“Questo vino, il più schietto di Euripide”

CAMILLO SBARBARO E IL CICLOPE

Sfollato a Spotorno nel novembre del 1942, Camillo Sbarbaro prosegue nella cittadina ligure la sua attività di traduttore dei tragici greci per Valentino Bompiani, iniziata a Genova nei mesi precedenti con Antigonedi Sofocle. Dopo Prometeo incatenatodi Eschilo, il poeta prende accordi con l’editore, alla fine dell’ottobre 1943, per AlcestiIl Ciclopedi Euripide, che furono tradotti in prosa entro il giugno successivo, quando, «adducendo il timore di sbarchi, il Comando tedesco obbligò gli sfollati a ritirarsi nell’entroterra» (come ricorderà, anni dopo, la sorella Lina).

A Borsàna, nella solitaria casa dell’Acciuga, Sbarbaro mette in versi il dramma satiresco già tradotto in prosa: dirottata, in questa nuova veste, da Bompiani alla Editrice Ligure Arte e Lettere, la versione uscirà a Genova nel gennaio del 1945, venendo così a costituire il quinto titolo sbarbariano dopo Resine (1911), Pianissimo (1914), Trucioli (1920) e Liquidazione (1928). Da subito, infatti, il poeta avverte il suo Ciclopenon come traduzione, ma come rifacimento o addrittura come opera originale. Sul frontespizio dell’edizione definitiva, impressa da Vanni Scheiwiller nel febbraio 1960, Sbarbaro figurerà infine come autore del Ciclope. Dramma satiresco di Euripide, e la splendida dedica al suo giovanissimo e straordinario editore sarà soltanto un’ulteriore conferma:

A Vanni questo vino, il più schietto di Euripide, che travasai per mio uso, nel paese dell’origano e delle farfalle, l’estate del ’44.

L’incontro con il Ciclope fu addirittura inebriante per l’autore dei Trucioli, che poté così offrirci la più straordinaria versione poetica in lingua italiana del dramma satiresco: «la meglio di tutte», come gli scrisse nel 1960 Manara Valgimigli dopo aver ricevuto una copia della nuova edizione. E dieci anni dopo, nell’importante (e diffusissimo) volume sansoniano  Il teatro greco. Tutte le tragedie, la traduzione del Ciclope sarebbe stata ancora quella di Sbarbaro, già accolta nel 1965 tra i primi numeri della einaudiana «Collezione di poesia» con prefazione di Alceste Angelini, che in quella occasione aveva parlato di essa come di «un’opera stupenda, perfettamente risolta nel genio e nelle forme della nostra lingua poetica, e dunque assimilata nella nostra letteratura: che accade ben di rado massime a opere voltate in italiano da lingue antiche».

Nella dedica a Scheiwiller Sbarbaro definisce il dramma satiresco «il più schietto» vino «di Euripide», una bevanda preziosa da ‘travasare’ – con una metafora poco gradita al Croce dell’Estetica– da una lingua all’altra come da un’anfora all’altra e poi da degustare in tutta la sua gioiosa freschezza: «Nasce così», aveva scritto il poeta nel settembre del 1945, nella prefazione a una seconda versione in prosa per Bompiani (la prima era stata distrutta dopo il ‘travaso’ in versi), «un arioso scherzo che vive di sé; e – futile finché si voglia – l’opera più schietta ed artisticamente persuasiva che ci resti di Euripide». La metafora sbarbariana (indubbiamente assai suggestiva, con buona pace di Croce) non è affatto casuale: protagonista assoluto del Ciclopeè infatti, per molti aspetti, proprio il vino. La parola stessa ricorre nella traduzione ben quindici volte, senza contare le perifrasi «licor che sgorga dalla vite», «licor di Dioniso», «figlio della vite» «ineffabile bibita che spreme / – vanto di Bacco – l’Ellade dall’uva» (e senza contare, inoltre, due «nettare» risalenti, come si potrà notare, alla fonte omerica).

