Le città invisibili

“Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli e ogni cosa ne nasconde un’altra”.

Le città invisibili è un’opera onirica, spiazzante: 55 sono le città invisibili costruite da Calvino con la leggerezza di un architetto fantastico. Il libro scritto ad intervalli di tempo anche molto lunghi, tra il 1964 e il 1970, durante il suo soggiorno a Parigi, viene pubblicato nel 1972.

“Un libro fatto a poliedro, e di conclusioni ne ha un po’ dappertutto, scritte lungo tutti suoi spigoli.” – Pier Paolo Pasolini

Ricardo Bonacho – Despina

Città immaginarie, “città mentali” con nomi di donna in un dialogo immaginario tra Kublai Khan, imperatore dei Tartari, padrone di un immenso territorio e Marco Polo, grande viaggiatore, padrone della mimica e della parola. Infatti Polo

“con gesti,  salti,  grida di meraviglia e di orrore, o imitando il latrato dello sciacallo e il chiurlio del barbagianni”

oppure con oggetti estratti dalle bisacce e disposti come pezzi di scacchi, crea connessioni tra un elemento, comprensibili all’imperatore:

“un turcasso pieno di frecce è l’approssimarsi d’una guerra o abbondanza di cacciaggione […], una clessidra è il tempo che passa o è passato […]”

Tranquillo da Cremona – Marco Polo alla Corte del Gran Khan (1863)

È un gioco “combinatorio”: lo scrittore sceglie di rendere “visibile” ai lettori la struttura della narrazione, formata da brevi testi che si susseguono all’interno di una cornice più ampia. Calvino lascia al lettore la possibilità di scegliere la direzione di lettura, o il susseguirsi di capitoli o la divisione in categorie delle città narrate.

Divertente è scorrere prima i paragrafi con lo stesso titolo, per una lettura tematica, oppure seguire l’ordine consueto, pagina dopo pagina, finendo col perdersi in un variegato labirinto dove temi e  soggetti intricandosi in un fantastico groviglio, si ricombinano tra di loro.

      “Le descrizioni delle città visitate da Marco Polo avevano questa dote: che ci si poteva girare in mezzo con il pensiero, perdercisi, fermare a prendere il fresco, o scappare via di corsa.” – Italo Calvino

Calvino si diverte con i suoi lettori: il gioco “combinatorio” è la fusione tra strutturalismo e  semiotica.

Lo strutturalismo mira a “scomporre” la narrazione in tanti piccoli tasselli da ricollegare fra loro fino ad assumere -e qui l’influenza della semiotica- un senso sia da soli, leggendo un paragrafo senza sentire incompletezza, oppure leggere il testo completo, in un senso di più ampio respiro.

Le città sono invisibili, esistono solo nella mente del viaggiatore, e il lettore rimane sospeso tra l’idea di qualcosa che non c’è e la realtà tangibile che le località trasmettono.

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Chiunque infatti può immedesimarsi nella descrizione offerta da Polo poiché

“le città sono un insieme […] di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; sono luoghi di scambio, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia, ma questi scambi non sono soltanto di merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi.”

La città e gli scambi

Nella città di Eufemia, dalla bella parola,

“i mercanti di sette nazioni convengono ad ogni solstizio ed equinozio, e dove a ogni parola che uno dice […] gli altri raccontano ognuno la sua storia.”

Le città e il desiderio

Anastasia dove

“i desideri si risvegliano tutti insieme e ti circondano. La città ti appare come un tutto in cui nessun desiderio va perduto e di cui tu fai parte, e poiché essa gode tutto quello che tu non godi, a te non resta che abitare questo desiderio ed esserne contento.”

Ricardo Bonacho – Despina

E Despina che si presenta

“differente a chi viene da terra e a chi dal mare. Il cammelliere e il marinaio giungono a Despina con il desiderio di trovare un luogo meraviglioso, diverso dalla realtà da cui provengono”.

Entrambi lo immaginano in maniera diversa come due modi differenti di percepire la realtà, quindi pregnante è l’aspetto di soggettività che ricorre in gran parte del libro: Despina è “confine tra due deserti”, la realtà vista da due punti di vista differenti e opposti che alla fine convergono.

“Io non ho desideri né paure, – dichiarò il Kan, – e i miei sogni sono composti o dalla mente o dal caso”.

Le città e la memoria

Isidora

“è la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c’è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro”.

“I desideri sono già ricordi”.

Zaira è

“la città che non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre […] nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli , svirgole.”

