La lettera

Il giorno in cui arrivò la prima lettera la portinaia mi corse incontro e me la porse sperando di scorgere sul mio volto chissà quale emozione. Presi l’ascensore e mi rinchiusi nel mio appartamento. Rigirai la lettera: l’indirizzo era scritto a mano, con una calligrafia d’altri tempi, ormai fuori moda. Fui colto da uno strano timore e decisi di leggerla più tardi. Alla fine presi il tagliacarte e quando l’infilai nella busta sentii una forte fitta al cuore, come se qualcosa me l’avesse trapassato, tanto che dovetti sedermi sulla poltrona.  Rinunciai ad aprirla.

Non pensai più alla lettera fino a quando, poche settimane dopo, ne ricevetti un’altra, identica. Cercai di aprirla ma mi ferii un dito con il tagliacarte. Uscì parecchio sangue, troppo per una ferita così lieve. E così non aprii nemmeno la seconda lettera.

Continuarono ad arrivare altre lettere, tutte uguali. La portinaia cominciava a fantasticare su queste missive, evidentemente voleva che io la mettessi al corrente di qualche relazione sentimentale e ci teneva a consegnarmele personalmente.

Nel giro di poche settimane ne avevo ricevute ventotto, le avevo accatastate sulla scrivania senza avere il coraggio di aprirle. Ogni volta che provavo a farlo mi succedeva qualche cosa di strano e di poco piacevole. 

La cosa che mi preoccupava di più è che avevo sempre più paura di aprirle, era come se una forza mi impedisse di farlo, come se una mano rallentasse i miei movimenti rendendomi maldestro e finendo poi per farmi del male, come il giorno che per prenderne una scivolai sul pavimento lussandomi una spalla.

Ero sempre stato un tipo di poche parole, ma gentile ed educato. Salutavo le persone, mi interessavo a loro. Ora invece, da quando erano arrivate le misteriose lettere, evitavo tutti, salutavo a testa bassa, non volevo incrociare i loro sguardi.

Cominciai a pensare che quelle missive contenessero una maledizione e alla quarantesima un odore nauseabondo si diffuse per la casa. 

Pensai di sotterrarle, ma dove? Nel giardinetto fuori dalla guardiola della portineria? A che ora? C’era sempre qualcuno in giro, anche di notte. 

Le lettere erano ormai più di cento, avrei avuto bisogno di una vanga per scavare: come giustificavo la cosa di fronte ai curiosi? Se le avessero trovate e lette potevano risalire a me. E dentro cosa c’era scritto? Cose compromettenti? No, non potevo correre il rischio.

Lo sguardo delle persone mi inquietava sempre di più; cercavo di stare in ufficio fino a tardi e uscivo per ultimo in modo da non incontrare nessuno.

Un giorno scoprii la mia segretaria con in mano una lettera simile a quelle che ricevevo. Come mi vide la mise subito in borsetta. Io persi la testa. Lo ammetto, sono stato vigliacco, non ho avuto il coraggio di affrontarla chiedendole spiegazioni. Feci una cosa abominevole: la feci licenziare accusandola di incapacità. Avevo ancora una buona reputazione e i miei capi si fidavano di me. Ma ahimè non ancora per molto.

Stavo perdendo la lucidità e la serenità. Pensai anche di cambiare casa, ma non volevo che le lettere non recapitate finissero nelle mani di chissà chi. In me c’era il desiderio di leggerle e prima o poi l’avrei fatto, ma ora dovevo solo riuscire a non farmi del male. 

Quando ricevetti la millesima lettera mi venne un’idea geniale: le avrei messe nella valigia più grande che possedevo e, di notte, da un ponte, le avrei buttate nel fiume. L’acqua cancella l’inchiostro e macera la carta. Era quello il posto sicuro.

Misi a punto il mio piano, ma un’ondata di maltempo come non se ne erano mai viste in passato colpì la città e costrinse gli abitanti a stare chiusi in casa. Una volta passato il pericolo, quando finalmente avrei potuto uscire, una febbre improvvisa mi costrinse a letto per parecchi giorni senza poter vedere nessuno.

Durante i giorni di malattia si era andato insinuando in me, in maniera sempre più insistente, la convinzione che l’autrice delle missive fosse la portinaia. Non sopportavo più quel suo sguardo indagatore, quella gentilezza falsa, mirata solo a cercare di carpirmi qualche segreto. Perché voleva introdursi nella mia vita? La dovevo eliminare e aspettai che bussasse alla mia porta. Comparve davanti all’uscio con l’ennesima lettera in mano, con il secchio e lo spazzolone per pulire il pianerottolo. La feci entrare e lessi sul suo viso lo stupore e la meraviglia. Per la prima volta metteva piede in casa mia. 

Mi comportai da vero attore: la invitai a sedersi e a bere un caffè.

 “No, no, non può rifiutare, la prego, mi faccia compagnia”. Si dovette sentire come una benefattrice e sul suo volto si leggeva l’orgoglio della conquista; quella di essere riuscita finalmente a entrare nella mia casa e conoscere la mia vita misteriosa,

Misi tanto sonnifero nel suo caffè e quando si alzò traballante per continuare i suoi lavori di 

pulizia l’accompagnai sul pianerottolo e le diedi un forte spintone. Cadde giù senza nemmeno un urlo, insieme al secchio e allo spazzolone. Il palazzo d’epoca aveva le scale che formavano un’elica per cui ruzzolò per qualche piano. La poveretta era anche di costituzione rotondetta, piuttosto piccola di statura, per cui ci mise un po’ prima di fermarsi. Rientrai subito in casa e aspettai che qualcuno scoprisse l’incidente.

 La polizia venne a interrogare anche me: voleva entrare nella stanza dove tenevo tutte le lettere, ormai non si contavano più e occupavano quasi tutto il locale; dissi che era un piccolo ripostiglio e che avevo perso le chiavi. Mi credettero, d’altronde non avevano motivo di dubitare di me.

Come per incanto le lettere smisero di arrivare. Mi sentivo soddisfatto, cominciavo a riacquistare un po’ di tranquillità e a uscire in mezzo alla gente. 

Che illusione! Ancora una ne ricevetti, identica alle altre, ma rossa. Mi assalì di nuovo la paura, ricominciai ad avere incubi e visioni notturne. Quando l’aprii, le mie mani si macchiarono di sangue, le lavai, le medicai, ma il sangue continuava ad uscire: ero tutto macchiato di rosso dalla testa ai piedi.

Chiamai un medico che mi spedì diritto all’ospedale.

Deliravo e sentivo presenze misteriose, vedevo l’ombra della portinaia con il secchio e lo spazzolone. Mi imbottirono di medicinali e dormii per tre giorni.

Quando mi ripresi implorai che andassero a casa mia e mi portassero tutte le lettere, forse lì avrei e avrebbero trovato la spiegazione del mio delirio: mi sentivo pronto a confessare il mio delitto.

“Non abbiamo trovato nessuna lettera, mi dissero, solo bollettini di pagamento. La portinaia a cui ci siamo rivolti ha detto che lei riceveva pochissime lettere”.

Fu come se mi avessero buttato addosso un secchio d’acqua gelata, persi il controllo e cercai di scappare. Mi misero la camicia di forza e mi trasferirono in un altro reparto.

Non so da quanto tempo mi trovo qui, da solo con i miei fantasmi. Ogni tanto viene a trovarmi una donna rotonda, bassa di statura. Le chiedo se c’è posta per me e lei scuote la testa.

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