Il cervello che ricorda: neuroscienze e vita quotidiana
Come nasce la memoria? Un viaggio tra neuroscienze, emozioni, sonno e vita quotidiana per capire perché ricordare significa essere se stessi.
Siamo ciò che ricordiamo e ciò che scegliamo di dimenticare.
Questa citazione apre uno sguardo affascinante su un tema che riguarda tutti: la memoria. Oggi, più che mai, parlare di memoria significa affrontare una sfida culturale oltre che scientifica. Viviamo infatti in una società della distrazione, costantemente sollecitata da notifiche, smartphone, multitasking e flussi infiniti di informazioni. In questo contesto, ricordare non è solo una funzione biologica del cervello ma un vero e proprio atto di resistenza, una scelta consapevole per dare forma alla nostra identità.
Il cervello, pur pesando appena 1,4 kg, è un organo straordinario: consuma circa il 20% dell’energia corporea ed è il motore delle nostre esperienze. Ogni ricordo che ci accompagna è il risultato di una rete infinita di connessioni sinaptiche: si stima che nel cervello umano vi siano 86 miliardi di neuroni, ciascuno capace di creare migliaia di collegamenti. Un intreccio che dà vita a ciò che siamo e che rende unica la nostra storia personale.
Come funziona il cervello che ricorda
Capire come si formano i ricordi significa addentrarsi in un viaggio tra le aree cerebrali. L’ippocampo, ad esempio, agisce come un vero e proprio registratore: è il custode dei ricordi episodici, quelli legati a momenti precisi della nostra vita, dal “chi” al “quando” e “dove”. La corteccia prefrontale, invece, governa la memoria di lavoro e ci permette di pianificare, prendere decisioni o fare un calcolo mentale al volo. L’amigdala entra in scena quando le emozioni diventano protagoniste: amplifica e rende più duraturi i ricordi emotivi, come la nascita di un figlio o un incidente. Infine, il cervelletto custodisce la memoria procedurale, quella che ci permette di andare in bicicletta senza doverci pensare.
Il caso clinico di Henry Molaison
Henry Molaison
Un caso clinico emblematico è quello di Henry Molaison, noto come H.M.. Nel 1953 subì un intervento per curare l’epilessia, durante il quale gli venne rimosso l’ippocampo. Da quel momento non riuscì più a formare nuovi ricordi coscienti, pur mantenendo intatte le abilità procedurali. Questo episodio rivoluzionò le neuroscienze, dimostrando che la memoria non è un unico contenitore, ma un insieme di sistemi differenti.
Curiosità: il termine “ippocampo” deriva dal greco hippos (cavallo) e kampos (mostro marino), perché la sua forma ricorda un cavalluccio marino.
La plasticità del cervello e la memoria a lungo termine
Uno degli aspetti più sorprendenti del cervello è la sua plasticità. Lungi dall’essere un organo rigido e immutabile, cambia continuamente in base alle esperienze. Ogni volta che impariamo qualcosa, nascono nuove connessioni o si rafforzano quelle esistenti. Come spiegava lo psicologo Donald Hebb già nel 1949:
I neuroni che si attivano insieme, si connettono insieme.
Negli anni ’70 gli scienziati hanno scoperto il fenomeno della Long-Term Potentiation (LTP). Stimolando ripetutamente due neuroni, il collegamento tra loro diventa più forte, come se si consolidasse un sentiero battuto. È questo il meccanismo alla base della memoria a lungo termine.
Per rendere l’idea della potenza del nostro cervello, basti pensare che un singolo neurone può avere fino a 10.000 connessioni sinaptiche. Secondo alcune stime, la capacità teorica del cervello umano equivale a circa 2,5 petabyte, ovvero l’equivalente di 3 milioni di ore di video. In altre parole, imparare significa letteralmente cambiare la materia del nostro cervello, come accade quando ci esercitiamo con una nuova melodia o iniziamo a studiare una lingua straniera.
Emozioni, sonno e ricordi
I nostri ricordi non sono tutti uguali: quelli più ricchi di emozioni tendono a restare impressi più a lungo. L’amigdala, il centro emotivo del cervello, agisce come un marcatore che rende i ricordi più resistenti. È il motivo per cui momenti intensi – un amore, una perdita, un evento collettivo – rimangono vividi anche dopo decenni. In psicologia si parla di flashbulb memories, ovvero ricordi lampo, nitidi come una fotografia, che spesso si legano a eventi traumatici o storici.
La memoria non dipende solo dalle emozioni: anche il sonno gioca un ruolo cruciale. Durante il sonno profondo, l’ippocampo rielabora le esperienze della giornata e le “riproduce” come fosse un archivista al lavoro. Nella fase REM, invece, queste informazioni vengono consolidate nella corteccia cerebrale. Un esperimento dell’Università di Lübeck ha dimostrato che chi studia e poi dorme riesce a ricordare fino al 20% in più rispetto a chi resta sveglio. Alcuni studi suggeriscono addirittura che i sogni stessi contribuiscano alla riorganizzazione delle esperienze emotive, rendendo la memoria più stabile.
Fattori quotidiani che influenzano la memoria
La salute della memoria non dipende solo da genetica e biologia ma anche dalle nostre abitudini. L’alimentazione, per esempio, gioca un ruolo fondamentale: gli omega-3 presenti nel pesce azzurro e nella frutta secca favoriscono la plasticità sinaptica, mentre gli antiossidanti contenuti nei frutti di bosco e nelle verdure proteggono i neuroni dall’invecchiamento. Al contrario, un eccesso di zuccheri e grassi saturi può compromettere le funzioni cognitive.
Anche l’attività fisica si rivela un alleato prezioso. Una semplice camminata di mezz’ora al giorno stimola la neurogenesi nell’ippocampo e migliora concentrazione e attenzione.
Lo stress, invece, è un nemico insidioso. Se in forma acuta può addirittura aumentare la concentrazione, lo stress cronico diventa tossico: il cortisolo in eccesso danneggia le cellule nervose e riduce le capacità mnemoniche.
Infine, non si può ignorare l’impatto della tecnologia. L’uso costante di smartphone e il multitasking riducono la nostra capacità di attenzione. Secondo una ricerca Microsoft, la soglia media di attenzione è scesa a soli 8 secondi, meno di quella di un pesce rosso. Una provocazione, certo, ma utile a farci riflettere sul prezzo della costante connessione digitale.
Conclusioni: custodire la memoria, custodire noi stessi
Parlare di memoria significa parlare della nostra identità. Se Dürer esplorava la natura con minuzia e meraviglia, oggi noi esploriamo il cervello con la stessa curiosità, scoprendo che la memoria nasce dall’incontro tra biologia e esperienza. Sinapsi, ippocampo e plasticità neuronale da un lato; emozioni, sonno e stile di vita dall’altro.
Prenderci cura della memoria non vuol dire soltanto ricordare di più ma vivere meglio, costruendo relazioni, imparando continuamente e difendendo i nostri spazi di concentrazione. In fondo, come ricordava lo scienziato Eric Kandel, premio Nobel nel 2000:
La memoria non è solo ricordare: è ciò che ci permette di essere noi stessi.
Io, Davide. Credo fermamente nell'essere chi si vuole veramente essere, facendo qualsiasi cosa tranne il niente. In ogni modo... sono io che decido.
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Me, Davide. I do believe in being whoever you want to be, doing anything but nothing. By the way... I'm the ruler.
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