“La città è fatta di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato”.
“Ne resta una di cui non parli mai….Venezia – disse il Kan”
“Ogni volta  – rispose Polo – che descrivo una città dico qualcosa di Venezia. Per distinguere le qualità delle altre, devo partire da una prima città che resta implicita. Per me è Venezia […] le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano, forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse, parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco”.

Le città invisibili assurgono a simbolo della complessità e del disordine della realtà e della possibilità di viverci dentro e scamparne:

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà: se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. – Italo Calvino

Lezione americana no. 5: la molteplicità

Quanno me chiammeno!…Già. Si me chiammano a me…può sta ssicure ch’è nu guaio

Un maledetto imbroglio
Locandina del film

così parla, tra dialetto napoletano e molisano, il commissario Ingravallo, don Ciccio, de Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana di Carlo Emilio Gadda, da questo il film Un maledetto imbroglio magistralmente diretto e interpretato da Pietro Germi.

… la decorosa quiete di un grigio palazzo, er palazzo d’oro, in Via Merulana scossa come se una vampa, calda, vorace, avventatasi fuori dall’inferno l’avesse d’improvviso investita – una vampa di cupidigia e brutale passione.

È il ritratto di una città e di una nazione, siamo nel 1927, degradate, dove si riversa a ondate tumultuose una realtà pertubata e molteplice.

Per il commissario le “inopitate” disgrazie

non sono mai la conseguenza o l’effetto d’un unico motivo […] ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali divergenti, un groviglio, un garbuglio o gnommero, gomitolo.

Il viaggio di Calvino  alla ricerca di esempi di molteplicità parte da Carlo Emilio Gadda,  ingegnere, con la passione per la scrittura: il suo romanzo è la rappresentazione di un mondo inteso come “sistema dei sistemi”, in cui ogni sistema singolo condiziona gli altri e ne è condizionato.

Ogni minimo oggetto è visto come il centro di una rete di relazioni di cui si moltiplicano i dettagli in modo che le descrizioni e divagazioni diventano infinite.

Un esempio nel capitolo 9: il ritrovamento dei gioielli:

relazioni di ogni pietra preziosa con la storia geologica, con la sua composizione chimica, con  i riferimenti storici e con tutte le destinazioni possibili, e con le associazioni di immagini che esse suscitano.

Molto prima di internet, Gadda aveva imparato a guardare al mondo come ad una rete, infinita e incontrollabile, che può arrivare a comprendere tutti gli aspetti della realtà stabilendo tra essi connessioni sottili ma fortissime.

Il più assoluto giallo che sia mai stato scritto, un giallo senza soluzione, un pasticciaccio.

Leonardo Sciascia

Un altro ingegnere Robert Musil, autore de L’uomo senza qualità, esprime la sua tensione tra esattezza matematica e approssimazione degli eventi umani attraverso una scrittura scorrevole, ironica e controllata. “Una matematica delle soluzioni” questo era il sogno di Musil.

La conoscenza per Musil è coscienza dell’inconciliabilità tra due polarità opposte, “esattezza e irrazionalità”, entrambe presenti nel suo romanzo che sembra disfarglisi tra le mani per il continuo cambiamento.

Gadda e Musil, scrittori e ingegneri

61nPvDKSxcLL’uno per cui comprendere era lasciarsi travolgere nella rete delle relazioni, l’altro che dà l’impressione di capire tutto nella molteplicità dei codici e dei livelli senza lasciarsi mai coinvolgere, hanno un dato in comune: l’incapacità a concludere.

Neanche Marcel Proust

riesce a vedere finito il suo romanzo-enciclopedia La recherce, non per mancanza di disegno […] ma perché l’opera va infoltendosi e dilatandosi dal di dentro in forza del suo stesso sistema vitale. […] Il mondo si dilata fino a diventare inafferrabile e per Proust la conoscenza passa attraverso la sofferenza di questa inafferrabilità.

In questo senso la gelosia per Albertine è una tipica esperienza di conoscenza:

[…] E comprendevo l’impossibilità contro la quale urta l’amore […]

e il procedere a tentoni alla ricerca dei punti spazio temporali provoca

la diffidenza, la gelosia, le persecuzioni.

Marcel Proust – La prisonniere

E ancora sul dilagare della modernità: i telefoni, gli aeroplani, la sostituzione delle carrozze con le automobili modificano il rapporto dello spazio con il tempo.

crop2-h-300-w-700-proust_marcel_a-la-recherche-du-temps-perdu_1913_edition-originale_24_52756
L’opera di Proust: “A la recherche du temps perdu”

L’art en est aussi modifié” e così l’avvento della modernità non fa solo parte del “colore del tempo” ma della forma stessa dell’opera, “della sua ansia di dar fondo alla molteplicità dello scrivibile nella brevità della vita che si consuma”.

