

Dov’era la luna? Ché il cielo
notava in un’alba di perla,
ed ergersi il mandorlo e il melo
parevano a meglio vederla.

Venivano soffi di lampi
da un nero di nubi laggiù:
veniva una voce dai campi:
chiù

Gabriele D’Annunzio coglie soprattutto la lezione stilistica del Simbolismo come risulta dall’abilità con cui il poeta usa una serie di procedimenti tecnici e retorici (enjambements, assonanze, giochi fonici, ricerca lessicale raffinata, capacità evocativa del linguaggio).

gabriele_dannunzio_16La pioggia nel pineto

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.

Dino Campana, il poeta forse più vicino alla corrente simbolista, recupera nei suoi Canti Orfici il principio simbolista della parola poetica come istanza mistica e rivelatrice, capace di illuminare e al tempo stesso trasfigurare la realtà fenomenica.

Il messaggio della poesia si nasconde nel suono dei versi, nella loro musicalità e nel continuo passaggio dall’immagine alla sensazione come nei versi finali della poesia L’Invetriata


Le stelle sono bottoni di madreperla e la sera si veste di velluto:
E tremola la sera fatua: è fatua la sera e tremola ma c’è,
Nel cuore della sera c’è,
Sempre una piaga rossa languente.