Cuore di Tenebra – Capitolo 3: selezione dal libro

  • Partenza, paesaggio, attività di commercio, come si presentano i neri

«Partii con un piroscafo francese che toccò uno dopo l’altro tutti i dannatiporti che hanno laggiù col solo scopo, per quanto potei capire, di sbarcare soldati e doganieri. Io guardavo la costa. Osservare la costa che scivola via lungo la nave è come pensare a un enigma. Eccola lì davanti a voi – sorridente, accigliata, invitante, grandiosa, meschina, insignificante o selvaggia e sempre muta, con l’aria di bisbigliare: vieni a scoprire. Quella era quasi priva di fattezze, come se fosse ancora in formazione, con un aspetto monotono e sinistro. L’orlo di una giungla colossale d’un verdecosì scuro da sembrare nero, bordato dalla risacca bianca, correva diritto come una linea tracciata col righello, lontano, lontano, lungo un mare azzurroil cui scintillio era velato da una foschia strisciante. Il sole era feroce, la terra pareva luccicare e stillare vapore. Qua e là appariva un grappolo di chiazze grigio-biancastrenella risacca bianca, che forse issavano una bandiera al vento – insediamenti vecchi di secoli, eppure non più grossi della capocchia di uno spillo sulla distesa intatta di quello sfondo. Procedevamo di gran carriera, ci fermavamo, sbarcavamo soldati; proseguivamo, sbarcavamo i doganieri per raccogliere imposte in quella che pareva una zona selvaggia e desolata,dimenticata da Dio, con una baracca di latta e un’asta di bandiera sperdute là in mezzo; sbarcavamo degli altri soldati – probabilmente per proteggere i doganieri. Si diceva che ne annegassero alcuni nella risacca; ma che fosse vero o no, sembrava non importare a nessuno. Li si scaraventava solamente là e si proseguiva. Ogni giorno la costa pareva identica, come se non ci fossimo mossi; ma superavamo diverse località – centri commerciali – con nomi come Gran’ Bassam e Little Popo; nomi che sembravano appartenere a qualche sordida farsa rappresentata davanti a un fondale sinistro. L’ozio del passeggero, il mio isolamento fra tutti quegli uomini con cui non avevo alcun punto di contatto, il mare languido e oleoso, la cupa uniformità della costa, tutto sembrava tenermi lontano dalla verità delle cose, nel travaglio di una lugubre e assurda allucinazione. La voce della risacca che si udiva di tanto in tanto era un vero piacere, una nota fraterna. Era una cosa naturale, aveva una propria ragione d’essere e un significato. Di tanto in tanto, una barca dalla riva stabiliva un contatto momentaneo con la realtà. Alle pagaie stavano dei negri. Di lontano si vedeva brillare il bianco dei loro occhi. Gridavano, cantavano; i corpi grondanti di sudore; quella gente aveva facce come maschere grottesche; ma aveva ossa, muscoli, una vitalità selvaggia, un’intensa energia nel movimento, naturale e autentica quanto la risacca lungo la loro costa.

[…]

«Un lieve tintinnio alle mie spalle mi fece volgere il capo. Sei negri avanzavano in fila, arrancando lungo il sentiero. Camminavano lenti col busto eretto, bilanciando sulla testa dei cestelli pieni di terra e il tintinnio seguiva il ritmo dei loro passi. Intorno ai lombi portavano degli stracci neri, le cui corte estremità si agitavano dietro come code. Potevo contar loro le costole, e le giunture delle membra parevano nodi su di una corda; intorno al collo avevano tutti un anello di ferro, i collari erano uniti l’uno all’altro da una catena che oscillava in mezzo a loro tintinnando ritmicamente[…]

 

  • Manufatti e avorio

«Tutto il resto della stazione era in stato di scompiglio – teste, cose, edifici. File di negri coperti di polvere e dai piedi piatti andavano e venivano; un fiume di manufatti, cotonacci, perline e filo d’ottone partiva per le profondità della tenebra da cui in cambio tornava un prezioso rigagnolo d’avorio.