 La montagna incantata, capolavoro di Thomas Mann, è la summa dei temi che caratterizzeranno la cultura del nostro secolo:

Dal mondo chiuso di un sanatorio si dipartono tutti i fili che saranno svolti dai maitres à penser del secolo.

houseonhill2560x1440wallpaper6643

Aveva consumato, si può dire, la settimana aspettando per sette giorni il ritorno di quella stessa ora, e aspettare significa precorrere, significa considerare il tempo non come dono, ma soltanto come un ostacolo, negarne il valore, annullarlo e scavalcarlo con la mente. Aspettare, si dice, è noioso, anzi propriamente , il contrario in quanto inghiotte periodi di tempo senza che siano vissuti e sfruttati per se stessi.

Thomas Mann – La montagna incantata

Calvino, a conclusione della sua ultima lezione, tira le fila del  suo pensiero, collegando Paul Valery a Jorge Louis Borges l’uno che

d’una letteratura ha fatto proprio il gusto dell’ordine mentale e della esattezza, l’intelligenza della poesia e nello stesso tempo della scienza e della filosofia

l’altro di cui

ogni testo contiene un modello dell’universo o d’un attributo dell’universo: l’infinito, l’innumerabile, il tempo, eterno o compresente o ciclico […]

Il saggio sul tempo El jardìn de los senderos que se bifurcan

si presenta come racconto di spionaggio, che include un racconto logico metafisico, che  include a sua volta la descrizione d’uno sterminato romanzo cinese, il tutto concentrato in una dozzina di pagine.

Calvino Nel castello dei destini incrociati tende a moltiplicare le narrazioni

partendo da elementi figurali dai molti significati possibili come un mazzo di tarocchi

e il risultato è

unire la concentrazione nell’invenzione e nell’espressione con il senso delle potenzialità infinite.

 

Chi siamo noi, chi è ciascuno di noi se non una combinatoria d’esperienze, d’informazioni, di letture, d’immaginazioni?

 

 Ogni vita è un’enceclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Siamo nel nuovo millennio… ardua è la sentenza.

Lezione americana no. 4: la visibilità

V0047947 A cone-shaped mountain rises out of the sea, crowned by a trPoi piovve dentro all’alta fantasia

Dante Alighieri – Purgatorio XVII, 25

Siamo nel girone degli iracondi e Dante sta contemplando delle immagini che si formano direttamente nella sua mente, e che rappresentano esempi classici e biblici di ira punita; Dante capisce che queste immagini piovono dal cielo, cioè è Dio che gliele manda.

La visione di queste immagini è una visione interiore e si impone all’intelletto, e anche il cammino verso il Paradiso diventa, dunque, occasione per ragionare sulla fantasia, quella generata dalle parole e dalle immagini, in un movimento uguale e contrario.

Un “cinema mentale” che non cessa mai di proiettare immagini alla nostra visione interiore.

È significativa l’importanza che l’immaginazione visiva” riveste negli Esercizi spirituali di  Ignacio de Loyola che all’inizio del suo manuale prescrive la “composizione visiva” del luogo in cui contemplare Cristo, un luogo in cui perdersi ma entro una cornice disegnata, ben delimitata, mai mistica.

Visualizzare per giungere alla vicinanza di Dio, come se rivendicasse

per ogni cristiano la grandiosa dote visionaria di Dante e di Michelangelo.

       Dipingere il divino nella mente per raggiungerlo in senso quasi fisico

spiritual-exercises

il primo punto è vedere le persone, ossia vedere Nostra Signora e Giuseppe e l’ancella e il bambino Gesù appena nato, facendo di me stesso un poveretto, un infimo indegno schiavo, guardandoli, contemplandoli e servendoli nelle loro necessità, come mi trovassi lì presente, con tutta la devozione e riverenza possibile; e poi riflettere su me stesso per ricavarne qualche profitto.

Da Esercizi spirituali Ignacio de Loyola

Da questa idea scenografica del rapporto con il divino nasce la grandiosità dell’iconografia della controriforma, ma, dice Calvino

si trattava sempre di partire da un’immagine data, proposta dalla Chiesa stessa, non immaginata dal fedele.

Da dove viene l’immaginazione?”. Nel nuovo millennio ci saranno la “novità, l’originalità, l’invenzione”? Calvino parla e cita argomenti che riguardano le origini dell’immaginazione, come l’inconscio collettivo, concetto filosofico in cui ognuno può accedere a una conoscenza universale a tutta l’umanità, e l’anima del mondo, concetto neoplatonico in cui l’immaginazione viene vista come comunicazione con l’universo stesso.

