Beth Alpha e le altre

Un colpo di piccone ben assestato ha dato di ritorno un suono strano, sordo, diverso dagli altri. L’operaio che, nel 1928, stava scavando una canalizzazione per costruire un impianto di irrigazione non sapeva ancora di aver deturpato il mosaico pavimentale di una sinagoga del VI secolo d.C.

Questo dettaglio è ciò che ci raccontò il membro del kibbutz Heftziba, che, oltre a produrre verdure di ogni tipo (molto apprezzati i suoi cetrioli), gestisce il sito archeologico di Beth Alpha. Ci venne incontro alla guida del suo trattore e con un gran sorriso mi porse la mano, grande quanto un badile. Poi, senza nemmeno smontare, ci invitò a visitare il kibbutz, ma soprattutto quel sito archeologico che conoscevamo giusto per averne letto su una guida turistica.

Beth alpha – Il “sacrificio” di Isacco

Il nome della sinagoga, di cui è stato ritrovato, quasi intatto, il pavimento a mosaico, è ripreso da quello del villaggio arabo che si trovava lì, Bait Ilfa. A sua volta quel villaggio venne edificato sulle rovine di un preesistente insediamento ebraico, andato distrutto da un vasto terremoto e per questa ragione abbandonato, fino a che gli arabi, nel corso delle loro campagne di conquista, vi giunsero a loro volta e lo riedificarono. La sinagoga doveva essere stata a due piani. Le iscrizioni, ancora chiaramente visibili, sono in ebraico e in greco. Il pavimento è totalmente coperto di decorazioni mosaicate, tra cui spiccano uno zodiaco, le scene rappresentative del “sacrificio” di Isacco e due grandi candelabri a sette bracci. Due aspetti sorprendono il visitatore. Il primo è di carattere storico; è un’osservazione spesso spontanea e riguarda la presenza ebraica nella Palestina del periodo bizantino. A dispetto del luogo comune secondo cui gli antichi romani deportarono tutti gli ebrei dalla loro Terra (la Grande Diaspora), svuotandola della loro presenza, balza all’occhio come tale credenza non corrisponda alla verità storica. Vero è che i Romani trasferirono forzatamente un gran numero di ebrei, ma quell’operazione non riguardò che le élite politiche, economiche e religiose, nonché le persone in grado di essere utilizzate, o vendute, come schiavi. La maggioranza della popolazione, invece, fu lasciata dov’era. A testimoniarlo sono i resti dei diversi insediamenti ebraici sparsi in tutta la Galilea, ma anche attorno a Gerusalemme in ogni direzione. Il secondo aspetto è invece di carattere religioso-teologico. Quei mosaici, come altri rinvenuti nei vari insediamenti ebraici del periodo bizantino, raffigurano esseri umani. Oggi sappiamo che la religione ebraica, come del resto quella islamica, proibisce la raffigurazione di persone, in quanto intese come immagine del Dio unico, invisibile e inconoscibile. La loro rappresentazione nelle sinagoghe, ma anche nelle abitazioni dei centri abitati di quel periodo, porta a ritenere, vuoi forse in ragione dell’influenza della nuova religione cristiana, che quel divieto non è sempre stato in vigore, o comunque non è sempre stato rispettato. 

Ci troviamo ai piedi del Monte Gilboa, scenario di vicende bibliche, nella parte meridionale della valle di Jezreel, in Bassa Galilea. In primavera quella piccola catena montuosa si ricopre di colori grazie ad un’inconsueta e intensa fioritura che la rende meta di famiglie desiderose di pic nic immersi in quella natura tanto rara da quelle parti, quanto gradevole. Pochi chilometri più a nord si vede l’altura, sormontata da quella che, da più vicino, si capisce essere una chiesa. Si tratta di Har Tavòr, il monte Tabor, anch’esso citato sia nell’Antico come nel Nuovo Testamento. Il territorio è pianeggiante, salvo quasi precipitare a est, con l’avvicinarsi alla depressione della valle del Giordano.

Beth She’an

Nella valle di Jezreel si trovano numerosi altri siti archeologici, tra i quali Beit She’an. Megiddo e Zippori, con il loro carico di storie, miti e leggende. La valle fu anche teatro di numerose battaglie avvenute in diverse epoche e tra diversi eserciti fino al secolo scorso. La Bibbia riporta di una vittoria degli Israeliti, guidati dal giudice Gedeone, contro i Madianiti e gli Amaleciti. Fu nei pressi del monte Gilboa che l’esercito israelita di Saul fu sconfitto dai Filistei. Il re fu decapitato e la sua testa venne issata sulla porta della vicina Beth She’an, insieme a quelle dei suoi figli. Megiddo fu abitata dal 7000 al 500 a.C. e le sue genti videro diverse battaglie, di alcune delle quali furono dirette protagoniste. L’ultima, quando ormai quella antica città-Stato era soltanto un sito archeologico, fu combattuta nel 1918, durante la Prima guerra mondiale tra le forze britanniche e quelle dell’Impero ottomano. Di quell’antica città rimangono ora le rovine protette dall’Unesco.

Zippori (Sefforis) Pavimento a mosaico (particolare)

Non ero molto convinto di andare a visitarla. Era, credo, il 1999 e fu un amico di vecchia data ad avermi chiesto di fare tappa presso quel sito. Mi informai e scoprii che si trattava di un luogo di grande rilevanza sia storica che religiosa. Si trova in posizione strategica all’ingresso del passo attraverso la catena del Monte Carmelo, che sovrasta da ovest la valle di Jezreel. Inoltre, la sua posizione è alla biforcazione tra la “via Maris”, che corre parallelamente al mar Mediterraneo e collega l’Egitto con i territori degli attuali Israele e Libano; e la “via di Damasco”, una deviazione a nord est, che si diparte proprio all’altezza di Megiddo, in direzione di quell’importante città. È forse superfluo ricordare che fu sulla via di Damasco che un certo Shaul di Tarso, meglio noto con il suo nome romano di Paolo, ebbe quella sua esperienza mistica. Oggi quelle sono strade asfaltate, di lunga percorrenza, affollate di auto e autocarri, ma non si può non pensare che esistessero già migliaia di anni fa, molto più antiche delle strade consolari romane. Percorse da carovane di commercianti e da clan nomadici, questi dovevano per forza “pagare dazio” agli abitanti di Megiddo, famosi per la loro ferocia e per la potenza della loro cavalleria, per poter proseguire nei loro viaggi. Gli eserciti attraversavano quelle vie e in più di un’occasione proprio alla biforcazione di Megiddo si scontravano. Oggi è un “tel”, cioè un colle artificiale, frutto della stratificazione di venti diversi insediamenti umani. Qui sta il fascino della visita a quel sito. Si possono vedere, talvolta solo intuire, come vivevano i Cananei con i loro riti e i loro sacrifici umani, gli israeliti con il “palazzo” attribuito a Salomone, le scuderie dove potevano alloggiare i numerosi cavalli, gli Assiri che l’hanno occupata, le fortificazioni, i portali, i silos dove conservare i cereali e, soprattutto, la fonte sotterranea, raggiungibile percorrendo una lunga galleria, grazie alla quale poter resistere anche a lunghi assedi. A Megiddo nasce il mito dell’Armageddon…

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