Mengele – Capitolo 3: le ricerche sui gemelli

Mengele era particolarmente dedito alle ricerche sui gemelli ad Auschwitz trovò il modo per realizzare questo sogno. Una volta selezionati li introduceva in una complessa struttura. Egli poteva disporre oltre che dell’edificio generale dei medici SS anche di altri tre locali, adibiti esclusivamente alle sue ricerche. Uno si trovava nel lager maschile, uno nel lager femminile e uno in quello degli zingari. In tutti questi luoghi i gemelli godevano di uno status speciale e spesso veniva loro permesso di tenere i propri indumenti e di non dover tagliare i capelli. Un ragazzo scelto fra i più grandi veniva nominato Zwillingvater (padre dei gemelli) ovvero capo del blocco.
Освобожденные_дети_Освенцима
Bambini sopravissuti ad Auschwitz
L’antropologa prigioniera Teresa W. che eseguì le misurazioni sui bambini, stimò che l’afflusso dalla primavera all’estate del 1944 di gemelli ungheresi si aggirava intorno ai 250. Lo studio principale di Mengele era a Birkenau, dove era medico capo ed era lì che teneva la sua documentazione. L’aspetto più sinistro delle sue ricerche sui gemelli emerse nella complessa organizzazione da lui creata per l’esame patologico dei cadaveri. Per il dottor Miklos Nyiszli, suo principale patologo prigioniero, Mengele preparò una speciale stanza di dissezione, contenente un tavolo in marmo lucido per dissezioni, un lavabo con rubinetti in nikel, tre acquai di porcellana e zanzariere di metallo verde alle finestre. Nel gruppo di Mengele il selezionatore di cadaveri era l’uomo più importante in quanto la dissezione era la fase finale delle sue ricerche. Va ricordato che molti vennero uccisi solamente per poterne fare la dissezione. Il patologo di Mengele, Miklos Nyiszli, dal suo diario:
Il mio nome è Miklós Nyiszli. Sono nato il 17 giugno 1901 in una città della Romania nella regione della Transilvania. Ho avuto un’infanzia normale, con una famiglia come tante. Fin da bambino sognavo di fare il medico, di potermi occupare degli altri, magari di salvare delle vite. Quando ho potuto realizzare il mio sogno, studiando medicina in Germania, mi sono sentito un uomo fortunato. Ho vissuto con la mia famiglia in Ungheria fino al maggio del 1944, anno in cui tutta la mia vita è cambiata per sempre. Durante il regime, reggente, sono stato arrestato a causa della mia origine ebraica, con mia moglie e mia figlia. Una mattina, mentre facevamo colazione riuniti attorno al tavolo della cucina e ascoltavamo le notizie alla radio, abbiamo sentito un rumore di passi cadenzato e minaccioso. In un attimo un gruppo di soldati armati era alla nostra porta. Bussarono. Tre colpi secchi, forti. Il silenzio era alla nostra tavola, la paura seduta accanto a noi. Tutta la nostra vita quel giorno finì. Fu come se il tempo si fosse improvvisamente fermato. Ricordo ancora l’odore del caffè, un aroma che per un lungo periodo avrei solo potuto immaginare. Il mio corpo, la mia anima, il mio entusiasmo, i miei sogni, quelli di un uomo comune, sono stati caricati su un treno in partenza per la Polonia, con destinazione Auschwitz, ma ancora non lo sapevamo. Tutta la mia vita fu cancellata in un istante. Mi strapparono i miei affetti, la mia identità. Mi divisero dalla mia famiglia. Qualcuno piangeva, qualcuno pregava. Eravamo in tanti, troppi su quel maleodorante vagone in legno, con agli angoli solo qualche secchio per i nostri bisogni corporali, tutti in piedi con gli occhi sbarrati, per la paura di quello che ci saprebbe potuto accadere. Le voci erano tante sui campi di lavoro, ma nessuno sapeva con certezza cosa potesse accadere in quei luoghi isolati dal resto del mondo, lontano da sguardi indiscreti. Nessuno era tornato per poter raccontare, per dire la verità su quei posti. Viaggiammo per un tempo che ancora oggi non sono in grado di determinare. Improvvisamente il treno si fermò. Sentivamo ad una ad una aprirsi le porte dei vagoni e le guardie urlarci di scendere. Ci accolsero soldati armati, con grossi cani lupo al guinzaglio, affamati e arrabbiati. In fila, tra botte e spintoni, ci condussero tutti nel piazzale accanto al treno. Li ci misero in ordine, cercando di dividerci in gruppi. Ma la paura era tanta che nessuno riusciva a capire gli