John Lennon e il ’68 perduto

Se non fosse stato assassinato una sera di inizio dicembre di quarant’anni fa, John Lennon avrebbe compiuto da poco ottant’anni. Già famosissimo in vita, la sua morte tragica e prematura lo ha scolpito nella storia, mito sempreverde  e icona permanente di quel “favoloso ‘68” di cui si parla ormai da mezzo secolo.

È risaputo che la sua carriera iniziò coi Beatles; infatti la maggior parte delle canzoni del gruppo risultano quasi tutte scritte da Lennon e McCartney, poi quest’ultimo non gli perdonò mai di essersi appropriato di “Let it be” che in effetti Lennon non scrisse. Forse fu per questo, o forse fu per altre motivazioni artistiche ed esistenziali, che nel 1970 piantò tutti per iniziare una nuova carriera di produttore e solista con la Plastic Ono Band assieme alla moglie Yoko Ono.

Paradossalmente la musica è solo un aspetto del mito di John Lennon: le sue lotte pacifiste, anticonformiste e provocatorie sono i tanti tasselli della sua leggenda. L’11 Ottobre 1971 uscì, da “grapefruit”,  una poesia della Ono che lui accostò ad una musica dolce ed accattivante, uno dei pezzi più famosi e controversi della storia della musica: Imagine.  Da subito il brano, che presentava un mondo ideale regno di fratellanza, amore e uguaglianza, divenne simbolo del pacifismo universale.

Sono state così tante le cover eseguite negli anni da cantanti e artisti che è quasi impossibile riportarle tutte: da Stevie Wonder a Neil Young, da Liza Minelli a Lady Gaga. Anche Madonna nel suo tour del 2004 cantò una cover di quest’inno alla pace e i Queen la eseguirono in concerto il 9 dicembre 1980, il giorno dopo il suo assassinio.

Imagine venne concepito sin da subito come “un messaggio per il mondo”, un inno universale alla pace e all’eguaglianza ed il suo autore iniziò ad essere considerato il vero guru di quel mitizzato “68 perpetuo” di cui non si smette di parlare.

Non sfugge che storicamente il ’68 fu un fenomeno sopravvalutato; non si può non ammettere che la contestazione globale, gli incitamenti alla rivoluzione e alla liberazione dei santoni dell’epoca come Marcuse e altri siano falliti, dato che nessun assetto politico o economico venne rovesciato da quell’ondata di disordinato ribellismo.

Ci fu invece, quella sì, la rivoluzione dei costumi, del linguaggio, dei rapporti tra le generazioni e di questa rivoluzione ulteriore Lennon divenne il guru profetico. Il messaggio global-pacifista che filtrava dai suoi testi ed in particolare da Imagine era semplice e chiaro: ognuno viva come gli pare, liberazione sessuale, droga libera, basta con le religioni e le tradizioni che sono solo ristrettezze mentali, vietato vietare, sì ad anarchia e rivoluzione ma solo se gaudente e fumosa di marjuana.

In questo Lennon fu davvero profeta, perché proprio in quegli anni iniziava la lenta ma inesorabile trasformazione della sinistra da proletaria a radical-chic e della politica al politically correct: da Lenin a Lennon. La rivoluzione non più di massa ma declinata al singolare.

Rimane il fatto che Imagine, che il suo stesso autore definiva

antireligiosa, antinazionalista, anticonvenzionale, anticapitalista, ma poiché è rivestito di zucchero è accettata

è stata eccessivamente valutata e  sfruttata, è stato tirata in ballo da tutte le parti, su di essa si potrebbero scrivere interi trattati trattando di niente.

Conosciuta al mondo come canzone di pace e unità, Imagine sembra voler spingere verso un primitivo comunismo e la frase “imagine no possession” è stata quella che da sempre ha suscitato i maggiori clamori e accuse di ipocrisia al suo autore, baronetto e multimilionario che cantava “immaginare di non avere possedimenti”.

La verità è che, gratta gratta, il testo resta un manifesto allo zucchero: “immagina che non ci sia il paradiso… e nessun inferno. Immagina che non ci siano più poteri…nessun motivo per uccidere e morire… nessuna religione” e via così: vivere per l’oggi, senza più motivi per vivere o morire, senza un Dio o una Patria, senza radici né tradizioni. Un nichilismo discount, manifesto per una liberazione che libera solo bisogni e desideri.

Durante la scorsa estate, da noi, Imagine è tornata prepotentemente alla ribalta e si è perso un sacco di tempo a correre dietro al senso ideologico sottointeso alla canzone. Anche i politici nostrani non si sono sottratti al dovere di sprecare tempo a dissertare se il brano fosse di destra o di sinistra, non accorgendosi che Imagine nulla è di tutto ciò, anche se, a suo modo, rappresenta, con cinquant’anni d’anticipo, l’ideologia dell’oggi: negazione della tradizione e della religione, assoluto dominio del presente sul passato e sul futuro, apologia assoluta della individualità globale.