Giudizi e Pregiudizi

Domenica mattina

Orsola e Faustina, sottobraccio, seguono il richiamo festoso del campanile. Percorrono il viale sterrato costeggiato da siepi di biancospino. Lasciano alle spalle una sterminata distesa dorata punteggiata di rosso e blu.

«Ieri ho tirato il collo alla mia Ovolina e l’ho già messa in pentola.»

«Si sente il profumo fino a casa mia, ma Orsola, dicevi di esserle affezionata.»

«Finché faceva le uova… gallina vecchia fa buon brodo.» taglia corto l’amica.

«Hai sentito che il Nestore, dopo essere scappato con la badante di sua madre, ha tentato di tornare dalla moglie?»

«Tas che mi ho visto tutto, seri lì a ca’ sua a bev’ un cafè quan’ l’è rivà. Quando la Nadia lo ha visto sull’uscio, con una mano ha preso il bastone che usa per le mucche e nell’altra una verga, lo ha rincorso per tutta Roccaspina sferzandogli il nerbo sui polpacci, l’avessi visto… una cavalletta, lei urlava: “Ven chi vec rembambì che se te ciapi, brut purcon!”. Con le mani sui fianchi si è fermata sul ciglio della scarpata a guardarlo soddisfatta mentre rotolava giù fra rovi e ortiche.

«Pora dona, l’ha lasciata sola con il bambino della figlia, la Lavinia, e con la suocera piscinina, bruta e cativa, e po’ chisa de chil’è quel fiulit. Boh! Con chi occ a mandorla…»

«A giorni dovrebbe tornare la figlia, si è specializzata in urologia e aprirà un ambulatorio in paese.»

«Che brava! Lo dice spesso mio figlio che fin da piccola voleva sempre giocare al dottore.»

Orsola e Faustina si fermano a raccogliere papaveri e fiordalisi, attente a non calpestare le piante di granoturco. Arrivate davanti alla “VILLA GIOVANNI”, ormai in disuso, notano che le imposte decrepite sono spalancate, la facciata, solitamente ricoperta da tralci di vite canadese è nuda! Pennellate celesti imbrattano il muro. A terra c’è il fogliame appassito che in autunno costellava la parete di fitte fiamme.

Da dietro l’angolo sbuca un ragazzone indolente con un secchio che gocciola d’azzurro, nell’altra mano agita un pennello schizzando vernice addosso a due lendenon sopraggiunti al suo fianco.

«Oh mama, Fausta, tri negher, scapem.» 

Sollevano le gonne e fuggono seguite da sghignazzate e gestacci.

Ansimanti raggiungono la legnaia del Gaetano, raccontano concitate l’accaduto, l’amico le disseta con un mestolo d’acqua che attinge dal pozzo.

«Da tre giorni sono arrivati i profughi, abbiamo organizzato anche un corteo di protesta! I foresti alloggiano al Villone. L’erede del Giovanni (pace all’anima sua) lo ha affittato ad una Cooperativa e adesso se ne sta con le palle al sole alle Maldive e alla faccia nostra, caz… E voi dove eravate?»

«Eh, dove eravamo, eravamo alla gita gratuita della Pro Loco.» rispondono all’unisono.

Gratuita mica tanto” sussurra Faustina a Orsola, nell’atto di raccogliere una ciocca di capelli sfuggita al pettinino “ci siamo ritrovate sul gobbo una batteria di pentole da pagare a rate, se la sa ol me om…”. “Tas, te l’se no la cresta che mi fo su la spesa.” risponde Orsola a labbra strette.

A messa

Don Biagio, inizia la funzione. Al primo banco il Sindaco e Signora.

Il prevosto, terminata la Messa, invita i parrocchiani a trattenersi.

«Fratelli e sorelle, come avete già avuto modo di constatare, la nostra comunità è stata prescelta per dare ospitalità a persone bisognose della nostra misericordia – tuona dal pulpito – confido nella vostra generosità d’animo e buon cuore affinché non siano trattati con indifferenza. Dio ve ne renderà merito e adesso andate in pace.»

Terminato il sermone si eclissa spedito, nonostante gli acciacchi, sbattendosi alle spalle la porta della sagrestia seguito dai chierichetti.

