Bolle da sballo

Urla. Insulti. Imprecazioni. Pianti. La noiosa consuetudine delle sere a casa mia.

Da tempo sopravvivo ai loro umori serali ballerini. Ormai non li stimo più, nè li giudico, li trovo semplicemente noiosi.

Mia madre, depressione eterna, singhiozza accasciata sul pavimento della cucina, dopo lo scontro con l’indomabile. Mio padre, intriso d’alcol, barcolla con la bottiglia tra le mani e cade sul divano.

Mi rannicchio appoggiata alla porta d’ingresso, infastidita. Questa sera vorrei scomparire. A loro non vorrei lasciare nulla di me, neppure il ricordo.

La porta cede alla pressione della mia schiena inarcata, mi abbraccia e mi inghiotte lentamente. La assecondo, ma lei con un singulto mi sputa verso l’esterno e io rotolo nel pieno di una giornata estiva.  Mi sollevo sulle ginocchia, accecata dalla luce del mezzogiorno. Nell’immobilità rovente, voglio convincermi di essere davanti a casa, ma è tutto così diverso…

Ma dove cavolo sono finita? Il sole mi griglia il cervello.

Qui non ci resto, magari rischio anche di ritrovarmi quei due tra i piedi. Mi guadagno il bosco: starò nascosta e al fresco. Al resto penserò più tardi.

“Punf!” Non ho ancora fatto un passo e già arriva qualcuno a rompere?

Il mio amico Pietro mi è rotolato accanto sollevando un gran polverone: anche la sua casa lo ha rigurgitato.

– Ciao, mi hai fatto prendere una strizza!

Pietro è incazzato nero. Lo capisco da come si arruffa i capelli già ricci grattandosi la testa. Mentre si alza scuotendosi la polvere di dosso inveisce:

– Basta, cazzo, mi hanno rotto! Mi hanno beccato un po’ di fumo in camera e hanno fatto un gran casino. Che palle!

– Scusa, che cosa ti aspettavi? ‘Sta storia del fumo deve finire, piantala, sembri  uno zombi rincoglionito.

– Ludo, non scassare anche tu! Altrimenti ti mollo qui…

I suoi occhi miopi, da dietro le lenti, sembrano scannerizzare l’ambiente circostante:

– Giusto per sapere, tu sai dove siamo finiti? Io speravo di far sparire quei due dementi, invece, a quel che sembra, sono sparito io.

Non riesco neppure a spiccicar parola, perché lui incalza:

– Ovunque siamo, sono contento di esserci con te. Dai che ci divertiamo, senza rotture di palle.

Non sono sicura che sarà così, ma battiamo un cinque e ci addentriamo nel bosco.

Il sentiero che si dirama di lì a poco ci costringe a una scelta.

– Destra o sinistra?

– Boh, leggi un po’ là…

– STATION  BALLS /  sballa nella tua bolla…!?!? Ma che cazzo di cartello è?

– È giallo, testone, dà indicazioni turistiche…      

I nostri sguardi fissano l’orizzonte alla ricerca di una spiegazione: un fitto sciame di grosse bolle iridescenti avanza fluttuando nell’aria, procede veloce e non accenna a rallentare, altro che STATION…

– Ludo, ecco le BALLS, dai, dai, dai, scegline una e saltaci dentro…

Ci prendiamo per mano e saltiamo dentro a due bolle che viaggiano appaiate nel cuore dello sciame.

– Pietro chi ti dice che queste siano le nostre?

Urlo mentre sfondo la parete della bollacon i piedi.

– Perché  sono inseparabili come noi!

Risponde Pietro sghignazzando come un deficiente, mentre si tuffa di testa nell’altra.

Atterro sul morbido, la bolla è elastica e accogliente. È sicuramente la mia, dubito che siano tutte così. È interamente tappezzata dai miei libri preferiti: gialli, racconti dell’orrore e di fantascienza. Pietro morirebbe se ne trovasse una come questa, il mio amico non è proprio un divoratore di libri.

Una vocina infantile risuona nell’ambiente ovattato della bolla:

– Ludovica, Ludovica…

– Chi sei? Dove sei?

– Terzo volume sulla prima mensola del secondo scaffale,  sono lì.

Seguo con frenesia le indicazioni e mi trovo tra le mani “Shinning”, capolavoro di Stephen King. Già toccandone la copertina rivivo le cupe atmosfere del grande albergo nel Colorato. Il terrore mi si riversa nelle vene. Gli incubi del protagonista irrompono spaventosi nei miei pensieri. Sono atterrita, il cuore va a mille. Quello è uno dei miei libri preferiti e l’ho riletto più volte, non ho dubbi su chi mi stia chiamando da quelle pagine.

– Danny, sei tu?

– Certo, Ludovica, toglimi di qui, ti prego.

– Che cosa dici? Perché mai?

– Ti prego, tirami fuori di qui. Ogni volta che qualcuno legge il romanzo, rivivo l’incubo… e succede tutti i giorni, anche più volte al giorno, non puoi neppure immaginare  quanta paura ho sempre. Mi piacerebbe che nessuno lo leggesse più, così la mia vita sarebbe finalmente serena.

La vocina si spezza e Danny scoppia a piangere. A quel punto comincio a frugare nel libro, non pensavo fosse tanto profondo, immergo il braccio fino al gomito. Tocco l’albergo, gli alberi del parco, la siepe del labirinto, mi capita tra le mani anche la macchina per scrivere di quel pazzo di suo padre e il triciclo, ma di Danny neppure l’ombra.

– Sono qui, Ludovica, qualche pagina più avanti. Ti prego insisti.

Tocco qualcosa di morbido e umido: è il visino rigato di lacrime del piccolo…ecco un appiglio, lo afferro e tiro fuori di peso Danny dal libro.