C’è anche un altro tipo di immaginazione,

un repertorio del potenziale, dell’ipotetico, di ciò che non è né stato né forse sarà ma che avrebbe potuto essere.

Lo spiritus phantasticus di Giordano Bruno  ben definisce l’idea dell’immaginazione: un “mundus quidem et sinus inexplebilis formarum et specierum”, un mondo o un golfo, mai saturabile, di forme e d’immagini.

Quale sarà il futuro dell’immaginazione individuale in quella che si usa chiamare la civiltà dell’immagine? Oggi siamo bombardati da una tale quantità d’immagini da non saper più distinguere l’esperienza diretta da ciò che abbiamo visto per pochi secondi alla televisione.

La memoria è ricoperta da strati di frantumi d’immagini come un deposito di spazzatura, dove è sempre più difficile che una figura tra le tante riesca ad acquistare rilievo.

Il suo è  un messaggio di avvertimento:

il pericolo sta nel perdere il potere di mettere a fuoco visioni ad occhi chiusi, di far scaturire i colori e forme dall’allineamento di caratteri alfabetici neri su una pagina bianca, di pensare per immagini.

E un ricordo dell’infanzia si affaccia alla sua memoria: la lettura del Corriere dei piccoli, in Italia si disegnavano senza senza balloons, sostituiti da due o quattro versi rimati sotto ogni cartoon.

Corrierino-dei-piccoliDa piccolo, non sapendo leggere, gli erano sufficienti le immagini, da grande preferiva fantasticare “dentro le figure e nella loro successione”.

Da questa operazione, di ricavare delle storie dalla successione delle immagini, nasce il Castello dei destini incrociati in cui Calvino, oltre a “giocare” con i tarocchi, “gioca” con i quadri della grande pittura: Carpaccio a San Giorgio degli Schiavoni a Venezia, e

seguendo i cicli di San Giorgio e di San Girolamo come fossero una storia unica, la vita di una sola persona e di identificare la mia vita con quella del Giorgio-Girolamo.

ci invita alla prossima e ultima lezione: La molteplicità.

Vittore-Carpaccio-San-Giorgio-e-il-drago-e-quattro-episodi-della-vita-del-Santo-San-Giorgio-Maggiore-Venezia

Lezione americana no. 3: L’esattezza

Maat
La dea Maat

Maat, la dea della bilancia nell’antico Egitto apre la terza lezione sull’esattezza: Maat è una piuma usata come peso sul piatto della bilancia su cui si pesano le anime.

Da questa immagine scaturisce il discorso di Calvino sull’esattezza; per lui esattezza è:

  • un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
  • l’evocazione d’immagini nitide, incisive, memorabili;
  • un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

L’esattezza è un valore necessario a fronte di un uso sempre più vago, approssimativo del linguaggio e la letteratura è l’unico ambito che può contrastare il livellamento del linguaggio, ovvero l’imbarbarimento dell’uso della parola come una pestilenza.

Per rafforzare la sua teoria sull’esattezza, Calvino prende come esempio Giacomo Leopardi nonostante il poeta ritenga che il linguaggio poetico per essere tale deve essere vago, impreciso:

Le parole lontano, antico sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite…

Le parole notte e notturno “evocano” un’immagine vaga, indistinta, incompleta…

Giacomo Leopardi – Zibaldone

All’uomo, infatti, piace immaginarsi l’ignoto, l’indefinito ma per descriverlo occorre una grandissima precisione, meticolosità e minuziosità nei dettagli e Leopardi è quindi un testimone a favore dell’esattezza:

la ricerca dell’indeterminato diventa l’osservazione del molteplice, del formicolante, del pulviscolare…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi – L’infinito

Dal poeta del “vago” a Robert Musil autore de “L’uomo senza qualità”: Musil sostiene che esattezza e indeterminatezza sono i poli tra cui oscillano le congetture filosofiche e ironiche di Ulrich, protagonista del libro: l’uomo

possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la perfezione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito.

(vol.1, parte II,cap.61)

Ulrich è rassegnato di fronte alle sconfitte ma sostenuto dall’esattezza, Monsieur Teste, altro personaggio creato da Paul Valery è convinto che

lo spirito umano possa realizzarsi nella forma più esatta e rigorosa

e affronta il dolore fisico attraverso un esercizio di astrazione geometrica.