ordini che ci venivano impartiti. E così volarono altre botte, altri spintoni. Una parola era chiara, fra tutte: Auschwitz. Davanti a noi un gruppo di persone in camice bianco, probabilmente medici. Uno di loro si avvicinò, lentamente. Aveva gli occhi pungenti e un sorriso inquietante stampato sul volto. Accanto a lui una donna bionda di bell’aspetto, con un grosso pastore tedesco al guinzaglio che teneva saldamente nella mano destra e un frustino in pelle nella mano sinistra. Non dicevano un parola, si limitavano ad osservare e a bisbigliare qualcosa leggendo un elenco. L’uomo si avvicinò a me e al bambino che avevo accanto. Mi guardò per un istante, che bastò per farmi smettere di respirare, poi posò il suo sguardo sul piccolino accanto a me. La sua espressione cambiò, si fece innaturalmente dolce, quasi infuocata. Prese una caramella dalla tasca, gliela porse e disse, rivolgendosi alla donna: «Lui va bene. Ecco piccino, questa è per te, chiamami zio…» Alcuni di noi furono chiamati ad alta voce, dagli ufficiali seduti ad un tavolino. Anche io fui chiamato, come medico potevo essere utile. Mi offrii volontario, forse avrei potuto aiutare qualcuno, essere utile come un tempo quando ero un medico in Ungheria. Un tempo… erano passati solo 7 giorni ma ormai tutto mi sembrava così lontano. Mi assegnarono all’assistenza sanitaria delle baracche del settore 12. Ogni giorno cercavo di fare quello che avevo imparato, cercavo di alleviare il dolore di chi stremato arrivava davanti a me. Non avevo strumenti, non avevo medicine, assistevo inerme alla morte di quello che restava di esseri umani che fino a poco tempo prima avevano camminato liberi nel mondo. Dopo qualche tempo al settore 12, nel giugno del 1944, il dottor Mengele mi notò. Era lui al nostro arrivo che ci aveva selezionati, che aveva scelto i “suoi” bambini, quelli destinati agli esperimenti. Un giorno mi avvicinò e mi disse che aveva osservato le mie capacità come medico, nonostante i pochi mezzi a disposizione. Era rimasto colpito. Aveva in mente per me un ruolo importante, al suo servizio. Potevo essergli utile. Ma come? Mi aggregò come medico anatomo-patologo al dodicesimo Sonderkommando di Auschwitz, di istanza al crematorio numero 1. Allestii una sala autopsie che fu dotata delle più moderne attrezzature. Il mio compito era quello di supportare il dottor morte nelle sue folli ricerche scientifiche, per trovare le differenze fra la razza ariana e quella degli “inferiori” che finivano sul mio tavolo. Dovevo operare seguendo le istruzioni sue e dei suoi collaboratori. Sotto i miei occhi pieni di morte passarono decine e decine di cadaveri, di persone deformi, di bambini, di gemelli, di ebrei come me, uomini e donne, tutti ritenuti sacrificabili in nome della scienza. Tutti ritenuti indegni di vivere. Mengele uccideva a volte con il solo scopo di far sottoporre ad autopsia il paziente che aveva prescelto, al fine di individuare la chiave che dimostrasse la veridicità delle teorie eugenetiche sostenute dal nazionalsocialismo. In certi momenti speravo anche io di trovare quel qualcosa che tanto spietatamente ricercavano, lo speravo perché mi illudevo che avrebbero smesso di fare esperimenti e di uccidere per dimostrare le loro teorie. Ma così non fu. Giorno dopo giorno, fui costretto contro la mia volontà a «…misurare crani, annotare il colore degli occhi, pelle o capelli…», a ricercare quell’inesistente segno distintivo che potesse identificare la razza ariana di cui tanto si vantavano. Il mio lavoro forzato non portò mai a risultati seri e concreti. Così gli esperimenti continuarono. Ma sono certo che con o senza di me, sarebbero comunque continuati. potevo anche godere di piccoli privilegi che mi permisero di cercare la mia famiglia. Scoprii, grazie alla mia padronanza del tedesco, che erano detenute nel campo femminile C , quindi destinate allo sterminio. Riuscii a convincere gli ufficiali SS ad aiutarle a farsi trasferire in un campo di lavoro. Il mio rapporto con il dottor Mengele era scandito da istruzioni precise. Non lasciava nulla al caso, non potevo prendere iniziative di nessun genere. La sua attività era programmata in maniera manicale: prevedeva una serie di esami dettagliati da compiere sui soggetti selezionati