– Scusa se ti ho preso per un orecchio, ma non sono riuscita a fare diversamente.

– Che importa, mi hai salvato! Te ne sarò grata per tutta la vita, non ne potevo più. Gli autori dei libri horror dovrebbero pensare all’angoscia dei loro personaggi. Non è giusto che ci facciano vivere così. Se poi il libro è di successo come il mio, sei rovinato per sempre. Ti assicuro che spesso vorrei morire alla fine del racconto, altro che salvarmi la pelle!

– Danny, “Shinning” è un capolavoro che senza di te non potrà sopravvivere.

– Poco importa – borbotta il  bimbo  mentre si accoccola sul divano sbadigliando.

– Sono stanco di avere paura. Io lì non ci torno. Fammi dormire.

Come non capirlo, povero piccolo! Di horror ce ne sono migliaia di migliaia, forse nessuno si accorgerà di ciò che è successo a “Shinning”. Mi accoccolo sul divano accanto a Danny, mentre lo sciame di bolle continua a volteggiare nello spazio.

Getto un’occhiata nella bolla di Pietro, lui non mi vede neppure preso com’è a giocare con la play station spaparanzato sul letto, fumando un gran “cannone”.

– Signorina, signorina, ho notato che con Danny è stata molto gentile e comprensiva. Le andrebbe di fare qualcosa anche per me?

– Scusi, ma lei chi è?

– Mi troverà sull’ultimo ripiano dell’ultimo scaffale, sono nell’ultimo libro. Grazie, cara, saprò come ringraziarla.

Ringraziare, ringraziare… che cavolo, io voglio solo dormire. Mi alzo comunque e raggiungo l’ultimo ripiano dell’ultimo scaffale e afferro l’ultimo libro. “I racconti del mistero” di Edgar Allan Poe. Lo sfoglio, anche se qualche idea su chi chiede aiuto già ce l’ho.

– Mi tolga di qui, per cortesia, sono ne “I delitti della Rue Morgue”, la prego, la prego, prima che qualcun altro decida di leggere questo racconto.

– Ma lei è Camille, la figlia di madame Espanaye?

Incalzo per avere la conferma.

– Sì, cara ragazza, per fortuna se ne intende di racconti polizieschi. Io, come Danny, non voglio più rivivere la mia storia. Le assicuro che essere uccisa e cacciata su per il camino di casa da un mostruoso orango è un’esperienza orribile. Non riesco a rilassarmi neppure quando mi trovo sul ripiano più alto della libreria. Ormai sono secoli che non dormo per l’angoscia. Mi tiri fuori di qui. Mi cerchi nelle prime pagine del racconto, altrimenti si ritroverebbe a recuperare il mio cadavere incastrato nel camino. Non sarebbe una bella esperienza neppure per lei. -Povera Camille! Voglio salvare anche lei e affondo le mani nel libro. Questa volta sono fortunata e la ragazza mi capita subito tra le dita. La sollevo con delicatezza e la adagio sul divano accanto a Danny che ormai dorme sereno.

– In un’ora ho danneggiato irrimediabilmente due capolavori. Lei sa che anche i racconti di Poe non saranno più la stessa cosa senza il suo cadavere incastrato nel camino?

Camille già sonnecchia e biascica qualcosa:

– Ha ragione, ma quel libro ha più di un secolo, non se ne accorgerà nessuno…

Che cavolo! Sballa nella tua bolla, diceva il cartello. Un vero sballo rovinare due dei libri che adoro e dormire su una poltrona. Spero che a Pietro vada meglio. Adocchio la sua bolla: il mio amico gioca imperterrito con la play. Per lui sì che è tutto uno sballo, gli basta divertirsi con quella.

Domani mollo tutto e tutti e me ne torno a casa. Qui metto a rischio l’intera letteratura mondiale, con i miei salvataggi compassionevoli

– Lu-do-vi-ca, Lu-do-vi-ca!

E no, ora basta! Non voglio ascoltare, copro le orecchie con il palmo delle mani. Ma questa volta a scandire il mio nome è un coro di voci: impossibile ignorarlo. Mi avvicino, senza entusiasmo agli scaffali. Un libro comincia a oscillare su una mensola senza che io lo tocchi. Intravedo appena il titolo: “Salviamo il mondo” e intuisco che è un libro di fantascienza. Si muove dondolando ritmicamente, avanza deciso facendosi spazio tra gli altri volumi. Sempre più concitate, le voci dall’interno farneticano che io dovrò salvare il mondo… Vorrei tanto rispondere che oggi sono la meno indicata  a salvare qualsiasi cosaespaventata mi allontano dallo scaffale.                                                                                                                         

Con quello che alle mie orecchie pare uno schianto, il libro cade a terra, già aperto. Questa volta non devo frugare tra le pagine: dal fondo del libro emergono tre uomini con lo scafandro blu. Si avvicinano a me con atteggiamento pacifico e sorriso benevolo, non parlano, ma mi suggeriscono con il pensiero: “Tocca a te salvare il mondo”.

Mi sento mancare… Appena mi riprendo, sfuggo alle cure dei miti uomini blu e  mi tuffo a capofitto fuori.  Mentre la bolla prosegue la sua danza insieme alle altre, io precipito in caduta libera. Comincio a urlare a dimenarmi quasi potessi frenare la velocità della discesa.

Mi sveglio fradicia di sudore nel mio letto. Con me c’è mio marito che mi ripete rassicurante:

– Ludovica è solo un sogno, svegliati!

Io realizzo che quel tuffo nella nostra adolescenza non è poi stato così male. Mi stringo a lui, al caldo sotto il piumone.

– In che strano sogno ci siamo cacciati stanotte, Pietro!

E comincio a raccontare…

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