Via dei Legionari – Parte 1

A Tullia carissima

Ho lasciato il mio paese quando avevo vent’anni e ora ritorno dopo che ne sono passati  quaranta.

Abitavo in Via dei Legionari, una via perpendicolare al fiume che collega il Sempione con il Ticino, in un caseggiato a due piani che a guardarlo dall’esterno sembrava una grande villa.

A formare una sorta di ferro di cavallo aveva da un lato un edificio molto semplice e anonimo e dall’altro una casa rossa che sembrava fosse stata costruita aggiungendo un pezzo alla volta senza un criterio o uno stile particolari ma con velleità moderne. Queste tre case racchiudevano un cortile che confinava con la strada il cui pavimento era fatto di grossi  sassi, appena distanziati tra loro e ben saldati nel terreno. Quando pioveva diventavano lucidi e si doveva stare attenti a non scivolare.

Per arrivare a casa nostra, al primo piano, bisognava attraversare tutto il cortile.

Quando veniva a trovarci mia zia Rita si lamentava e io la guardavo stupita.

«Vedrai quando avrai la mia età! Li sentirai tutti questi sassi.»

E io incredula continuavo a correre ridendo.

Quando il treno imbocca il massiccio ponte di ferro che divide il Piemonte dalla Lombardia ho già lasciato il posto che occupavo e mi sono sistemata con la valigia davanti alla porta, aggrappandomi saldamente a una maniglia per non correre il rischio di cadere travolta dagli scossoni.

Ho sempre avuto due paure: quella di non vedere la stazione e quella di non riuscire ad aprire la porta. Spero sempre che qualche passeggero scenda alla mia fermata.

Anche oggi, nonostante le porte automatiche, provo la stessa paura.

Un lungo fischio accompagna l’ingresso del treno sul ponte e io, per un istante, chiudo gli occhi per riaprirli subito dopo e in quel piccolo lasso di tempo gustare la sensazione di rivedere il fiume e le sue verdi sponde. Ho nel cuore il ricordo di una distesa d’acqua azzurra in cui si specchiano gli alberi secolari che costeggiano le due rive, con il Monte Rosa sullo sfondo che illumina il tutto e una piccola spiaggia sabbiosa dove da piccola andavo a fare il bagno con gli altri bambini.

Riapro gli occhi e vedo il fiume ma non il Monte Rosa. La giornata è bella ma una leggera foschia annebbia l’orizzonte. Pazienza, mi dico, non possono averlo demolito. Lo vedrò sicuramente nei prossimi giorni.

Al posto delle case basse che costeggiavano il fiume c’è una fila di grattacieli.

Sono abituata alle grandi costruzioni e la cosa non mi colpisce più di tanto: il bel viale di ippocastani e la piccola spiaggia ci sono ancora, pressoché uguali, a riaccendere i miei ricordi.

Non vedo l’ora di scendere dal treno e ritrovare, come in una caccia al tesoro, tutti i luoghi a me familiari.

Un ragazzo giovane e atletico schiaccia un pulsante e la porta si apre magicamente con mio grande sollievo. Sorridendo prende la valigia e mi aiuta a scendere. Vorrei chiedergli il nome, chi sono i suoi genitori, magari è il figlio di qualche mia conoscente, forse la sua mamma è venuta a scuola con me. Non chiedo nulla e mi limito a ringraziarlo.

Mi guardo intorno: la stazione è appena stata ridipinta e si sente ancora il pungente odore di vernice fresca.

Tutto è talmente in ordine da darmi una sensazione di freddo e di solitudine.

Non ci sono più la vasca dei pesci rossi oltre il terzo binario e i due grandi pini che le facevano ombra.

La sala d’aspetto, dove al mattino ci radunavamo in attesa del treno che ci portava al liceo nella vicina città, è vuota. Le panche di legno su cui copiavamo frettolosamente gli ultimi compiti sperando che il treno arrivasse in ritardo, sono state sostituite da fredde panche metalliche grigie.

Berrei volentieri un caffè nel piccolo bar poco illuminato, pieno di fumo e di gente. Sparito, come il chiosco dell’edicola tappezzato di giornali; al suo posto una saracinesca a grata  che lascia intravedere un grande locale con mobili accatastati.

I passeggeri sono scesi frettolosi e si sono dileguati rapidamente. Il treno è ripartito con un lungo fischio.

Raggiungo a piedi l’albergo che ho prenotato scegliendolo il più vicino possibile alla stazione.

Il nome non è cambiato ma tutto il resto si. Ha inglobato il caseggiato attiguo che un tempo ospitava almeno quattro famiglie e parte del giardino è diventato parcheggio. L’intonaco che ricordavo grigio ora è rosa antico con i serramenti bianchi e le tende da sole bordeaux.

Avevo prenotato una camera con vista fiume. E’ un sogno che coltivo fin da piccola: una casa con una finestra che dà  sul Ticino per poterlo osservare in ogni momento della giornata e ammirare il paesaggio che cambia con le stagioni.

Sono entrata nella camera d’albergo e ho spalancato la finestra: “eccolo lì il mio fiume!” l’ho abbracciato con lo sguardo e ho cercato di riconoscere, nelle cose intorno, la vita di un tempo.

Mentre disfo la valigia sono ansiosa di raggiungere Via Dei Legionari. Era una via lunga e stretta dove il sole faceva fatica a entrare, ma era una via piena di vita, di chiasso, di gente, di liti e di risate. Aveva un’unica rientranza che era quella dei tre caseggiati e prima di arrivare al fiume si allargava in una piccola piazza spoglia, senza nemmeno un monumento o una panchina.

Farò fatica anch’io ad attraversare il cortile pieno di sassi? E chi saranno i nuovi abitanti?

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