«Quale pace, questa è guerra!» rompe il silenzio Nadia avviandosi all’uscita a falcate. Dopo un frettoloso segno della croce e un accenno d’inchino, si trovano tutti sul sagrato.

Il Sindaco è accerchiato.

«Ordine del Prefetto!» esclama dall’alto della sua carica mentre la moglie gli porge un fazzoletto per asciugare il sudore che cola dal viso.

«Se li porti a casa sua, lei e il Signor Prefetto!» urlano in coro.

Suor Fiorilde, a mani giunte, tenta di perorare la causa: «Scappano dalla guerra… al loro paese soffrono la fame…» viene sommersa da invettive ed improperi: «Non sembra proprio che siano denutriti.» 

«Suora, i nostri uomini scappavano o affrontavano la guerra?»

«Donne e bambini dove sono, sono loro in guerra?»

Basilio interviene: «Li dessero a me trenta euri al giorno che gli lascio la mia minima, porca putt…»

Emerenziana dà una gomitata nel fianco del marito: «Biestema no, Basilio.»

Nadia sale sul muretto che delimita il viottolo dal sagrato.

«Sono maleducati… rubano la frutta dalle nostre piante… pisciano davanti alle porte e… guardano le nostre figlie!»

 «A me e alla Faustina, ci hanno riso adietro!» interviene l’Orsola indicando l’amica che annuisce.

Il capannello si scioglie, mugugnando si allontanano tutti esasperati.

In chiesa, dalla Madonnina delle Grazie, spariscono collanine e anelli.

Grappoli d’uva strappati dalle viti, torsoli di mele e pere buttati a terra senza ritegno. Riunioni, proteste e cortei inascoltati.

Una violenta tromba d’aria devasta vigne, frutteti e campi di frumento. Un fulmine incendia la cascina del Gaetano. Il paese è devastato.

Durante la Processione a scopo di supplica, Don Biagio invoglia la gente a pregare.

«Siamo peccatori, ci vuole un miracolo, pregate fedeli, pregate.» Dal fondo della fila parte una sonora pernacchia.

«Volgari infedeli!» urla il prete.

 Come ogni mattina il Bepi fa il giro delle stalle e carica sull’Ape i bidoni di alluminio colmi di latte appena munto da consegnare al consorzio. Come di consuetudine, la prima sosta è al bar del Pinela. Parecchi gli avventori presenti per commentare il disastro e i danni subiti.

«Non c’è corrente, la macchina del caffè non funziona!» informa la Gineta moglie dell’oste.

«Poco male, partiamo con un quartino e gasosa.» Si sfrega le mani il Bepi.

Dopo un “offro io, tocca a te, Gineta un altro giro” conditi con bestemmie e maledizioni, pian piano il locale si svuota.

Il Bepi, alla guida del suo mezzo, procede a zig-zag, rasenta il bordo del dirupo, l’Ape si ribalta e viene sbalzato sul ciglio dove si addormenta come un sasso. Le chiusure ermetiche dei bidoni non reggono all’impatto.

Gli abitanti del paese sottostante si fermano ammirati dagli strani rivoli bianchi che spiccano fra il verde delle ortiche e dei rovi.

«Cusa l’è sta roba, la via lattea?»

Una vecchina con in mano un rosario, si inginocchia: «Miracolo, miracolo!» esclama.

Tutti i presenti si inginocchiano a pregare.

Gaetano, avvilito, sfoga la rabbia a colpi di scure sui pochi ciocchi rimasti indenni.

Nadia impreca contro il Nestore, riaccolto in casa, e lo vessa sottoponendolo a tutte le incombenze compresa la madre da imboccare.

I profughi, appurato che era stato commesso un errore da parte delle autorità riguardo la loro sistemazione, sono in procinto di partire.

Lavinia è tornata in paese e si prenderà cura del suo bambino con buona pace della Nadia.

Domenica mattina

Orsola e Fausta raccolgono asparagi selvatici nel bosco quando sentono strani versi e rumore di rametti spezzati provenire da dietro un grosso albero. Temendo di trovarsi di fronte ad un cinghiale si acquattano tra le siepi, spiano in silenzio.

«Orsola, guarda la Lavinia è con un… un Abdul, se l’è dre a fa?»

«Sperem che nasa no un cioccolatino…» dice maliziosa.

«Eh, se te dì

«Ho detto, starà facendo pratica, ha studiato tanto. Te capì

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