Innanzitutto, il Ciclope è un dramma satiresco; o, meglio, l’unico esemplare del genere sopravvissuto nella sua integrità. Il dramma satiresco è il tertium quod datur fra tragedia e commedia: la ‘tragedia scherzosa’, come ebbe a definirlo il retore Demetrio; un genere drammatico sorridente nel quale tuttavia gli eroi del mito, diversamente che nella commedia, non perdono la propria dignità tragica. Ma, soprattutto, elemento caratterizzante del genere è appunto il coro di Satiri, lascivi componenti del corteggio di Dioniso: proprio per questo aspetto, tra l’altro, il dramma satiresco sembra riattingere alle scaturigini stesse della tragedia, nata appunto dal culto del dio.

Questo in generale: ma, nello specifico, l’archetipo omerico offre al Ciclopeun ulteriore motivo di centralità della bevanda di Bacco nella vicenda. Nel suo dramma satiresco, infatti, Euripide rielabora l’episodio più noto dell’Odissea(che citeremo all’occorrenza nella traduzione allora famosissima di Ettore Romagnoli, del 1923, certamente familiare a Sbarbaro): appunto l’episodio di Polifemo nel libro IX. Dopo la distruzione di Ismaro, all’inizio del libro, il sacerdote di Apollo Marone dona a Ulisse, che ha risparmiato lui e la sua famiglia, dodici anfore di vino «dolcissimo, schietto, / nèttare degno di Numi». Con un otre di quello, poco dopo, Ulisse sbarca dunque sulla terra dei Ciclopi: ma, anziché come dono per l’ospite all’arrivo, lo offrirà a Polifemo soltanto dopo il suo secondo, orrendo pasto di carne umana, per ubriacarlo, accecarlo e poter così mettere in atto il suo piano di fuga.

Già in Omero, dunque, il vino costituisce un elemento decisivo per la salvezza di Ulisse e dei suoi ‘cari compagni’. Esigenze di genere e di messa in scena portano tuttavia Euripide a variare per alcuni aspetti l’archetipo omerico: e l’esigenza più importante legata al genere drammatico riguarda proprio il vino. Il terzo tragico finge infatti che i Satiri e Sileno – aio di Bacco e ‘babbo’ dei Satiri stessi – inseguendo le peregrinazioni del dio abbiano fatto naufragio in Sicilia, alle falde dell’Etna, e siano là divenuti schiavi di Polifemo: è Sileno stesso, nel Prologo, a ripercorrere le vicende pregresse. Anzi, proprio nel nome del dio – secondo il mito, inventore del vino sul monte Nisa – si apre il dramma satiresco: «Ne passo, causa tua, Bacco, di guai!». Ora, in Omero i Ciclopi conoscono il vino, anche se il loro non è certo paragonabile a quello di Marone portato in dono da Ulisse. Dice infatti Polifemo all’astuto greco:

Anche ai Ciclopi, s’intende, la fertile terra produce
vino, e la pioggia di Giove lo cresce nei grappoli pingui:
sì; ma codesto è un vero ruscello di nèttare e ambrosia!

Nel dramma euripideo, invece, i Ciclopi non conoscono il vino. Di ritorno dai pascoli – dove è imposto loro dal «Ciclope mandriano» di badare alle greggi –, gli «irrequieti» figli di Sileno intonano il loro indiavolato Canto d’ingresso, che nella parte centrale, prima di chiudersi con toni elegiaci nel rimpianto del «caro Bacco chiomador», dipinge una terra desolata dalla mancanza del vino e, di conseguenza, non rallegrata da canti e danze, non allietata dall’amore:

Ah non Bacco qui, non evie
e di tirsi non squassar!
ed al sole
non carole,
non di timpani rullar!

Biondo il vin qui non zampilla!
acqua sol la terra spilla!

Né più a Nisa con le ninfe
Jacco Jacco fo echeggiar.
Più sull’orme di Afrodite
con voi, Menadi, non volo,
belle mie dal bianco piè!