[…] Allora traggo dalla mia memoria una domanda, un problema qualsiasi… e mi concentro. Conto dei granelli di sabbia e finché li vedo… il dolore crescendo esige tutta la mia attenzione: Ci penso!-Attendo…

Calvino si chiede se non sono proprio le cose più precise ed esatte, i numeri, le forme geometriche, a dare la più grande vaghezza, i numeri e le rette sono infinite!

Il gusto della composizione geometrizzante ha sullo sfondo l’opposizione ordine-disordine: nell’universo, simbolo del caos, si possono individuare delle zone d’ordine: la letteratura è una di queste, l’esistente prende forma, si cristallizza.

george-batchvarov-firecrystal-160907Il cristallo, con la sua esatta sfaccettatura è il modello di perfezione, l’immagine di invarianza e regolarità delle strutture che si contrappone alla fiamma, immagine di costanza di una forma globale esteriore, malgrado l’incessante agitazione interna: queste due figure sono categorie per classificare fatti, idee, stili, sentimenti ed entrambe non vanno dimenticate.

Le città invisibili rappresentano il libro-esattezza di Calvino: la città simbolo in cui si concentra la razionalità geometrica e il “groviglio delle esistenze umane”.

Le città invisibili

Calvino, nello scrivere questo libro, si accorge che la ricerca dell’esattezza si biforca in due direzioni: da una parte

la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi dall’altra lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.

Calvino si rende conto che non raggiungerà mai questi obiettivi, per questi motivi da una parte il linguaggio rappresenta già di per sé una specie di filtro, che comunque modifica la realtà dall’altra il linguaggio dirà sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’inesprimibile.

Da queste riflessioni nasce il libro Palomar che riflette sui problemi di conoscenza minimale, per stabilire relazioni con il mondo.

Per la stesura di questo libro si è ispirato alla poesia L’anguilla di Eugenio Montale,

una poesia di una sola lunghissima frase che ha la forma dell’anguilla, segue tutta la vita dell’anguilla e fa dell’anguilla un simbolo morale

e a Le parti pris des choses di Francis Ponge, intenti a ricostruire la fisicità del mondo attraverso le parole, trasformando il semplice linguaggio in “linguaggio delle cose”.

La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.

Un esempio di lotta con la lingua per comunicare al meglio è data da Leonardo da Vinci “omo sanza lettere” come lui stesso si definiva, preferiva trasmettere i suoi pensieri con la pittura ma a volte sentiva il bisogno di scrivere,

di usare la scrittura per indagare il mondo nelle sue manifestazioni multiformi e nei suoi segreti e anche per dare forma alle sue fantasie, alle sue emozioni, ai suoi rancori.

Nel foglio 265 del Codice Atlantico Leonardo comincia ad annotare prove per dimostrare le tesi della crescita della terra, fa esempi di città sepolte, passa ai fossili marini, alle ossa di un dinosauro e lo immagina fluttuare tra le onde, a quel punto lo disegna e cerca le parole per descriverlo.

O quante volte fusti tu veduto in fra le onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento!

Poi cerca di movimentare l’andamento del mostro, introducendo il verbo volteggiare che, però, gli sembra attenui l’impressione di imponenza e di maestà che vuole evocare quindi sceglie il verbo solcare.

L’inseguimento di questa apparizione che si presenta quasi come simbolo della forza solenne della natura ci apre uno spiraglio su come funzionava l’immaginazione di Leonardo.

leonardo-da-vinci-codice-leicester-1v-36r

Lezione americana no. 2: la rapidità

La rapidità: un viaggio nel rapporto tra letteratura e tempo, una ricchezza di cui lo scrittore dispone con agio e distacco e per spiegare la sua idea, Calvino cita una vecchia leggenda che ha come protagonista Carlo Magno.

In questa leggenda

c’è una successione di avvenimenti che si incatenano l’uno all’altro: l’innamoramento d’un vecchio per una giovane, un’ossessione necrofila, una propensione omosessuale e alla fine tutto si placa in una contemplazione melanconica: il vecchio re assorto alla vista del lago.

Le vittime d’amore di Carlo Magno non sono amate in quanto tali bensì in quanto possessori di un anello magico che  pone il legame verbale, parola amore o passione, congiunto al legame narrativo espresso dall’anello magico.

L’anello magico è il vero protagonista della leggenda, sono i suoi spostamenti a determinare le scelte, i movimenti , gli stati d’animo : è l’anello che stabilisce i rapporti tra i personaggi.

