Lezione americana no. 3: L’esattezza

Maat
La dea Maat

Maat, la dea della bilancia nell’antico Egitto apre la terza lezione sull’esattezza: Maat è una piuma usata come peso sul piatto della bilancia su cui si pesano le anime.

Da questa immagine scaturisce il discorso di Calvino sull’esattezza; per lui esattezza è:

  • un disegno dell’opera ben definito e ben calcolato;
  • l’evocazione d’immagini nitide, incisive, memorabili;
  • un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero e dell’immaginazione.

L’esattezza è un valore necessario a fronte di un uso sempre più vago, approssimativo del linguaggio e la letteratura è l’unico ambito che può contrastare il livellamento del linguaggio, ovvero l’imbarbarimento dell’uso della parola come una pestilenza.

Per rafforzare la sua teoria sull’esattezza, Calvino prende come esempio Giacomo Leopardi nonostante il poeta ritenga che il linguaggio poetico per essere tale deve essere vago, impreciso:

Le parole lontano, antico sono poeticissime e piacevoli, perchè destano idee vaste, e indefinite…

Le parole notte e notturno “evocano” un’immagine vaga, indistinta, incompleta…

Giacomo Leopardi – Zibaldone

All’uomo, infatti, piace immaginarsi l’ignoto, l’indefinito ma per descriverlo occorre una grandissima precisione, meticolosità e minuziosità nei dettagli e Leopardi è quindi un testimone a favore dell’esattezza:

la ricerca dell’indeterminato diventa l’osservazione del molteplice, del formicolante, del pulviscolare…

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.

Giacomo Leopardi – L’infinito

Dal poeta del “vago” a Robert Musil autore de “L’uomo senza qualità”: Musil sostiene che esattezza e indeterminatezza sono i poli tra cui oscillano le congetture filosofiche e ironiche di Ulrich, protagonista del libro: l’uomo

possiede quella incorruttibile, voluta freddezza che rappresenta il temperamento che coincide con la perfezione; ma all’infuori di tale qualità tutto il resto è indefinito.

(vol.1, parte II,cap.61)

Ulrich è rassegnato di fronte alle sconfitte ma sostenuto dall’esattezza, Monsieur Teste, altro personaggio creato da Paul Valery è convinto che

lo spirito umano possa realizzarsi nella forma più esatta e rigorosa

e affronta il dolore fisico attraverso un esercizio di astrazione geometrica.

[…] Allora traggo dalla mia memoria una domanda, un problema qualsiasi… e mi concentro. Conto dei granelli di sabbia e finché li vedo… il dolore crescendo esige tutta la mia attenzione: Ci penso!-Attendo…

Calvino si chiede se non sono proprio le cose più precise ed esatte, i numeri, le forme geometriche, a dare la più grande vaghezza, i numeri e le rette sono infinite!

Il gusto della composizione geometrizzante ha sullo sfondo l’opposizione ordine-disordine: nell’universo, simbolo del caos, si possono individuare delle zone d’ordine: la letteratura è una di queste, l’esistente prende forma, si cristallizza.

george-batchvarov-firecrystal-160907Il cristallo, con la sua esatta sfaccettatura è il modello di perfezione, l’immagine di invarianza e regolarità delle strutture che si contrappone alla fiamma, immagine di costanza di una forma globale esteriore, malgrado l’incessante agitazione interna: queste due figure sono categorie per classificare fatti, idee, stili, sentimenti ed entrambe non vanno dimenticate.

Le città invisibili rappresentano il libro-esattezza di Calvino: la città simbolo in cui si concentra la razionalità geometrica e il “groviglio delle esistenze umane”.

Le città invisibili

Calvino, nello scrivere questo libro, si accorge che la ricerca dell’esattezza si biforca in due direzioni: da una parte

la riduzione degli avvenimenti contingenti a schemi astratti con cui si possano compiere operazioni e dimostrare teoremi dall’altra lo sforzo delle parole per render conto con la maggior precisione possibile dell’aspetto sensibile delle cose.

Calvino si rende conto che non raggiungerà mai questi obiettivi, per questi motivi da una parte il linguaggio rappresenta già di per sé una specie di filtro, che comunque modifica la realtà dall’altra il linguaggio dirà sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’inesprimibile.

Da queste riflessioni nasce il libro Palomar che riflette sui problemi di conoscenza minimale, per stabilire relazioni con il mondo.

Per la stesura di questo libro si è ispirato alla poesia L’anguilla di Eugenio Montale,

una poesia di una sola lunghissima frase che ha la forma dell’anguilla, segue tutta la vita dell’anguilla e fa dell’anguilla un simbolo morale

e a Le parti pris des choses di Francis Ponge, intenti a ricostruire la fisicità del mondo attraverso le parole, trasformando il semplice linguaggio in “linguaggio delle cose”.

La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile, alla cosa assente, alla cosa desiderata o temuta come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto.

Un esempio di lotta con la lingua per comunicare al meglio è data da Leonardo da Vinci “omo sanza lettere” come lui stesso si definiva, preferiva trasmettere i suoi pensieri con la pittura ma a volte sentiva il bisogno di scrivere,

di usare la scrittura per indagare il mondo nelle sue manifestazioni multiformi e nei suoi segreti e anche per dare forma alle sue fantasie, alle sue emozioni, ai suoi rancori.

Nel foglio 265 del Codice Atlantico Leonardo comincia ad annotare prove per dimostrare le tesi della crescita della terra, fa esempi di città sepolte, passa ai fossili marini, alle ossa di un dinosauro e lo immagina fluttuare tra le onde, a quel punto lo disegna e cerca le parole per descriverlo.

O quante volte fusti tu veduto in fra le onde del gonfiato e grande oceano, col setoluto e nero dosso, a guisa di montagna e con grave e superbo andamento!

Poi cerca di movimentare l’andamento del mostro, introducendo il verbo volteggiare che, però, gli sembra attenui l’impressione di imponenza e di maestà che vuole evocare quindi sceglie il verbo solcare.

L’inseguimento di questa apparizione che si presenta quasi come simbolo della forza solenne della natura ci apre uno spiraglio su come funzionava l’immaginazione di Leonardo.

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