La lunga privazione della bevanda di Dioniso, nei Satiri ma soprattutto nell’ingordo Sileno, fornirà naturalmente alcuni spunti notevoli alla narrazione. Innanzitutto, nel Primo episodio, Sileno si lascia indurre a fornire a Ulisse e ai suoi cibarie sottratte a Polifemo proprio per averne in cambio il vino di Marone, qui presentato da Euripide come «il figlio del dio stesso» (forse per istituire un trait d’unionfra il mondo omerico e quello satiresco). Alla domanda di Ulisse sui Ciclopi («L’hanno, il licor che sgorga dalla vite?») l’aio di Bacco ribadisce infatti la lamentela dei Satiri: «Macché! qui non si brinda né si balla» (anzi, per la verità già nel Prologoproprio lui aveva fugacemente accennato il tema: «Ah qui non più / echeggiar d’evoè, non più tripudi!»). Così, dunque, procede la trattativa:

Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno

Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno
Ulisse

Sileno

Ulisse
Sileno
Ulisse
Sileno














  
Già. Ma di questi, che ci dài in cambio?
Non soldi. Ho meco del licor di Dioniso.
Che odo mai! Ne abbiam scordato il gusto!
E di Marone! il figlio del dio stesso!
Del dio che crebber queste braccia mie?
Di Bacco, certo! o di chi vuoi che dica?
L’hai sulla nave o te lo porti dietro?
L’ho qui dentro quest’otre, vecchio. Vedi?
Tutto lì? Ma codesto mi sta in bocca!
Non sai che, quanto n’esce, il doppio n’entra.
Così? Mi va. Carina, la fontana!
A mo’ d’assaggio ne vuoi bere un sorso?
Giusto! chiama la compera, l’assaggio!
La tazza per l’appunto l’ho con me.
Fallo schioccare, su! che me ne ingozzi.
(Ulisse mesce)
Servito!
             Caspitina! che fragranza!
Che la vedi costei?
                              No. Ma l’annuso.
Assaggia, via. Non stare alla parola.
(Il Sileno tracanna)
Accipicchio! (Accennando un passo di danza:)
                    A danzar Bacco m’invita!
T’ha gorgogliato bene nella strozza?
Sin nell’ugne dei piedi m’è arrivato!
Andiamo! Fuori agnelli e caci, allora!
Pronto! (Avviandosi:)
             sì che m’importa di padroni!
Per scolarmene un altro gotto solo,
tutti i greggi darei di tutti i ciclopi,
dovessi poi precipitarmi a bagno
dalla rupe di Leucade, ma sbronzo
alfine! e senza più mosche pel capo!
Insensato chi a ber non piglia gusto.
Nel vino lui s’inalbera; si strizzan
tettine, s’accarezzano a ritroso
ameni praticelli, si balletta
e si scordano i guai!
                                E tu non vuoi
ch’io baci questo nettare, mandando
quel tanghero del mio padrone al diavolo
e il suo occhio di mezzo? 

Occorrerà soffermarsi un poco su almeno due aspetti della scena. Innanzitutto, l’oscura risposta di Ulisse «Non sai che, quanto n’esce, il doppio n’entra». Il verso originale non è chiaro, ma la traduzione è comunque inequivoca: Sbarbaro accetta l’interpretazione – risalente addirittura al Murray – secondo la quale si tratterebbe di un otre magico. La fonte è la celeberrima traduzione di Romagnoli (1911 e poi 1931), che il poeta aveva sott’occhio: «Come lo mesci, si riempie a doppio». Solo dopo la morte di Sbarbaro gli interpreti hanno spiegato che il verso si riferisce invece all’uso di mescolare il vino con l’acqua: dunque, una parte di vino con una di acqua raddoppierà il contenuto dell’otre (ma si veda, in proposito e in generale, lo splendido commento di Michele Napolitano pubblicato da Marsilio, non senza la bella introduzione di Luigi Enrico Rossi). Bisogna tuttavia aggiungere che Sbarbaro compie una scelta consapevole: il vecchio Bellotti – il poeta disponeva anche del traduttore ottocentesco – propone infatti un più piano «N’ho due tanti di quel che trae quest’otre». Secondo aspetto da porre in rilievo, infine, il nesso tra l’ebbrezza e lo slancio sensuale appena alluso dai Satiri nel Canto d’ingressoe qui ben più esplicitamente dichiarato dal già brillo Sileno, che troverà ulteriori sviluppi nel dramma.