Calvino preferisce la versione dello scrittore francese Barbey d’Aurevilly:

Il suo segreto sta nell’economia del racconto: gli avvenimenti, indipendentemente dalla loro durata, diventano puntiformi, collegati da segmenti rettilinei, in un disegno a zig zag che corrisponde a un movimento senza sosta.

Anche nell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto sono gli oggetti, scudi, elmi, spade, cavalli a creare un rapporto tra i personaggi e a renderlo dunque vivo e funzionale alla storia narrata: storia di paladini, armi ed eroi, in fondo schiavi degli oggetti che detengono.

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le cortesie, l’audaci imprese io canto

   …  …   …   …   …

Indosso la corazza, l’elmo in testa,
la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo

Orlando Furioso

La rapidità, per Calvino non va confusa con la velocità:

La rapidità dello stile e del pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura, tutte qualità che si accordano con una scrittura pronta alle divagazioni, a saltare da un argomento ad un altro, a perdere il filo cento volte e ritrovarlo dopo cento giravolte.

Ogni racconto è un’operazione sulla durata nel senso che il tempo narrativo può essere ritardante, ciclico agendo sullo scorrere del tempo, contraendolo o dilatandolo.

Mille e una notte

Prendiamo Le mille e una notte:

l’arte di Sheherazade di salvarsi la vita ogni notte sta nel saper incatenare una storia all’altra e nel sapersi interrompere al momento giusto: due operazioni sulla continuità e discontinuità del tempo.

E il disagio che si prova quando qualcuno pretende di raccontare una barzelletta, sbagliando gli effetti, soprattutto le concatenazioni e i ritmi.

Un esempio si trova in una novella del Decamerone di Boccaccio quando un giovane dell’allegra brigata sfuggita alla peste di Firenze si offre di raccontare una novella:

[…] egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola e tornando ora indietro e talvolta dicendo: “Io non dissi bene” e spesso nei nomi errando…”. Alla fine madonna Oretta, stremata e con un peso al cuore, gli si rivolge dicendo: “Messer, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto, per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè”.

Decamerone, Novella VI,1

Decameron

La novella è un cavallo: un mezzo di trasporto, con una sua andatura, trotto o galoppo, secondo il percorso che deve compiere ma la velocità di cui si parla è una velocità mentale. I difetti del narratore maldestro sono soprattutto offese al ritmo

e all’agilità d’espressione e del pensiero.

Leopardi che condusse una vita sedentaria nello Zibaldone scrive:

La velocità, per esempio, dei cavalli o veduta, o sperimentata (…) è piacevolissima per sé sola, cioè per la vivacità, l’energia, la forza, la vita di tal sensazione. Essa desta realmente una quasi idea dell’infinito, sublima l’anima, la fortifica…

21 ottobre 1821

Cavallo

La metafora del cavallo per la velocità della mente è forse stata usata da Galileo Galilei  che nel Saggiatore disserta sul discorrere, discorso come ragionamento e in particolare deduttivo. Il discorrere per lui è come correre:

la rapidità, l’agilità del ragionamento, l’economia degli argomenti, ma anche la fantasia degli esempi sono qualità del pensar bene.

Il discorrere è come il correre, e non come il portare, ed un caval berbero solo correrà più che cento frisoni.

Galileo, 45

Nel Dialogo dei massimi sistemi sono contrapposti Sagredo e Salviati, l’uno velocissimo nel discorso, portato verso l’immaginazione verso “voli pindarici”, l’altro ragionatore metodologicamente rigoroso, prudente e cauto.

Sarà Salviati a definire la scala di valori in cui Galileo situa la velocità mentale,

il ragionamento istantaneo, senza passaggi, è quello della mente di Dio…

ma l’intervento di Sagredo sull’invenzione dell’alfabeto porterà Galileo a dissertare sulla combinatoria alfabetica che è lo strumento insuperabile della comunicazione.

In epoca recente Jorge Luis Borges, in difficoltà all’età di 40 anni a passare dalla prosa saggistica a quella narrativa, finge che il suo libro sia scritto da un altro e tutti vi credono e in questa “nuova” fase Borges realizza

le sue aperture verso l’infinito senza la minima congestione, nel periodare più cristallino e sobrio e arioso, la cui inventiva si manifesta nella varietà dei ritmi, delle movenze sintattiche, degli aggettivi sempre inaspettati e sorprendenti.