mentre erano in vita e successivamente quando finivano sul mio tavolo, con lo scopo di mettere in relazione l’inferiorità della razza ebraica con le deformità fisiche trasmesse di padre in figlio, in particolare nei gemelli. I risultati che ottenevamo erano inviati all’istituto di igiene batteriologica delle SS, non so ancora a che scopo, dato che era palese che i decessi avvenissero per le privazioni, i maltrattamenti, le violenze e le condizioni igieniche proibitive. Mengele era solito ripetermi: «Il crematorio non è il massimo dell’inferno ma un limbo, ci si può sopravvivere…» Andando a Birkenau capii perché mi ripeteva quella frase. Un giorno mi mandarono li per prelevare dei medicinali frutto delle perquisizioni dei nuovi prigionieri arrivati. Spesso i crematori erano sovraffollati di cadaveri da smaltire. Raccolsi le medicine e mi voltai piangendo. 10 gennaio 1945. Le voci dell’avanzata degli alleati si fecero sempre più frequenti. Gli uffciali del campo decisero la ritirata e di cancellare qualsiasi prova che testimoniasse la verità su ciò che accadeva. Rimasi ad Auschwitz fino a pochi giorni prima dell’arrivo dell’armata sovietica, in attesa del mio destino. Il 18 gennaio riuscii a sfuggire alla morte , confondendomi con altri prigionieri in una di quelle che la storia ricorda come le marce della morte. Ci fermammo a Mauthausen, andai dal kapò delle docce presentendomi come medico. Nei giorni successivi le SS continuarono a lanciare appelli per cercare i deportati che avevano lavorato nei crematori di Birkenau e Auschwitz; io feci finta di non sapere nulla, avevo capito che era meglio restare nell’anonimato, cercavano solo di eliminare gli scomodi testimoni che erano sopravvissuti alla ritirata. Dopo circa tre settimane fui spostato ad Ebensee. La mia vita da prigioniero finì il 5 maggio del 1945 quando l’esercito statunitense ci liberò. Io e la mia famiglia ci siamo riuniti e abbiamo cercato di andare avanti nonostante i ricordi, nonostante la sofferenza. Nella mia testa le urla dei prigionieri che andavano alla morte non si spensero mai, mi accompagnarono per il resto della mia breve vita.
Morì il 5 maggio 1956, distrutto dal peso di ciò che aveva vissuto ma con la consapevolezza che la sua testimonianza avrebbe contribuito a far conoscere al mondo la mostruosità che il Nazionalsocialismo di Hitler e dei suoi scagnozzi aveva saputo mettere in scena. La maggior parte degli internati erano convinti che Mengele volesse trovare il modo di far nascere gemelli alle donne tedesche per il Reich. Un prigioniero disse:
voleva essere Dio per creare una nuova razza!
Disponiamo anche di una testimonianza di una certa Elzbieta Piekut alla quale vennero affidati i gemelli ebrei in una delle baracche del campo femminile nel luglio 1944 che ricorda:
i bambini venivano fatti spogliare e rimanevano nudi per tutta la durata delle misurazioni antropometriche (da 2 a 5 ore). Una dura prova per quei piccoli che spaventati, stanchi, affamati e intirizziti dal freddo, si alzavano alle 6 del mattina e percorrevano a piedi il chilometro e mezzo di distanza tra il loro Blocco e l’ambulatorio, faceva freddo e la stanza delle analisi non era riscaldata. I bambini restavano di fronte allo schermo radiologico per 5 o 15 minuti, perchè durante la radioscopia si descriveva e si discuteva l’immagine che appariva sullo schermo. Gli effetti non si facevano aspettare: al ritorno ai bambini veniva la febbre, l’angina, forti tossi, sinusiti e non di rado polmoniti… particolarmente drammatiche poi erano le analisi morfologiche. Ai piccoli veniva prelevato sangue prima da un dito e poi dalle vene, talora due, tre volte di seguito. Gli venivano anche iniettati liquidi negli occhi. Quasi sempre al termine degli esperimenti, i bambini venivano eliminati con un’iniezione di fenolo al cuore, ciò consentiva di passare alla fase successiva, che consisteva nell’analisi dei singoli organi, mediante la sezione dei cadaveri.
Oltre alla passione per i gemelli Mengele ne aveva un’altra: quella sui nani. Una certa Magda V. disse:
io penso che per lui gli ebrei dovevano essere stati dei mostri di natura, come i nani.
Tra i vari prigionieri nani nel maggio del 1944, sappiamo che giunsero al campo polacco gli Ovitz.