Bangadlesh

Sono nato nel 1999 a Dacca in Bangladesh. A scuola ho imparato l’inglese.

Nel mio paese ci sono 160 milioni di abitanti in un territorio di 147 mila kmq. (quasi 1.100 abitanti * kmq.) Come ci muoviamo, ci calpestiamo. Nel 1947 la nostra terra venne divisa tra due etnie religiose, indiani induisti a occidente e mussulmani a oriente. In mezzo il fiume. Fu l’inizio di un enorme esodo. Milioni di indù migrarono a ovest e milioni di mussulmani andarono a est. Si innescò una emergenza abitativa e sociale che generò guerre intestine infinite. Provocarono la fuga di dieci milioni di indiani e massacri di milioni di vittime.

 Il Bangladesh raggiunse la sua indipendenza nel 1971 con problemi immani che ancora oggi non sono risolti.

Cosa ci faccio io in un paese dove piove da giugno a ottobre con inondazioni disastrose, zone paludose lungo le coste, foreste con animali feroci tra cui la tigre del Bengala. La popolazione ha un tasso di analfabetismo del 50%, la povertà è dilagante, la sicurezza inesistente.
Un giorno mio padre mi ha preso da parte:
“In questo posto si sta sempre peggio, devi andartene. Io e tua madre siamo troppo vecchi per viaggiare, ma tu sei ancora giovane, ecco tutti i soldi che posso darti.”
Mia madre mi ha abbracciato e con le lacrime agli occhi mi ha detto:
“Ti avremo sempre nel cuore.”
Così sono partito, in aereo.
Dacca – Ankara, in Turchia.
Fine dei soldi, inizio delle difficoltà. Faccio lavori di facchinaggio in aeroporto, come posso, quando capita. Finalmente, un giorno, un passeggero mi promette tanti soldi, devo solo seguirlo.
Mi trovo così, senza quasi accorgermene, arruolato nel PKK. Mesi di addestramento militare, molta fatica, molta paura, ma almeno mangio tutti i giorni.
Una mattina, inaspettato, abbiamo uno scontro con i militari governativi. Siamo stati traditi! Spari e sangue, uomini cadono intorno a me.
Mi sono finto morto sotto un mucchio di guerriglieri uccisi. È notte, i soldati sono andati via. Il deserto mi sta di fronte. Prendo dai morti tutto quello che posso. Acqua in bottiglie di plastica, scatolette di cibo, denaro. Parto col favore della luna. Il cammino è faticoso con la sabbia che sfugge sotto le scarpe. Devo allontanarmi più che posso, i soldati ritorneranno. Le ore passano, il sole sorge e presto il calore diventa infernale, bevo continuamente, non ho più forze. Finalmente una pista ben visibile sulla sabbia. Forse incontrerò qualcuno. Avanzo senza più energia. Il sole mi è ormai insopportabile. Mi fermo, getto un ultimo sguardo all’orizzonte. Nulla, sabbia, solo sabbia.
È la fine. Cado e mi abbandono. Vedo come in un sogno le immagini di un paese che ho sperato di raggiungere, l’Italia, Roma, Venezia, un paradiso che ormai non vedrò più. Apro gli occhi, sono sul dorso di un cammello. Mi hanno trovato dei beduini che ancora oggi attraversano il deserto. Sono trafficanti d’armi. Non so perché mi hanno salvato. Ho perso il conto di quanto tempo sono stato con loro. Nei pressi di Istanbul mi hanno scaricato. Solo e senza soldi raggiungo il porto. Mangio i pochi datteri che mi ritrovo nella borsa. Non so come potrò cavarmela. Non conosco la lingua araba, non so comunicare.
Mi viene un’idea. Prendo un grosso cartone, trovo un mozzicone di matita e scrivo “I speak English – I’m louking for a job”. Cammino lungo le panchine per tutta la giornata. Finalmente un uomo mi avvicina. Con un inglese stentato mi dice che mi può dare lavoro. Non qui, ma in Libia.
E come ci arrivo?
Nessun problema, ci pensa lui.
Ed eccomi in Libia. Finalmente il mio sogno si fa speranza. Il mio datore di lavoro dice cosa dovrò fare per lui: lo scafista.
“Se sarai bravo e riporterai la barca, ti darò tanti soldi”.
Dopo pochi giorni sono a bordo di uno di quei gommoni pieni di disperati che anelano di arrivare in una terra di accoglienza. Tengo il timone del fuoribordo solo per poche miglia quando si avvicina una nave destinata al salvataggio di gente in mare. Mi butto in acqua assieme a tanti. Ci soccorrono. Eccomi confuso con gli altri, finalmente al sicuro su una nave che mi sbarca a Vibo Valentia, in Calabria.
Al controllo dei documenti parlo in Inglese. Mi dicono subito di stare a disposizione. Mangio e bevo a sazietà. La gente è euforica. Siamo salvi. È la fine di un incubo. Molti hanno su per giù la mia età. Qualcuno parla il bengali. Le autorità portuali mi mettono a capo di un gruppo. Questi non vedono l’ora di capire qualche cosa. Chiedono a me. Un mattino, all’alba, il mio gruppo sale su un pulmino carico di sacchi di vestiario, coperte, materassi, vettovaglie. Attraversiamo tutta l’Italia in autostrada fino a Piacenza. I miei occhi si riempiono di panorami meravigliosi, sempre nuovi.
Ci fanno scendere a Monte Santo. Poche case immerse in un verde smeraldo. I quaranta residenti del posto ci guardano con sospetto, molti con rabbia. Turbiamo la loro atmosfera ovattata di tranquillità, portiamo lo scompiglio con la nostra presenza di persone venute da lontano e con la pretesa di vivere una vita migliore. È un’invasione che non vogliono, che non capiscono. Sono anziani e vorrebbero continuare la loro esistenza senza imprevisti. Ma forse non sanno che noi ci sentiamo in paradiso, che lasciamo alle spalle le nostre sofferenze, le nostre angosce, che siamo pronti a cominciare una nuova vita con loro, che siamo loro grati se ci regalano un sorriso. Ho amato l’Italia fin da quando l’ho scoperta sui libri di scuola. Ho affrontato sofferenze e pericoli pur di raggiungerla. Oggi sono appagato e pronto a dare il mio contributo con buona volontà, nella speranza di non deludere e di non essere a mia volta deluso.

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