La concisione è un’arte: Borges e Bioy Casares hanno raccolto un’antologia di Racconti brevi e straordinari, composti anche di una sola riga, a parere di Calvino risulta straordinario lo scritto di Augusto Monterosso, guatemalteco:

Cuando despertò, el dinosaurio todavìa estaba allì

(traduzione: Quanto si svegliò, il dinosauro era ancora lì)

Calvino appassionato di mitologia, ci riporta a Mercurio e a Vulcano, l’uno con le ali ai piedi, leggero e aereo, abile e agile, adattabile e disinvolto, l’altro dio che non spazia nei cieli ma vive rintanato nella sua fucina, l’Etna, a fabbricare armi di ogni tipo e contrappone al volo aereo di Mercurio l’andatura claudicante e il battere cadenzato del martello.

Da un testo “Histoire de notre image” di André Virel, Calvino scopre che Mercurio rappresenta la sintonia, cioè la partecipazione al mondo intorno a noi, Vulcano la focalità, cioè la concentrazione costruttiva. Entrambi quindi contribuiscono alla scrittura: il tempo di Mercurio, un messaggio di immediatezza, intuizione istantanea, il tempo di Vulcano, utile perché i sentimenti e i pensieri maturino e si allontanino dall’impazienza e dalla contingenza effimera.

E a conclusione della seconda lezione una storia singolare, cinese, che ha come protagonisti il re e il pittore Chuang-Tzu. Il re commissiona il disegno di un granchio al pittore che chiede tempo di 5 anni, una villa e 12 servitori. Allo scadere dei 5 anni il disegno non era ancora pronto, il pittore chiese altri 5 anni, allo scadere dei 10 anni il pittore

prese il pennello e in un istante, con un solo gesto, disegnò un granchio, il più perfetto granchio che si fosse mai visto.

Granchio Cinese

Lezione americana no. 1: la leggerezza

Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.

unnamed
Foglio autografo con le parole chiave per le lezioni

Alla data della sua morte avvenuta nel 1985, Calvino aveva terminato tutte le lezioni tranne la sesta,  preparate in vista di un ciclo di sei lezioni da tenere all’Università di Harvard, nell’ambito delle prestigiose “Poetry Lectures”: Six memos for the next millennium (ovvero, Lezioni americane) e le parole-chiave ormai passate alla storia: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità e coerenza, quest’ultima non scritta.

Chi è ciascuno di noi se non una combinatoria di esperienze, di informazioni, di letture, di immaginazioni? Ogni vita è un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario di oggetti, un campionario di stili, dove tutto può essere continuamente rimescolato e riordinato in tutti i modi possibili.

Le lezioni americane offrono appunti utili per orientarsi nelle trasformazioni che apparivano davanti ai suoi occhi, ogni lezione prende spunto da un valore della letteratura che Calvino considerava importante e alla base della letteratura del nuovo millennio.

L’ordine delle lezioni non è casuale, segue infatti una gerarchia decrescente; si comincia dalla caratteristica più importante, la leggerezza, e si procede con la trattazione delle meno essenziali.

Calvino, percependo la frequenza con cui ci si interroga sulla sorte del libro e della letteratura nell’era tecnologica, afferma:

La mia fiducia nel futuro della letteratura consiste nel sapere che ci sono cose che solo la letteratura può dare coi suoi mezzi specifici.

La leggerezza è un valore, non un difetto:

Nel momento in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza, penso che dovrei volare come Perseo in un altro spazio. Non sto parlando di fughe nel sogno o nell’irrazionale. Voglio dire devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica.

Elevare l’intelletto verso orizzonti più ampi: l’arte e la scrittura ambiti di astrazione ed è lo stile più dei temi a produrre quelle

invenzioni letterarie memorabili per la suggestione verbale più che per le parole, l’uso di metafore altamente elaborate.

60ddaf183d5272f2092b6280df888d20
René Magritte – La corde sensible (1960)

La leggerezza per me si associa con la precisione  e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caos.

Paul Valery scrive: “Il faut etre léger comme l’oiseau, et non comme la plume.” (traduzione: bisogna essere leggere come un uccello, e non come la piuma)

Perseo, eroe con i sandali alati, per tagliare la testa alla Medusa e non rimaner pietrificato,

si sostiene su ciò che vi è di più leggero, i venti e le nuvole; e spinge  il suo sguardo…, su un’immagine catturata da uno specchio.

Unknown
Benvenuto Cellini – Particolare del Perseo con la testa di Medusa (1545-1554)

Perseo porterà con sé la testa mozzata chiusa in un sacco.

Ovidio nelle Metamorfosi ha dei versi straordinari per spiegare  la leggerezza di Perseo in un gesto di

rinfrescante gentilezza verso quell’essere mostruoso ma anche fragile.