[…]

«Mi misi all’opera l’indomani, dando le spalle, per così dire, alla stazione. Solo in quel modo mi pareva che avrei potuto mantenere la presa sui fatti consolanti della vita. Però ogni tanto bisogna pur guardarsi intorno, e allora vedevo la stazione e gli uomini nel cortile gironzolare senza scopo sotto il sole. A volte mi chiedevo che senso avesse tutto ciò. Vagavano di qua e di là con in mano quei lunghi bastoni, come tanti pellegrini miscredenti che un incantesimo costringesse entro un recinto in sfacelo. Nell’aria risuonava la parola “avorio”, la si sentiva sussurrare, sospirare. Sembrava che le innalzassero preghiere. Da tutto ciò spirava un lezzo di rapacità imbecille, come una zaffata da qualche cadavere. Per Giove! Non ho mai visto nulla di tanto irreale in vita mia. E fuori, la terra selvaggia e silenziosa che circondava quella minuscola radura mi pareva grande e invincibile quanto il male o la verità, attendendo pazientemente la scomparsa di quell’invasione grottesca.

[…]

Le pareti d’argilla erano coperte di stuoie indigene e una collezione di lance, zagaglie, scudi, coltelli, era appesa a mo’ di trofei. A quell’individuo era stata assegnata la fabbricazione dei mattoni – così mi avevano detto; ma in tutta la stazione non c’era l’ombra di laterizi e quel tipo si trovava lì da più di un anno – in attesa.Pareva che non potesse fare i mattoni perché gli mancava qualcosa, non so che cosa – paglia forse. Comunque da quelle parti non se ne trovava, ed essendo piuttosto improbabile che gliela spedissero dall’Europa, non mi era chiaro che cosa stesse aspettando.

 

  • Attacco dei selvaggi: notare il tipo di armi

«Stavo osservando l’asta dello scandaglio, molto irritato dal fatto che ogni volta affondava nell’acqua un po’ meno, quando vidi il mio scandagliatore interrompere di colpo quel che stava facendo e distendersi piatto sul ponte senza neppure darsi la pena di alzare l’asta. Comunque, non la lasciò andare e quella continuò a strisciare nell’acqua. Contemporaneamente il fuochista, che pure vedevo sotto di me, si sedette d’improvviso davanti alla caldaia e abbassò la testa. Ero sbalordito. Ma rapidissimamente il mio sguardo dovette tornare al fiume, perché c’era un tronco affiorante nel passaggio. Tutto intorno volavano dei bastoncini, dei bastoncini minuscoli– fitti: mi sibilavano davanti al naso, cadevano sotto di me e colpivano il casotto del timone alle mie spalle. Per tutto questo tempo il fiume, la sponda e la foresta rimasero in silenzio – un silenzio perfetto. Sentivo solo lo sciaguattare sordo della ruota di poppa e il ticchettio di queste cose. Aggirammo l’ostacolo goffamente. Frecce, per Giove! Ce le tiravano addosso. Mi precipitai dentro per chiudere il portello che si affacciava sul lato di terra. Il timoniere idiota, le mani sulle maniglie della ruota, sollevava in alto le ginocchia, pestava i piedi, si mordeva le labbra, sembrava un cavallo trattenuto dalle briglie. Accidenti a lui! Noi nel frattempo barcollavamo a tre metri dalla riva. Dovetti sporgermi in fuori per chiudere il pesante sportello e, tra le foglie, vidi una faccia alla stessa altezza della mia che mi squadrava con aria feroce e risoluta; poi d’un tratto, come se un velo mi si squarciasse davanti agli occhi, nel fondo scuro del groviglio della foresta scorsi petti nudi, braccia, gambe, occhi pieni di collera – la boscaglia brulicava di membra umane in movimento, scintillanti, color del bronzo.Le frasche scosse ondeggiavano, frusciavano, le frecce seguitavano a volaree poi il portello si chiuse. “Raddrizza la rotta” dissi al timoniere. Quello teneva la testa rigida, la faccia tesa in avanti; ma roteava gli occhi seguitando ad alzare e abbassare piano i piedi, con un po’ di schiuma alla bocca. “Calmati!” dissi infuriato. Tanto valeva ordinare a un albero di non oscillare al vento. Mi lanciai fuori. Sotto di me c’era un trepestio sul ponte di ferro; esclamazioni confuse; una voce gridò: “Non si può invertire la rotta?”. Sull’acqua davanti a noi vidi un’increspatura a forma di V. Oh no! Un altro tronco! Sotto i miei piedi esplosero dei colpi di fucile. I pellegrini avevano aperto il fuoco con i Winchester, senza far altro che sparare piombo nella boscaglia. Si alzò un fumo infernale che si diresse lentamente in avanti.Bestemmiai. Non riuscivo più a vedere l’increspatura né il tronco. Rimasi in piedi sulla porta, a scrutare, e le frecce arrivavano a sciami. Può darsi che fossero avvelenate, ma a vederle si sarebbero dette incapaci di far male a un gatto.La boscaglia prese a ululare. I nostri taglialegna levarono un grido di guerra; un colpo di fucileproprio dietro di me mi assordò. Gettai un’occhiata di sopra la spalla, il casotto del timone era ancora pieno di baccano e fumo quando mi precipitai alla ruota. Quell’idiota di un negro aveva mollato tutto per aprire il portello e far fuoco con la Martini-Henry. Se ne stava dritto di fronte all’ampia apertura con gli occhi torvi, e io gli gridai di tornare al suo posto mentre correggevo l’improvvisa virata del vapore.