L’improvviso ritorno del Ciclope pone in secondo piano il tema del vino: ma mette conto di riferire un particolare. Quando vede Sileno paonazzo per i ripetuti assaggi, Polifemo – che, si ricordi, in Euripide ignora il vino – così si meraviglia: «E il vecchio lì con quella faccia lustra / ed enfia dalle botte?»; e fornisce involontariamente al furfante che lo ha derubato di cibarie per averne in cambio il vino una comoda via di fuga nel denunciare la supposta violenza subìta dagli stranieri in cerca di provviste: «Me meschino! / Ho la febbre da tante me n’han date!».

Il Secondo episodio si apre con la narrazione ai Satiri, da parte di Ulisse, del mostruoso pasto del Ciclope; e si chiude con l’esposizione del piano di salvezza dell’Itacese, incentrato sulla bevanda di Bacco. La traduzione di Sbarbaro sortisce, in quest’ultimo passaggio, effetti davvero esilaranti:

Ulisse




















Fu in quel punto che il Cielo m’ispirò.
Colmo la tazza, gliela porgo e dico:
«O rampollo del dio del mare, gusta
ineffabile bibita che spreme
– vanto di Bacco – l’Ellade dall’uva.»

Lui, farcito com’è di laido cibo,
aspira, il vino fa sparir d’un fiato;
alza la mano e compiaciuto fa:
«Simpatico straniero, tu coroni
ottimo pasto d’ottima bevanda!»

Dunque, gli garba. Replico la dose:
– Dài – pensando – col vino che t’accoppa,
l’ora della vendetta s’avvicina. –

Prova la voce, infatti.
                                  Io dentro a mescere
fin che a cottura non lo vedo giusta.
E mentre lui, tra i miei compagni in pianto,
stonato bercia e l’antro ne rintrona,
io fuori me la svigno quatto quatto.

Dunque, posto che «il vino ha messo in corpo al mostro l’uzzolo / di recarsi a bisboccia dai germani», Ulisse prosegue:

UlisseEcco che fo. Gli dico che è da miccodividere con altri un tale nettare;così non va e se lo sciala solo.Quando poi sopraffatto s’addormenti,c’è dentro casa un tronco d’oleastro;lo appuntisco ad un capo e pongo al fuoco.Una volta che sia arroventato,lo sollevo e, mirandogli la fronte,gli centro l’occhio e glielo mando in sugo.

Ecco allora che il vino torna ad assumere nel Ciclope un ruolo assolutamente centrale. Nel Secondo canto da fermoPolifemo appare in scena, nel canto dei Satiri, «più bevuto / d’un imbuto, / barcollando, / come un bove gorgheggiando»; e lui stesso, subito dopo, canta le gioie del banchetto: «Chi folleggia, lui beato! / vin bevendo a profusione, / a banchetto stravacato, / ed in braccio ha il suo gitone, / o su morbido giaciglio / con ragazza / si sollazza» (ove, come già nelle parole di Sileno alPrimo episodio, il tema del vino porta con sé quello lascivo).

Il Terzo episodioè quasi interamente incentrato su Bacco, prima; e, poi, su una vera e propria lezione di galateo del simposio. A parlare del dio, in apertura di episodio, è Ulisse:

Ulisse

Ciclope
Ulisse
Ciclope
Ulisse
Ciclope
Ulisse
Ciclope
Ulisse
Ciclope
Ciclope, ascolta me: io la so lunga
su questo Bacco, io che te l’ho dato.
Bacco? E che tipo mai di nume è Bacco?
Non c’è che lui per allietar la vita.
Credo! Pure a ruttarlo, dà piacere.
Tale è l’indole sua: non fa che bene.
È un nume, e a star s’adatta dentro un otre?
Dovunque il metti, a suo bell’agio sta.
Ma in una pelle! ci sfigura un Dio!
Ti piace? e allora? O ti disturba l’otre?
Di lui mi passerei. Non già del vino!

Già nelle successive battute della sticomitia, Ulisse – naturalmente inteso alla realizzazione del suo piano – enuncia alcuni detti di sapore proverbiale: «Cioncare in più porta a menar le mani»; «chi ha bevuto resti a casa»; e – al Ciclope che gli oppone «Sciocco, bere e schivar lieta brigata» – «Saggio, da ebbro, non andare a zonzo». Ma la vera e propria lezione è quella che, poco dopo, a Polifemo impartisce Sileno, anch’egli con un secondo fine: quello di approfittarne per bere il vino di Marone. Solo quando si accorge di ciò, Polifemo passa l’incarico di istruirlo a Ulisse, che – nella traduzione di Sbarbaro – termina la sua lezione con una deliziosa ‘arietta del coppiere’:

Ciclope
Sileno

Ciclope
Sileno


Ciclope
Sileno

Ciclope
Sileno


Ciclope
Sileno

Ciclope

Ulisse
Ciclope
Ulisse
Ciclope
Ulisse

Ciclope
Ulisse





Mesci. Ma sino all’orlo. E riga dritto!
Da perfetto coppiere? Allor ch’io vegga,
innanzi, in che misura fu annacquato.
Morto, mi vuoi! Su: dà com’è!
                                             Non prima
che tu il capo t’infiori e ch’io assaggi!
(Tracanna)
Scellerato coppiere!
                               Ah che delizia!
Ne vuoi? Comincia con soffiarti il naso.
Anche i baffi forbii, anche le labbra!
Così si tiene il braccio?! Andiamo!
                                                      Or bevi
come mi vedi bere (beve; tra sé:) … e non mi vedi (ribeve).
Ehi, che fai lì?
                       Ho fatto! un sorso solo
e con che gusto!
                          Passa a lui la tazza!
Nonuno, da coppiere fammi tu.
Vecchi amici, la coppa e la mia mano!
Mesci, via!
                  Mesco. Ma tu fa silenzio.
Qualch’altra cosa chiedi a chi ha bevuto.
Prendi, tracanna e non lasciarne goccio;
liquido e fiato hanno a finire insieme.
Quello che è un legno, il legno della vite!
(dottorale:) Se su copioso pasto
versi copioso vino
e l’epa irrighi sino
a discacciar la sete,
Bacco ti mette a nanna.
Ma se ne lasci gocciolo,Bacco prosciuga te.
(Il Ciclope tracanna)

A questo punto, l’ebbro Ciclope – che sognava di tenere, bevendo, l’amasio o una fanciulla tra le braccia – afferra Sileno e lo trascina nell’antro: l’effetto afrodisiaco del liquore di Bacco, decantato da Sileno stesso nel Primo episodio, gli si ritorce contro. La solenne preghiera di Ulisse a Efesto – signore dell’Etna e dio del fuoco – e al Sonno – che piombi pesante sul mostro – chiude l’episodio. Manca Dioniso: ma il terzo dio, pur non invocato, è proprio quello che propizia la discesa del sonno così da permettere l’opera vendicatrice del fuoco.

All’inizio dell’Epilogo, infatti, Polifemo è piombato in un sonno profondo: con l’aiuto dei compagni – dopo il codardo rifiuto dei Satiri – Ulisse lo acceca. Il Ciclope, con l’occhio ormai incenerito, esce dall’antro cercando vendetta: e qui Euripide mette originalmente a partito, nel vivacissimo, divertentissimo dialogo tra lui e i Satiri, il celeberrimo stratagemma omerico del nome Nessuno (Nonuno, nella traduzione di Sbarbaro) dichiarato con astuta menzogna da Ulisse a Polifemo. «Fu lo straniero, se la vuoi capire, / che dandomi da bere m’affogò», conclude infine il Ciclope, riconoscendo il ruolo-chiave avuto dal vino nella sua sventura; e i Satiri ribattono: «Birbo, il vino! Con lui non ci si fa» (birbo, traduce Sbarbaro; ma il greco ha deinòs: terribile, tremendo).

Il dramma satiresco è ormai alle battute conclusive, non ignote all’archetipo omerico: la partenza di Ulisse, che svela al Ciclope il suo vero nome; il ricordo, da parte di Polifemo, dell’antica profezia che gli rivelava quello che gli sarebbe accaduto; il macigno lanciato dall’altura sulla nave di Ulisse e dei suoi ‘cari compagni’ (ma non la richiesta di vendetta al padre Poseidone). Poi Il Ciclope, nelle parole dei seguaci di Dioniso, si chiude così come s’era aperto, nel nome del dio:

I satiri
E noi, salpati al seguito d’Ulisse,
con Bacco omai trascorrerem la vita!