Perché la ruvida sabbia non sciupi la testa anguicrinata, egli rende soffice il terreno con uno strato di foglie, vi stende sopra dei ramoscelli nati sott’acqua e vi depone la testa della Medusa a faccia in giù.

Un miracolo ne segue: i ramoscelli si trasformano in coralli e le ninfe accorrono per adornarsi con ramoscelli e coralli.

Non è una meraviglia questa leggerezza? Non sembra davvero un antidoto alla pietrificazione del mondo e alla sua opacizzazione?

E come non ricordare L’insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera,

amara constatazione dell’ineluttabile pesantezza del vivere, e forse solo la vivacità e la mobilità dell’intelligenza sfuggono a questa condanna.

In una novella di Boccaccio il poeta Guido Cavalcanti attorniato da una fastidiosa brigata si libera di loro scavalcando una balaustra di porfido appoggiandosi su una mano sola “come colui che leggerissimo era”.

In Shakespeare in Romeo e Giulietta quando Mercuzio entra in scena:

Tu sei innamorato: fatti prestare le ali da Cupido e levati più alto di un salto

contraddicendo Romeo che aveva appena detto

Io sprofondo sotto un peso d’amore.

Leopardi, nel suo ininterrotto ragionamento sull’insostenibile peso del vivere, dà alla felicità irraggiungibile immagini di leggerezza

Dolce e chiara è la notte e senza vento,
e questa sovra i tetti e in mezzo agli orti
posa la luna, e di lontan rivela
serena ogni montagna.

La sera del dì di festa

93f8595cb7fa5f28595fdc4da98a891f

La contemplazione del cielo notturno che ispirerà a Leopardi i suoi versi più belli non era solo un motivo lirico; quando parlava della luna Leopardi sapeva esattamente di cosa parlava

a quindici anni aveva scritto una storia dell’astronomia di straordinaria erudizione.

Che fai tu, luna, in ciel? Dimmi, che fai?
silenziosa luna?
Sorgi la sera, e vai,
contemplando i deserti; indi ti posi.

Canto notturno di un pastore errante nell’Asia

Emily Dickinson è un esempio di cui il linguaggio sia alleggerito convogliandolo “su un tessuto verbale come senza peso, fino ad assumere la stessa rarefatta consistenza”:

Un sepalo ed un petalo e una spina
In un comune mattino d’estate,
Un fiasco di rugiada, un’ape o due
Una brezza,
Un frullo in mezzo agli alberi.
Ed io sono una rosa!

La letteratura quindi come funzione esistenziale, la ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere: tutti i campi della conoscenza sono inclusi, dalla mitologia all’antropologia, all’etnologia, alla poesia ,al romanzo e al mondo delle fiabe. Nelle fiabe il volo in un altro mondo è una situazione che si ripete spesso: Propp nella Morfologia della fiaba parla di “trasferimento dell’eroe”:

L’eroe vola attraverso l’aria a dorso di cavallo o d’uccello, su una nave volante, su un tappeto volante, sulle spalle di un gigante…

10b473a2-f0fe-4e22-b094-f17147685f0f
Oskar Herrfurth (1989)

E il barone di Munchausen che narrava di essere sfrecciato a volo d’uccello sul campo di battaglia su una palla di cannone, come da illustrazione di Gustavo Dorè o di aver salvato se stesso e il cavallo dalle sabbie mobili tirandosi su per la coda della parrucca o scende dalla luna tenendosi a una corda più volte tagliata e riannodata durante la discesa?

Lo sciamano per sopperire alla precarietà della vita della tribù rispondeva annullando il peso del suo corpo, lievitando, trasportandosi in altro mondo alla ricerca di forze “per modificare la realtà”: e nei villaggi dove le donne sopportavano il peso delle privazioni “le streghe volavano di notte sui manici di scopa” e queste visioni facevano parte dell’immaginario popolare e anche del vissuto: così si crea un nesso tra “levitazione desiderata e privazione sofferta”.

Ne “Il cavaliere del secchio”, breve racconto di Franz Kafka del 1917 si narra di un cavaliere alla ricerca di carbone per la stufa. All’inizio il secchio fa da cavallo sollevandolo fino ai primi piani, arrivato alla bottega del carbonaio viene cacciato e il secchio è così leggero che vola via con il cavaliere oltre le Montagne di Ghiaccio: il secchio vuoto è l’immagine della privazione, dell’egoismo degli altri ma anche del poter volare altrove, lontano verso un mondo “altro”.

Così a cavallo del nostro secchio, ci affacceremo al nuovo millennio, senza sperare di trovarvi nulla di più di quello che saremo capaci di portarvi: la leggerezza.