 

  • La Stazione di Kurtz

«Il direttore stava in piedi accanto alla ruota del timone mormorando confidenzialmente che era necessario per ogni evenienza spingerci avanti quanto più possibile prima che facesse buio, quando in distanza scorsi sulla riva del fiume una radura e i contorni di una sorta di edificio. “E quello che cos’è?” domandai. Batté le mani per la meraviglia. “La stazione!”gridò. Accostai immediatamente, sempre procedendo a mezza forza. «Col binocolo vidi il versante di un colle disseminato di alberiradi e completamente libero da vegetazionedi sottobosco. Sulla sua cima una lunga costruzionein rovina era semisepolta nell’erba alta; di lontano le ampie falde del tetto a puntaspalancavano squarci neri; giungla e foresta facevano da sfondo. Non c’era steccato o recinto di sorta; ma evidentemente doveva essercene stato uno, poiché accanto all’edificio rimaneva una mezza dozzina di pali sottili in fila, rozzamente tagliati e terminanti alla estremità superiore con delle bocce scolpite. Le assi, o qualunque cosa li avesse collegati, erano scomparse. Naturalmente tutto questo era circondato dalla foresta. La sponda del fiume era sgombra, e presso l’acqua vidi un bianco sotto un cappello simile a una ruota di un carro che si sbracciava insistentemente. Esaminando il margine della foresta sopra e sotto, fui quasi certo di percepire dei movimenti – forme umane che scivolavano qua e là. Per prudenza superai il punto, poi fermai le macchine e abbandonai il vapore alla deriva.

[…]

  • Presentazione indiretta di Mr. Kurtz

Il russo mi stava spiegando che solo di recente il signor Kurtz era sceso al fiume, portando con sé tutti i combattenti di quella tribù lacustre. Era stato assente per diversi mesi – per farsi adorare, suppongo- ed era sceso inaspettatamente, con l’intenzione di fare un’incursione sul fiume o a valle. […] Comunque improvvisamente era peggiorato molto. “Ho sentito che giaceva impotente, e così mi sono avvicinato, ho colto l’occasione”, ha detto il russo. ‘Oh, sta male, molto male.’

[…]

«Il direttore uscì. Mi fece l’onore di prendermi sottobraccio e trarmi in disparte.“È molto giù, molto giù”disse. Ritenne necessario sospirare, ma trascurò di mostrarsi coerentemente addolorato. “Abbiamo fatto tutto quello che potevamo per lui – non è vero? Ma non c’è modo di nascondere il fatto che Mr Kurtz ha fatto più male che bene alla Compagnia. Non si è reso conto che i tempi non erano maturi per un’azione di forza. Prudenza, prudenza – è il mio principio. Dobbiamo ancora essere prudenti. Per un po’ il distretto è chiuso per noi. Deplorevole! […] Per un attimo apparve confuso. Mi sembrò di non aver mai respirato un’atmosfera così abietta,e mentalmente mi rivolsi a Kurtz per avere sollievo – senz’altro per avere sollievo. “Comunque, penso che Mr Kurtz sia un uomo notevole” dissi enfaticamente. Trasalì, mi gettò addosso uno sguardo gelido e greve, disse con molta calma “Lo era”e mi voltò le spalle.

Taggato con: